integrazione all'Editoriale del primo numero

Meditazioni su una nuova…Arcosophia

 

Arcosophia  è un supplemento alla rivista ARCO:  Sophia come sapienza e conoscenza, sull’arco. Come titolo suona importante, forse un po’ troppo, non c’è che dire. In più, è anche linguisticamente incongruente (Arco è latino, Sophia è greco) ma volutamente ARCO si legge come tributo riferito alla rivista madrina, che da diciotto anni è l'unica pubblicazione italiana di settore. Secondo me (e lo staff editoriale di ARCO che me lo ha ovviamente permesso) è un’iniziativa interessante, rivolta a tutti coloro che vedono nell’arcieria qualcosa che va oltre alla competizione e allo svago, di qualsiasi religione siano. Diventerà una “integrazione” alla rivista, un inserto ogni due numeri di ARCO dedicato alla Cultura arcieristica, da tutte le angolazioni possibili. Un foglio graficamente sobrio, come vedrete da questo numero (ma abbastanza corposo, ben 16 pagine) e senza pubblicità, destinato ad ospitare contributi scientifici multidisciplinari che accarezzeranno storia e filosofia, fisica e antropologia, medicina e religioni, mitologia e etnografia, psicologia ed archeologia. Un insieme di tematismi con cui archi e  frecce hanno o hanno avuto qualcosa a che fare, a volte direttamente e a volte pretestuosamente, comunque sia un viaggio all’interno del nostro pianeta, per riscoprire… l’Acqua Calda.

L’irriverente coda è per ricordare come, oggi, secondo me e lo staff che la guida, sia dovuto un tributo ai 13.000 anni di storia e preistoria dell’arco, su cui umani come voi hanno meditato, scritto, studiato, vissuto e sofferto, ove basti guardarsi indietro per cogliere interessanti ispirazioni alla voglia del conoscere, e aprire gli occhi su ciò che si ha “veramente” tra le mani. Una Cultura che permea millenni di storia e di evoluzione umana, tradizioni, costumi e scienza.

Ma perché nasce quest’idea?

 

Prima di affrontare questo discorso ho bisogno di fare una premessa, personale e non necessariamente concorde alle linee redazionali di ARCO.

Considero ARCO una pubblicazione “vincente” sotto tanti punti di vista, e come tale, una realtà importante per tutti gli arcieri, nato nel 1989 come supplemento di una rivista molto specializzata e autorevole nel suo mondo (Il Notiziario di Caccia, Pesca e Tiro a Volo, i cui natali risalgono agli anni sessanta). Come primo redattore tutto fare, come coordinatore scientifico fino al ’96, come curatore della collana “le frecce di Arco” e come attuale collaboratore, ne vado fiero.

È vincente nel senso che possiede tutti i requisiti per essere considerata un punto di riferimento ed esempio per qualsiasi iniziativa editoriale sportiva di settore, indipendente e non sponsorizzata, gravitante sulle branche “povere” e numericamente non troppo influenti dal punto di vista economico, mediatico e sociopolitico.

E’ vincente perché, oltre a sopravvivere da sola (da leggere: senza concorrenti) per 15 anni (e non è poco, credetemi), ha dimostrato con il passare del tempo una grinta e una coerenza decisamente rara, aumentando la sua tiratura e confermando la sua popolarità allargandosi verso TUTTE le specializzazioni di questo nostro variegato sport di nicchia.

È vincente perché ha permesso alle società (prima solo le FIARC, poi anche FITARCO) di poter contare sulla comunicazione sia verso l’esterno che verso i propri iscritti.

Ed è vincente, infine, perché ha permesso di far evolvere in modo professionale, creando mercato, molte realtà inizialmente nascoste nel sottobosco dell’appassionato dilettantismo.

 

Pensando alla sua nascita, ricordo ancora l’emozione del brindisi augurale, all’uscita del numero 1 nel maggio del 1989, tra lo staff di redazione, il direttore responsabile, il sottoscritto e l’immancabile Marco Fedeli, emozione con la quale, con orgoglio malcelato, venivamo in-vestiti dei panni di giornalista (!) e ci sentivamo elementi di un ingranaggio appena forgiato e finalmente in moto. Ricordo con nostalgia le prime uscite, dannatamente e ingenuamente “cosmiche”, ove si scriveva di tutto sull’arco e su tutto dell’arco (beh, di ciò che a noi interessava di più, a dir la verità…) e di come, appena uscito un numero, ci si buttasse a capofitto nella scaletta di quello successivo. Di come si cercassero collaborazioni di valore, di come ci si buttasse a capofitto per ottenere diritti di traduzione, di come si girasse l’italia per intervistare personaggi e protagonisti che avessero qualcosa da raccontare.

Ancora oggi, quando mi capita di aver tra le mani uno di quei numeri, sorrido e mi meraviglio. La freschezza ingenua degli interventi, la frequente profondità del loro spessore e l’energia estremista (erano tempi in cui l’ideologia della proto-FIARC era ben forte negli animi) erano elementi che combinati insieme facevano piccoli miracoli. Firme di alto livello, che oggi sono assopite, ed altre che sono diventate appuntamento regolare, sfornavano articoli di pregio, anche se a dir la verità e con il senno di poi, irrimediabilmente sbilanciate verso una visione del tiro con l’arco assolutamente iconoclasta rispetto al concetto di attività sportiva moderna, con una vena di rivalsa nei confronti di chi nel tiro con l’arco vedeva solo quello, scrivendo di una Cultura che con millenni di anni di anzianità ..doveva per forza (secondo noi) dare da meditare su qualcosa. Insomma, una visione “di parte” e forse non completamente in sintonia per quei tempi, ma necessaria a creare differenze di potenziale, a smuovere energie. Sicuramente e praticamente la FIARC ne trasse un forte vantaggio, disponendo di una “voce della minoranza” così ufficializzata.

 

Poi le cose cambiarono: poco alla volta, nel suo piccolo, la testata divenne un veicolo di comunicazione per le realtà commerciali e federali, e movendosi comunque ancora in una piccola economia di scala fu necessario giungere a compromessi. Ricordo le innumerevoli “cazziatone” del direttore, quando per mia mano (sarebbe più giusto dire mie pulsioni) mi scappavano commenti infausti, decisamente non politically correct su avvenimenti o su opinioni di altri. D’altronde si era giovani (e io più Peter Pan che mai) e poco alla volta le acque si placarono. Rinunciai, ad esempio, nel sostenere a spada tratta la filosofia della caccia (che ovviamente era la mia motivazione d’essere arciere) per scendere a patti con altre visioni meno integraliste.

Quindi la rivista crebbe (e io mi rifugiai su altre testate specializzate nell’ Ars Venandi..rimanendo con Arco semplice collaboratore saltuario) e la vicenda si evolse. Arco, preso in gestione da quel vecchio volpone del Nicola Bucci, attuale caporedattore, con esperienze ben più impegnative alle spalle, decollò finalmente in modo più professionale, ed ecco il frutto che avete tra le mani oggi. Tra le tante cose belle accadute nel frattempo, e strettamente legate alla rivista (per chi ha voglia di leggere, è chiaro) ci fu la nascita della Collana editoriale delle Frecce di ARCO: unica realtà italiana del genere in costante crescita che pubblica manuali, saggi e trattatelli sul tiro con l’arco, e, soprattutto, lo fa con continuità e con un certo rigore...

 

L’essenza di ARCO oggi è probabilmente ciò che lo spirito del tempo esige. Si può dissentire sulla sua linea editoriale, sulla sua grafica, sui suoi contenuti, ma i numeri parlano chiaro. A mio parere perciò funziona egregiamente così. Come in politica gli estremismi oggi sembra non infiammino più gli animi, l’equilibrio (con tutte  le sue ipocrisie) tra i “due mondi” dell’arco è sempre più tangibile. La filiera FIARC si è mossa da un addolcito “agonismo” dopolavoristico fatto di idealismo verso una progressiva ridondanza tecnicistica bizantina, e la FITA qua e la accetta dialoghi e occhieggia alle sagome 3D, e fra poco se le farà sue…Che dire, i tempi cambiano. La testata ospita equamente le due realtà “globalizzate”, e dà spazio alle altre “minori”, accoglie le voci e “comunica” a tutti, ma…l’entropia dilaga.

 

Come qualsiasi sistema fisico, che per la seconda legge della termodinamica è destinato a passare da uno stato di ordine iniziale (idee chiare e picchi ideologici) a quello del disordine generalizzato (identità via via miscelate), anche la nostra Cultura arcieristica (con la “C” maiuscola, cioè il modo di vivere l’arcieria dopo cinque secoli dal momento che l’arco ha perso la sua ragion d’essere strumentale) tende al disordine, all’omogeneizzazione. Nei sistemi fisici la condizione finale di questa progressione è contraddistinta da energia “0”, che significa stasi, tecnicamente “morte termica”. Non voglio entrare in polemica, né fare il profeta di sventure, ma un osservatore esterno probabilmente non vedrebbe nulla di sostanzialmente diverso, osservando il fenomeno dall’alto del suo distacco. E qui ARCO è solo il testimone – portavoce dei Tempi.

 

Per me ora nasce la necessità di meditare sul concetto ontologico di arco (e naturalmente, frecce) e il suo rapporto con l’umanità, e provare a fare qualcosa. Cosa è stato e cosa di ciò ci può ancora insegnare. Si scopre una via diretta al “cuore” del bersaglio, una strada per valorizzare la nostra disciplina e rendere meno arido il “consumo” che se ne fa oggi, di arcieria.

Una via di dialogo con altre realtà, che non devono più vedere gli arcieri moderni come una frangia di svitati giocherelloni, che rimpinzano di frecce pupazzi di gomma o cerchi colorati sulla paglia, che usano attrezzi fantascientifici per …tirare frecce come nella preistoria ma con i laser che le guidano a bersaglio; o peggio, che si travestono da damerini cinquecenteschi per una manifestazione storica medievale, e pignolano sulla corda di canapa Vs. dacron.

Insomma, se si vuole uscire dal guscio provinciale che ci siamo auto-costruiti intorno bisogna provare a cambiare modi e maniere di pensare e agire.  Diamo all’arco ciò che si merita, e studiamolo – viviamolo per quello che era ed è. Intorno ad esso si sono fatti e disfatti imperi, si è modificato il comportamento umano nei confronti dell’ ambiente naturale, si sono incise su pietra storie epiche e bibliche, qualsiasi campo dello scibile può confermare questa idea. Valorizziamo questo sapere.

 

Torniamo quindi ad Arcosophia.

Arcosphia non è certo la ricetta risolutiva per i “mali” che ci attanagliano, ma cercherà di trattare Cultura arcieristica, come già annunciato, in modo approfondito. Ospiterà interventi di esperti di settore (non arcieri) che verranno stimolati a produrre materiale inerente la propria disciplina di studio in cui l’arco è elemento transitorio o non secondario. Ha un comitato scientifico (per adesso formato dal sottoscritto, Giovanni Amatuccio e Victoria Jill Brazier) pubblicherà traduzioni di articoli scientifici inerenti le nostre tematiche già apparsi su Pubblicazioni on line scientifiche internazionali, su ogni numero appariranno recensioni di libri d’argomento specifico. 

La prima obiezione che può sorgere è: perché non aumentare le pagine di ARCO e convogliarvi tutto questo materiale, se veramente c’è?

 

I motivi per la sua pubblicazione “separata” sono dovuti ad alcune considerazioni, che elenco:

 

La testata ARCO è decisamente dedicata ad un pubblico specializzato e si è conformata sempre di più ad esso, un’utenza ormai tecnicamente padrona del linguaggio, strutturata comunque in comunità (compagnie d’arcieri) in cui è possibile far circolare e discutere l’informazione ricevendo chiarimenti da chi è in grado (istruttori o opinion leader), avida di notizie che vanno dall’attualità sportiva alla tecnica, dalla storia dell’arcieria alle novità commerciali. Un insieme di notizie destinate ad alimentare la sete di aggiornamento sportivo, la quotidianità dei campi di gara più importanti, le novità commerciali del settore. Rubriche noiose per chi non è parte, interessanti a segmenti differenziati di arcieri. Arcosophia, recapitata ai medesimi utenti, porterà una informazione più approfondita su quelle tematiche trattate in modo percentualmente più marginale su ARCO, e soprattutto gli argomenti “partiranno da zero” come nelle comunicazioni scientifiche, per consentire anche ai non addetti o a quelli alle prime armi una comprensione guidata.

 

ARCO non esce in edicola e difficilmente lo troverete sul tavolino del barbiere mentre aspettate il vostro turno. La comunicazione di ARCO è targettizzata agli iscritti delle due federazioni, e non esce dal guscio del settore. Anche Arcosophia non sarà né edicola né dal barbiere, ma raggiungerà un indirizzario di biblioteche, associazioni, enti di studio e università progressivamente allargato. In questo caso, sarà ARCO a fare da “allegato”…

 

Una rivista come ARCO è sicuramente letta in modo non superficiale (statisticamente ciò è desumibile dal numero di lettere che pervengono in redazione a commento degli articoli) ma spesso, come le altre riviste che contengono attualità, quando l’attualità cessa di essere tale, viene accantonata, tranne rari casi. Arcosophia è destinata ad essere raccolta e rilegata in fascicoli, per essere conservata e consultata nel tempo.

 

La Cultura arcieristica necessita di fonti documentate. Gli articoli di ARCO, per il taglio che hanno, puntano all’ambito divulgativo e per di più in modo spesso frammentario e non organizzato (per la vocazione della stessa rivista e per la discontinuità dei contributi, non per mancanza di una regia valida). In più, la stessa “cultura in voga” è permeata di luoghi comuni, molto spesso sparsi da guru improvvisati che godono di potere provinciale…Arcosophia prova a partire dalle origini del sapere arcieristico, e cercherà di andare avanti.

 

Per ultimo, è dal 1996 che auspico (assieme ad amici e colleghi come Giovanni Amatuccio) la nascita di una testata che parli di arco e frecce, i cui contenuti possano destare interesse ad un pubblico diverso dagli arcieri praticanti e non i campi di tiro, e che stimolino questi ultimi ad una visione della loro attività un po’ più radicale. Un pubblico allargato, che sia in grado di apprezzarne il messaggio culturale e – di conseguenza – condividerne tutti gli effetti, perché no, anche quelli ludico-agonistici, ma per naturale ricaduta e con uno spirito diverso.

Arcosophia non ha né bandiera federale né partito. Vuole essere uno strumento di stimolo ed arricchimento per tutti, un supporto per gli istruttori e le scuole di tiro, e un medium per dialogare con altri ambiti nel campo della ricerca offrendo anche modelli didattici interculturali. I suoi contenuti saranno primariamente scientifici, permetteranno approfondimenti, e saranno pubblicati solo se provvisti di una adeguata documentazione bibliografica. E’ prevista una sua diffusione in ambito accademico, dove è necessario ri-formare le idee sul background di una attività che è “anche” sportiva.

 

Arcosophia parte avventurosamente, come la sua madrina, ARCO, fece quindici anni fa. Ho assoluta fiducia nello staff di redazione, nei colleghi del comitato scientifico e nei collaboratori individuati, pronti a dare il loro contributo per le prime uscite. Ho fiducia che sarà letta, discussa e utilizzata. Ho fiducia pure che chi ha qualcosa di buono da offrire, non tarderà a farsi vivo.

 

Vittorio Brizzi

 

Home | significati | in edicola | database collaborare | team | | guida al mercato

2006© Greentime s.p.a. Editore - Tutti i diritti riservati