Arcosophia n.8
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Il primo manuale tecnico pubblicato in Italia di Elena Nencini
All’inizio del ’900 l’Italia, rispetto alla disciplina sportiva del tiro con l’arco, è terribilmente arretrata, sia dal punto di vista tecnico che da quello teorico: bisogna aspettare il secondo dopoguerra perché nascano una Compagnia e delle gare! Un breve e inaspettato episodio relativo all’arco, dal punto di vista sportivo, riguarda le donne in epoca fascista (come ho scritto in un precedente articolo), questa disciplina, infatti, non trova riscontro in ambito maschile fino alla metà degli anni ’50. L’unico testo tecnico che compare in questo periodo (Giusi Pesenti, patron del Roving di Nese, mi ha detto che era il testo su cui aveva appreso i primi rudimenti) è “Un antico sport: il tiro con l’arco” in una delle riviste più in voga in ambito sportivo a partire dagli anni ’20 del secolo scorso, “Lo sport fascista” (n.8, agosto 1930, pp. 47-51). L’articolo, a firma di Emilio Brambilla (definito “appassionato cultore e volgarizzatore di ogni sana disciplina sportiva”) presenta una breve panoramica sulla storia del tiro con l’arco, a partire da greci, sciti, parti e cretesi con citazioni dall’Odissea (tav. 1).
Tra storia e mito L’autore si muove ancora in un clima dove è facile confondere la storia e il mito: “Domiziano, ultimo dei Cesari, era un abilissimo tiratore d’arco. Oltre ad abbattere gli animali, infiggendo le frecce sul corpo della bestia, una a destra e l’altra a sinistra, collocava un fanciullo ad una certa distanza con la mano destra levata in aria e con le dita allargate; era tanta la sua maestria e la sicurezza del suo occhio che le frecce passavano tra le dita senza nemmeno sfiorare la pelle”. Brambilla continua nominando personaggi leggendari come Robin Hood, ma passa poi a citare testi più seri, dimostrando una buona conoscenza di altre realtà del mondo arcieristico. Parlando, infatti, della Cornovaglia trae le sue notizie da un testo del XVII sec. “Surwey of Cornwall” dove si racconta che gli arcieri si servivano di: “…frecce di un braccio di lunghezza, che lanciavano fino alla distanza di 24 volte 20 passi trapassando ancora un’armatura di tempra ordinaria”. L’autore cita, inoltre, diversi aneddoti sul mondo arcieristico inglese di cui sembra avere una buona conoscenza.
Tradizioni secolari Se l’arcieria italiana è all’epoca inesistente, Brambilla spiega invece che in Olanda, Francia e Belgio ci sono numerosi tiratori. La Francia ha ben “900 società antichissime, delle quali più di un centinaio hanno da uno a tre secoli di esistenza sparse in tutte le province, con un totale di 25.000 arcieri”. Lamenta poi la situazione italiana: “…in Italia non ci risulta che vi siano state Associazioni speciali coltivanti il tiro con l’arco, ma solo apparizioni sporadiche in feste sportive o ginnastiche, in gare riservate al sesso debole. Mentre negli altri Paesi son gli uomini che generalmente si occupano di tale esercizio, da noi, chissà perché, lo si ritiene una ricreazione femminile come il diabolo, il cerchio od il salto con la corda”.
Un reperto d’epoca, alto 158 cm in legno di frassino.
Tecnica approssimativa La situazione italiana è ben delineata in queste ultime parole. Brambilla prosegue entrando nella parte più propriamente tecnica: nonostante alcuni suggerimenti naif l’autore mostra di avere letto manuali inglesi o francesi, a partire dalla descrizione di come deve essere fatto un arco, semplice o composto, aggiungendo che i francesi usano archi smontabili in tre pezzi, molto pesanti. Suggerisce inoltre la classica impostazione tradizionale da tiro alla targa inglese, nessun riferimento all’America nonostante le gare sportive vi si tengano dal 1829, probabilmente dovuta al clima politico di quegli anni. Brambilla passa poi ad affrontare la lunghezza dell’arco con un’impostazione standardizzata: l’arco sarà lungo 155 cm, ovvero 61 pollici (tav. 2), quindi probabilmente si trattava di un arco semplice o arco dritto come quello presentato nelle immagini che, infatti, misura cm. 158 (foto 2). Inesatto invece quando spiega il libbraggio di un arco. Determinate affermazioni fanno pensare ad una cattiva traduzione da un manuale, forse, inglese: “… per esempio il numero 45 marcato sull’arco significa che è necessario un peso di 45 libbre per i maschi e di 24 per le femmine”. Standardizzata anche la distanza fra il centro dell’arco e quello della corda tesa, cioè 66 cm, che corrispondono a 26 pollici, di poco inferiori ai 26 ¼” (allungo standard Amo) vicini alla misura dei 28 pollici odierni che vengono calcolati, per la lunghezza della freccia, tenendo conto dello spessore della finestra. Corrette anche le misure per le frecce 68-70 cm di lunghezza per gli uomini, mentre 64-65 per le donne e sottolinea l’importanza che “il peso deve essere uguale per tutte le frecce adoperate da uno stesso tiratore, poiché un sol grammo di differenza influisce notevolmente sulla traiettoria della freccia”. A suffragare la conoscenza del mondo arcieristico, ed in particolare di quello inglese, Brambilla quando parla degli accessori, dice che gli inglesi non usano il guantino di cuoio, ma “…speciali coperture di cuoio (tips) per le singole dita. Eventualmente si può adoperare anche un semplice pezzo di legno duro con una scanalatura nel mezzo”. Interessante quest’ultima affermazione che potrebbe far pensare ad un primitivo sgancio meccanico. All’Inghilterra rimanda ancora la descrizione dei bersagli, di cui fornisce una dettagliata spiegazione anche dei punteggi, che corrispondono allo “York round” per gli uomini (60-80-100 iarde) e “National Round” per le donne (50-60 iarde). Standardizzate alcune indicazioni come questa: “come norma generale, si ritiene che un tiratore discreto debba sempre colpire il bersaglio quando il diametro dello stesso è di tanti centimetri quanti sono i passi della sua distanza dalla linea di tiro”. Classica posizione “… a gambe divaricate infuori, talloni a terra sulla linea retta in direzione del centro del bersaglio, fianco sinistro rivolto verso la meta” è consigliata all’arciere (tav. 3), così come classica è la posizione dell’arco obliquo davanti al corpo ed una presa tradizionale a tre dita. Da sottolineare il consiglio di non flettere il polso. Nel parlare del tendere l’arco, Brambilla si contraddice: se, infatti, la figura rimanda ad un aggancio al mento, nella descrizione l’autore cade in errore consigliando una trazione di 18 cm (sic!!!) per gli uomini e di 16 cm per le donne. Ma non di misure sbagliate si tratta, infatti nelle righe successive ribadisce: “in media si può dire che la tensione dell’arco è di circa ¼ della lunghezza della freccia”. Vale a dire eseguire una trazione pari a zero dell’arco! Alla luce di queste dichiarazioni, si capiscono meglio le trazioni eseguite dalle giovani accademiste (vedi filmati dell’Istituto Luce sul sito www.luce.it) che tanto mi avevano fatto sorridere la prima volta. Dopo queste affermazioni stupiscono, invece, sottigliezze come “… durante la tensione si deve evitare di estendere rigidamente il braccio sinistro che regge l’arco per non provocare uno spostamento della freccia verso sinistra”.
L’impugnatura e (sotto) la protezione. Si noti il riporto “barbaramente inchiodato con due piccoli chiodi di acciaio” posto dalla parte in cui l’arco è sottoposto a trazione.
Tra istintivo e mirato Al paragrafo dedicato al tiro vero e proprio Brambilla consiglia: “la linea di mira ha un sol punto di riferimento, cioè la punta della freccia, che costituirebbe il mirino”, sottolineando - e lo colloca tra i “Difetti di puntamento” - che “… la posizione del calcio della freccia stessa non può essere controllata esattamente dall’occhio”. Suggerisce poi due diversi metodi di tiro, cercando un metodo che sia valido nelle più svariate distanze del tiro alla targa: “generalmente si ammette che per distanze inferiori a 35 metri, si deve regolare l’angolo di inclinazione del tiro secondo l’intuito, senza punto di riferimento con l’estremità della freccia. A 45 metri si punta col mirino sul disco, a 50 metri circa si mira esattamente nel centro del bersaglio”. L’intuito si mescola con la mira. A chiudere, una generalizzazione, dove ancora l’autore fa trasparire come si muova tra conoscenze spesso teoriche e non applicate, parlando, infatti, dello sforzo muscolare dell’arciere: “…si calcola che tirando in un bersaglio posto a 50 metri di distanza (...) l’arciere deve ogni volta compiere uno sforzo di sollevamento che parte dai 15 ai 25 kg per tendere l’arco”. Senza calcolare che, naturalmente, dipende dal libbraggio dell’arco.
Particolare del tip superiore, intagliato nel legno.
Conclusioni Di questo manuale preme sottolineare innanzitutto che è il primo mai pubblicato in Italia che era in una condizione molto inferiore dal punto di vista della tecnica rispetto ad altri stati europei come Francia, Belgio e Inghilterra, in cui, invece, la tradizione medievale si era conservata e arricchita nel corso dei secoli. Giusi Pesenti, che si può ritenere il “padre” dell’arcieria sportiva moderna italiana, ha raccontato che il suo primo approccio con l’arco gli venne dall’amico di famiglia Antonio Locatelli che dopo aver combattuto in nord Africa, nel 1936, gli portò un arco somalo, un arco adatto per un ragazzino di 12 anni, di piccole dimensioni, che si può definire un arco dritto (foto 4). È proprio seguendo le indicazioni del manuale di cui si parla in questo articolo che Pesenti apprese i rudimenti per cominciare a tirare con l’arco, ma soltanto nel 1956 Paolo Polo istituì al Tiro a segno di Treviso la prima Compagnia arcieristica italiana che tenne lo stesso anno il primo torneo. Sono passati quindi ben 26 anni dalla pubblicazione di questo manuale prima che in Italia l’arco diventasse a pieno titolo una disciplina sportiva. Oltre a rappresentare una testimonianza storica di indubbio valore, questo libro dimostra i contatti con il mondo arcieristico inglese ed europeo e ribadisce, al di là di alcuni errori, un’impostazione tradizionale del tiro alla targa, mescolando mira ed istinto, ma che attesta anche il ritardo dell’Italia a confronto di altri Paesi europei vicini a noi, per non parlare poi dell’America dove era ben diverso, invece, in quegli anni il futuro annunciato dell’arcieria.
l’arco africano, donato da Antonio Locatelli, con cui Giusi Pesenti iniziò la sua carriera d’arciere negli anni ’30!
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