Arcosophia n.7
 

Supplemento al n.7 di Arco - Novembre/Dicembre 2007


 

1. Editoriale

Giochi e giocattoli
di Vittorio Brizzi
 

2. Un processo di ingegneria inversa
sulla cuspide in selce di Tabina 1

di Vittorio Brizzi
 

 3. La via pubblica e privata nell’India antica
(Prima parte)

di Vittorio Brizzi
 

4. Le balestre di corno a Venezia nel ’200
di Alessio Cenni
 


 

 

Le balestre di corno a Venezia nel ’200

di Alessio Cenni

 

In seguito alle crociate la balestra divenne un’arma d’importanza strategica in tutta l’Europa occidentale. Quasi ovunque venivano fabbricate balestre con l’arcone di legno, ma al principio del secolo XIII era iniziata anche la produzione di arconi compositi in corno e tendine. Questi ultimi erano più efficienti e meno ingombranti, le loro prestazioni erano perciò molto apprezzate. L’arte dell’arco composito era di origine mediorientale e nel Medioevo l’unico modo in cui una comunità o un regno poteva acquisire una nuova tecnologia era quello di chiamare dall’estero maestri esperti per produrre ed insegnare l’arte ad apprendisti del luogo. Uno dei centri in cui si sviluppò una fiorente produzione di balestre composite fu Venezia. La corporazione dei “balistari” veneziani aveva una regolamentazione severa, tutelata dallo Stato. Le ottime balestre servivano non solo per armare le galee della Repubblica, ma costituivano una voce importante delle esportazioni, ovviamente solo verso Stati alleati con Venezia. Oggi è sopravvissuto un frammento o meglio un’aggiunta del 1278 allo statuto dei fabbricanti di balestre veneziani. Il testo è scritto in una lingua a metà strada tra il latino e il dialetto veneziano del ’200. Usa molti termini tecnici gergali, perfettamente intesi da balestrai e ufficiali veneziani di allora che, invece, noi oggi siamo costretti a interpretare con fatica. Qui di seguito sono tradotti in italiano e sintetizzati i 26 articoli del “Capitolare de Balistaris” che ci danno uno spaccato non solo delle tecniche ma anche della organizzazione del lavoro e del modo di ragionare dei costruttori di balestre e archi del Medioevo. Abbiamo, inoltre, aggiunto a molti articoli un breve commento interpretativo basato su ricerche ed esperienze personali.

 

 

 

I 26 articoli del “Capitolare de Balistaris”

 

I. Giuro sui Santi Vangeli di Dio di dire onestamente con quale tipo di corno è fatto l’arcone, se di stambecco o di altra bestia. E se saprò che qualche collega non rispetta questo giuramento lo denuncierò alle autorità. (Il corno di stambecco era stato riconosciuto come eccellente materia prima e ci si preoccupava di disciplinare la produzione per garantire la buona fama delle balestre veneziane e dei loro artigiani).

II. Che ogniuno lavori in buona fede e senza inganni.

III. Non si riparino vecchie balestre se il corno dell’arcone è rotto. In questo caso l’arcone va sostituito del tutto perchè non sarebbe più affidabile.

IV. D’ora in poi è proibito fare arconi in corno di capra salvo per coloro che ne hanno vecchie rimanenze in bottega. (La produzione veneziana si stava orientando sull’alta qualità in corno di stambecco di provenienza alpina).

V. Nessun maestro potrà riparare una balestra bastarda. (Bastarda... ovvero illegittima o mista. Si trattava probabilmente di balestre già rimaneggiate, recanti i marchi di maestri diversi e quindi ormai molto al limite delle garanzie di qualità. Articoli: VI e XII).

VI. Se un maestro accetta di riparare una balestra non sua deve aggiungerci anche il suo marchio e prendersene la responsabilità.

VII. Nessun maestro osi munire le sue balestre con chiavi e staffe da esportazione. (Chiave, manetta di sgancio, e staffa erano le parti in ferro della balestra, il balestraio le acquistava dal fabbro e anche qui c’era una produzione eccellente e una di seconda scelta da non usare per le balestre veneziane).

VIII. Nessun maestro osi munire la balestra con una noce che non abbia il dovuto rinforzo di ferro infisso nella parte di sotto. (La noce era fatta in materiale organico come corno di cervo o legno di bosso, il rinforzo in metallo la salvava dal logorio causato dal contrasto con la chiave di ferro).

IX. Le stecche di corno dell’arcone devono essere curvate con il sapone e non con sola acqua. (L’arcone era composto da stecche di corno incollate fianco a fianco. Dopo averle tagliate veniva dato loro il giusto profilo curvandole a caldo. Un metodo molto efficace per scaldare il corno senza danneggiarlo consiste nell’immergere le stecche in una pentola colma di una densa soluzione bollente di sapone di Marsiglia. Questa saponata raggiunge bollendo una temperatura più alta della sola acqua, probabilmente vicino ai 150°. Le stecche di corno divengono estremamente duttili con soli due minuti di immersione evitando così i danni di una più lunga bollitura in acqua a 90°-100°).

X. Nessun maestro cambi il colore del teniere di legno per la balestra prima di averne contrattato il prezzo col committente. (Il teniere delle balestre era fatto con legni più o meno pregiati: faggio, acero, ciliegio, noce. Nel corso dell’anno il maestro lavorava i tenieri per averne un certo numero pronti e consentire una scelta).

XI. Non si usi per le balestre altra corda che non sia di spago eccellente, fatto di canapa e non di lino. (Evidentemente alla canapa era riconosciuta una maggiore robustezza o resistenza all’usura, lo spago era acquistato presso cordai specializzati).

XII. Ogni maestro è obbligato ad apporre il suo marchio sulle balestre prodotte, sia sull’arcone che sul teniere.

XIII. Nessun maestro osi legare al teniere un arcone di sezione rotonda senza fissare al detto arco con colla e tendine uno scanellum. (Per assicurarsi che la posizione dell’arco rimanga stabile con l’uso).

XIV. Nessuno osi tendinare un arcone che non sia di due o tre stecche, né sul dorso né in altri punti, prima di averne contrattato il prezzo col committente. (Gli arconi di maggior pregio erano fatti con due o tre stecche di stambecco, le cui grosse corna sono lunghe circa 90 cm. Quelli fatti con molte stecche più piccole dovevano poter essere esaminati per valutare la perfezione delle giunture prima che il tendine li ricoprisse).

XV. Non si contratti un teniere prima che vi sia praticata la trafitta. (La trafitta è probabilmente il foro in cui passa la corda che lega l’arcone al teniere. Deve essere di misura e in posizione tale da non pregiudicarne la robustezza).

XVI. Saranno eletti tra i maestri di questa arte tre supervisori per ispezionare ogni laboratorio almeno una volta al mese e riferire di ogni scorrettezza che verificheranno.

XVII. Questi supervisori imporranno le multe necessarie e dovranno denunciare ogni tentativo di impedire loro l’ispezione in qualsiasi laboratorio di balestraio.

XVIII. Che nessun maestro osi dire male parole o ingiurie a questi supervisori nello svolgimento del loro ufficio.

XIX. Che nessuno, né veneziano né forestiero, osi lavorare all’arte delle balestre a Venezia senza prima iscriversi, giurare sui regolamenti e indicare il suo proprio marchio di fabbrica. (Ogni costruttore di balestre era obbligato ad assumersi precise responsabilità sia verso i colleghi che con le autorità).

XX. Che nessun maestro osi vendere allo stesso acquirente più di due balestre, anche attraverso un prestanome. (L’acquisto di molte di queste armi da parte di un solo individuo era indizio di un traffico illecito o il tentativo di armare una fazione politica).

XXI. Che nessun forestiero giunto a Venezia osi lavorare per più di otto giorni alle balestre senza prima iscriversi all’arte e giurare sui regolamenti. (L’eventuale forestiero doveva essere integrato e porsi sotto la giurisdizione dell’autorità veneziana per preservare i segreti tecnici concernenti la fabbricazione).

XXII. Chi aspira alla qualifica di maestro balestraio deve versare alla corporazione la cifra di ingresso stabilita.

XXIII. Nessun maestro osi portare balestre finite al mercato per venderle. (Era un’altra clausola per tenere sotto controllo il commercio delle balestre. Non dovevano essere assemblate e vendute armi simili al di fuori di committenze prestabilite e legali).

XXIV. Nessun maestro osi lavorare o far lavorare dai suoi apprendisti arconi deteriorati o con scheggiature sollevate sul dorso. (Dato che l’arcone composito era completamente rivestito di tendine e pelle si scoraggiava la tentazione di impiegare corno scadente).

XXV. Ogni maestro deve impegnarsi ad adattare con cura nel teniere la chiave, che sia posizionata adeguatamente nell’alloggio per la noce. (La buona messa a punto del meccanismo garantiva la resistenza all’enorme sforzo e la facilità di scocco della freccia).

XXVI. Che nessun lavoratore di altre arti osi lavorare alle balestre più di otto giorni senza prima iscriversi, giurare e pagare la quota d’ingresso. (L’uso di manodopera non qualificata doveva essere solo occasionale. Ogni singola corporazione di mestiere poi svolgeva anche funzioni di sindacato, rappresentanza politica e mutuo soccorso tra gli iscritti).     

 

 

 

 

 

 

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