Arcosophia n.6
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Le paladine del regime di Elena Nencini
La storia della partecipazione delle donne alle attività sportive costituisce un capitolo a sé, ma sicuramente in Italia (rispetto ad altri paesi europei, per non parlare degli Stati Uniti) questo avviene molto tardivamente. È quindi particolarmente interessante scoprire che l’uso ludico-sportivo del tiro con l’arco nel nostro Paese, in epoca moderna, non è legato al mondo maschile, bensì compare come attività sportiva femminile, e per di più in un periodo, il fascismo, in cui le donne sono legate a determinati stereotipi di moglie e madre.
Lo sport diventa femminile Nel XX secolo, a partire dagli Stati Uniti, le donne si avvicinano a diversi sport e anche il tabù delle Olimpiadi, creato dal suo inventore il barone de Coubertin, fortemente contrario alla presenza femminile nello sport, viene infranto. Ai Giochi Olimpici le donne apparvero per la prima volta nella seconda edizione, nel 1900 a Parigi, con tennis e golf. Nel 1904 alle Olimpiadi di Saint Louis tra le specialità femminili si trova il tiro con l’arco, ma soltanto nel 1912 a Stoccolma le donne sono ammesse ufficialmente. Secondo de Coubertin, infatti, “I Giochi olimpici devono essere riservati agli uomini, il ruolo delle donne dovrebbe essere, prima di tutto, come nelle gare antiche, quello di coronare i vincitori”. Il tiro con l’arco maschile ricompare ai Giochi del 1908, a quelli del 1920 per scomparire fino al 1972, quando a Monaco di Baviera sarà riammesso. Nel XIX secolo si afferma l’idea dell’importanza della ginnastica per la salute dell’individuo ed anche in Italia nella seconda metà dell’Ottocento aumenta la consapevolezza dell’importanza dell’attività fisica per la donna, per renderla più resistente, forte e in grado di assolvere al compito primario della maternità. E sarà il fascismo a farne la propria bandiera, la donna fascista doveva essere: “…fisicamente sana, per poter diventare madre di figli sani, secondo le regole di vita indicate dal Duce”. La figura della donna-atleta comincia ad affermarsi intorno agli anni Venti, avversata dall’opinione pubblica e vista invece con favore negli ambienti medico-sanitari. In Italia, la pratica dello sport al di fuori delle attività scolastiche rimane per lungo tempo quasi sconosciuta alle donne, fatta eccezione per alcune specialità come il golf, il tennis e il tiro con l’arco, che permettevano di mantenere un atteggiamento decoroso. Ed ecco quindi che per formare le giovani donne, nello spirito e nel corpo, si dà questo consiglio: “Le donne sono nate per procreare più che per lottare. Gli esercizi che a loro più convengono sono quelli che contribuiscono allo sviluppo ed alla saldezza del bacino e sono la marcia, la corsa, gli esercizi ritmici, i lanci del disco e del giavellotto, i pesi leggeri con attrezzi proporzionati al loro sviluppo (mai in competizione coi maschi), i vari giochi colla palla lanciata”. Naturalmente esclusi alle donne sport violenti o poco eleganti come lotta, boxe, football, rugby.
Il fascismo e le esibizioni Il fascismo amava molto le esibizioni, i concorsi, i saggi ginnici, per Mussolini lo sport fu una delle tante carte che mise sul tavolo per conquistare il popolo, puntando al controllo totale della società, lo sport e l’educazione giovanile erano un mezzo per favorire lo sviluppo di una cultura fascista e per formare il carattere del cittadino. È proprio a Roma, allo stadio della Farnesina, che nel 1922 si svolge un saggio ginnico dove le giovani atlete si cimentano in un’esibizione di tiro con l’arco, alla stregua di uno spettacolo. Il Regime cercò di formare il suo tipo di donna ideale la “nuova italiana”, si trattò di una vera e propria politica per la formazione della donna che veniva istruita nell’economia domestica, nell’educazione all’infanzia, nell’assistenza sociale ed educata alla salute e a una sana maternità attraverso l’introduzione dell’educazione fisica e dello sport femminile. Dal ’30 in poi si dovettero fare i conti con la Chiesa che considerava lo sport d’ostacolo al matrimonio ed alla maternità, conseguentemente non si parlò più di sport vero e proprio, ma di attività moderatamente sportiva. Grande scandalo creò il primo concorso ginnico-sportivo per le Giovani italiane, tenutosi a Roma nel 1928, dove AugustoTurati, segretario del Partito nazionale fascista, volle tra le gare del concorso una prova di tiro con il moschetto. Si alzò un’ondata di critiche e indignazione, la Chiesa insorse, temendo una mascolinizzazione della donna.
Ed ecco, quindi, che il moschetto viene eliminato ed ai concorsi di ginnastica femminile viene inserito il tiro con l’arco, probabile rimando ad un’immagine classica di Diana cacciatrice, ma anche sport aggraziato e decoroso. Nel 1931, al concorso ginnastico internazionale di Venezia, tra le specialità in cui devono gareggiare le donne accanto al salto in alto, alla corsa e alla pallaspinta, compare il tiro con l’arco. Nel 1932 nasce l’Accademia femminile fascista di educazione fisica di Orvieto, i programmi erano ispirati all’Accademia maschile della Farnesina, i principi a cui si ispirava erano chiari, come spiega Piero Bargellini, ispettore del Ministero dell’educazione nazionale e figura di spicco del regime: “l’atletismo deforma la naturale costituzione femminile; ma una retta educazione fisica quasi proporziona le membra alle facoltà dell’anima e rende più armoniosa e serena la gioventù di queste fanciulle”. Ecco quindi che i corsi prevedevano teoria e pratica di alcuni sport, ma anche tirocinio di comando, tecnica dell’organizzazione, lavori femminili, anatomia, igiene e puericultura. All’Archivio di Stato di Orvieto un documento dell’Accademia sulle norme programmatiche e regolamentari per le organizzazioni delle Piccole e Giovani italiane recita così: “l’educazione fisica femminile dovrà prefiggersi di elevare il potere di resistenza dell’organismo e di migliorare la conformazione estetica delle fanciulle e delle giovinette, rimanendo esclusa qualsiasi forma agonistica o comunque atletica (…) Dovrà altresì creare le condizioni indispensabili affinché nelle giovinette si coltivi e si potenzi quel senso di misurata gaiezza, di generosità, di fiducia nelle proprie forze, di disciplina della volontà: di perfetto equilibrio cioè tra corpo e spirito che costituisce (…) il presupposto necessario per la loro vita futura di giovani, di spose, di madri, capaci della più tenera dolcezza come del più serio eroismo”. Le foto conservate all’Archivio di Stato di Orvieto, dove è confluito tutto il materiale dell’Accademia, soppressa poi alla fine della Seconda Guerra mondiale, ritraggono diverse accademiste che tirano con l’arco. Così come è possibile visionare degli interessanti filmati d’epoca (italiani e stranieri) sul sito dell’Istituto Luce (www.luce.it). Non mancano esibizioni o gare, dalle Olimpiadi della bellezza di Firenze del 1931 alla gara di Treviso del 1939, ma resta la sensazione che manchi una vera conoscenza dell’arco e delle regole da seguire nel suo utilizzo.
Una tecnica approssimativa
Dalle immagini si vede che le povere ragazze adottano una presa primaria sulla corda, un allungo approssimato, posizionato tra petto e mento e non convenzionale sulla trazione, con i gomiti drammaticamente bassi. Gli archi impiegati sono long bow in stile inglese con frecce di legno. Maggiori dettagli si possono desumere dai filmati accorgendosi che spesso le manifestazioni in cui si tirava con l’arco non erano gare sportive, ma generiche esibizioni (Vicenza 1934, Dopolavoro ferroviario), in contesti spesso conviviali. È sconfortante notare come la tecnica di tiro sia assolutamente personale, che gli allunghi sarebbe meglio definirli accorci e che la tecnica complessiva è molto approssimativa secondo i dettami della tecnica moderna. Passando ad episodi a dir poco spassosi come l’esibizione di Roma del 1931dove le Giovini italiane tirano inginocchiate, sbilanciate all’indietro, poi si alzano, si mettono a correre e tirano nuovamente a pochi metri dal paglione. Con i risultati che si possono ben immaginare. Se dalle fotografie e dalla mancanza di un vero e proprio manuale si deduce una certa ingenuità rispetto a come veniva insegnato il tiro con l’arco, risalta un articolo di Emilio Brambilla, pubblicato nel 1930 su “Lo sport fascista”, dove vengono date indicazioni un po’ semplicistiche, ma dettagliate e strutturate, sul modo di tirare, sulle frecce, sulla posizione di tiro e sull’esecuzione, che fanno pensare ad una conoscenza delle realtà arcieristiche che avveniva negli altri Paesi europei. Si tratta di una sorta di piccolo manuale di appena cinque pagine, dove però si parla del tiro con l’arco come di una vera e propria disciplina sportiva. Soltanto verso gli anni ’50 si comincerà in Italia a parlare di arco come disciplina sportiva con i Roving del bergamasco. Un’ultima curiosità: nel progetto del Dopolavoro Mirafiori a Torino (Fiat) presentato nel 1937, trova spazio anche un campo di tiro con l’arco, vicino a quelli per tennis, carabinetta, pallavolo, pallacanestro, tiro al piattello, tamburello.
Ringraziamenti Si ringraziano per la disponibilità e i consigli l’Archivio di Stato di Orvieto e la Biblioteca di storia contemporanea “Oriani” di Ravenna
Bibliografia - Accademiste a Orvieto: donne ed educazione fisica nell’Italia fascista 1932-1943, a cura di Lucia Motti, Marilena Rossi Caponeri, Ponte S. Giovanni, 1996. - Isidori Frasca Rosella, …e il Duce le volle sportive, Bologna 1983. - Mondella Elisabetta, La nuova italiana: la donna nella stampa e nella cultura del ventennio, Roma 1987. - Lo sport fascista, rassegna mensile illustrata, 1928-1932. |
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