Arcosophia n.5
 

Supplemento al n.5 di Arco - Giugno/Luglio 2006


 

1.Editoriale

di Vittorio Brizzi

 

2. Reverse enginnering dell'arco di Otzi

di Vittorio Brizzi, Tim Baker e Dick Baugh

 

3. Recreational Archery: India

di Jill Victoria Brazier

 

4. Man The Hunter:il appunti sul ruolo dell'uomo cacciatore nell'evoluzione
di  V. Brizzi, C.Peretto

  

 

L’Arco di Ötzi

 

di Vittorio brizzi, tim baker, richard baugh

 

Era un manufatto terminato o in corso d’opera? Quali sono i criteri di indagine per fare luce su questo interrogativo? Qui la sintesi dei primi risultati sul processo di “ingegneria inversa” sull’interpretazione funzionale del probabile arco di Otzi. Un lavoro appena iniziato…

 

Fig.1. parte anteriore (?) dell’arco di Ötzi

Il mistero della morte dell’Uomo dei Ghiacci crea dibattiti inestinguibili da circa quindici anni. Centinaia di studiosi da tutto il mondo cercano di accrescere la conoscenza del mondo preistorico applicando energie sulla straordinaria scoperta, cercando di desumere dai suoi manufatti e dalla sua biologia un quadro organico d conoscenze sul nostro passato.

Ötzi è un “unicum” assoluto dal punto di vista scientifico. Di mummie preistoriche nel mondo ne sono state trovate centinaia, alcune antiche quanto lui, ma di situazioni oggettive simili non se ne parla proprio. La maggior parte di esse, la quasi totalità, sono riferibili a sepolture deliberate, in cui il processo di mummificazione è stato indotto dall’uomo oppure permesso dalle particolari condizioni climatiche ed ambientali. Sepolture che raccontano comunque moltissimo del soggetto mummificato, che forniscono interessantissimi dati sulla fisiologia, biologia e sulla genetica dell’uomo e sul suo vissuto, ma che comunque rimangono “solo” indicatrici e testimoni di un processo rituale o religioso, narranti un particolare e specifico aspetto sociale e culturale, quindi.

Ötzi è invece una “fotografia” di 5200 anni fa. La sua peculiarità è che è stato “congelato” nel tempo con gli attributi e gli elementi della sua cultura materiale quotidiana, e la enorme messe di oggetti funzionali ritrovati accanto a lui permettono di ipotizzare una ricostruzione del suo modo di vivere, della sua personalità, e delle sue abitudini. Un monitor culturale enorme, in un periodo (l’età del rame) che ci ha dato tantissime informazioni grazie all’archeologia di scavo, ma che molto raramente ci ha permesso di ricostruire interamente e coerentemente la catena delle conoscenze.

Se non si fossero verificate quelle condizioni ambientali favorevoli che hanno permesso il suo rapidissimo congelamento e la sua ricomparsa (grazie al repentino innalzamento della temperatura) in una epoca particolarmente sensibile alle ricerche sul passato, probabilmente avremmo perso questa possibilità. Oppure si sarebbero trovate solo l’ascia in rame (senza manico) due cuspidi di selce (quelle trovate meravigliosamente connesse alle aste – con residui di impennaggio!) qualche altro utensile litico e la lama del pugnaletto, anch’essa in selce. Il tutto probabilmente disseminato su un’area vasta e quindi difficilmente interpretabile come killing-site. La totalità dei materiali e tessuti organici, abbigliamento ed ossa comprese, sarebbero andate ovviamente perse.

 

L’arco ritrovato: manufatto terminato o in corso d’opera?

 

Anche l’arco di Ötzi sarebbe andato perduto completamente, quindi. Invece, caso esemplare tra tutti i contesti mondiali[1], è stato recuperato semi-integro[2], come pure una ricca collezione di frecce, tra cui alcune complete (2) e realizzate con estrema maestria.

Cosa si può arguire da questi reperti? Si tratta di oggetti finiti o in corso di realizzazione? Molte cose si possono dedurre analizzando i dati forniti dalle analisi e dalle misurazioni. Ma altri rimangono un interrogativo, legati indissolubilmente al mistero della sua vicenda che lo ha condotto alla morte. In un precedente articolo[3] espressi alcune congetture dall’analisi delle due frecce complete ritrovate in faretra. Il rapporto evanescente che le lega con le altre dodici incomplete può suggerire alcune ipotesi intriganti, inerenti lo scenario immediatamente precedente alla freccia fatale che lo colse nella schiena. Determinare con ragionevole certezza che le frecce complete fossero elementi recuperati appartenenti agli aggressori (considerando le innumerevoli tracce d’uso che le cuspidi in selce mostrano all’analisi funzionale[4]) farebbe pensare ad una fuga precipitosa, con il nostro protagonista che raccoglie l’indispensabile di una attrezzatura ancora inutilizzabile e gli utensili necessari per poterne ultimare la lavorazione al sicuro, tra i monti dell’ Ötzaler Alp.

Conseguentemente, anche l’arco potrebbe essere in fase avanzata di lavorazione ma ancora non terminato. Questo rimarrà ancora per un bel po’ campo di congetture. Mentre le dodici frecce con solo l’incavo per la cuspide non fanno dubitare, l’arco rappresenta un rebus.

Per provare a rispondere a questa domanda abbiamo costituito un gruppo di lavoro con Richard Baugh, archeologo sperimentale con un lungo passato in ingegneria strutturale e che da anni pubblica studi sulla fisica delle armi da getto preistoriche, e Tim Baker, conosciutissimo co-autore dei tre volumi della “Traditional Bowyer’s Bible”. Con loro si è sviluppato progressivamente un brain storming interessante che ha alimentato un lavoro che potrà avere futuri sviluppi.

Per prima cosa si è cercato di elaborare un modello predittivo delle caratteristiche balistiche interne dell’arco, utilizzando i dati a nostra disposizione ed usando le leggi della fisica. I dati consistevano nelle misure dimensionali, nella geometria del manufatto, nel materiale costituente (Taxus baccata) e nella struttura degli anelli di accrescimento interni[5].

L’arco presenta una geometria simmetrica con una sezione grosso modo ellittica (in realtà, nella parte centrale la sezione assomiglia più ad un profilo a ferro di cavallo, vv. fig.3).

 

fig.2 – l’arco

 

L’arco, come è noto, non è integro (fig.2), anche se nel sito inizialmente lo era. Venne  rotto da Marcus Wiegele per un “increscioso” incidente avvenuto durante le prime fasi di recupero, impietosamente filmato dalle telecamere nei primi giorni della scoperta. L’arco sporgeva dal terreno del canalone roccioso, formando un angolo di circa 40° con il cornicione su cui poggiava l’estremità superiore, tra due lastre di pietra verticali. Era conficcato nel ghiaccio per circa 40 cm. e molto probabilmente l’Uomo dei Ghiacci lo aveva posto in quella posizione intenzionalmente[6].  Delle due parti che oggi possiamo osservare, quella più lunga misura 142 cm.  Totalmente la sua lunghezza doveva essere di circa 182 cm. Abbiamo a disposizione le dimensioni al centro, ad un quarto e a tre quarti dalla parte superiore(tab.1)

 

Distanza dal centro (cm.)

Larghezza (mm)

Spessore (mm)

0

38,0

32,8

45,5

31,0

30,0

63,0

30,0

38,0

68,0

25,0

21,0

                91,0 (stimati)

             11,6(stimati)

               10,8 (stimati)

 

tab. 1, Rapporti dimensionali dell’Arco di Ötzi

 

Combinando le dimensioni in sezione, la lunghezza, ed il modulo di elasticità per il legno di Tasso, possiamo desumere agevolmente il carico di trazione e le tensioni interne in funzione dell’allungo. E’ opportuno comunque tenere presente che piccole inesattezze nella procedura di misurazione possono creare errori considerevoli nell’elaborazione del calcolo, ad esempio un’ inesattezza del 10% generalizzata nella misurazione degli spessori dell’arco porta ad una incertezza del 30% nel computo del diagramma dei carichi di trazione. La procedura di calcolo adottata è molto conosciuta dagli ingegneri strutturali. Per una ulteriore comparazione riportiamo la tabella dimensionale di un arco in Tasso, lungo 72” (182,8 cm.) riportata da L.E.Stemmler[7]

anche in questo caso l’arco è semi ellittico, ma il suo carico all’allungo fisiologico di 28” risulta essere solo 50 libbre (tab.2). Rappresenta un ottimo esempio di artigianato costruttivo dell’inizio del XX secolo. Ovviamente il dato che compare subito agli occhi è la differenza degli spessori, che nell’arco dell’Uomo dei Ghiacci sono notevolmente maggiori.

 

 

Distanza dal centro (cm.)

Larghezza (mm)

Spessore (mm)

0

31,8

31,8

15,2

28,6

25,4

30,5

27,0

19,1

45,7

25,4

19,1

61,0

22,2

15,9

76,2

20,6

14,3

91,4

14,3

12,7

 

tab. 2  rapporti dimensionali dell’Arco di Stemmler

 

Anche le proporzioni sono differenti. Nell’arco di Stemmler gli spessori calano molto più rapidamente sopra e sotto la parte centrale, differentemente da quello di Ötzi che diminuiscono con continuità. L’arco di Stemmler è perciò costituito da una impugnatura rigida, che non partecipa alla flessione; L’arco dell’Uomo dei Ghiacci è molto più massiccio e deve risultare molto più forte.

Altri esempi di arco lungo di Tasso descritti nella letteratura, molto famosi, sono quelli recuperati (1978) nel Mary Rose,  il vascello da guerra  inglese affondato nel 1545. Su di essi molto si è scritto e studiato nell’ambito del Mary Rose Project, (W.F.Paterson[8], tab.3)

 

 

Identif. Arco

Lunghezza (cm.)

Spessore al centro

Larghezza al centro

sezione

A 807

182

32

38

squadrato

A 812

178

35

38

Forma a “D”

A855

196

35

35

circolare

Tipico

198

32

38

ellittico

TIpico

191

38

38

ellittico

 

tab.3 Alcuni archi del Mary Rose

 

In generale le dimensioni degli archi del Mary Rose sono molto vicine a quelle di Ötzi.

Basandosi sulle sezioni di numerosi di questi archi, Bob Kooi[9] ha compiuto diverse computazioni dei loro momenti di inerzia, estrapolandone i loro presunti carichi di trazione. I dati di Kooi riferiti ad uno in particolare di essi (un arco significativo per la similitudine dimensionale con quello di Ötzi) sono riportati nella tabella 4, e riguardano una sezione ellittica con un rapporto sezione/larghezza pari all’80%.

 

 

Distanza dal centro (cm.)

Larghezza (mm)

Spessore (mm)

0

41,9

33,5

22,1

38,4

30,7

44,2

35,3

28,2

66,3

31,8

25,4

88,4

26,4

21,1

110,5

14,7

11,7

 

tab.4 da un arco campione del Mary Rose (Kooi, 2004)

 

Gli arcieri di Enrico VIII gestivano archi molto potenti, a giudicare dai dati dimensionali degli archi del Mary Rose (è arcinoto come la scuola dell’artiglieria inglese, fin dal medioevo, abbia fatto la storia di quel paese) ma Ötzi non era evidentemente da meno. Rispetto all’esemplare i cui dati sono  riportati in tabella 4, l’arco dell’Uomo dei Ghiacci era più corto; conseguentemente sarebbe stato ancor più forte.  La tesi dell’arco incompiuto deve essere comunque percorsa, ed è lecito quindi procedere come segue.

 

La lavorazione dell’arco

 

I flettenti dell’arco di Ötzi sono lavorati con una particolare cura. La parte anteriore è eseguita con una metodicità da manuale, presentando tacche da asportazione assolutamente simili tra loro, eseguite con un ritmo regolarissimo (vedi fig.1). E’ un lavoro terminato oppure no? Solo un calcolo predittivo sul possibile stress dei flettenti può dirci se la forma che a noi appare è definitiva oppure se l’arco è in fase di lavorazione, ma possiamo anche appoggiarci ad altri dati.

Un elemento strettamente connesso all’energia che l’arco è in grado di immagazzinare e rilasciare alla sua chiusura è rappresentato dalla corda, e dal carico che essa è in grado di reggere. In questo caso, il rapporto che lega il carico di rottura di una fibra tessile con il carico dell’arco è circa quattro volte: un filamento che regge fino a 100 kg. in tensione è adatto ad un arco di 25 Kg di carico di trazione. Si sa che nella faretra di Ötzi venne ritrovata una corda di libro di corteccia di probabile tiglio (Tilia sp.), due trefoli intrecciati strettamente, lunga circa due metri. Il suo spessore è di 3,5 mm. ad una estremità e 7 mm. all’altra,  che risulta bloccata con un nodo. Verrebbe spontaneo pensare ad una corda per l’arco, ma di questo (come di altri accessori ritrovati nel ricco corredo dell’Uomo dei Ghiacci) non possiamo averne certezza. Se volessimo fare riferimento ad altre corde d’arco ricostruite sperimentalmente, una corda ben intrecciata in lino per un arco di 25 kg. risulta spessa circa 3,5 mm.; le due frecce (complete) contenute nella faretra[10] hanno uno scasso di circa 4 mm. adattabili teoricamente quindi ad una corda di 4 - 5 mm.[11]. Ma qui siamo nel campo delle congetture, unitamente al fatto che non siamo certi assolutamente che le frecce complete fossero coerenti con la sua attrezzatura, cioè non fossero state scagliate verso di lui e da lui recuperate durante la fuga. Rimane quindi una strada di sperimentazione interessantissima da percorrere[12].

La lunghezza delle frecce non rappresenta assolutamente un indicatore dell’allungo. E’ ben noto in etnografia di come molti popoli cacciatori utilizzino frecce ben più lunghe del loro allungo fisiologico. Se da un lato questo rappresenta un handicap (la freccia più lunga si porta dietro una zavorra dinamica che la rende più morbida e pesante) da un altro permette un recupero dell’asta dopo la rottura eventuale nella parte distale e soprattutto 1) rende la freccia più stabile e 2) agevola il tuning[13] con archi la cui finestra risulti non rastremata, cioè larga più del consueto.

Un altro elemento, che fu alle prime analisi un’argomentazione a favore della tesi del manufatto in costruzione, è la mancanza nell’arco di scassi o indicatori di usura sui puntali[14]. Ma è del tutto inconsistente: è ben noto come nei popoli cacciatori la maggior parte di essi (documentati) costruiscano e gestiscano archi privi di scassi per la corda, utilizzando il rigonfiamento del flettente nella parte apicale unitamente a legacci di origine organica come “fermi” per la corda.

Altro aspetto non indagabile è la biomeccanica del lancio di Ötzi. La sua struttura fisica era robusta, anche se la sua statura era di circa 160 cm. L’analisi delle ossa dimostra come, nella sua vita, l’uomo dei Ghiacci non avesse fatto certo vita da impiegato. Comunque, anche ammettendo uno stile che preveda la tensione ben oltre l’angolo della bocca, il suo allungo fisiologico non poteva essere superiore ai 26 - 29 pollici.  Le frecce, come è noto (e mi riferisco soprattutto a quelle ancora da terminare) erano ben più lunghe (in media 85 cm., 33” ). In un ambito arcieristico moderno risulta difficile pensare che un individuo con queste caratteristiche possa agevolmente gestire un arco (al suo allungo fisiologico) di oltre 30 kg., ma è assolutamente fuorviante fare paragoni di questo genere. Non possiamo permetterci di pensare che la nostra arcieria da diporto possa servire come modello attualistico per interpretare comportamenti preistorici. Come è ben noto e documentato (e gli archi del Mary Rose lo confermano) gli arcieri inglesi gestivano in battaglia archi da 120 e più libbre. L’allenamento e l’addestramento fanno miracoli, e i muscoli dorsali che servono per tendere l’arco, sono i muscoli potenzialmente più potenti del nostro corpo, anche se nella vita di oggi vengono blandamente sfruttati e quindi scarsamente allenati.

Detto questo, ci troviamo al punto di partenza, e quindi torniamo al nostro modello matematico. Conoscendo le dimensioni (lunghezza e progressione delle sezioni) e il modulo di elasticità del Taxus baccata, è abbastanza agevole determinare il diagramma di trazione. Come elemento di riferimento, lo stress all’allungo massimo ci fornisce la preziosa indicazione della sollecitazione: se essa è al di sopra del limite tollerato (dal legno e dalla struttura) possiamo dedurre come  l’arco non sia finito ma sia in attesa di essere “alleggerito”. Lo stress è l’indicazione di quanta sia la differenza tra le forze in compressione della faccia anteriore e quella posteriore sottoposta a trazione, in funzione della distanza tra le fibre. Stress (strain) superiori a 1.1%, per il legno di Tasso, possono diventare critici e portare alla rottura (la quercia, ad esempio, può essere sollecitata in sicurezza solo fino al valore 0,8%). Il modulo elastico del Tasso è riportato in tante Pubblicazioni. Hickman[15] e Hardy[16] definiscono a 1.46 x 106 psi, ([17]) che corrisponde al 1,16% mentre la USDA Forest Service’s Center for Wood Anatomy Research lo pone a 1,35 x 106 psi da stagionato e 0.99 x 106 psi da verde, appena tagliato (1.13 % e 1.02% rispettivamente).

 

 

Ötzi

Mary Rose (Kooi)

Stemmler

Carico a 26 pollici (66.0 cm.)

150.9 lb

134.1 lb

45.7 lb

Carico a 28 pollici (71.1 cm.)

166.9 lb

148.5 lb

51.1 lb

Stress per comprssione a 28 pollici (71.1 cm.)

1.5%

1.3%

1.3%

 

tab.5 computo del carico e stress per compressione su tre modelli

 

La tabella 5. è chiara: mentre gli archi del Mary Rose e di Stemmler si avvicinano al limite massimo[18] (pur essendo altamente sollecitati) l’arco di  Ötzi è ben al di fuori. Ammettendo che riuscisse a padroneggiarlo, la rottura sarebbe stata inevitabile.

Potrebbe sembrare un verdetto inappellabile, ma ci sono in gioco altri fattori che devono essere tenuti in considerazione. In particolare, il più importante è la “qualità” del legno di Tasso in questione.

Fino ad ora abbiamo dato per scontato che il Tasso (e il suo relativo modulo di elasticità) corrispondesse a quello considerato come l’optimum nella conoscenza e nella letteratura, nell’opinione della maggioranza dei costruttori d’arco moderni. Su questo proposito però i riscontri oggettivi sono molto sibillini. La tomografia assiale computerizzata effettuata infatti mostra otto anelli di accrescimento, molto distanti tra loro (fig.3). Noi moderni costruttori ed estimatori diamo per scontato che un lungo arco di Tasso, debba avere sistematicamente la parte posteriore di alburno e quella anteriore in durame. La prima che non partecipa alla compressione (in cui però non devono essere “violati” gli anelli di accrescimento, pena l’alto rischio di rottura durante la trazione) e la seconda per la compressione.

Le tensioni di taglio che si sviluppano lungo l’asse neutro (ove le deformazioni invertono la loro direzione) sono tanto maggiori quanto è la distanza tra le due facce. Lo “spessore” quindi, intuitivamente, è l’indicatore diretto della forza necessaria a piegare la verga e quindi degli stress che si vengono a sviluppare.

 

grafico 1. ricostruzione teorica del diagramma di trazione dell’arco di Ötzi

 

 

L’arco di Ötzi è completamente in durame. Osservando la tomografia, la disposizione degli anelli non ci fornisce un verdetto assoluto sul verso (teoricamente la progressiva maggior distanza tra gli stessi indica la direzione dell’esterno del tronco). Ma il dato più significativo è proprio il numero degli anelli (scarso) e il loro spessore (alto). Se, come la tomografia mostra, parliamo di 8 anelli per pollice, la letteratura indica che per la costruzione di un buon arco sono necessarie verghe di tasso da 30 a 100 anelli di accrescimento per pollice, con il 25% in alburno e il restante in durame.

E’ probabile che  la scelta di realizzare un arco totalmente in durame dipenda dal fatto che l’alberello utilizzato[19]  avesse un’area interna di durame di 9 centimetri di diametro minimo.

L’alto spessore degli anelli di accrescimento nello stesso suggerisce che gli anelli dell’alburno dovessero essere ancora più spessi. Anelli più spessi determinano minore peso specifico e materia più  tenera da trattare, anche se meno flessibile e meno resiliente[20]. In definitiva, l’albero di Tasso utilizzato da Ötzi, scadente per il costruttore moderno, in realtà costituiva una scelta adattativa e funzionale per via della relativa maggiore duttilità alla lavorazione con utensili “primitivi”, evidenziando la necessità di un suo trattamento da “verde”.

Il legno di Tasso, che comunque è duro da lavorare, se stagionato è impossibile da modellare[21] con uno strumento litico.

Sono stati eseguiti[22] test di deformazione statica su tre verghe di tasso della stessa sezione e lunghezza, costituite rispettivamente da 60 anelli di accrescimento per pollice, 54 anelli e infine 15 anelli in una verga di solo durame. Tra i risultati ottenuti, la verga a 15 anelli di accrescimento di solo durame risultava molto più forte delle altre nella deformazione progressiva.  Un’altra analisi (siamo sempre nel campo delle congetture) è che Ötzi abbia scelto quell’alberello e che abbia progettato la sua costruzione utilizzando solo il durame ma pensando l’arco nel senso opposto al consueto. Il ragionamento segue questa logica: gli anelli di accrescimento grossi sono indicatori di una pianta che è cresciuta esposta prevalentemente al sole. Un Tasso che cresce in un luogo esposto al sole, oltre a mostrare anelli larghi e distanziati, sviluppa radialmente una moltitudine di piccoli rametti. I piccoli rametti corrispondono a  “nodi” sulla parte dell’alburno che normalmente verrebbe lavorato per il dorso dell’arco. Un bravo arcaio scarterebbe subito questa configurazione. Ma in un caso come questo lavorare solo il durame e “capovolgere” la logica costruttiva realizzando quello che gli inglesi chiamano backward bow parrebbe la scelta più sensata.

 

 

 

 

Fig.3 Sopra, Tomografia assiale computerizzata a 28 cm. dall’estremità dell’arco. A dx ricostruzione stimata della sezione del tronco. (da Oberhuber e Knapp, 1997, op.cit.)

 

 

 

conclusioni

 

 

 L’insieme delle caratteristiche riscontrate nella arco di Ötzi possono essere così sintetizzate:

  1. la caratteristica peculiare di questo arco è la totale assenza di alburno; può essere un elemento per compensare la disponibilità di quel particolare alberello di Tasso di scarsa qualità, il cui alburno avrebbe condizionato a priori la costruzione di un arco con un bilanciato rapporto tra parte dura e morbida del legno;

  2. la sua sezione evidenzia una struttura di soli otto anelli di accrescimento per pollice; otto anelli larghi facilitano la lavorazione con strumenti litici, anche se costringono a sovradimensionare la struttura, prima del tillering.

  3. non ci sono indicazioni precise su quale orientamento il manufatto possa assumere per essere teso con una corda (non è possibile definire con certezza il ventre e il dorso); questo fattore non è critico (come potrebbe apparire agli occhi di un costruttore d’archi d’epoca vittoriana). Lo testimoniano innumerevoli archi in giro per il mondo (riscontri etnografici) e esperienze sperimentali (la mancanza di alburno può essere la chiave di lettura); la sua sezione (fig.3) farebbe facilmente pensare proprio questa configurazione: maggior superficie nella parte interessata a trazione, anche se è la parte che va verso il centro del tronco.

  4. il modello matematico della trazione definisce quest’arco strutturalmente incompleto e a forte rischio di rottura – ciò indipendentemente da ipotetiche stime di “ingestibilità” da parte di un cacciatore preistorico di cui non possiamo conoscere né comportamento né biomeccanica del lancio specifica;

  5. lo stesso modello matematico lo configura come potenzialmente molto prestante; se l’operazione di tillering può influire sul risultato finale, comunque ci si troverebbe tra le mani un arco di almeno 40 -50 kg.

  6. la mancanza di scassi per la corda non è un indicatore significativo; è abbastanza significativo invece che non siano state trovate tracce di incordamento[23] nelle parti superiori e quindi ancora di più il manufatto possa considerarsi “da terminare”;

  7. le dodici frecce non finite sono lunghe, massive, coerenti con un arco di forte carico e  ad alte prestazioni;

  8. le due frecce finite potrebbero essere di un altro (o altri) proprietari; se così fosse, la dimensione della cocca non dovrebbe essere indicatrice consequenziale di uno spessore specifico di corda.

  9. la corda realizzata con libro di corteccia di tiglio non è stata ancora riprodotta e quindi non abbiamo dati sperimentali; non ci sono comunque prove che quella ritrovata in faretra possa essere la corda dell’arco in esame.

 

Concludendo, è ragionevole asserire che ci ritroviamo di fronte ad un manufatto ancora non ultimato. Ci appare però poco verosimile che l’Uomo dei Ghiacci prevedesse di proseguirne la lavorazione riducendo il manufatto fino a portarlo ad un arco di 25 kg. di peso di trazione[24]; questo alla luce dell’’accuratezza della lavorazione fatta fino a quel momento e soprattutto considerando la massa delle frecce non complete in faretra[25]. Più facilmente, la rimozione di materiale e equilibratura (tillering) necessari a superare il punto critico dello stress del legno (< 1,3%) sarebbe potuta essere raggiunta in poche ore di lavoro ottenendo un arco comunque al di sopra dei 40 – 50 kg.

Le tante interpretazioni della vicenda dell’ Hauslabjoch hanno disegnato scenari di varia natura più o meno realistici e spettacolari. Certo è che la vicenda del combattimento ravvicinato a quota 3200, con il ferimento mortale alla spalla sinistra ed il progressivo assideramento in altitudine a seguito di un inseguimento feroce pare oramai altamente probabile. Che l’Uomo dei Ghiacci sia frettolosamente fuggito dal suo villaggio con una attrezzatura da terminare (e che quindi si trovasse pressoché disarmato di fronte agli aggressori) è altrettanto altamente probabile. Forse contava di poter rendere efficace la sua arma una volta nascosto e dopo aver fatto svanire le sue tracce.

 

 

 

Vittorio Brizzi

Tim Baker

Richard Baugh

 

 

Note


[1] Il legno si è conservato grazie alla conservazione “a freddo”. I pochissimi altri archi preistorici ritrovati, di cui si ha documentazione, riguardano reperti preservati nel fango delle torbiere in Inghilterra, Danimarca, Olanda e Germania, oppure nel fango (Fiavé, Ledro) grazie all’ambiente anaerobico.

[2] È noto come l’estremità inferiore dell’arco (in riferimento a come poggiava sul luogo del ritrovamento sul ghiacciaio)  sia stata spezzata da Markus Wiegele, alpinista, lunedi 23 settembre 1991, quattro giorni dopo la scoperta dei coniugi Simon, cercando maldestramente di estrarlo dal ghiaccio cfr. K. Spindler, Der Mann im Eis, University of Innsbruck, Austria 1993, Trad.It.: L’Uomo dei Ghiacci, Pratiche Editrice, Milano, 1998.

[3] V.  Brizzi, 2005, Otzi The Iceman, Murder Victim Thaws Out, But Whodunit and Why?, Bulletin of Primitive Technology, Spring 2005:No.29, pp.52-58, ISSN 1078 – 4845;  sintetizzato in V.Brizzi, 2004, Il Ghiaccio si Tinge di Giallo, ARCO,Greentime ed. , No.6, Dic.-Genn.2004, pp.28-30

[4] L’analisi funzionale è la disciplina che studia le tracce d’uso sugli strumenti ritrovati negli scavi archeologici. E’ quella scienza che cerca di studiare “I processi”, associando la forma del reperto alla sua funzione.

[5] Grazie alla tomografia assiale computerizzata – TAC – effettuata da W. Oberhuber e R. Knapp  a 28 cm. dall’estremità superiore dell’arco. (vv. W.Oberhuber, R.Knapp, 1997, The bow of the Tyrolean Iceman: a dendrocronological investigation by computed tomography. In S. Bortenschlager e K. Oeggl (a cura di): The Man in the Ice, vol. 4, pp. 63-67)

[6] La posizione “intenzionale” dell’arco, della faretra e della gerla è l’elemento che farebbe supporre un’azione strategica  deliberata: attirare l’attenzione dell’inseguitore, fingendosi morto, per aggredirlo all’improvviso (Lizard Tail Gambit). Per questa ipotesi, vv. V.Brizzi2005, op.cit.

[7] L.E. Stemmler, 1942, Essential of Archery

[8] W.F. Paterson, The Mary Rose Bows, Journal of Archery Antiquaries

[9] B.Kooi, , 2004, corrispondenza privata

[10] quelle in fase di costruzione non hanno ancora lo scasso per la cocca.

[11] è noto come diversi trattamenti e impermeabilizzazione ai filati vegetali possano compattare e modificare il diametro della corda. In mancanza di ulteriori informazioni e di una specifica sperimentazione l’incertezza sull’attribuzione quindi aumenta. Il riferimento al lino è assolutamente indicativo.

[12] su questo punto sarà interessante l’esame alla cuspide assassina dopo l’autopsia della mummia. I residui connessi alla cuspide, esaminati al microscopio, potranno fornirci importanti informazioni sulla coerenza o meno di questa freccia con le altre due complete in faretra. (vv. V.Brizzi2005, op.cit.)

[13] Tuning: “messa a punto” del sistema arco-freccia

[14] K.Spindler, 1998, op.cit, pp.102-103

[15] C.N.Hickman,  F.Nagler, P.E.Klopsteg, Archery: the Technical Side, National Field Archery Association, 1947.

[16] R.Hardy, Longbow, A Military and Social History, Mary Rose Trust, 1976, Porthsmouth GB.

[17] psi= pound x square inch: misura anglosassone  di pressione (libbra forza per pollice quadrato) 1 psi è corrispondente a 6894.76 Pascal oppure a 0.068 atmosfere.

[18] Un arco ben fatto e forte lavora in quell’ intervallo delicato che separa la rottura dall’alta performance.  Un detto famoso dei costruttori d’arco inglesi era : un arco teso al 100% è rotto al 99%

[19] Secondo W.Oberhuber e R. Knapp, 1997, op. cit.

[20] Dal latino "resilire", cioé rimbalzare. Resilienza può essere definita come la capacità che ha il materiale nel "resistere" e reagire ad una brusca sollecitazione. La compattezza delle fibre, la densità e la quantità d'acqua presente nelle stesse (cioè la loro stagionatura) sono tutti fattori che influenzano questa reazione, e possono facilmente variare da asta ad asta, anche della medesima misura e natura.

[21] Non dimentichiamo che l’ascia di rame che Ötzi possedeva non era assolutamente utile a qualsiasi lavoro di falegnameria, in quanto né “forgiata” (battuta a caldo dopo la colatura) né “incrudita” (battuta a freddo) come determinato da Gilberto Artioli del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Milano, dopo aver sottoposto il rame dell’ascia ad analisi metallografica.

[22] Effettuate da Tim Baker nel 2004, seguendo lo Standard Bend Test (vv. The Traditional Bowyers Bible Vol.1, pag. 100)

[23] Test effettuati con il microscopio a luce riflessa dalla equipe di Spindler (K. Spindler et Al., 1998, op.cit, pp.102-103)

[24] Tesi sostenuta da Arm Paulsen, 2002, corrispondenza personale.

[25] V.  Brizzi, 2005, op.cit.

 

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