Arcosophia n.5
 

Supplemento al n.5 di Arco - Giugno/Luglio 2006


 

1.Editoriale

di Vittorio Brizzi

 

2. Reverse enginnering dell'arco di Otzi

di Vittorio Brizzi, Tim Baker e Dick Baugh

 

3. Recreational Archery: India

di Jill Victoria Brazier

 

4. Man The Hunter:il appunti sul ruolo dell'uomo cacciatore nell'evoluzione
di  V. Brizzi, C.Peretto

  

Recreational Archery: L'arcieria sportiva in India

 

di JILL VICTORIA BRAZIER

 

 

La storia dell’attività sportiva nel subcontinente indiano risale al periodo Vedico (1200 – 500 a.C.). I valori spirituali e morali riconosciuti all’esercizio fisico accomunavano la Grecia e l’India già dall’antichità, quando le corse dei carri e la lotta erano praticate in entrambi i paesi. Mentre l’ideale Olimpico si ispirava all’onore del paese e alla gloria dello sport, il mantra dell’Atharva-Veda declamava: “il dovere sta nella mia mano destra e i frutti della vittoria nella mano sinistra”. Dehvada (la via del corpo) era ritenuta une delle vie per la realizzazione spirituale.

 

Per quanto poco conosciuta in Europa, l’ipotesi viene proposta in India che le attività competitive quali la lotta, l’arcieria, il polo, l’hockey e anche gli scacchi, siano originate nel subcontinente.

 

 

Gli eroi delle saghe epiche di Ramayana (sec. IV a.C.) e Mahabharata (secc. IV a.C. – IV d.C.) erano prodi arcieri e, nell’epoca del testo sacro Rig-Veda, ci si aspettava che gli uomini eminenti nella società indiana fossero competenti, oltre che nella lotta e nelle corse dei carri, anche nei pesi, nel nuoto, nell’equitazione, nel tiro con l’arco e nella caccia.

 

Spesso nelle storie e nei miti del passato, in India, come in altri paesi, la bravura con l’arco, o per grande forza, o per grande precisione, decideva la scelta di uno sposo. Nella Ramayana, Rama vince la mano di Sita, figlia del Re Janaka, per essere riuscito a tendere il grande arco del dio Shiva.

 

La secolare tradizione dello Svayanvara permetteva alla figlia di un re di scegliere lo sposo, a seconda della sua virtù nel tiro con l’arco, in una pubblica competizione. In cima ad una colonna veniva posta l’effigie di un uccello, di un pesce o di un cinghiale (fig. 1). Davanti al bersaglio potevano essere collocate fino ad otto ruote, affinché la freccia dovesse passare tra i raggi delle ruote rotanti. Per colpire il bersaglio, il pretendente sposo aveva due possibili metodi di tiro. Uno era quello di posizionarsi alla base della colonna e di mirare direttamente al bersaglio. L’altro metodo consisteva nel collocare un recipiente d’acqua nelle vicinanze della colonna e di tirare guardando il riflesso del bersaglio nell’acqua.

 

Il primo metodo viene illustrato sulle mura del “tempio-montagna” di Angkor Wat (sec. XII d.C.); viene anche documentato sulla stele di Lolei, dove il Re Yasovarman (869 – 910 d.C.) si dichiara orgoglioso di aver colpito il bersaglio “attraverso un attrezzo con la forma di una ruota (“cakrayantra”)”. Il secondo metodo viene descritto nel capitolo CLXXXVII, Adi Parva, della Mahabharata, dove si racconta che il grande eroe Arjuna abbia vinto la mano della Principessa Draupadi, figlia del Re Drupada, essendo riuscito a colpire l’occhio del pesce, traguardando il riflesso nell’acqua. Alla conclusione della cerimoniale competizione, la principessa cingeva il collo dell’uomo che aveva scelto con una collana preziosa (“jaimala”).

 

Nel Libro di Krishna di A.C. Bhaktivedanta, ognuna delle spose di Krishna racconta (a Draupadi) la propria cerimonia di scelta dello sposo. La Regina Laksama spiega che, nel suo Svayamvara, “il pesce era coperto da un drappo e poteva essere visto solo attraverso il riflesso della stoffa, in un recipiente d’acqua. I principi [ erano arrivati ] nella città di mio padre da tutte le direzioni, ben armati e accompagnati ognuno dal suo maestro d’armi. …..  Molti non riuscivano neppure a unire le estremità dell’arco con la corda. ….. Alcuni con grande difficoltà tendevano la corda ma, incapaci di legarlo all’altro capo dell’arco, venivano bruscamente buttati all’indietro come da una potente molla. .…. Al mio Svayamvara partecipavano molti re ed eroi famosi, quali Jarasandha, Ambastha, Sisupala, Bhimasena, Duryodhana e Karna, che riuscirono naturalmente a tendere l’arco, ma non poterono colpire il pesce perché, coperto com’era dal drappo, non furono capaci di individuarlo nel riflesso dell’acqua. ..… Ma quando Sri Krishna impugnò l’arco, legò la corda con grande facilità, come un bambino che si diverte con un giocattolo. Diede solo un’occhiata al riflesso del pesce nell’acqua, dispose la freccia, poi la fece scoccare e il bersaglio, centrato, cadde subito a terra".

 

Come nel caso della leggenda greca, a noi molto più familiare, del tiro alla colomba sull’albero di una nave, in occasione dei giuochi funerari per Patroclo, rimandataci da Omero, anche in queste leggende indiane, poi diventate consuetudine sociale, è chiaro che ci troviamo davanti alle primissime forme del tiro alla pertica, attualmente praticato nei Paesi Bassi e nel nord della Francia.

 

E’ probabile che gli archi protagonisti di queste leggende siano stati simili ai grandi archi di bambù, con cui erano equipaggiati i soldati dell’epoca tardo-Vedico (fino al 300 a.C.). Gli eserciti indiani facevano largo uso di elefanti da battaglia, veri carri armati protetti da armature mobili. Ogni elefante portava un equipaggio di 2 arcieri e/o di 2 lancieri. La fanteria era armata con grandi archi di bambù e spesso anche di uno spadone a due mani.

 

Nell’arcieria indiana, il bambù regna sovrano. Di bambù sono costruiti non solo gli archi, le frecce e, a volte, le faretre, ma anche i bersagli e le corde.

 

Un tipico arco per il tiro alla targa (“Ka-Ryntich”) potrebbe avere una lunghezza dai 4 piedi 6 pollici ai 5 piedi, e avrebbe una media di 3 nodi, poco lavorati. Un carico medio per un simile arco potrebbe essere di 40 libbre a 25 pollici (mentre gli archi per la caccia possono arrivare a oltre 60 libbre). Il bambù per gli archi viene maturato per più anni, appendendolo sul cammino domestico.

 

 

La corda viene fabbricata da una striscia sottile di bambù appena colto, larga da 1/16 a 3/16 pollice e spessa da ¼ a 3/8 pollice. I nodi vengono appianati per dare uno spessore uniforme. Di solito vengono applicate asole di tendine alle estremità della corda (fig. 2).

 

Le frecce (“Ki Khnam”) sono di canna leggera, con 4 o 6 penne di avvoltoio, cormorano o anche, a volte, di foglia di palma. Le punte sono di ferro di provenienza locale e si dividono in due tipi: i “Sop” per il tiro alla targa e i “Ki Pkiang”, con i barbigli, per la caccia.

 

I tornei di tiro con l’arco sono molto popolari in India. Oltre alle frequenti e seguitissime competizioni nei villaggi, ogni anno si tengono i campionati nazionali, “The All-India Championships”.  Il bersaglio in questi tornei è formato da un cilindro di bambù, riempito di paglia, fissato su un palo: a fine gara, il bersaglio assomiglia ad un porcospino (vedi fotografia a pagina 6 di Arcosophia, n.2, 2005). Il tiro è generalmente a breve distanza, intorno ai 40 passi, da una posizione accovacciata o in ginocchio. Non è normalmente necessario proteggere le dita con una patella, giacché la corda è piatta, ma un piccolo parabraccio viene spesso adoperato, per proteggere il braccio contro il bordo estremamente tagliente della corda di bambù in chiusura.

 

Il tiro è velocissimo. Raccontava un giornalista della rivista “The Queen Magazine” in visita nelle Colline Khasi della Provincia Nord-Orientale nel 1971: “Gli arcieri khasi lanciavano più missili al minuto di quanto la maggiore parte degli uomini avrebbe potuto fare usando un fucile a palla”. Molto più lungo è segnare il punteggio e gestire le scommesse.

 

Nella Provincia di Himachal Pradesh, nella regione himalayana, sopravvive un gioco veramente molto inusuale, che si chiama “Thoda”. Anni fa, i preparativi per il gioco di Thoda iniziavano prima dell’alba, con l’incursione in un villaggio da parte un gruppo di ragazzi di un altro villaggio. Gli incursori buttavano foglie nel pozzo e poi si nascondevano nei cespugli. Quando gli abitanti del villaggio andavano a raccogliere l’acqua dal pozzo, i ragazzi nascosti si mettevano a gridare e a sfidarli.

 

Oggigiorno, il gioco del Thoda ha luogo annualmente all’interno di un campo delimitato. Ci sono due squadre di 500 persone, quasi tutte comparse che ballano ed accompagnano gli arcieri. Il bersaglio è costituito dalla parte inferiore della gamba degli avversari (!) “Thoda”, infatti, è il nome del pezzo di legno tondo, fissato alla punta della freccia, per attutire l’impatto con la gamba. Il gioco comincia con i balli delle comparse che, brandendo le loro spade al sole, al frastuono di musiche militari e canti, imitano il movimento di truppe. Si formano due fronti contrapposti, chiamati “chakravyuh”, e si fronteggiano ad una distanza di 10 metri. La squadra attaccante tira le frecce alla parte inferiore delle gambe degli avversari. Se si colpisce una parte sbagliata della gamba, ci sono punti di penalità. I difensori hanno solo l’agilità dalla loro parte: si mettono a saltare velocemente e a tirare calci, per evitare di essere colpiti. Tutto il gioco è accompagnato dal suono tumultuoso della musica.

 

Questo bizzarro gioco costituisce una rievocazione delle battaglie epiche tra i Pandava e i Kaurava ai tempi del Mahabharata. Infatti, una delle squadre si chiama Saathi e l’altra Pashi, giacché si crede che queste famiglie siano i discendenti dei Pandava e i Kaurava. Il gioco ha luogo ogni anno nei Giorni di Baisakhi, il 13 e 14 aprile, ed è accompagnato da preghiere alle divinità Mashoo e Durga.

 

Anche in India, quindi, le rievocazioni di scontri storici e leggendari hanno trasformato l’arco da arma ad attrezzo ricreativo, che unisce tradizioni e sport.

 

 

Ringraziamenti

 

L’autore ringrazia, per i preziosi consigli dati e per l’evocativa documentazione fornita, il Signor Douglas Elmy, Presidente della Society of Archer-Antiquaries.

 

 

Bibliografia

 

Atlante storico mondiale, Istituto Geografico De Agostini, 1991.

 

Il libro di Krishna, A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada. The Bhaktivedanta Book Trust International, 2006.

 

Journeys through Moghul India, Louise Nicholson. Channel 4 Television Publications, 1990.

 

The aboriginal archery of India, Douglas Elmy. Journal of the Society of Archer-Antiquaries, vol. 41, 1998.

 

Una storia parallela: l’arcieria come attività sportiva, Jill V. Brazier, Arcosophia, n. 2, 2005.

 

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Fig. 1.  Svayanvara: la scelta dello sposo.

            Disegno di Douglas Elmy, per gentile concessione dell’artista

 

Fig. 2.  Asola di tendine all’estremità della corda in bambù: quattro viste del fissaggio

           

Per gentile concessione di Douglas Elmy

 

 

 

 

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