Arcosophia n.5
Supplemento al n.5 di
Arco - Giugno/Luglio 2006
1.Editoriale
di Vittorio Brizzi
2.
Reverse
enginnering dell'arco di Otzi
di Vittorio Brizzi, Tim Baker e
Dick Baugh
3.
Recreational Archery: India
di Jill Victoria Brazier
4.
Man The
Hunter:il appunti sul ruolo dell'uomo cacciatore nell'evoluzione
di V. Brizzi, C.Peretto |
Man The
Hunter:
appunti sul ruolo dell’uomo cacciatore nell’ evoluzione
DI VITTORIO
BRIZZI

Ortega afferma che
la maggiore efficienza delle armi non ha nulla a che vedere con la
Caccia[1]; ed è sicuramente così da un punto di vista filosofico
(odierno), ma nel paleolitico superiore, a fronte di una glaciazione
devastante al suo culmine, la necessità adattativa di un sistema di
prelievo selettivo ed efficace diventa veramente molto forte, e
viene da lontanissimo nel tempo. Il fatto che in più parti del mondo
preistorico, intorno a ventimila anni fa (testimoni le innumerevoli
punte di freccia ritrovate) sia ormai accertata la nascita del nuovo
sistema balistico, ci fornisce uno spunto stimolante per addentrarci
in questa metafora. Per comprenderla meglio, ci viene utile la
paleoantropologia[2].
Cacciare con l’arco simboleggia egregiamente l’atto di colpire a
distanza che probabilmente è, nello sviluppo della coscienza umana,
l’attività caratterizzante più forte. Cercherò di spiegare perché.
La capacità di offesa attiva è decisamente grande fin dalle prime
fasi dell'ominazione, e la nostra specie è l'unica a colpire
efficacemente a distanza assumendo così le caratteristiche del
predatore per eccellenza (il super-predatore o meglio predatore
globale). Limitare e evitare il contatto fisico con la minaccia o la
preda è una modifica innovativa del comportamento di tipo
sequenziale e nello stesso tempo psichica dirompente, che influisce
direttamente nella selezione naturale. Oltre a questa acquisita
capacità progettuale di azioni sequenziali, si sviluppa la
progettualità dell'inganno, riferita al controllo dell'emotività
durante le varie fasi dell'azione (ricerca, appostamento, lancio,
ferimento, inseguimento, recupero e consumo della carcassa). Tutto
questo insieme di neo-attitudini, peri nostri antenati, possono
essere sintetizzate nel concetto di strategia dell’ attesa. Inganno
è predare ciò che si vede a distanza, lanciando qualcosa (sasso,
bifacciali, giavellotto, freccia, proiettile, ecc.)[3].
Strategia dell'attesa e complessità dell'inganno sono in stretta
relazione con l'elaborazione e l'applicazione deliberata di un
progetto in continua evoluzione; questo si traduce nel rispetto di
una sequenza di azioni che hanno come conseguenza il ritardo della
possibilità di nutrirsi rapidamente. In sintesi: il silenzio, il
movimento, la direzione del vento e la simulazione allo scopo di
consentire l'avvicinamento, il puntamento, il lancio, il ferimento,
l'inseguimento, la cattura, il possesso, il trattamento,
l'asportazione, il consumo della preda.
L'incapacità di sostenere un confronto fisico, soprattutto con i
carnivori, ha comportato, per i nostri progenitori, anche lo
sviluppo di strategie per portare al sicuro rapidamente la carcassa
animale o di parti di essa.
Questa sequenza temporale descritta favorisce la percezione visiva e
sensoriale di immagini ed eventi in un ordine cronologico e
spaziale, stimolando lo sviluppo cognitivo della mente umana ed in
particolare l'elaborazione di un linguaggio articolato quale
conseguenza dell'esperienza, dell'assimilazione e dell'adattamento.
La sequenza visiva diviene ricordo, simbolo e l’evento viene
raccontato; la sequenza temporale delle azioni non è mai ripetitiva
ed uguale, al contrario si modifica continuamente e incessantemente,
favorendo così una esperienza di continuo testata e affinata e
comunque portata allo sviluppo di strategie differenti a seconda
delle circostanze, affinando il ricordo, la memoria e allo stesso
tempo la creatività. È l’esaltazione del processo definito da
Bateson[4] “calibrazione”, ed è in questo contesto che probabilmente
le modalità di recupero degli alimenti possono aver avuto un ruolo
importante, in questo meccanismo evolutivo, non indifferenti alle
strategie di approvvigionamento.
Per l'uomo si tratta spesso di una lunga attesa, dall'inizio alla
fine dell'azione di predazione, fatta di speranze, ansie, emotività
forti sempre comunque violentemente represse, per non rischiare di
attrarre l'attenzione sull'inganno già predisposto o perpetrato, per
raggiungere l'obiettivo prefissato rappresentato dalla cattura della
preda. Questo comportamento può essere articolato in cinque fasi: La
prima fase è rappresentata dall'avvicinamento furtivo alla preda:
massima attenzione, mimetismo anche per quanto riguarda gli odori,
lentezza e circospezione nei movimenti, annullamento di ogni rumore.
Questa fase è sostanzialmente uguale per tutti i predatori, compreso
l'uomo che vuole scagliare il suo proiettile primitivo. La seconda
fase è quella attiva, riguardante l'eventuale ferimento della preda:
L'uomo, contrariamente a tutti gli altri predatori, colpisce a
distanza. Una freccia che vola surroga il balzo del leopardo. E'
quello che abbiamo definito col termine di inganno. In questa fase
la differenza rispetto ai carnivori è notevolissima, soprattutto sul
piano comportamentale e psichico. Il carnivoro attacca con la
massima forza e violenza sicuro della velocità, degli artigli e dei
canini; scarica la sua adrenalina nella possanza muscolare, in
un'azione dirompente.

immagini di
caccia da Catal Huyuk
L'uomo,
invece, in silenzio e al massimo del suo annullamento fisico, ma con
grande velocità, colpisce la preda con qualcosa che parte dalle sue
mani, talvolta non accorgendosi neppure ciò che sta avvenendo. Egli
resta immobile e non può esultare per il bersaglio centrato; può
solo continuare a pensare, osservare se ciò che ha appena compiuto
ha raggiunto il suo scopo, può immaginare di cambiarlo in futuro e
modificarlo in futuro, ma è obbligato a contenere anche l'eventuale
gioia di aver colpito. La preda non scappare lontano, non deve
diventare bersaglio facile di altri carnivori; non può essere
perduta. Bisogna aspettare ancora; aspettare che l'oggetto scagliato
faccia il suo lavoro. E’ questo un atteggiamento noto presso i
popoli cacciatori e raccoglitori: dopo il ferimento dell'animale è
importante recuperarlo quanto prima, possibilmente il più vicino
possibile. Nella savana tutti vedono tutto, soprattutto un animale
in difficoltà diventa facile preda degli altri carnivori e si
potrebbe così compromettere il lavoro fatto. Si deve recuperare, in
rapidità, ed è sempre un problema trasportare. Meglio tagliare
velocemente, depezzare prima che arrivino altri predatori attirati
dal volo degli avvoltoi. E’ un lavoro da chirurghi, fatto ella
preistoria con schegge taglienti. A questo punto si torna al campo
base, dove finalmente si esce dal mimetismo e dal silenzio assoluto.
L'aria dell'inganno sfuma e si fa spazio finalmente
l'estemporaneità. Il tutto diventa comune e la progettualità più o
meno complessa (con le sue fasi, i suoi oggetti, i suoi ritmi)
diventa simbolo, sia in senso funzionale che sociale, possibilmente
da imitare e quindi da riprodurre, anche con l'elaborazione di
varianti.
Imitare e riprodurre sono le conseguenze di una celebrazione vera e
propria dell’atto venatorio, che avviene nella propria collettività.
Celebrazione che nei primordi significa probabilmente una elevazione
del cacciatore ad un rango elevato, con quel che ne poteva
conseguire. Non per il reale apporto di proteine nobili o di grassi
che il cacciatore fornisce (è assodato come la carne ottenuta dalla
venazione abbia un rapporto proteine edibili/rischio e consumo
elevatissimo); altre facili proteine e grassi possono essere frutto
di un sistema di raccolta di alta specializzazione[5] (animaletti
che strisciano e scodinzolano, più facili e meno pericolosi da
catturare), ma la selvaggina cacciata è preziosa per ciò che
rappresenta. Tra le scimmie antropomorfe la caccia è meccanismo
sociale, ed è provato come la preda possa rappresentare, per il
maschio, oggetto di scambio di attenzioni con le femmine.
L’attività venatoria richiede che i cacciatori comunichino tra loro
e agiscano in modo coordinato, cosa che ha conferito un notevole
valore adattativo all’intelligenza e alla capacità di comunicare per
cacciare ed inseguire prede potenzialmente pericolose. In più, sulla
base di recenti studi di neurofisiologia[6], le aree preposte
all’acquisizione dati per il calcolo della traiettoria e alla
pre-programmazione del movimento del “lancio” (in qualsiasi sua
espressione biomeccanica nel proiettare qualcosa verso il bersaglio)
sono identificabili con le ben note aree del Broca e Wernicke, che
guardacaso, sono le stesse coinvolte nel processo del linguaggio
articolato. Come l’orecchio ascolta e il cervello predispone una
risposta, la bocca e le labbra producono i fonemi. Nel lancio, la
visione stereoscopica percepisce il bersaglio, il cervello ne
apprezza distanza, velocità, compie l’elaborazione automatica e
avviene simultaneamente la risposta con l’atto di scagliare il
proiettile, senza oggettiva coscienza dell’infinita concatenazione
di azioni biomeccaniche che devono compiersi. Di riflesso, i
migliori cacciatori che “colpiscono a distanza” diventano quindi
“riproduttori” più ambiti, e conseguentemente propagatori di geni
vincenti anche sul fronte della comunicazione.
Viene spontaneo, quindi, rinnovare nell’atto di venazione
primordiale la sua importanza simbolica, che trascende l’aspetto
quantitativo della risorsa elementare, sfumando nell’atto in sé che
vede il cacciatore come elemento di spicco della sua collettività,
in cui il suo atto partecipa all’eternazione del mistero della
Naturalità perduta con la sopravvenuta autocoscienza. È un argomento
spinoso, dibattuto furiosamente tra gli studiosi. Quanto il
cacciatore preistorico probabilmente cacciava anche per il piacere
di farlo, ma soprattutto cacciava per risolvere il suo dramma:
colmare il distacco tra essere dotato di un raziocinio in evidente
evoluzione e le manifestazioni di natura intorno a lui, rendendo la
sua caccia un Rito di celebrazione, una sorta di ponte tra il suo
perduto ruolo animale e il l'incipiente status di essere
"intelligente" e “autocosciente”.

immagini da Mas den Josep, Valtorta
L’arco e le frecce
testimoniano una estrema evoluzione tecnologica: strumenti per
colpire a distanza in questa strategia dell’inganno e dell’attesa,
perfezionati e geniali ma ancora radicalmente collegati con il
“lancio” primordiale. Dalla rivoluzione neolitica (che dalle nostre
parti ha fatto la sua comparsa ottomila anni fa) il cacciatore perde
gradatamente il suo ruolo di leader del Clan, in veste di
procacciatore di carne selvatica, in un mutamento che influenza
profondamente l’economia generale delle società: inizia la
coltivazione del terreno e poco alla volta, l’addomesticazione degli
animali prima selvatici e quindi la pastorizia. Soprattutto finisce
il nomadismo e nasce la proprietà, la difesa del suolo “privato”,
accanita (lo testimoniano i ritrovamenti di scheletri umani con
chiari segni di violenza, pressoché assenti nelle società
cacciatrici) e il cacciatore, per via della sua abilità con l’arco,
con facilità diventa guerriero. Mantiene comunque il suo mestiere
pur diminuendo la reale necessità (lo testimoniano i ritrovamenti
della paleofauna dell’età del Bronzo e di quella del Ferro, dove le
frecce continuano a lasciare tracce. Nell’Età Classica e nel
Medioevo la Caccia assume in occidente altre valenze, che
paradossalmente riaffermano la componente simbolica del
cacciatore-leader con i suoi privilegi, anche se con altre vesti
culturali a cui corrispondono modi e tecniche diversificate. La
caccia con l’arco comunque permane e si sviluppa “socialmente”,
soprattutto in oriente.
Cacciare con l’arco oggi è quindi un modo calarsi nei panni del
nostro progenitore, metafora in bilico tra la cultura antica e
quella moderna. Da un punto di vista prettamente funzionale, l’arma
in sé ha delle prerogative tali da obbligare ad una disciplina
assolutamente antiedonistica, nel senso che la qualità del processo
la si persegue attraverso una de-strutturazione totale del modello
utilitaristico (o peggio, consumistico) caro oggi al vivere
contemporaneo, e senza mezzi intermediari non naturali. Cacciare
significa comunque sacrificio, più alto è, maggiore è la forza del
suo messaggio. Certo è che oggi le “contaminazioni” del consumo
hanno fatto perdere di peso a certi concetti, anche e purtroppo
intorno al mondo venatorio.
La Caccia moderna, rispetto al suo modello ancestrale, conserva il
suo background in questo, e la caccia con l’arco ne immortala gli
attributi più evidenti. La necessità dell’avvicinamento estremo e la
criticità del tiro, unitamente alla difficoltà di costruire e
mantenere in efficienza le proprie armi (e il proprio fisico)
precipita il problema alla radice.
Chi lo ha provato sa che a dieci metri un cinghiale può essere
ingannato con una buona tecnica nei sensi (vista, udito, olfatto) ma
se l’ingombrante volitività dell’uccidere del cacciatore è forte ed
incontrollata, non c’è verso di farlo. Anticamente i cacciatori
possedevano questa qualità, e i guerrieri ben sapevano di queste
percezioni, o istinti, e si addestravano nel percepirli (nella
difesa) o nel mascherarli (nell’attacco). Relegare l’ego in un
cantuccio, e la razionalità meccanicistica a casa, cercando di
fluire negli eventi in modo "naturale" ed essenziale, Animale, pare
sia l’unica e difficilissima ricetta. Chi meglio di un animale
governato dal solo istinto può applicare questa regola? Il selvatico
questi istinti li conserva, l’uomo vorrebbe riappropriarsene. Ecco
quel motivo in più che fa la differenza nella scelta dell’arma,
differenza sostanziale (da cento metri a dieci) e che più facilmente
svela un capitolo difficile e stimolante, per il quale il carniere
ricco, od il trofeo, soccombono spesso di importanza.
Vittorio Brizzi
Bibliografia
Ortega Y Gasset
J., 1986, Meditazioni sulla felicità, SugarCo ed.
Sull’argomento si consulti:
Dec Twohig, 2000,
Hunter Gatherer Paradigm,Examined in New
Light,
Rea Centre London, Uk
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