Arcosophia n.5
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Editoriale
di Vittorio Brizzi
Da anni L’acceso dibattito che si sviluppa sul tema tiro istintivo e a quelli ad esso collegati (simulazione venatoria, mira, ecc) persiste a mietere vittime dialettiche senza pietà in una frangia cospicua dell’arcieria italiana. Quelle “due parole” buttate lì pare siano in grado di scatenare vere e proprie risse, tra gli arcieri – reali o virtuali. Da una parte c’è chi si propone per la sua “definizione conclusiva”: un’epigrafe in grado di dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio la sua esistenza, e urlata tanto più forte da poter tacitare per sempre chi la neghi. Un’impresa impossibile, che corrisponde a voler giustificare una sensazione soggettiva (propria di chi ne è convinto testimone praticante) con asserzioni più o meno personalizzate rivestite da serissime concettualizzazioni oggettive (quando non si scivoli nel pasticciare con la semantica), ispirate a letture o esperienze più o meno illustri. Dall’altra, assistiamo all’incredulità e ironia di coloro che lo mettono in dubbio, o meglio, che accusano a destra e manca la malafede di chi lo sostiene, facendo di tutta l’erba un fascio. Francamente trovo tutto ciò un tantino ozioso, noioso e stringatamente senza senso. E i motivi sono vari: la loro sintesi è nella asfittica visione “provinciale” e limitata di un non problema. Un aspetto lampante che emerge è il ricorrente “confondere il fine con il mezzo” e continuare a non volerlo ammettere: Lo stile di tiro è una cosa che non ha niente a che vedere con il giudicare gli altri, serve solo a blindare i regolamenti di un sistema che si chiama “gara” facendola chiudere in sé stessa, inesorabilmente, favorendo l’umana natura verso i bizantinismi, per tutelare quella che dovrebbe essere solo una scelta personale, generata da un sano interesse personale, ludico o speculativo. E’ come chiudersi a giocare in un cortile tra mura rifiutandosi di vedere ciò che c’è all’esterno (e passare tutto il proprio tempo a cambiarne l’arredamento). Studiatevi la storia e la filosofia del Roving di Nese (unica vera tradizione arcieristica postmoderna italiana) e meditate sul concetto di modernità e modernizzare…applicate ad una attività nata 20.000 anni fa almeno, che il Roving ha cercato di sintetizzare. Parlare di “concezioni superate” nel nostro ambito mi fa veramente sorridere. Se la “gara” non pone problemi da risolvere “istintivamente” (o come diavolo volete chiamarli) non è lo stile o l’uomo o l’arco ad essere sbagliato, ma è la Prova che gli arcieri si impegnano a superare che è inconsistente. Colpire a distanza è una componente vistosa della strategia adattativa umana, la cui essenza è irriducibile ed indifferente ad una qualsiasi definizione stringata, e noi dovremmo esserne consci. L’articolo sull’Uomo Cacciatore è stato qui pubblicato per stimolare considerazioni sull’argomento.
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