Storia e
sviluppo dell’arcieria in Giappone (II parte)
DI STEFANO BENINI

1) – Panoplia di samurai
Lo Zen e
l’arciere.
Lo spirito
militare del periodo Kamakura era in netto contrasto con le
raffinatezze cortigiane del periodo Heian e, sebbene di più antiche
origini, fu sotto la reggenza di Minamoto no Yoritomo
(1145-95) che
il Bushido (codice del guerriero) si sviluppò e prese la sua
forma definitiva. Inoltre ora vi era
anche il Buddismo Zen per fornire a questo nobile codice le sue basi
religiose e metafisiche. Esso divenne una sorta di filosofia di
indifferenza verso la morte praticata durante la vita. Il principio
dell’etica cavalleresca giapponese venne sintetizzato nei simboli
dell’arco e della spada quali rappresentazioni della purezza
interiore del samurai, visto ora come il guerriero la cui missione
era di portare alla perfezione non solo le tecniche di combattimento
ma, nel fare ciò, egli
portava a
compimento la Tecnica suprema, quella che gli consentiva di
trascendere la morte nel momento del trapasso. Il cavaliere quindi,
a differenza degli uomini di altre classi, forse per questo
ritenute
inferiori, era colui che poteva guardare la morte negli occhi senza
tremare, in un paradossale e contraddittorio connubio di orgoglio ed
umiltà. L’addestramento interiore del guerriero, in tale ottica, non
era disgiunto da quello esteriore, ed era un disciplina volta
all’ottenimento di integrità, interiori ed esteriori, tali da poter
realizzare in se il concetto: “si, potete uccidermi ma non ha
importanza, il mio spirito è già andato oltre e non è un qualcosa
che possa essere ucciso”.
In questo
consisteva la Via dell’illuminazione per il guerriero; nel non fare
distinzioni tra vita e morte: il Bushido eliminava lo iato
che gli uomini pongono tra loro.

2) – Punte di freccia (Yano-ne) di superba
fattura.
L’importanza
che il Buddismo Zen ebbe nel Giappone feudale, quasi sempre percorso
da guerre, si può facilmente intuire da quanto sopra esposto,
tuttavia per tentare di capire più in profondità il modo in cui il
tiro con l’arco veniva in aiuto dei maestri Zen e dei loro allievi,
è necessaria una
premessa per
spiegare non cosa sia lo Zen (ciò sarebbe impossibile oltre
che una contraddizione in termini), ma piuttosto cosa esso non è.
Lo Zen ed il Taoismo convergono in tale aspetto ed hanno
essenzialmente la stessa origine. già Lao Tzu ci ammoniva che: “il
Tao che può essere detto, non è il vero Tao”.
Lo Zen infatti
affonda le sue radici in Cina (dove era noto come Ch’an) ma vi
giunse attraverso un monaco indiano che può essere considerato il
suo fondatore: Bodhidarma, che giunse appunto dall’India nel
sesto secolo, la sua filosofia venne portata fino in Giappone nel
dodicesimo secolo dal monaco Eisai; essa contiene molti elementi
puramente cinesi, o che comunque ebbero un pieno sviluppo in Cina
prima dell’introduzione del Buddismo.
L’essenza dello
Zen non è un elemento che gli occidentali possano facilmente
afferrare. Esso non è una filosofia nel senso europeo del termine,
bensì una metafilosofia.
Non è razionale
ma nemmeno correlato al misticismo, nonostante le sue origini
indiane. Non è una teologia e non possiede un formale credo o una
dottrina. Si può seguire lo Zen ed essere Buddisti o Cristiani,
scienziati o semplici operai, è un qualcosa di cui fare l’esperienza
in ogni campo ed attività; risiede essenzialmente in una
contraddizione che non può essere afferrata dal pensiero
formale, poiché
andrebbe espresso un qualcosa che è di suo inesprimibile. Ciò che
differenzia lo Zen da ogni altro insegnamento è il fatto che, mentre
non si discosta mai dalla semplice quotidianità e nonostante la sua
natura pratica e concreta, ha un qualcosa in esso che lo colloca al
di sopra della
rutilante e
sordida scena di questo mondo. I buddisti Zen non parlano mai di ciò
li muove interiormente. Il loro segreto può essere compreso solo da
colui che è sul punto di farne esperienza in prima persona.
Durante il
periodo Kamakura molti Samurai iniziarono ad assimilare le
discipline del Buddismo Zen come parte integrante del loro
addestramento, spesso anche spinti dall’incoraggiamento dei loro
signori. Questo tipo di ascesi dimostrò la sua efficacia durante i
due tentativi di invasione da parte dei Mongoli (1274 e 1281)
specialmente nel secondo conflitto dove i Samurai, numericamente
inferiori, ottennero un considerevole successo sull’invasore.

3) – costruzione di archi e frecce: da sinistra l’Impennatore,
al centro il Raddrizzatore, a destra l’Arcaio.

4) – Yabusame: l’arte del tiro a cavallo
impersonificata dall’arciere Takahashi,
vestito con il costume
tradizionale e ritratto assieme al figlio.
Lo Yabusame viene
ancra praticata oggi e consiste nel tirare
a speciali bersagli in
legno mentre il cavallo è al galoppo.
L’arciere e il ventaglio.
La storia del
Giappone è ricca di episodi leggendari e di altrettante gesta
compiute da eroi-arcieri, in particolare il periodo delle guerre
Gempei ne riporta uno tra i più famosi e celebrati.
Nel 1180
l’imperatore Takakura fece un dono al tempio di
Itsukushima, consistente in trenta ventagli che recavano dipinti
su di essi lo hi no maru, il disco del sole. In seguito il
successore di Takakura, l’imperatore bambino Antoku, venne
catturato dai Taira in fuga dai loro avversari, i Minamoto. Il
sacerdote del tempio, dove il drappello passò, per consolare il
bambino gli donò
uno di quei
ventagli, assicurandogli che il disco dipinto su di esso era lo
spirito dell’ultimo Imperatore, suo padre, e che perciò quel disco
avrebbe respinto le frecce dei nemici facendole rimbalzare indietro.
I Taira, credendo all’affermazione del prete, piazzarono questo
ventaglio in cima ad un palo appositamente fissato all’arcata di una
delle loro giunche, che venne ormeggiata vicino alla costa.
Sentendosi forti del fatto che parte del “potere spirituale” dei
loro nemici fosse ora entrato in loro possesso, i Taira spinsero una
delle donne della corte imperiale a lanciare una sfida ai Minamoto.
Ella li sfidò a colpire il ventaglio issato sulla giunca.
Nasu no
Yoichi Munekata era il migliore arciere del clan. Gli venne
perciò ordinato di raccogliere la sfida. Egli cavalcò nelle acque
per un tratto e, consapevole della leggenda secondo la quale il suo
defunto imperatore avrebbe respinto ogni freccia, Nasu rivolse una
preghiera ai Kami per ottenere che il vento e le acque si calmassero
quindi, con un tiro passato alla leggenda, andò a colpire il
ventaglio proprio sul rivetto metallico che lo teneva assieme,
mandandolo in frantumi
evitando il
disco del sole sotto gli occhi ammutoliti ed increduli dei Taira,
che vennero in seguito sconfitti nella battaglia che seguì
l’episodio.
Ancora oggi la
famiglia Sasake, rivendicando la sua discendenza da Nasu no Yoichi,
usa come suo emblema araldico (mon) un ventaglio con un disco nero
su di esso, poiché il loro antenato arciere aveva spento il sole dei
Taira.
5) – Pittura del diciannovesimo secolo che mostra la
nobiltà
giapponese durante la pratica del Sharei (Arcieria
cerimoniale)
Periodo
Muromachi (1333 – 1573)
IL grande
capitano Takeda Shingen (1521- 1573) della famiglia Minamoto dette
grande impulso
Al “Kisha” (il
tiro da cavallo) per mettere in pratica la strategia cinese di
battaglia:
questa
strategia era nota col nome di: FURINKAZAN
FU = veloce
come il vento
RIN=
silenzioso come la foresta
KA=
devastante come il fuoco
ZAN=
immutabile come le montagne.
Lo Zen continuò
ad espandersi: il monaco meditava in posizione seduta: lo Zazen, il
guerriero si forgiava lo spirito mediante l’azione.
Si nota
pertanto la nascita di due scuole principali: la Ogasawara Ryu
(tiro con l’arco religioso e da cerimonia, lento e solenne) e la
Heky Ryu ( tiro da battaglia, preciso, rapido ed efficace).
6) – una rara fotografia di Eugen Herrigel,
celebre
autore del libro Zen and the art of Archery,
ripresa durante
una seduta di allenamento informale (c.1935).

7) – Arciere della scuola di tiro Chikamato
del ramo Heki,
mentre tira al bersaglio a 28 metri.
Le Scuole
di tiro codificate (Ryu)
Scuole
antiche:
Kashima Ryu
(fondata dal dio guerriero Kashima Kami, origini mitologiche)
Taishi Ryu
(fondata dal principe Shotoku Taishi, 574 – 622)
Hemni Ryu
(fondata da Hemni Kyomitsu, 1185 – 1233)
Takeda Ryu (
fondata da Takeda Nobumitsu, discendente di Hemni, XIII sec.).
Ogasawara Ryu
(fondata da Ogasawara Nagakiyo (1161 – 1242).
Scuole
“nuove”:
Heki Ryu
(fondata da Heki Danjo Masatsugu nel 1440),------ vedi sotto
divisioni
Yamato Ryu
(Fondata da Morikawa Kosan, 1600),
Honda Ryu
(fondata da Honda Toshizane, 1800 ca.)
La scuola
Heki è a sua volta suddivisa in : Seka Ha; Izumo Ha; Dosetsu
Ha; Chikurin Ha;
Insai Ha; Okura
Ha.
Tutti questi
rami della Heki Ryu derivano il loro patrimonio tecnico da quello
scoperto da Heki Danjo per il campo di battaglia, con diverse
varianti introdotte da diversi maestri titolari, infatti nel sistema
tradizionale di insegnamento giapponese, di qualsiasi arte, è sempre
stato in vigore il sistema dello iemoto (ie = casa,
famiglia; moto = radice), ossia: l’insegnamento proviene
dalla casata e dal maestro che ne è depositario, il rapporto
fondamentale era quindi sempre il rapporto maestro-discepolo. Tale
legame non poteva mai essere spezzato e tantomeno rovesciato, anche
nel caso che il discepolo avesse infine superato il maestro in
abilità.
Il sistema
tradizionale dello iemoto, nelle arti marziali, venne abolito
solamente nel 1945, quando Il Giappone, sconfitto, si arrese agli
alleati ed iniziò un forzato processo di democratizzazione.

8) – Esempi di punte di freccia fischianti.
Le tre in
alto sono giapponesi, costruite
in legno scolpito e laccato.
Le tre
in basso sono Mongole e sono di osso.
Le scuole qui
elencate sono solamente le principali. Ve ne furono altre che,
tuttavia, derivavano da maestri formatisi in questi ceppi
principali: diversi rami della Heky Ryu continuano ad essere ancora
attivi e vitali oggi, altri si sono estinti così come si sono
estinte la maggior parte delle scuole più antiche, ad eccezione
della Takeda Ryu e della Ogasawara Ryu.
Le scuole di
tiro sorsero per sopperire a precise necessità, e lo fecero
rispettando gli scemi culturali nipponici ed i sistemi tradizionali.
Nel 1192 a
Minamoto no Yoritomo, capo del clan Minamoto, venne concesso il
titolo di Shogun.
A quel tempo
egli aveva consolidato con successo il suo potere e controllava, per
la prima volta nella storia giapponese, più o meno tutto il paese
dai suoi quartieri generali di Kamakura.
La corte
imperiale di Kyoto rimaneva in carica, almeno nominalmente, ma alla
fine fu costretta
a passare ogni
autorità al regime militare. Divenne quindi quasi inevitabile a quel
punto che i principi e la pratica delle arti marziali influenzassero
l’intera società.
Verso la fine
del XII secolo Yoritomo istituì per i suoi guerrieri un allenamento
standard più severo.
Come parte
dell’addestramento egli affidò ad Osasawara Nagakiyo, fondatore
della Ogasawara Ryu,
il compito di
codificare e standardizzare l’insegnamento dell’arcieria a cavallo.

9) – La solenne cerimonia dello Hikime,
in cui
vengono scoccate frecce cave fischianti

10) - la cerimonia Hikimeya della freccia
fischiante,
che simboleggia il rituale antico di esorcizzare il
male,
fermare le calamità, portare la pace e la serenità.

11) – Kazuo Kaneko in una dimostrazione di Sharei
o tiro alla targa cerimoniale nel 1962. Veste il Monopuku e
l’Hakama.
Per tradizione il tiro si pratica con la spalla
scoperta.
12) – Il Maestro Inagaki Genshiro
della scuola
Heki Ryu Insai Ha scattata ad Amburgo.
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