Arcosophia n.4
Supplemento al n.2 di Arco - Febbraio/Marzo 2006

 

1.Editoriale

di Vittorio Brizzi

 

2. Storia dell'arcieria
islamica: i trattati

di Giovanni Amatuccio

 

3. Storia e sviluppo dell'arcieria giapponese

di Stefano Benini

 

4. Realizzazione di una punta di freccia bifacciale peduncolata "di Remedello"
di V.Campagner, A.Scoccia, E.Rinaldini, V. Brizzi

  

Storia e sviluppo dell’arcieria in Giappone  (II parte)
DI STEFANO BENINI

 

 
1) – Panoplia di samurai

Lo Zen  e  l’arciere.

 

Lo spirito militare del periodo  Kamakura era in netto contrasto con le raffinatezze cortigiane del periodo Heian e, sebbene di più antiche origini, fu sotto la reggenza di Minamoto no Yoritomo

(1145-95) che il Bushido (codice del guerriero) si sviluppò e prese la sua forma definitiva. Inoltre ora vi era anche il Buddismo Zen per fornire a questo nobile codice le sue basi religiose e metafisiche. Esso divenne una sorta di filosofia di indifferenza verso la morte praticata durante la vita. Il principio dell’etica cavalleresca giapponese venne sintetizzato nei simboli dell’arco e della spada quali rappresentazioni della purezza interiore del samurai, visto ora come il guerriero la cui missione era di portare alla perfezione non solo le tecniche di combattimento ma, nel fare ciò, egli

portava a compimento la Tecnica suprema, quella che gli consentiva di trascendere la morte nel momento del trapasso. Il cavaliere quindi, a differenza  degli uomini di altre classi, forse per questo

ritenute inferiori, era colui che poteva guardare la morte negli occhi senza tremare, in un paradossale e contraddittorio connubio di orgoglio ed umiltà. L’addestramento interiore del guerriero, in tale ottica, non era disgiunto da quello esteriore, ed era un disciplina volta all’ottenimento di integrità, interiori ed esteriori, tali da poter realizzare in se il concetto: “si, potete uccidermi ma non ha importanza, il mio spirito è già andato oltre e non è un qualcosa che possa essere ucciso”.

In questo consisteva la Via dell’illuminazione per il guerriero; nel non fare distinzioni tra vita e morte: il Bushido eliminava lo iato che gli uomini pongono tra loro.
 


2) – Punte di freccia (Yano-ne) di superba fattura.

 

L’importanza che il Buddismo Zen ebbe nel Giappone feudale, quasi sempre percorso da guerre, si può facilmente intuire da quanto sopra esposto, tuttavia per tentare di capire più in profondità il modo in cui il tiro con l’arco veniva in aiuto dei maestri Zen e dei loro allievi, è necessaria una

premessa per spiegare non  cosa sia lo Zen  (ciò sarebbe impossibile oltre che una contraddizione in termini), ma piuttosto cosa esso non è.  Lo Zen ed il  Taoismo convergono in tale aspetto ed hanno essenzialmente la stessa origine. già Lao Tzu ci ammoniva che: “il Tao che può essere detto, non è il vero Tao”.                              

Lo Zen infatti affonda le sue radici in Cina  (dove era noto come Ch’an) ma vi giunse attraverso un monaco indiano che può essere considerato il suo fondatore: Bodhidarma, che giunse appunto dall’India nel sesto secolo, la sua filosofia venne portata fino in Giappone nel dodicesimo secolo dal monaco Eisai; essa contiene molti elementi puramente cinesi, o che comunque ebbero un pieno sviluppo in Cina prima dell’introduzione del Buddismo.

L’essenza dello Zen non è un elemento che gli occidentali possano facilmente afferrare. Esso non è una filosofia nel senso europeo del termine, bensì una metafilosofia.

Non è razionale ma nemmeno correlato al misticismo, nonostante le sue origini indiane. Non è una teologia e non possiede un formale credo o una dottrina. Si può seguire lo Zen ed essere Buddisti o Cristiani, scienziati o semplici operai, è un qualcosa di cui fare l’esperienza in ogni campo ed attività; risiede essenzialmente in una contraddizione che non può essere afferrata dal pensiero

formale, poiché andrebbe espresso un qualcosa che è di suo inesprimibile. Ciò che differenzia lo Zen da ogni altro insegnamento è il fatto che, mentre non si discosta mai dalla semplice quotidianità e nonostante la sua natura pratica e concreta, ha un qualcosa in esso che lo colloca al di sopra della

rutilante e sordida scena di questo mondo. I buddisti Zen non parlano mai di ciò li muove interiormente. Il loro segreto può essere compreso solo da colui che è sul punto di farne esperienza  in prima persona. 

Durante il periodo Kamakura molti Samurai iniziarono ad assimilare le discipline del Buddismo Zen come parte integrante del loro addestramento, spesso anche spinti dall’incoraggiamento dei loro signori. Questo tipo di ascesi dimostrò la sua efficacia durante i due tentativi di invasione da parte dei Mongoli (1274  e  1281) specialmente nel secondo conflitto dove i Samurai, numericamente inferiori, ottennero un considerevole successo sull’invasore. 

 

 
3) – costruzione di archi e frecce: da sinistra l’Impennatore,
al centro il Raddrizzatore, a destra l’Arcaio.

 

4) – Yabusame: l’arte del tiro a cavallo impersonificata dall’arciere Takahashi,
vestito con il costume tradizionale e ritratto assieme al figlio.
Lo Yabusame viene ancra praticata oggi e consiste nel tirare
a speciali bersagli in legno mentre il cavallo è al galoppo.

 

 

L’arciere e il ventaglio.

 

La storia del Giappone è ricca di episodi leggendari e di altrettante gesta compiute da eroi-arcieri, in particolare il periodo delle guerre Gempei ne riporta uno tra i più famosi e celebrati.

 

Nel 1180 l’imperatore Takakura fece un dono al tempio di Itsukushima, consistente in trenta ventagli che recavano dipinti su di essi lo hi no maru, il disco del sole. In seguito il successore di Takakura, l’imperatore bambino Antoku, venne catturato dai Taira in fuga dai loro avversari, i Minamoto. Il sacerdote del tempio, dove il drappello passò, per consolare il bambino gli donò

uno di quei ventagli, assicurandogli che il disco dipinto su di esso era lo spirito dell’ultimo Imperatore, suo padre, e che perciò quel disco avrebbe respinto le frecce dei nemici facendole rimbalzare indietro. I Taira, credendo all’affermazione del prete, piazzarono questo ventaglio in cima ad un palo appositamente fissato all’arcata di una delle loro giunche, che venne ormeggiata vicino alla costa.  Sentendosi forti del fatto che parte del  “potere spirituale” dei loro nemici fosse ora entrato in loro possesso, i Taira spinsero una delle donne della corte imperiale a lanciare una sfida ai Minamoto. Ella li sfidò a colpire il ventaglio issato sulla giunca.

Nasu no Yoichi Munekata era il migliore arciere del clan. Gli venne perciò ordinato di raccogliere la sfida.  Egli cavalcò nelle acque per un tratto e, consapevole della leggenda secondo la quale il suo defunto imperatore avrebbe respinto ogni freccia, Nasu rivolse una preghiera ai Kami per ottenere che il vento e le acque si calmassero quindi, con un tiro passato alla leggenda, andò a colpire il ventaglio proprio sul rivetto metallico che lo teneva assieme, mandandolo in frantumi

evitando il disco del sole sotto gli occhi ammutoliti ed increduli dei Taira, che vennero in seguito sconfitti nella battaglia che seguì l’episodio.

 

Ancora oggi la famiglia Sasake, rivendicando la sua discendenza da Nasu no Yoichi,  usa come suo emblema araldico (mon) un ventaglio con un disco nero su di esso, poiché il loro antenato arciere aveva spento il sole dei Taira.

 

 

    
5) – Pittura del diciannovesimo secolo che mostra la nobiltà
giapponese durante la pratica del Sharei (Arcieria cerimoniale)

 

Periodo Muromachi (1333 – 1573)

 

IL grande capitano Takeda Shingen (1521- 1573) della famiglia  Minamoto dette grande impulso

Al  “Kisha” (il tiro da cavallo) per mettere in pratica la strategia cinese di battaglia:

questa strategia era nota col nome di: FURINKAZAN

FU = veloce come il vento

RIN= silenzioso come la foresta

KA= devastante come il fuoco

ZAN= immutabile come le montagne.

 

Lo Zen continuò ad espandersi: il monaco meditava in posizione seduta: lo Zazen, il guerriero si forgiava lo spirito mediante l’azione.

Si nota pertanto la nascita di due scuole principali: la Ogasawara Ryu (tiro con l’arco religioso e da cerimonia, lento e solenne)   e la Heky Ryu ( tiro da battaglia,  preciso, rapido ed efficace).

 

 

6) – una rara fotografia di Eugen Herrigel,
celebre autore del libro Zen and the art of Archery,
ripresa durante una seduta di allenamento informale (c.1935).

 

 

7) – Arciere della scuola di tiro Chikamato  del ramo Heki,
mentre tira al bersaglio a 28 metri
.

 


Le  Scuole di tiro codificate  (Ryu)

 

Scuole antiche:

 

Kashima Ryu (fondata dal dio guerriero Kashima Kami, origini mitologiche)

Taishi Ryu  (fondata dal principe Shotoku Taishi, 574 – 622)

Hemni Ryu  (fondata da Hemni Kyomitsu, 1185 – 1233)

Takeda Ryu ( fondata da Takeda Nobumitsu,  discendente di Hemni, XIII sec.).

Ogasawara Ryu (fondata da Ogasawara  Nagakiyo (1161 – 1242).

 

Scuole “nuove”:

 

Heki Ryu  (fondata da Heki Danjo Masatsugu nel 1440),------  vedi sotto divisioni

Yamato Ryu (Fondata da Morikawa Kosan, 1600),

Honda Ryu (fondata da Honda Toshizane, 1800 ca.)

 

La scuola Heki è a sua volta suddivisa in :  Seka Ha;  Izumo Ha; Dosetsu Ha; Chikurin Ha;

Insai Ha; Okura Ha.

 

Tutti questi  rami della Heki Ryu derivano il loro patrimonio tecnico da quello scoperto da Heki Danjo per il campo di battaglia, con diverse varianti introdotte da diversi maestri titolari, infatti nel sistema tradizionale di insegnamento giapponese, di qualsiasi arte, è sempre stato in vigore il sistema dello iemoto (ie = casa, famiglia; moto = radice), ossia: l’insegnamento proviene dalla casata e dal maestro che ne è depositario, il rapporto fondamentale era quindi sempre il rapporto maestro-discepolo. Tale legame non poteva mai essere spezzato e tantomeno rovesciato, anche nel caso che il discepolo avesse infine superato il maestro in abilità. 

Il sistema tradizionale dello iemoto, nelle arti marziali, venne abolito solamente nel 1945, quando Il Giappone, sconfitto, si arrese agli alleati ed iniziò un forzato processo di democratizzazione.

 

  
 

8) – Esempi di punte di freccia fischianti.
Le tre in alto sono giapponesi, costruite
in legno scolpito e laccato.
Le tre in basso sono Mongole e sono di osso.

 

Le scuole qui elencate sono solamente le principali. Ve ne furono altre che, tuttavia, derivavano da maestri formatisi in questi ceppi principali: diversi rami della Heky Ryu continuano ad essere ancora attivi e vitali oggi, altri si sono estinti così come si sono estinte la maggior parte delle scuole più antiche, ad eccezione della  Takeda Ryu  e della Ogasawara Ryu.   

 

Le scuole di tiro sorsero per sopperire a precise necessità, e lo fecero rispettando gli scemi culturali nipponici ed i sistemi tradizionali.

 

Nel 1192 a Minamoto no Yoritomo, capo del clan Minamoto, venne concesso il titolo di Shogun.

A quel tempo egli aveva consolidato con successo il suo potere e controllava, per la prima volta nella storia giapponese, più o meno tutto il paese dai suoi quartieri generali di Kamakura.

La corte imperiale di Kyoto rimaneva in carica, almeno nominalmente, ma alla fine fu costretta

a passare ogni autorità al regime militare. Divenne quindi quasi inevitabile a quel punto che i principi e la pratica delle arti marziali influenzassero l’intera società.

Verso la fine del XII secolo Yoritomo istituì per i suoi guerrieri un allenamento standard più severo.

Come parte dell’addestramento egli affidò ad Osasawara Nagakiyo, fondatore della Ogasawara Ryu,

il compito di codificare e standardizzare l’insegnamento dell’arcieria a cavallo.

 

 

9) – La solenne cerimonia dello Hikime,
in cui vengono scoccate frecce cave fischianti

 

 

10) -  la cerimonia Hikimeya della freccia fischiante,
che simboleggia il rituale antico di esorcizzare il male,
fermare le calamità, portare la pace e la serenità.

 

11) – Kazuo Kaneko in una dimostrazione di Sharei
o tiro alla targa cerimoniale nel 1962. Veste il Monopuku e l’Hakama.
Per tradizione il tiro si pratica con la spalla scoperta.

 

 

12) – Il Maestro Inagaki Genshiro
della scuola Heki  Ryu Insai Ha scattata ad Amburgo.

 


 

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