Arcosophia n.3
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Storia dell'Arcieria Islamica(II parte: Mamelucchi e Ottomani)
DI GIOVANNI AMATUCCIO
Crociate Con l'ascesa della dinastia di Saladino, l'apporto degli arcieri di etnia turca e iranica fu determinante nelle vittorie che gli eserciti musulmani riportarono sui Crociati, tra le quali memorabile resta quella dei Corni di Hattin (1187), che portò alla caduta di Gerusalemme; ma da quel momento fu soprattutto l'affermarsi dei Mamelucchi - schiavi e mercenari d'origine turco-circassa, assurti al rango di casta militare che conquistò il potere nel 13 sec. - a dare un nuovo impulso alla crescita del tiro con l'arco. Essi introdussero nei ranghi degli eserciti arabi l'esperienza nel maneggio dell'arco composito da cavallo, che rappresentava la massima arma strategica dell'espansione turca e delle sconfitte crociate. Il duello tra la cavalleria pesante e gli arcieri a cavallo turchi, si protrasse con alterne vicende per circa due secoli, fino alla caduta di Acri (1291) e alla definitiva cacciata dei cristiani dalla Terrasanta. Nel tracciare un bilancio complessivo della sconfitta finale crociata si possono individuare due cause fondamentali di carattere strettamente militare (tralasciando naturalmente, in questa sede, gli altri fattori di carattere economico, politico ecc.): la scarsa conoscenza del territorio e la cieca fiducia nella potenza della cavalleria corazzata, che portava a sottovalutare l’efficacia degli arcieri musulmani. Già durante la Iª Crociata, infatti, i cavalieri occidentali erano particolarmente fiduciosi delle loro cotte di maglia e dei lunghi scudi. La capacità di resistere alla penetrazione dei dardi avversari aumentò a partire dal XIII sec., con l'adozione di piastre di ferro a protezione delle spalle e del petto, fino ad arrivare al completo corazzamento del cavaliere. Certo è difficile definire con esattezza l'effettivo potere d'arresto che le frecce musulmane avevano sull’equipaggiamento difensivo dei crociati: diversi fattori contribuivano a far sì che l'impatto fosse più o meno letale. A parte la potenza degli archi e la distanza di tiro, incideva molto l'angolo d'impatto della freccia, che a 90 gradi era micidiale; ma se invece era obliquo, la freccia facilmente scivolava sul metallo deviando, o impattando con una forza minore che produceva pochi danni. Le fonti crociate parlano di cavalieri che continuavano a combattere con molte frecce conficcate nell'usbergo, e ciò fa protendere per l'ipotesi della scarsa efficacia delle frecce turche, ma non sappiamo di che tipo di frecce si trattasse. E' probabile che tali frecce fossero le husban, cioè piccole frecce lanciate con particolari congegni, che raggiungevano distanze lunghissime, ma che, evidentemente, avevano un potere d'arresto molto minore[1]. Appare certo, in ogni caso, che tali frecce anche se non riuscivano a penetrare gli usberghi dei cavalieri, producevano gravi danni alle loro cavalcature; ed il cavaliere franco-normanno, appiedato, impedito dalla sua pesante armatura, dagli speroni e tutto il resto, nel momento in cui perdeva il proprio cavallo, rimaneva alla mercé del suo avversario[2]. Il problema dell'abilità dei Musulmani nel tiro con l'arco fu discusso ed analizzato attentamente fra i cristiani ancora dopo la fine dei Regni Latini d'Oriente. Nei trattati scritti tra il XIII e XIV secolo, nei quali si proponevano piani di recupero della Terra Santa, spesso è discusso il modo di come fronteggiare le armi principali dei musulmani: arcieri e cavalleria leggera. Raimondo Lullo nel 1309 suggeriva che gli eserciti cristiani dovevano contrapporre agli archi saraceni molti balestrieri cristiani. Lo stesso consiglio veniva da Enrico II di Cipro; ma le migliori indicazioni circa questo argomento si ritrovano nel Liber recuperationis Terrae Sanctae del francescano Fidenzio da Padova, composto nel 1291. Costui era bene informato circa le tecniche di guerra musulmane in quanto reduce dalla Terra Santa dove era stato a contatto stretto con i musulmani. Egli descrive la loro tattica come basata sul tiro con l'arco e cavalleria leggera, con uomini e cavalli non protetti da armature. Secondo il suo racconto, i loro combattenti avevano solamente un farsetto di cuoio come armatura, che lasciava le loro braccia scoperte al fine di avere i movimenti liberi per tirare con l'arco. In conclusione egli consigliava che le forze di spedizione cristiane fossero dotate di un gran numero di arcieri e balestrieri per tenere lontano dalla cavalleria cristiana gli arcieri a cavallo musulmani, e - cosa inconsueta per gli eserciti Medievali occidentali - suggeriva che tutto i soldati cristiani, cavalieri compresi, dovevano imparare il tiro con l'arco così da lottare alla pari con i Musulmani[3]. Mamelucchi Ma andiamo ora ad osservare più da vicino i protagonisti della vittoria militare musulmana sui regni crociati: i Mamelucchi. Col termine Mamelucco si indicava uno schiavo reclutato da parte degli Arabi in giovane età soprattutto nelle zone del Caucaso da ove venivano condotti al Cairo. Qui i giovani schiavi venivano accolti in vere e proprie scuole militari dove, dapprima ricevevano un’istruzione basata sulla conoscenza della lingua araba e del Corano, poi venivano sottoposti ad un intenso addestramento militare che si articolava nell’apprendimento dell’uso delle principali armi nonché dell’equitazione. In questo addestramento l’arcieria aveva una parte predominante e molto probabilmente ad essa si dovette la nascita del singolare sistema schiavistico, unico nella storia universale, che portava i suoi componenti dalla condizione di schiavi a quella di regnanti. Infatti, grazie alle abilità acquisite, soprattutto al tiro con l’arco da cavallo, questo corpo di schiavi soldati finì in breve tempo per diventare il principale strumento di guerra dei sultani egiziani; via via acquistarono sempre più importanza all'interno degli stati arabi fino a divenirne i padroni[4]. Al Cairo nacque uno stato mamelucco, che durò circa due secoli e mezzo (1250-1517) e fu proprio grazie al suo apporto, che l'Islam riuscì a respingere la duplice minaccia rappresentata dai regni crociati stabilitisi sul litorale palestinese e dall'avanzata mongola da oriente. Soprattutto in questo secondo caso, gli eserciti arabi non erano in grado di fronteggiare i loro nemici provenienti da Oriente che erano esperti nel combattimento con l’arco da cavallo. Le élites militari arabe rimasero sempre legate al proprio tradizionale metodo di combattere basato sul cavallo e sulla lancia, e probabilmente questa fu una delle cause che portò al predominio dei Mamelucchi sulle compagini statali arabe. le memorabili vittorie delle armate mamelucche contro le orde mongole nella seconda metà del XIII secolo, dimostrarono la formidabile potenza dei loro arcieri, che prevalsero proprio su coloro che avevano fatto dell'arciere a cavallo la propria fonte di vittoria in tutta l'Asia. La battaglia di Ain-Jalut (1260) fu uno scontro tra titani dell'arco: da una parte i cavalieri mongoli, che avevano innata la tradizione dell'arcieria montata, uomini che vivevano sul proprio cavallo e praticavano il tiro con l'arco sin da bambini; dall'altra combattenti allevati ed addestrati sin dalla tenera età in maniera organizzata e programmata nelle apposite scuole militari dove, attraverso un duro ed intenso addestramento, apprendevano quell'arte del tiro da cavallo che per i mongoli era un fatto quasi naturale[5]. La tattica degli arcieri montati mamelucchi era in parte diversa da quella dei Mongoli o degli altri popoli delle steppe asiatiche, Turchi compresi, alla quale si è fatto cenno nella prima parte. Essi combattevano con grande ordine e disciplina dovuti all’intesa pratica di addestramento ricevuta. Si schieravano generalmente su tre linee, che caricavano separatamente proteggendosi a vicenda. Inoltre, usavano anche smontare da cavallo e, riparandosi dietro l’animale, scoccare le proprie frecce. I sultani mamelucchi che si succedettero sul trono del Cairo svilupparono sempre più le attività legate all’addestramento al tiro con l’arco, che - oltre ad essere insegnato regolarmente nelle caserme mamelucche, attraverso rigidi protocolli di allenamento e sotto la guida di appositi istruttori – si diffuse anche in tutta la società, attraverso l’istituzione di scuole civili, dove semplici cittadini potevano praticare il tiro e cimentarsi anche con i soldati mamelucchi. Infatti, le competizioni che si tenevano in tali luoghi davano ulteriore slancio all’addestramento militare e, vice versa, i soldati erano stimolati a vincere le gare civili. Un elemento molto importante all’interno delle vicende dell’arcieria mamelucca è costituito da una vasta produzione letteraria di trattati dedicati all’arcieria, facenti parte di una più vasta letteratura detta di furūsiyya (termine traducibile molto approssimativamente con il nostro “cavalleria”, riferito agli aspetti tecnici ed etici della materia militare del tempo). Questi testi avevano, attraverso l’uso dell’arabo, reso accessibile la vasta tradizione arcieristica medio-orientale (in particolare persiana) proprio agli arcieri mamelucchi, che come ricordato, erano soggetti alfabetizzati, in grado quindi di poter leggere e studiare i trattati. Non solo, quindi, i Mamelucchi praticavano intensamente il tiro con l’arco, ma cosa assolutamente impensabile per i loro omologhi occidentali del tempo, erano in grado di studiare ed apprendere grazie alla lettura di quei veri e propri manuali, ricchi di indicazioni sia sulla costruzione sia sull’uso dell’arco composito[6]. Il periodo di massimo splendore dell’arciera mamelucca fu raggiunto sotto il sultanato di Bayrbas (1260-1277), detto al-Bunduqari (il balestriere), l’eroe mamelucco che aveva guidato la vittoria di Ain Jalut e la riconquista dei regni crociati. Egli stesso praticava ogni giorno il tiro dal pomeriggio fino al tramonto, prendendo parte personalmente anche a competizioni e ordinava ai suoi soldati di costruirsi da soli le frecce in modo da approfondire meglio la conoscenza del funzionamento del sistema arco-freccia. Al contrario, durante il regno del sultano al-Nasir Muhammad Qalawun (1293-1341), l’arcieria conobbe un periodo di declino. Egli, e suo figlio dopo di lui, perseguitarono l’élite mamelucca e conseguentemente tutto ciò che era legato al tiro con l’arco, temendo l’opposizione di questa al proprio regno. Egli promulgò misure atte a sopprimere la pratica e le competizioni di tiro sia tra i soldati sia tra i civili, arrivando ad ordinare la distruzione dei laboratori dove si costruivano le frecce per le gare. Le fortune dell’arcieria furono però ristabilite dalla dinastia circasso-mamelucca che regnò in Egitto dal 1328 fino agli inizi del XVI secolo. Gli arcieri montati mamelucchi rimasero il nerbo dell’esercito del sultanato fino allo scontro finale con gli Ottomani. Nel 1516, le forze mamelucche del sultano Kansahw al-Ghawri furono sconfitte dai Turchi ottomani, che usavano già le armi da fuoco, nella grande battaglia di Mardj Dabik. Ottomani Con l'avvento dell'impero ottomano, l'arcieria assurse al rango d'arte bellica, religiosa e ricreativa favorita e sostenuta dai sultani[7]. A differenza di quanto avveniva in Occidente - dove l'arco fu rimpiazzato, prima parzialmente dalla balestra e poi, definitivamente, dalle armi da fuoco - negli eserciti turchi, ancora per alcuni secoli dopo l'avvento della polvere da sparo, esso fu affiancato ai moschetti. Nel 1330 venne fondato il corpo dei Giannizzeri (Jeni dscheri = nuove truppe), che era composto prevalentemente da arcieri appiedati. I Giannizzeri erano giovani dei popoli cristiani conquistati, che venivano addestrati alla disciplina militare e in particolare all’uso dell’arco; equipaggiati con scimitarra e arco, combattevano come fanteria in appoggio alla cavalleria[8]. Da quel momento, probabilmente, la tattica turca cambiò definitivamente: non più arcieri montati, ma grandi masse di ben addestrate e disciplinate fanterie, la cui arma fondamentale restava l’arco. Tale cambiamento spiega, probabilmente la particolare predilezione da parte dei Turchi ottomani per il tiro a distanza. L’arco turco, nel periodo ottomano, infatti, era spesso usato con un semplice attrezzo (siper) che permetteva di scagliare frecce più corte e quindi più veloci. Esso era un’evoluzione di attrezzi similari usati da molti popoli orientali nonché dai Bizantini. Probabilmente lo sviluppo di tale pratica fu dovuto al bisogno di avere un’arma che, nelle mani dei Giannizzeri, fosse capace di dispiegare un grande “tiro di sbarramento”, che poteva colpire il nemico a lunghe distanze[9].
giannizzeri L'uso delle armi da fuoco da parte dei Giannizzeri ottomani cominciò sul finire del XV secolo, dopo la battaglia del Kossovo del 1448, quando i Turchi si trovarono di fronte i moschetti delle truppe di Giovanni Uniade. La conquista di Costantinopoli (1452) segna l'inizio del lento declino dell'arco come arma, rimpiazzato dai primi moschetti. Ma tale processo fu molto lento ed ancora per due secoli le due armi si trovarono fianco a fianco negli eserciti ottomani, e nelle miniature ottomane del XVI e XVII secolo, si può infatti spesso vedere rappresentati moschettieri e arcieri combattere fianco a fianco. Ancora durante il regno di Solimano I (1520-1566) i Giannizzeri continuavano a preferire l’arco ai lenti e pericolosi moschetti, e nel XIV secolo l’arco rimaneva l’arma fondamentale della fanteria turca. La cosa è dimostrata dalla storica sconfitta subita a Lepanto nel 1571. Questa, secondo alcuni studiosi, segnò una fondamentale battuta d’arresto per l’espansione turca, non tanto per la distruzione dell’intera flotta ottomana, bensì per la perdita di migliaia di esperti arcieri che costituivano il nerbo delle forze combattenti (le perdite tra i Turchi ammontarono a circa 30.000 uomini); forza difficilmente ricostituibile nell’arco di una generazione, poiché il maneggio dell’arco composito richiedeva una vita intera di preparazione per essere padroneggiato[10]. D’altro canto, proprio nel momento in cui il moschetto faceva la sua apparizione tra i Giannizzeri, il sultano Mohamed II, conquistatore di Costantinopoli, poneva le basi per un solido sviluppo dell'arcieria come sport. Egli fece costruire presso la sua residenza nella nuova capitale dell'Impero un'apposita grande piazza adibita all'allenamento e alle gare (ok meidan). Altri 34 ok meidan furono costruiti in tutto l’impero ottomano, tra i più importanti: Edirne, Bursa, Belgrado, Sofia, Bagdad, Damasco e alla stessa Mecca. Da quel momento, molti sultani succedutisi sul trono della sacra porta incentivarono tale attività e furono essi stessi grandi arcieri: Bayediz I (1389-1403) aveva la propria “stele-record” nell’ok meidan; Bayediz II fu un grande protettore dell’arcieria e un grande arciere egli stesso; lo stesso dicasi di Solimano il Magnifico (1520-1566). Vieppiù l'arco andava perdendo terreno nell'esercito, tanto più acquistava prestigio come pratica sportiva, e anche i sultani di età moderna erano appassionati del tiro con l’arco: Abdulhamid I (1774-1789); Selim III (1789-1807), che stabilì un record di gittata; fino ad arrivare al sultano Muhamad II (1808-1839), che commissionò a Mustafa Kani la stesura dell’ultimo grande trattato dell’arcieria musulmana[11].
Questo momento di passaggio è d'estremo interesse, in quanto segna il momento di transizione dalla disciplina puramente militare ad una di carattere ludico ed agonistico. Tale processo, appare qui come un continuum non interrotto, cosa che si riscontra, invece, in Occidente, dove l'evoluzione del tiro con l'arco registra dei momenti di vera e propria eclissi. Qui, infatti, a partire dal XVII sec. - nonostante gli sforzi di molti che si sforzarono di dimostrare la superiorità dell'arco nei confronti del moschetto - esso appare completamente soppiantato sul piano militare dalle armi da fuoco, e praticato solo da qualche bizzarro gentiluomo britannico come sport. Si dovrà attendere il XX secolo per ritrovare una rinascita della disciplina in forma sportiva. Gli arcieri ottomani era molto famosi per la loro abilità nel tiro ed esistono molti resoconti in proposito scritti da viaggiatori o ambasciatori occidentali che ebbero contatti con il mondo turco. Ecco, ad esempio come un nobile fiammingo, ambasciatore ad Istanbul di Ferdinando d’Austria nella prima metà del XVI sec., descriveva la sorprendente abilità dei Turchi dell’epoca: “…I Turchi sono molto esperti nel tiro con l’arco; essi si allenano a tale esercizio dai sette-otto anni fino ai dodici-venti anni. Questo costante esercizio rafforza i muscoli delle loro braccia, e gli conferisce una tale abilità che essi sono in grado di colpir il più piccolo bersaglio con le loro frecce. I loro archi sono molto più forti dei nostri… Un Turco ben allenato può facilmente tendere la corda del più forte di essi al suo orecchio. Se una moneta viene collocata tra la corda e l’arco, in prossimità della punta, nessuno se non un adepto è in grado di tendere la corda quel tanto che basta a liberare la moneta. Sono talmente sicuri in battaglia che possono colpire un uomo in un occhio o in qualsiasi altra parte del corpo decidano. Alla distanza stabilita per l’allenamento, potrete vederli tirare con tale sicurezza che essi circondano il bianco del bersaglio (spot n.d.t), che generalmente è più piccolo di un tallero, con cinque o sei frecce, così che ogni freccia tocca il margine del bianco, senza però romperlo…”[12] Il racconto dell’ambasciatore prosegue con la descrizione delle gare di tiro a distanza che si svolgevano in molte parti di Istanbul. Altri resoconti di viaggiatori europei testimoni dei record stabiliti dagli arcieri turchi sono elencati da Klopsteg[13], ma di questo ci occuperemo quando tratteremo delle competizioni di tiro nel mondo islamico. Concludiamo solo ricordando che la pratica del tiro di gittata continuò fino alla rivoluzione dei “Giovani turchi” del 1918 che portò al potere Ataturk, quando, nel quadro del vasto processo di modernizzazione da questi avviato, anche il tiro con l’arco fu ritenuto un retaggio del passato imperiale da cancellare, e le corporazioni degli arcieri furono sciolte e i campi da tiro chiusi.
[1] Per I “riduttori d’allungo” usati dai popoli orientali, si veda Giovanni Amatuccio, Lo strano arciere della Porta dei Leoni, in “Arcosophia”, 1(2005) [2] Per la storia militare delle crociate, tra gli altri, si veda: R. C. Smail, Crusading Warfare (1097-1193), Cambridge 1956; Christopher Marshall, Warfare in the Latin East. 1192-1293, Cambridge 1994. [3]Raimondo Lullo, Liber de acquisitione Terrae Sanctae, ed. a c. di E. Longpré, Criterion 3, 1927; Fidenzio da Padova, Liber recuperationis Terrae Sanctae, a c. di G. Golubrovich, in Biblioteca bio-biblografica della Terra Santa e dell’Oriente francescano, vol. II, Firenze 1913, pp. 9-60, cap. XXV. [4] Molto vasta è la letteratura sui Mamelucchi. Tra i maggiori studiosi che se ne sono occupati va segnalato David Ayalon, che ha scritto numerosi saggi sull’argomento, dei quali mi limito a ricordare: David Ayalon, Studies on the Mamluks of Egypt (1250-1217) , London 1977. Tra la saggistica più recente: David Nicolle, The Mamluks. 1250-1517, London 1993, che tratta specificamente gli aspetti militari. Una miscellanea anch’essa recente è: The Mamluks in the Egyptian Politic and Society, a c. di T. Philipp e U. Haarmann , Cambridge 1998; all’interno della quale troviamo un contributo specifico sull’arcieria di Ulrich Haarmann, The late triumph of the Persian bow: critical voices on the Mamluk monopoly on weaponry, pp. 174-187. Sull’arcieria mamelucca esiste un vasto ed articolato studio purtroppo inedito e disponibile solo come tesi di dottorato: Shihab al-Sarraf, L’archerie mamluke (643-924/ 1250-1217), Université de Paris Sorbonne, 1989. [5] Il lavoro più completo e recente sull’argomento dello scontro tra Mamelucchi e Mongoli nel Medio Oriente è costitutito da: Reuven Amitai Press, Mongols and Mamluks. The Mamluk-Īlkhānid war, 1260-1281, Cambridge 1995. [6] Solo alcuni di questi trattati sono stati tradotti in lingue occidentali e pubblicati, tra questi: J.D. Latham – W.F. Paterson, Saracen Archery. An English version and exposition of a Mameluke work on archery (ca. A.D. 1368), Londra 1970, p. 3. Si tratta della traduzione di un testo arabo del XIV secolo di Al-Asrafi al-Baklamisi al-Yunani Taybogha, Mss. Paris 2833, Br.Mus.1464., Gotha 1341,2 dal titolo Gunyat al-tullab fi ma'rifat al ramy bi al-nussab (Regole essenziali dell'arcieria per i principianti); Antoin Boudot-Lamotte, Contribution à l'étude de l'archerie musulmane, principalement d'après le manuscrit d'Oxford Bodléienne Huntington no 264, Damasco 1968 - si tratta del capitolo sull’arcieria estratto dal trattato di furūsiyya di Mardi ibn ‘Ali al-Tarsusi, Tabsirat arbab al-albab... (“Spiegazione per lo spirito sul modo di disporsi durante il combattimento.....”), del 1200 c.a., quindi precedente di poco al periodo mamelucco.- ; Nabih A. Faris e Robert P. Elmer, Arab archery. An Arabic manuscript of about A.D. 1500, A book on the excellence of the bow and arrow” and the description thereof, Princeton 1945, trattato del XVI secolo di un autore anonimo marocchino dal titolo Kitab fi bayan fadl al-qaws w-al-sahm wa-awsafihima. Munyatu'l-ghuzat; A 14th Century Mamluk-Kiptchak Military Treatise, tradotto da Kurtulus Öztopçu.(Sources of Oriental Languages and Literatures 13, 1989) [7] Il testo fondamentale per la conoscenza dell’arcieria ottomana è rappresentato da Mustafa Kani, Telhis resail er-rumat (“Compendio dei trattati d’arcieria”), Istanbul 1847. Il libro è stato parzialmente tradotto in tedesco da Joachim Hein, Bogenhandwerk und Bogensport bei den Osmanen nach dem “Auszug der Abhandlungen der Bogenscutzen, in “Der Islam”, 14(1925), pp. 289-360, 15(1926), pp. 1-78 e 234-239 e in inglese da Paul E. Klopsteg, Turkish Archery and Composite Bow, New York 1934 (rist. Manchester 1987). Si veda, inoltre: Üncal Yücel, Archery in the Period of Sultan Mahmud II, (Trad. a c. di Edward McEwen), in “Journal of Society of Archer-Antiquaries”, vol. 40 1997, pp.68-71. [8] Per l’organizzazione militare dei Giannizzeri si veda : Nahaum Weissmann, Les Janissaires. Étude de l’organisation militaire des Ottomans. Paris, Orient, 1964. [9] Cf. Amatuccio, Lo strano arciere…, op. cit. [10] John Guilmartin, Gunpowder and Galleys. Changing Warfare and Mediterranean Warfare at Sea in the Sixteenth Century, London 1974, p. 207; John Keegan, A History of Warfare, New York 1993, p. 337. [11] Kani, Telhis…, op.cit. [12] Ogier Ghislain de Busbecq, Lettres du baron de Busbec, trad. In francese a c. di M. de Foy, Paris 1748, pp.105-106. |
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