Arcosophia n.2
|
Storia dell'Arcieria Islamica(I parte) DI GIOVANNI AMATUCCIO
1. Dalle origini alla prima Crociata: l’apporto delle diverse popolazioni.
Con la definizione di arcieria islamica, si vuole qui indicare la vasta raccolta di fatti e di tradizioni scritte ed orali che fecero parte del mondo islamizzato, dall'Egira fino alla caduta dell'impero ottomano. In quest'ampio scenario geo-storico unificato dall'Islam e dalla lingua araba, si può delineare una prima netta distinzione tra due aree geografiche all'interno delle quali diverso peso e ruolo ebbe la tradizione arcieristica. Da una parte l'area araba propriamente detta, con le popolazioni beduine della penisola omonima, l'Egitto, il Maghreb e la Palestina; dall'altra, le regioni orientali dell'espansione islamica: Siria, Iraq, Persia ecc. influenzate dalla presenza turca. Certamente, le tribù arabe che sotto la guida del Profeta iniziarono la conquista dell'Oriente, non erano dotate d'archi compositi, né facevano un largo uso dell'arco in battaglia. I cavalieri beduini praticavano un tipo di equitazione detta al-karr wa-l-fan ("carica e fuga"), con lancia e spada ma non erano avvezzi al tiro con l'arco da cavallo. Tuttavia, il confronto-scontro con i popoli vicini, tutti abili arcieri – dai Bizantini ai Persiani ai popoli delle steppe euroasiatiche - contribuì notevolmente all’adeguamento alle loro tecniche e all’assimilazione delle abilità di quest’ultimi nella cultura militare araba. Lo stesso Maometto probabilmente si rese conto della necessità che i suoi uomini fossero in grado di opporre agli avversari un'adeguata risposta su tale terreno, e i suoi sforzi furono presto tesi ad incoraggiare la pratica dell'arciera tra di loro. Di qui deriva la ricca tradizione religiosa tesa alla propagazione dell'arcieria quale elemento essenziale del jihad (la guerra santa). Secondo la tradizione, l’arco fu donato da Allah ad Adamo attraverso l’intercessione dell’arcangelo Gabriele affinché questi potesse difendere il suo raccolto dai corvi. Da Adamo fu trasmesso ad Abramo e da lui a tutta la discendenza umana. Già da tale leggenda si evince l’importanza quasi sacrale attribuita dagli Arabi e dagli altri popoli islamici all’arco[1]. In tutto il mondo islamico, infatti, il tiro con l'arco divenne parte integrante della Sunna, vale a dire il corretto stile di vita del buon musulmano, dettato dal Corano e dalle altre tradizioni scritte. Esso, grazie alla sua validità nel jihad contro gli infedeli, era considerato come una fahrd kyfayah, vale a dire un'incombenza religiosa ricadente sull'insieme della comunità dei credenti[2]. Nelle tradizioni scritte abbondano gli episodi leggendario-religiosi legati alla figura del Profeta e dei suoi Compagni. Lo stesso Maometto, infatti, tirava d'arco e possedeva sei archi. Ognuno di essi aveva un nome: "il Giallo", "il Bianco" ecc.; tra tutti, il più famoso era "l'Invisibile" (così detto a causa del suo rilascio silenzioso), che fu utilizzato nella guerra contro i nemici politeisti[3]. Ma la testimonianza più importante dal punto di vista religioso è certamente rappresentata dai detti del Profeta (ahadith) sul tiro con l'arco. Gli ahadith sono delle raccolte di detti e sentenze attribuite a Maometto. Essi hanno valore di legge morale dei Musulmani, e sono secondi, per importanza, solo al Corano. Quaranta di essi sono dedicati all’arcieri, e vi si esortano i fedeli a praticare l’arcieria e ad essere in costante allenamento, paragonando in alcuni casi la pratica di tale disciplina a quella della preghiera[4].
L’influsso sull’arcieria araba dei popoli del Medio Oriente cominciò a farsi sentire con l'ascesa della dinastia abasside ed il conseguente spostamento della capitale a Bagdad (763), quando le etnie irachene ed iraniche assursero ad un ruolo di primaria importanza all'interno delle gerarchie civili e militari del Califfato arabo. Soprattutto furono gli abitanti della regione del Khorasan (Iran) che diedero un primo stimolo allo sviluppo dell'arcieria negli eserciti arabi; non a caso, nei testi d'arcieria arabi spesso si fa riferimento a semi-leggendari maestri d'arco provenienti dalle regioni del Khorasan[5]. Tuttavia, come gli arcieri persiani, essi erano essenzialmente impiegati in battaglia come arcieri appiedati; i loro archi, seppure del tipo composito, non erano molto potenti. Il loro maggior vantaggio era che potevano scoccare molto rapidamente. Costituiti da uomini perfettamente addestrati a tale scopo, le loro forze erano in grado di creare un efficace tiro di sbarramento contro il nemico. Nel VI scolo, lo storico bizantino Procopio di Cesarea, aveva già sottolineato il contrasto tra gli arcieri bizantini - equipaggiati con archi compositi potenti capaci di infliggere gravi danni al nemico – e gli arcieri persiani, che definiva i più veloci mai esistiti, ma scarsamente efficaci dal punto di vista della letalità , a causa della leggerezza dei loro archi[6].
Da quel momento, quindi, nella cultura dell’arco araba entrarono a far parte due grandi tradizioni militari: quella persiana, caratterizzata dall’uso massiccio di arcieri appiedati e quella dei cavalieri delle steppe, con i suoi arcieri montati, in particolare i Turchi - Selgiuchidi prima ed Ottomani poi - ma anche altri popoli caucasici (Circassi,Turcomanni, Cipkazi etc.)[7]. Come si vedrà, fu soprattutto quest’ultima ad influenzare decisamente i futuri sviluppi dell’arcieria bellica araba.
A partire dalla metà del IX sec. il califfo abbasside al-Mutasim, reclutò grandi masse di arcieri a cavallo turche, con le quali mosse contro l'Armenia e l'Anatolia bizantina, che andarono ad integrarsi con le truppe arabe. Nel corso delle campagne del califfo in Asia Minore, un episodio riferito da tutti i cronisti bizantini dà l’idea dell’importanza dell’uso dell’arco da parte delle truppe turche al servizio di al-Mutasim. Nella battaglia di Anzen (838) l’esercito imperiale era in rotta, lo stesso imperatore Teofane fu circondato con la sua guardia dagli arcieri turchi, ma riuscì a salvarsi in quanto una fitta pioggia allentò le corde e gli stessi archi compositi dei Turchi[8]. Contemporaneamente l'imperatore bizantino Leone VI, nei suoi Taktika[9], distingueva tra i due popoli, Turchi e Saraceni, e discettava sul diverso modo di affrontarli militarmente. Una prima differenziazione appare subito evidente: la tattica militare araba era caratterizzata dall'impiego di grandi masse d'arcieri appiedati definiti da Leone come Etiopi (il termine si riferisce, non solo alla regione africana, bensì all'intera penisola arabica), che combattevano appiedati davanti alla cavalleria leggera beduina. Leone li descrive come privi di armatura e facilmente scompaginabili dal tiro delle frecce imperiali. Secondo lui entrambi i popoli
"...affidavano la speranza delle loro vittorie alle frecce"[10];
ma dei Turchi diceva :
"... sono armati con spade, lance, archi ed elmi. In battaglia usano contemporaneamente due armi: sulla spalla portano la lancia, e in mano tengono l'arco, e secondo le circostanze usano l'uno o l'altro; nel caso, sono inseguiti, preferiscono certamente l'arco[11]... si impegnavano molto nella pratica della caccia con l’arco a cavallo…[12]";
mentre dei Saraceni:
"... la loro fanteria è composta da moltitudini di arcieri etiopi, privi di armature pesanti, schieranti davanti alla cavalleria come fanteria leggera[13]". "...Essi sono nudi, e possono essere facilmente feriti e messi in fuga[14]".
La differenza tra i guerrieri delle due etnie appare anche evidente dal punto di vista delle fonti arabe. Infatti, lo storico arabo al-Jahiz (776-869), descrivendo il modo di combattere dei Turchi, scrisse: "se mille dei loro cavalieri ingaggiano battaglia scaricando una singola salva di frecce, possono abbattere mille cavalli arabi. Nessun esercito può resistere a un tale tipo di assalto. I Kharigiti[15] e i Beduini non hanno la stessa abilità nel tirare con l'arco da cavallo. Ma un Turco può tirare ad animali, uccelli, cerchi, uomini , selvaggina ferma, manichini o uccelli in volo, e ciò al galoppo lanciato, davanti o indietro, a destra e a sinistra, in alto e in basso, scoccando dieci frecce prima che un Kharigita possa incoccarne una.[16]"
I Bizantini, dunque, sperimentarono sulla propria pelle l’efficacia della tattica turca e numeroso sono i riferimenti dei cronisti Bizantini sull'incapacità degli eserciti imperiali nel tenere testa alle orde di arcieri a cavallo. Tale inferiorità tattica si manifestò in particolare, nella battaglia di Manzikert nel 1071 nella quale cadde prigioniero lo stesso imperatore Romano, quando gli arcieri a cavallo selgiuchidi sbaragliarono l’esercito bizantino, garantendosi il possesso definitivo di gran parte dell’Anatolia[17].
Nel corso della prima crociata (1096) la differenza tra la tattica araba e quella turca diventa ancora più evidente[18]. Nonostante il successo per certi versi inaspettato ottenuto dai cavalieri occidentali nel corso della loro traversata dei territori controllati dai Selgiuchidi, e la successiva presa di Gerusalemme, apparve subito evidente, agli occhi degli stessi protagonisti di parte cristiana, la diversità del nemico che si trovavano di fronte. Infatti, sul fronte egiziano-palestinese la resistenza musulmana all'invasione franca fu sostenuta in gran parte dall'Egitto fatimita e dalle sue truppe composte da arcieri appiedati sudanesi e da cavalleria leggera beduina, che dovettero soccombere, nonostante la loro superiorità numerica, più volte alle cariche della cavalleria pesante crociata. Le truppe egiziane di al-Mustali che fronteggiarono i crociati ad Ascalona (1099) erano armate allo stesso modo dei Saraceni descritti da Leone VI. Non avevano arcieri montati: gli arcieri sudanesi erano seminudi e la cavalleria leggera beduina era armata con sole spade, senza lance. Lo stesso accade a Ramlah (1102), dove i 7.000 fanti egiziani erano per la maggior parte arcieri. La tattica e lo schieramento degli arcieri saraceni appiedati è bene descritta in una cronaca araba, seppur del secolo seguente (XIII sec.): “E’ necessario collocare i fanti di fronte ai cavalieri…e davanti ad ogni fante è necessario collocare uno scudo o una protezione per loro…davanti ad ogni gruppo di due fanti bisogna collocare un arciere…il quale tiri se c’è possibilità di colpire…Il ruolo di questi arcieri è di respingere gli squadroni lanciati contro di noi, in quanto il tiro delle frecce funge da deterrente per i loro attacchi, e li respingerà fino ai loro paesi…”[19]
Diversa la situazione sul fronte siro-anatolico, dove la leadership della lotta anti-cristiana fu assunta dai Turchi. I primi incontri tra gli eserciti occidentali della prima Crociata ed i Turchi, testimoniano lo sgomento dei cavalieri franco-normanni di fronte a truppe costituiti interamente di arcieri a cavallo e all'impressione suscitata dal "volume di fuoco" delle loro frecce, descritto di volta in volta come grandine, pioggia, nubi ecc.[20] Per restare agli avvenimenti relativi alla sola prima crociata, basti qui ricordare la testimonianza di Fulcherio di Chartres, che manifestato lo stupore dei crociati di fronte alla tattica turca
“…poiché a tutti noi tale modo di combattere era sconosciuto…”,
passa a descriverne l’effetto
“Tali erano i nembi di frecce che piovevano da parte dei Turchi, che nessuna parte del corpo dei Cristiani era protetta dai colpi e dalle ferite”.
Ancora, un altro cronista, Guglielmo di Tiro raccontando successivamente gli avvenimenti dell’avanzata crociata nelle terre dei Selgiuchidi, dirà:
“Attaccando il nostro esercito, le schiere turche scagliarono una tale moltitudine di frecce che come grandine ingombrarono tutto l’aere e tra le nostre fila a stento si trovava qualcuno esente da ferite; e appena la prima nube di frecce era arrivata, a causa della sequenza di tiro molto rapida, ne arrivava un’altra, e se qualcuno era scampato alla prima, non rimaneva illeso alla seconda”. [21]
La tattica di combattimento degli arcieri montati turchi era caratterizzata innanzitutto dall’uso di corti archi compositi che potevano essere adeguadatamente maneggiati da cavallo. I loro cavalli erano di taglia piccola e molto veloci; la combinazione tra velocità di movimento e efficacia degli archi faceva sì che essi potessero manovrare con veloci e ripetute cariche che tendevano ad avvolgere sui fianchi gli schieramenti nemici. Lanciata la carica e giunti a tiro di freccia scoccavano le loro voleés per poi rapidamente ritirarsi, ripetevano questa manovra più volte con l’intento di far rompere i ranghi alle truppe cristiane. Quando le successive ondate di arcieri erano riuscite a fiaccare notevolmente la resistenza nemica, allora appendevano l’arco al braccio sinistro, sotto il piccolo scudo rotondo, e attaccavano frontalmente con mazze ferrate e spade.[22]
La storica bizantina Anna Comnena così descrive i combattenti turchi nel periodo della prima crociata:
“…l’ordine di battaglia dei Turchi non corrisponde a quello degli altri popoli, … essi non sono schierati scudo contro scudo, casco contro casco, guerriero contro guerriero...In fatto d’armi, essi non si servono affatto di lance come i cosiddetti Celti (Franchi n.d.t.) ma essi accerchiano completamente il nemico scagliando su di lui frecce, e difendendosi a distanza. Quando un Turco insegue, si impone all’avversario tirando con l’arco, e quando è inseguito, trionfa con le sue frecce; egli tira una freccia, che va a colpire a volo sia il cavallo sia il cavaliere, e quando questa è scagliata da una mano vigorosa, attraversa il corpo da parte a parte: essi sono infatti degli arcieri eccellenti”.[23]
L’abilità dei cavalieri turchi poteva essere considerata sicuramente quasi alla stregua di una dote connaturata a tutti i popoli nomadi delle steppe euro-asiatiche. Essi sin da piccoli venivano addestrati al padroneggiamento delle arti equestri e al tiro con l’arco. Tuttavia, tali abilità rimanevano prerogative inserite in un contesto militare ancora primitivo, privo di adeguata disciplina e oraganizzazione. Fattori questi, che assieme all’armamento pesante, non difettavano alle armate cristiane. Grazie, quindi, alla superiorità dell’armamento e della tattica i cavalieri della prima crociata riuscirono ad avere la meglio sulle orde selgiuchide. Ma questo vantaggio durerà poco; quando le caratteristiche del modo di combattere turco saranno inquadrate in più efficienti ed evoluti sistemi politico-militari, quali quello creato da Saladino o dai Mamelucchi d’Egitto, i destini degli stati latini creati all’indomani del successo della prima crociata, saranno per sempre segnati.
Un ultimo dato da rilevare, a proposito della diversità nell’uso militare dell’arcieria tra le diverse etnie facenti parte del mondo musulmano, è quello relativo a due altre realtà appartenenti al grande mondo di al-Islam, la Spagna e la Sicilia. Qui, dove non giunse direttamente l'influenza turca e mamelucca, l'arcieria non ebbe la stessa evoluzione dell'area Medio orientale. Tra gli Arabi di Spagna, infatti, nei secoli del basso Medio Evo si diffuse sempre più l'uso della balestra a discapito dell'arco e mai attecchì l'uso degli arcieri montati. In Sicilia, invece, i rapporti tra la popolazione islamica dell’isola con i fratelli di Oltremare erano stati interrotti dalla conquista Normanna alla metà circa dell'XI secolo. Qui i Saraceni italiani, che spesso furono assunti come truppe ausiliarie di arcieri appiedati da Normanni, Svevi ed Angioini, durante circa tre secoli rimasero legati al vecchio modo arabo di concepire l'arcieria da guerra. E nonostante, come dimostrato dalle fonti, essi continuassero a fare largo uso dell'arco, in contrapposizione agli eserciti italiani che privilegiavano la balestra, pare che fossero comunemente arcieri appiedati, che usavano montare a cavallo solo per gli spostamenti[24].
[1] J.D. Latham – W.F. Paterson, Saracen Archery. An English version and exposition of a Mameluke work on archery (ca. A.D. 1368), Londra 1970, p. 3. Si tratta della traduzione di un testo arabo del XIV secolo di Al-Asrafi al-Baklamisi al-Yunani Taybogha, Mss. Paris 2833, Br.Mus.1464., Gotha 1341,2 dal titolo Gunyat al-tullab fi ma'rifat al ramy bi al-nussab (Regole essenziali dell'arcieria per i principianti). [2] Ibidem. [3] J. Hein, Bogenhandwerk und Bogensport bei den Osmanen, in "Der Islam", XIV(1925), pp. 298-360, XV(1926), pp. 1-78, 234-294; XIV, p. 325. Il testo di Hein è la traduzione del trattato ottomano di Mustafa Kani, Telhis resail er-rumat (Compendio dei trattati di arcieria), Istanbul 1847, parzialmente tradotto anche da G. Klopsteg, Turkish archery and Composite bow, Londra 1934. [4] Gli ahadith (sing. hadith) riguardanti l’arcieria erano 40. Oltre che nelle raccolte specifiche, sono elencati in Ivi, pp. 319-324; furono già raccolti nell’X sec. in un trattato dal titolo “Meriti dell’arcieria sulla via di Allah”; si veda l’edizione Fazlur Rahman Baqi, Kitabu Fada’il ir-Ramyi fi Sabili’llah, in “Islamic Culture”, 3(1960), pp. 195-207. [5] Si veda l’introduzione di Latham-Paterson, Saracen…, cit., pp. xxiii-xxiv; e più specificamente J. D. Latham, The archers of the Middle East: the Turco-Iranian background, in “Iran. Journal of the British Institute of Persian Studies”, 7(1970), pp. 97-103. [6] Procopius of Caesarea, History of the Wars, 7 voll., ed. H. B. Dewing, Loeb Library of the Greek and Roman Classics, Cambridge 1914-128, vol. I , The Persian war, xiii 32-33, p.169.
[7]
Per una trattazione storica dell’uso dell’arco nelle
operazioni militari degli eserciti musulmani, oltre ai
trattati specifici, si veda:
H. Kennedy,
The Armies of Caliphs. Military and Society in the Early
Islamic States, London and New York 2001, che tratta in
particolare dei primi secoli della espansione e del
consolidamento dell’Islam;
A. Hyland,
The medieval warhorse from Byzantium [8] Cederenus-Sylitzes, Historiarum compendium, II,134; Kaegi, The contribution..., p. 100. [9] Leone VI, Taktika, in J. P. Migne, Patrologiae Cursus Completus, Series Graeca (Paris, 1857-1866), 107. [10] Ivi, XVIII, 22. [11] Ivi, XVIII, 49. [12] Ivi, XVIII, 51. [13] Ivi, XVIII, 114. [14] Ivi, XVIII, 153. [15] Feroci guerrieri arabi membri di una setta islamica che si differenziava sia dai Sunniti che dagli Sciiti, protagonisti di lotte intestine con altri Musulmani. Cf. Kennedy, The armies…, cit. pp. [16] ‘Amr b. Bahr al-Jahiz, Manaqib al-Turk, in G. van Vloten, Tria opuscula auctore Abu Othman Amr ibn Bahr al-Djahiz Basrensi, Leiden 1903, pp. 1-56, p. 28. [17] Niceforo Briennio, Commentarii, ed. A. Meineke, Bonn 1836, pp. 40-43; W. Kaegi, The Contribution of Archery to the Turkish Conquest of Anatolia, in “Speculum”, 39 (1964), pp. 96-108. [18] Kaegi, The contribution…, pp. 105-106. [19] Al-Tarsusi, Tabsirat arbab al-abab, ed. a c. di C. Cahen, Un traite d'armurerie compose pour Saladin, in “Bulletin d'Etudes Orientales”, 19 (1947-48) 103-163, p. 146. [20] Tra le fonti occidentali che descrivono lo sgomento dei cavalieri crociati di fronte agli arcieri montati turchi, si veda: Alberto d’Aix, Historia Hierosolymitana, in Recueil des historiens des Croisades. Historiens Occidentaux, 4, Paris 1866, pp. 359, 369, 400 ; Sulle operazioni militari della prima crociata si veda: J. France, Victory in the East. A Military History of the First Crusade, Cambridge 1994, in particolare pp. 145-148 sugli arcieri a cavallo selgiuchidi; sulla guerra in tutto il periodo delle crociate: R.C. Smail, Crusading Warfare Cambridge, 1956; C. Marshall, Warfare in the Latin East, 1192-1291, Cambridge 1994. [21] Fulcherius Carnotensis, Historia iherosolymitana , in Recueil…, cit., v. III, p. 335 e 478. Guglielmo di Tiro, Historia rerum in partibus transmarinis gestarum, in Recueil…, cit., v. I, III, xiv, p. 131. [22] “I Turchi videro che i nostri e i loro cavalli erano mal ridotti, allora appesero i loro archi al braccio sinistro sotto gli scudi e li attaccarono crudelmente con mazze e spade”, Histoire d’Eracles, in RHC, v. II, p. 606. [23] Anna Comnena, Alexiade, a c. di B. Leib [Les Belles Lettres], I-III, Paris 1967, XV, iii, 7. [24] Sugli arcieri saraceni in Italia meridionale si veda: G. Amatuccio, Arcieri e balestrieri nella storia del Mezzogiorno medievale, in “Rassegna Storica Salernitana”, 24(1996), pp. 55-96 ; idem, Saracen Archers in Southern Italy, in “Journal of Society of Archers Antiquaries”, 48(1998), pp. 76-80 ; idem, Mirabiliter pugnaverunt. L’esercito del Regno di Sicilia al tempo di Federico II, Napoli 2003, pp. 17-27. |
|
Home | significati | in edicola | database | collaborare | team | | guida al mercato |
|
![]() |
|
|
2006© Greentime s.p.a. Editore - Tutti i diritti riservati |
|