Arcosophia n.1
Supplemento al n.1 di
Arco - Gennaio/Febbraio 2005
1.Editoriale
di Vittorio Brizzi
2.
Lo strano arciere della porta
dei leoni
di Giovanni Amatuccio
3.
La punta
di freccia come indicatore dell’organizzazione sociale:
uno studio
sperimentale sulle popolazioni preistoriche della costa ovest degli
stati uniti.
di Jill Victoria Brazier
4.
La cuspide di
freccia ed il suo ritocco a pressione
(1 parte)
di Mauro Fava
5.
approccio alla balistica interna
dell'arco
di V.B. |
La cuspide di
freccia e il suo ritocco a pressione:
appunti preliminari per lo sperimentatore 1)
MAURO
FAVA (Paleoworking)
Gli studiosi del
campo, archeologi ed antropologi raramente si sono posti problemi
nella classificazione dei manufatti litici tenendo conto della
problematica “pratica” della caccia. Se l'hanno fatto, ciò è
avvenuto solo attraverso dotte interazioni (a volte vere e proprie
ingombranti intrusioni) con tribù di cacciatori-raccoglitori ancora
oggi esistenti. L'etnografia purtroppo non può dare risposte
totalmente esaurienti, anche se "l'attualismo" ci ha fatto scoprire
meravigliose "diversità" che hanno stimolato nuove teorie e
alimentato scoperte. Datare, misurare e classificare sono cose
importanti. Ma la catalogazione tipologica rimane arida se non
affronta la problematica comportamentale tramite la sperimentazione
e l’intuizione, un tipo di “attualismo” particolare ed in certi
versi privilegiato. Solo così forse si può sperare di avere risposte
convincenti.
La costruzione dei
manufatti litici, oggi, rappresenta un insieme di cose che vanno dal
piacevole passatempo manuale allo studio scientifico
dell'Archeologia Sperimentale, e ognuno può inserirsi nella
dimensione che preferisce. In alcuni casi può divenire un'arte.
L’approccio di questo breve articolo sarà quello “pratico”, una
sorta di reverse engineering del processo deduttivo, guidato
da una iniziazione eminentemente pratica e manuale, non priva di
difficoltà e di fascino.

fig.1 in caccia
con l’arco preistorico
In Europa lo studio sperimentale delle
industrie litiche recenti (quelle che interessano le punte d
freccia, per intenderci) langue. Ben poche ricerche sono state
fatte, sia tipologiche che sperimentali. In America le cose si sono
evolute diversamente. L’Archeologia, nel nuovo mondo, si sviluppò in
modo molto più diretto parallelamente all’espansione verso ovest del
paese; come rapidamente le popolazioni native venivano incontrate e
distrutte, un pugno di antropologi si tuffava sulle testimonianze
raccogliendo dati e catalogandoli scientificamente. Un grande numero
di popolazioni native, all’alba dei primi incontri ravvicinati,
utilizzava ancora schegge di selce per cacciare e creare manufatti,
soprattutto nella California. Sono state registrate testimonianze
dirette su “come facevano le punte di freccia” (Bourke,
ed altri). Molte di queste testimonianze però non sono esaurienti.
Gli osservatori erano mancanti del “metodo” necessario ad indagare e
differenziare in profondità (in quanto non sperimentatori in prima
persona) e le loro conclusioni spesso mancano di scientificità sul
metodo.
Anche una delle maggiori fonti di
studio, Ishi, l’ultimo superstite della tribù Yana della California,
che produsse centinaia di lame e punte di freccia monitorato da
studiosi dell’università di Berkley, ebbe piccolo effetto sulle
correnti principali di studio paleoantropologico del tempo (Kroeber,
Nelson,
Pope).
Ishi rappresentava il “fossile vivente” ad espressione della
tragedia dei nativi del Nord America. Fuggito e braccato dal luogo
dove era cresciuto, senza più alcun parente e membro della piccola
tribù di cui faceva parte, venne imprigionato perché non conosceva
l’inglese e nessuno mostrava di conoscerlo. Kroeber e T.T. Waterman,
famosi e blasonati antropologi di Berkley, salvarono Ishi da una
prigionia immeritata e lo condussero alla loro università, dove
passò gli ultimi anni della sua vita (1911 – 1916). Qui fabbricò
manufatti formidabili, venne osservato e studiato in amicizia e
pace, rispettato da accademici e visitatori. Saxton Pope, studioso
dell’arcieria nordamericana, utilizzò i suoi consigli e la sua
esperienza per ricostruire e testare archi e frecce native, ma anche
lui non approfittò a fondo della sua abilità di flinknapper
per approfondirne lo studio. Nels. C. Nelson (1916) invece lo fece,
approfondì lo studio della lavorazione della pietra scheggiata
lavorando a contatto con popolazioni native e applicando queste
conoscenze per interpretare i ritrovamenti preistorici.
l'obbiettivo finale per chi seguirà queste righe
fino alla fine sarà quello di ottenere una punta efficace (per
efficace intendo una punta che non sia solo bella, ma che svolga
bene il mestiere suo). Guardacaso le punte più belle che si vedono
nei musei sono quelle potenzialmente più efficaci, quelle cioè, che
sono simmetriche, che conservano rapporti
lunghezza-larghezza-spessore tali da favorire al meglio la
penetrazione.
Per ottenere qualcosa di simile occorre molta esperienza, umiltà e
intuizione.
La materia
prima
Le tre qualità
fondamentali della pietra “utile” sono durezza, facilità di
lavorazione e omogeneità. Queste proprietà coesistono in
praticamente tutte le pietre utilizzate nella preistoria. La durezza
è essenziale per tutte quelle operazioni in cui si deve incidere,
tagliare, grattare e raschiare materiale animale o vegetale. Tutto
il materiale siliceo composto di quarzo come la selce possiede
queste qualità ed è uno dei più duri materiali esistenti in natura.
Tra i minerali silicei non esistono grosse diversità mineralogiche:
sono distinguibili solo dal colore, dalle inclusioni e dallo strato
geologico in cui vengono ritrovati. I più puri tra tutti i minerali
silicei sono il Calcedonio e il Diaspro, entrambi usati in tante
parti del mondo antico durante la preistoria. La selce segue a ruota
(gli anglosassoni dividono la selce più vetrosa ed in noduli,
Flint da quella a grana più grossa che si trova nelle liste,
Chert) ed è sicuramente il materiale più impiegato nella
preistoria. Altre rocce silicee sono state utilizzate un po’
dappertutto, come la quarzite (un’arenaria metamorfizzata e
silicizzata) calcari silicizzati a grana fine (limestone) ardesia
silicizzata, legno fossile silicizzato, ed altri materiali
sedimentari trasformati da depositi secondari di silicio. Le rocce
eruttive, come ossidiana, basalto e criolite hanno la caratteristica
di essere estremamente omogenei anche se generalmente meno duri.
Sono materiali enormemente usati dall’uomo preistorico. La facilità
di lavorazione è quella qualità indipendente dalla durezza che
definisce l’energia necessaria per trasformare la pietra grezza in
un utensile. Non necessariamente un materiale duro è difficile da
lavorare, come pure uno tenero risulta meno tenace alla lavorazione.
Ad esempio, la Giada, che molto più tenera della selce, è
difficilissima da lavorare per via della sua resistenza alla
fratturazione. L’omogeneità del materiale caratterizza il modo con
cui si frattura. La frattura concoide (da Konchē, greco che
significa mitilo, cioè cozza) tipica dei materiali impiegati nella
preistoria, è la caratteristica meccanica base e comune della selce
percossa e scheggiata; Mentre molti materiali, percossi, si
fratturano seguendo piani definiti paralleli alla simmetria
cristallina propria, i materiali omogenei non cristallini (criptocristallini
come la selce & C.) si fratturano in funzione dell’onda d’urto
seguendo “coni” ben determinati.

fig.2 un ritoccatore in palco di cervo
utensili
Per qualsiasi lavoro di ritocco a
pressione su lame è necessario un ritoccatore in osso oppure palco
(la parte apicale dei pugnali) di cervide. La punta (e la sua
manutenzione) è essenziale; deve essere sempre omogenea ed
arrotondata, ed il materiale costituente deve essere denso e
resistente (animali giovani). In più, alcune sperimentazioni hanno
dimostrato come il riscaldamento dell’apice dello strumento faciliti
l’operazione di ritocco. Nel caso dell'osso vanno bene le costole di
bovino; lavorate opportunamente sono molto utili per ricavare quegli
utensili destinabili alla creazione dei "notch"
e dei codoli delle punte. Spesso il ritoccatore è immanicato in
legno: una testimonianza fossile formidabile è lo strumento
ritrovato nel marsupio di Otzi, perfettamente funzionale a cui
nessun scienziato (all’inizio) aveva dato una interpretazione. Può
essere utilizzato anche il rame (un tondino di rame di 3-5 mm. di
diametro immanicato). Sono noti ritrovamenti di utensili simili
in culture nordamericane recenti (woodland) come pure tracce di
lavorazione su cuspidi e lame di coltello. Il rame ha l'indubbio
vantaggio economico e quello della reperibilità; in certe fasi della
lavorazione può essere utile intaccare una "V" sull'estremità attiva
per facilitare il contatto nel punto di pressione con l'utensile da
produrre.

fig.3 una scheggia
ottenuta mediante percussione diretta con un percussore duro
La tecnica
la pratica del
flintknapping si svolge su due fronti fondamentali, la
percussione e la pressione. Questi due campi ovviamente
non si escludono a vicenda, poiché la prima tecnica serve per
sgrezzare il blocco e ottenere le lamine, la seconda per rifinirle a
fondo affilandole. Ciò non toglie che i "bravi" riescono ad ottenere
ottime punte, lame ed utensili solamente per percussione. Abbiamo
avuto la fortuna di assistere personalmente alla creazione di questi
manufatti da parte di un maestro; credetemi: è una cosa incredibile
vedere la formidabile sensibilità che egli dimostrava amministrando
forza e precisione. Attraverso la percussione di distaccano schegge
e lame da un nucleo di selce, ed esse servono per creare il supporto
da cui ricavare la cuspide.
la
tecnica di pressione è documentata fino dal paleolitico
superiore per ricavare lunghe schegge dal nucleo. Normalmente
venivano impiegati utensili che sfruttavano la forza del corpo e il
nucleo veniva bloccato da una "morsa" costituita da blocchi di legno
oppure tramite l'assistenza di un collaboratore. Le lame
Epigravettiane
e Gravettiane di lunghe dimensioni sono producibili con questo
sistema, anche se tutt'altro che semplicemente.
il ritocco per pressione
riveste un'importanza estrema per la rifinitura di lame (cuspidi e
coltelli) dal mesolitico all'età del bronzo. Nelle Culture
nordamericane tale ritocco ha avuto uno sviluppo "artistico" per la
produzione di tutti i supporti di proiettile, dalle culture Paleo,
Archaic e quelle più recenti Woodland. La perfezione di queste
tecniche ha avuto un parallelo europeo nel solutreano (lame a cran e
a foglia) tanto da far supporre ad alcuni studiosi un “contatto” dal
vecchio al nuovo mondo intorno a 20.000 anni fa
e nel neolitico-età del bronzo danese, con l'estrema raffinatezza
delle famose Daghe (copie in selce di quelle metalliche).
Una buona freccia da caccia deve avere
la punta non più larga di 2-2,5 cm, spessa non più di 0.4 mm nel
punto più grosso, e lunga quanto di più possibile. Non dovrebbe mai
essere più corta di 3 cm. comunque, e dovrebbe avere i lati
sottilissimi ed affilati per tutto il suo profilo. L'obbiettivo è
quello di staccare lamine più lunghe possibile per percussione , e
ciò lo si ottiene premendo con l'utensile in direzione del bordo
della lama che si vuole "affilare" con un movimento lento,
inesorabile e un po' rotatorio, verso l’interno della lama e verso
il basso, contemporaneamente.

fig. 4 - il ritocco della cuspide
Con la pratica vi renderete presto
conto della fattibilità della cosa. Quando procedete all'esame della
scheggia, è inevitabile che tenderete a sviluppare un vostro
progetto. Cioè vi figurerete la punta idealizzata nella mente e
cercherete di rifinirne i bordi per avere un buon risultato.
Attenzione : la pietra ha le sue leggi inesorabili. Non state
scolpendo del marmo con lo scalpello, dovrete piegarvi ad esse. Cosa
recitano queste leggi ? fondamentalmente un rapporto non scritto tra
spessore della scheggia, larghezza e vostra abilità. Premendo con
l'utensile, vi renderete conto che la lunghezza della scheggia è
funzione della forza applicata e del modo con cui la applicate. La
difficoltà principe è nel ridurre lo spessore sull'asse
longitudinale della scheggia. Vi renderete presto conto come sia
vitale partire con lame ben dimensionate all'inizio, sottili nei
bordi e moderatamente spesse su quest'asse. Se partite con una bella
lama di quattro centimetri di lunghezza, due di larghezza e sottile
ed affilata da una parte ma spessa due tre millimetri dall'altra,
tragicamente dovrete ridurla in larghezza di 1-1,5 cm. per arrivare
ad avere bordi simmetrici e sottili da ambedue le parti, e quindi
addio progetto mirabile. Conseguentemente dovrete ridurla in
lunghezza, e addio sogni. Una delle cose più belle ed inquietanti
del Flintknapping è proprio questa. La punta efficace, a volte può
essere un semplice "ritaglio" di selce affilato e anonimo. Se avete
fortuna, ben presto ne avrete a vagoni. La "bella" punta è un'altra
cosa. Imparerete presto a distinguere le punte efficaci da quelle
ornamentali. Riuscire ad ottenere una punta efficace e bella deve
comunque essere il vostro obbiettivo. Mai come in quest'arte, la
bellezza naturale è rappresentazione dell'ottimizzazione funzionale.
Una punta bella da regalare agli amici può essere non efficace per
la sua grossezza nel codolo (che non troverà mai un'asta
sufficientemente grossa per accoglierla) oppure con una faccia
asimmetrica. Andranno benissimo per far collanine o soprammobili da
regalare. Prossimamente, su queste pagine, tratteremo in profondità
l’aspetto tecnologico.
Mauro Fava (Paleoworking)
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