Arcosophia n.1
 

Supplemento al n.1 di Arco - Gennaio/Febbraio 2005


 

1.Editoriale

di Vittorio Brizzi

 

2. Lo strano arciere della porta dei leoni

di Giovanni Amatuccio

 

3.

La punta di freccia come indicatore dell’organizzazione sociale:

uno studio sperimentale sulle popolazioni preistoriche della costa ovest degli stati uniti.

di Jill Victoria Brazier

 

4. La cuspide di freccia ed il suo ritocco a pressione (1 parte)
di
Mauro Fava

 

5. approccio alla balistica interna dell'arco
di V.B.

   Editoriale

  

   di Vittorio Brizzi

   vittorio.brizzi@unife.it

 

Arcosophia è un idea che risale a tanto tempo fa, quando il mio passare del tempo era ancora scandito da  altri ritmi e altre pulsioni più sanguigne. Oggi, con un po’ più di maturità e ragionevolezza, accolgo con grande entusiasmo la possibilità che la casa editrice Greentime mi fornisce con l’uscita di Arcosophia. Se dieci e più anni fa ritenevo fosse entusiasmante pubblicare una testata di apporti multidisciplinari all’arcieria, oggi la vedo più come una azione necessaria.

 In questi ultimi anni lo scenario è mutato, e non mi riferisco assolutamente all’ambito sportivo. La fioritura di associazioni e gruppi di appassionati che  studiano e praticano l’arco antico, la grande diffusione del re-enactment storico, il rinnovato interesse verso la caccia con l’arco e la richiesta di modelli diversi ludico – culturali (dall’archeologia sperimentale alla cultura del rapporto uomo – ambiente) sono un segno evidente: ritrovare l’arco e le frecce come elementi di collegamento diretto e tangibile tra le radici della nostra cultura e la cruda fisicità di un gesto antico.

Nello stesso tempo, la trasformazione da “soggetto” ad “oggetto” – morbo dilagante degli ultimi duecento anni – colpisce un po’ tutte le comunità umane. Non per fare sociologia spicciola, ma anche l’arco e la comunità degli arcieri ne è colpita. Dal punto di vista dell’identità, sia materiale che metafisica, l’uomo di oggi si trova modelli fabbricati intellettualmente che hanno sostituito quelli del territorio, del sangue, del rito e della cultura. Modelli di comportamento, mode e culture utilitarie che mutano ad un batter di ciglia, l’essere diventa ciò che si consuma. E questo genera ansia e degenera, a volte.

Questi elementi suggeriscono l’opportunità di raccogliere documentazione e proporla, per sfruttare

l’apporto della pratica e della cultura dell’arco, disegnando di conseguenza un modello intorno all’arco che potrebbe essere gradito ad altri lettori, sprofondati nelle letture umanistiche e scientifiche. Lettori che fino ad ora hanno visto i nostri modi di fare come sport o giochetti fine a sé stessi,  snobbandoli o categorizzandoli, ma senza conoscerli. L’opportunità è anche quella di creare una voce per un polo di ricerca, destinato a tutti gli arcieri, che possano trovar voce e stimolare nuove idee.

 Paradossalmente  seguendo le linee di questo pensiero, e a mio parere, la magnifica vittoria olimpica di Galiazzo rema contro, o nella migliore delle ipotesi, è assolutamente ininfluente.

 

Tirare d’arco presenta una particolarità: l’oggetto Arco e l’oggetto Freccia che partecipano all’unione uomo-bersaglio partono lontanissimi, in tempi insospettabili: almeno 12.000 anni fa in prossimità  della più imponente novità culturale della storia dell’uomo.  Il passaggio tra l’economia di caccia e raccolta a quella dell’ agricoltura e della pastorizia, la Rivoluzione Neolitica, pone fine infatti al modello dell’uomo in simbiosi con la Natura (chiamato dai più “l’Età dell’Oro”) per dare spazio all’uomo che sfrutta sistematicamente la Natura, e che dà inizio ad un nuovo uomo che ricava la sua nicchia ecologica non nella foresta, nella tundra o nella montagna, ma nella sua Cultura. L’arco qui assurge a simbolo di quell’”età di mezzo” e  la sua nascita viene interpretata come momento culmine[1],  strumento formidabile per colpire a distanza, fine di un epoca di milioni di anni  in cui le società primitive vivono in una relativa pace  per divenire protagoniste del neolitico, età buia dove ci si deve difendere dai propri simili con la guerra. L’uomo dei Ghiacci ne è uno dei tanti testimoni.

 

Anche per questo, avviare un processo di studio approfondito sul nostro strumento può essere visto come un mezzo per riappropriarci di quella eredità, introdurci in quel formidabile mistero del rapporto uomo – ambiente, cercando di discutere, comprendere e approfondire in senso orizzontale la cultura dell’uomo moderno. Un compito ambiziosetto?? Direi proprio di si. Queste pagine di Arcosophia, poche e sporadiche, ma destinate a essere lette, saranno solo l’inizio di questo processo in cui credo.

L’equipe editoriale di Arcosophia comprende oltre al sottoscritto Giovanni Amatuccio e Jill Victoria Brazier. Il primo non ha bisogno di presentazioni: accademico, ha il merito di aver lavorato per anni alla ricerca di tesori nascosti, documenti di civiltà antiche in cui l’immagine dell’arco riflette modi culturali affascinanti e forse da prendere come esempio, di scuola e di vita. Jill, che è la responsabile per l’Italia della Society of Archers Antiquaries,  promette di fare da ponte con questa attiva e formidabile realtà mondiale.

 Il nostro compito è selezionare e pubblicare ricerche e comunicazioni che riguardano da un punto di vista multidisciplinare l’arco nella sua evoluzione, da un maggior numero di punti di vista possibili. Il vostro aiuto è, naturalmente, molto gradito.

 

VB


 

[1] Non riesco a trattenermi nel citare un passaggio del più ironico e divertente libro sulla preistoria, di Roy Lewis, (il più grande uomo scimmia del pleistocene,  Adelphi, 1960): Dopo parecchi tentativi a vuoto riuscii a lanciare una freccia a venticinque metri. <Be’ che ne pensi?>  Mi chiese papà, <ricordati che è soltanto un prototipo abborracciato>. <Le potenzialità sono fantastiche, papà> commentai tristemente mentre guardavo il vecchio con malinconia. Questa era la fine. Proprio la fine.”

 

 

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