Arcosophia n.1
 

Supplemento al n.1 di Arco - Gennaio/Febbraio 2005


 

1.Editoriale

di Vittorio Brizzi

 

2. Lo strano arciere della porta dei leoni

di Giovanni Amatuccio

 

3.

La punta di freccia come indicatore dell’organizzazione sociale:

uno studio sperimentale sulle popolazioni preistoriche della costa ovest degli stati uniti.

di Jill Victoria Brazier

 

4. La cuspide di freccia ed il suo ritocco a pressione (1 parte)
di
Mauro Fava

 

5. approccio alla balistica interna dell'arco
di V.B.

  

La punta di freccia come indicatore dell’organizzazione sociale:

uno studio sperimentale sulle popolazioni preistoriche della costa ovest degli Stati Uniti.

 

DI VITTORIO BRIZZI

 

Gli archi tradizionali, le frecce, le cuspidi e la loro relazione forma/funzione sono elementi interessanti di studio non solo per ciò che concerne gli studi tipologici, funzionali o tecnologici dell’archeologo. La società umana, attraverso i tempi e le Culture, ha subito numerosi cambiamenti e rivoluzioni. La più evidente è la cosiddetta “rivoluzione neolitica” che portò un drastico mutamento nell’ambiente e nelle società, con l’addomesticamento e lo sfruttamento intensivo della terra e degli habitat, dopo un paio di milioni di anni in cui l’uomo era cacciatore e raccoglitore. Altre rivoluzioni, in epoca più tarda, avvengono nel tessuto sociale che si riflette in cambiamenti esteriori della cultura materiale (quelli che legge l’archeologo rovistando tra i “rifiuti” del passato) come la nascita di villaggi fortificati e segni espliciti di un diverso ordine sociale (attraverso i “simboli” ritrovati nelle sepolture sugli uomini di alto lignaggio). Questo caso, che presentiamo nell’ambito del progetto di studio interdisciplinare[1] in corso tra ricercatori italiani e studiosi nord americani[2], presenta una specificità particolare: dimostra come lo studio archeologico, l’etnografia con i suoi modelli e l’archeologia sperimentale possano concorrere per fornire delle risposte sulle cause di un passaggio evidente socio-culturale avvenuto nella costa ovest degli Stati Uniti, in un periodo di tempo di 1000 anni. In questo articolo vengono presentate due teorie contrapposte per spiegare l’incremento della complessità sociale di questi gruppi culturali : una di esse vede come protagonista principale l’arco e le frecce, e le tecniche di combattimento. Tramite la sperimentazione si cerca di giungere ad alcune risposte.

 

Le popolazioni contemporanee della costa nord-ovest degli stati uniti hanno una loro propria storia culturale, la cui genesi potrebbe risalire a 5000 anni fa. Questa particolarità ha attratto numerosi studiosi, sia archeologi che etnologi, che hanno cercato di far luce sulla direttrice di sviluppo di queste società, per comprendere a pieno l’evoluzione degli aspetti comportamentali in un’ottica comparata che comprenda attività di sussistenza, organizzazione sociale e attività belliche. Queste righe si soffermano soprattutto sull’ultima componente: come le attività di guerra (ove archi e frecce hanno rappresentato la maggiore costante) hanno influenzato l’evoluzione sociale attraverso l’atto fisico in sé del combattere.

 

Analisi socio-ecologica del territorio

 

La costa nord-ovest presenta un’estrema diversificazione dal punto di vista ambientale. E’ risaputo come i primi stanziamenti umani risalgano dal 4000 al 5000 a.c.[3]. Il territorio è caratterizzato da larghe superfici di laguna salata, grossi fiumi che formano delta sulla costa, canali tra isole, affluenti di acqua dolce, colline, valli e montagne ricoperte da nevi perenni[4]. Durante il 19° secolo questo habitat offriva 50 specie di piante arboree utilizzabili, 17 differenti specie di mammiferi, e 36 varietà di pesci, molluschi e mammiferi marini[5]. Questo scenario riflette con estrema probabilità le condizioni più antiche, fino al 3000 a.c. [6].

Studi etnografici hanno documentato come esistessero sette maggiori gruppi linguistici nell’area, comprendente la California nord occidentale fino all’Alaska sud occidentale (fig.1) Queste grosse divisioni culturali comprendono i Tlingit, Haida, Tsimshian, Bella Coola, Kwakiutl, Nootka, e Salish. Verso l’interno, nell’area prospiciente il Plateau della British Columbia, i Lillooet, Thompson e Shushwap, che rappresentano i gruppi interni della regione dello Fraser River. In ciascun caso, questi raggruppamenti possono essere considerati in termini di clan, villaggi e affiliazioni regionali.

 

Le documentazioni etnografiche recenti riferite all’area in oggetto disegnano un’economia di sussistenza prevalentemente legata al mare e ai suoi frutti. E’ documentabile come, dopo una fase arcaica definita dai ritrovamenti in pietra scheggiata tipica di altre aree più interne, nella fase che va dal 6500 al 1300 a.c. (Fase Arcaica) inizi a manifestarsi quella continuità culturale che giunge fino ad oggi, tra i moderni abitatori e i loro predecessori. Altri studiosi sostengono che è solo dal 1300 a.c. al 500 d.c. (Fase Media) che vere e proprie prove di questa modificazione culturale si evidenziano con ben definite testimonianze: ami, manufatti in guscio di conchiglia, resti di merluzzo e aringhe, manufatti in pietra levigata, arponi in palco di cervo, e altri  indicatori che con continuità si manifestano: palle di ocra rossa per uso decorativo, specchi destinati all’uso rituale, e complessi caratteristici delle sepolture in cui si riscontrano spesso segni di violenza. Questa fase culturale è chiamata “Fase Intermedia”.

E’ dalla Fase Finale (dal 500 d.c. fino al 1800 d.c.) che grandi villaggi fortificati si sviluppano simultaneamente[7]. La fine della Fase Finale corrisponde con l’inizio del Periodo Storico, che arriva fino all’età moderna. Durante questa Fase Finale sono evidenti oggetti della cultura materiale che sono sopravvissuti fino ad oggi nell’uso comune, con una crescita progressiva di resti di salmone, arponi in conchiglia, punte in osso, oggetti in rame, e una corrispondente e significativa decrescita negli ornamenti personali. Scavi effettuati in aree ricche di insediamenti hanno fatto tornare alla luce strutture abitative in grado di alloggiare fino a settanta individui.[8] In esse è possibile verificare come la disposizione degli alloggiamenti fosse definita in base al lignaggio. Quando si studia questa Fase Finale di occupazione del territorio, etnologi e archeologi  generalmente adottano un punto di vista strutturale-funzionale e focalizzano la loro attenzione su tre specifici attributi socio-culturali: attività di sussistenza, strutture sociali e organizzazione guerriera.

Primo, la super abbondanza di risorse marine e terrestri permise alle popolazioni preistoriche di mantenere una relativa sedentarietà nell’ambito delle loro attività di caccia e raccolta. Dal momento che le risorse naturali erano condizionate comunque da fattori spazio-temporali, il ciclo stagionale si manifestava come un alternarsi di attività ricorrenti ogni anno. Durante la primavera le collettività numerose di dividevano in gruppi dediti alla caccia del merluzzo, delle foche, dei leoni marini, e alla raccolta delle radici edibili. Come giungeva l’estate, le famiglie si riunivano per cacciare in modo organizzato mammiferi terrestri e marini, nell’autunno gli stessi gruppi si dedicavano alla pesca, e nell’inverno avvenivano dei veri e propri raggruppamenti cerimoniali, i Potlach, nei villaggi più importanti, organizzati secondo legami di parentela e lignaggio. Questi spostamenti annuali arrivavano fino a 800 km.

In queste particolari culture, la strutturazione sociale raggiunge i massimi livelli di organizzazione e complessità. Le società sono organizzate orizzontalmente per clan e parentele e regole patrilineari. Ogni clan a sua volta è strutturato in tre classi sociali: classe superiore, classe comune e schiavi. Un modello funzionale che ha garantito stabilità per molto tempo.

Dal momento che una minore dinamica spaziale/temporale (le attività legate al procacciamento del cibo su base stagionale) determina una drastica alterazione di disponibilità di risorse, il potenziale pericolo insito in una dinamica a fluttuazione ridotta (riguardo all’approvvigionamento alimentare, diversamente da quello descritto) è alto e genera conflitti. Una stanzializzazione maggiore provoca depauperamento delle risorse, e genera ribellione nei ceti con minore possibilità. Se le classi inferiori non hanno la possibilità di accedere alle materie primarie, le classi superiori possiedono i diritti ereditari di governare e gestire bestiame e attività di distribuzione.

La possibilità di governare le materie primarie in surplus trasformandole in beni di scambio nei momenti di contatto tra i clan (nei Potlach) favorisce il concetto di immagazzinamento e conservazione dei beni,  che consente la ridistribuzione delle risorse nei momenti di scarsità, quasi sempre a vantaggio delle classi ricche.

La guerra, in questa cultura, è considerata endemica. Diverse testimonianze archeologiche e racconti orali testimoniano come i conflitti fossero comuni. Individui offesi reclutano nel proprio clan alleanze, e organizzano le ostilità elaborando complesse strategie per sorprendere il nemico. Non di rado 300 e più guerrieri partecipano alle incursioni[9] . Il gruppo d’attacco è strutturato in modo razionale, con una suddivisione di compiti ben precisa. Il manipolo più numeroso delle forze di invasione si struttura secondo diverse specializzazioni. L’attacco viene condotto da un numero di guerrieri armato di lance, seguito da un altro gruppo dotato di coltelli, mazze da guerra e accette. Alla fine, gli arcieri provvedono al fuoco di copertura. I conflitti, anche di proporzioni più modeste, scaturiscono sempre per le medesime motivazioni: appropriarsi di uomini da porre in schiavitù, donne e teste per trofei, vendetta, diritti di commercio, risorse naturali e prestigio. Non è ben chiara, in questa dinamica guerrafondaia, quanto le componenti legate al prestigio o all’accaparramento delle risorse siano fattori preponderanti, molto probabilmente sono legati tra loro in modo indissolubile e concorrenziale[10].

 

Teorie

 

Recenti ricerche archeologiche hanno evidenziato un’associazione molto forte tra guerre e modificazioni sociali nella Fase Finale della costa Nord occidentale. Iniziando dall’adozione dell’arco e delle frecce, accertata intorno all’anno 500 d.c.[11] si nota come si registrino incrementi nell’intensità e nella frequenza dei conflitti, parallelamente allo sviluppo di villaggi fortificati e difesi, e alla tendenza di spostare le fonti di approvvigionamento delle risorse da ambiti locali a aree più distanti, risorse che vengono immagazzinate per i momenti di carestia.

Una delle teorie interpretative, che ha tra i postulati l’incremento di letalità offensiva garantita dall’arco, suggerisce che la maggiore efficacia del colpire a distanza abbia influenzato la gerarchizzazione sociale e la sua complessità. L’intensificazione dei conflitti armati e l’evoluzione di tattiche appositamente concepite per aumentare l’efficacia letale delle schiere di armati sembra abbia causato la “segmentazione orizzontale” delle forze militari, facilitando lo sviluppo di gerarchie parallele necessarie per un controllo più efficace dell’ambito sociale ed un rafforzamento della leadership di vertice.

Sfortunatamente questo scenario ipotetico non è a prova di errore, come molto spesso avviene nelle speculazioni sugli scenari antichi. Non esistono chiare ed assolute evidenze che l’arco preceda questa fase culturale e le testimonianze archeologiche dimostrano come i conflitti siano invece una costante delle fasi precedenti; come se non bastasse i dati etnografici non provano con sicurezza l’efficacia  dell’arco e quindi pare che esso possa non rivestire il ruolo che la teoria suesposta gli attribuisce[12] Altre fonti[13] riportano che non solo gli Haida relegassero l’arco ad un semplice ruolo di supporto tattico, ma come anche i guerrieri Kwakiutl preferissero la lancia e la fionda nel combattimento di mischia. In più, mazze da guerra, lance, e spade corte non sono mai sparite, giungendo fino al periodo storico, quello interessato dagli studi etnografici. Ci sono poi descrizioni vivissime di armature da combattimento in grado di deflettere le palle dei moschetti russi (non solo le frecce) sparate dalla distanza di 6 metri[14]. Insomma, molte cose rimangono avvolte nel dubbio.

Certo è comunque che l’arco è stato un significativo aiuto nella guerra e che abbia comportato la strutturazione di strategie difensive comprendenti armature e fortificazioni, correlate allo sviluppo nella Fase Media di eventi bellici, in cui le infiltrazioni di guerrieri nelle fortificazioni portavano al combattimento ravvicinato con arco e frecce.

Focalizzando l’attenzione sullo sviluppo delle tattiche preistoriche della  Fase Media, si può verificare come la guerra abbia condizionato la suddivisione sociale ben prima della trasformazione dei grandi villaggi in strutture fortificate a scopo difensivo. Sotto questa prospettiva, l’aumento della bellicosità  e il contemporaneo utilizzo di armi sofisticate in grado di colpire a distanza rappresentano un sintomo/simbolo di cambiamento, dovuto  alla crescita della complessità nella strutturazione della società. Il controllato sfruttamento delle abbondanti risorse marine, accoppiato al desiderio individuale di potere e prestigio di alcuni, porta inevitabilmente ad un forte stimolo per i cambiamenti politici e sociali[15]. In questo caso la guerra serve primariamente come strumento per fare emergere delle èlite che manipolano e cercano di mantenere certe convenzioni.

A fronte di questi scenari a teorie contrapposte, uno studio sperimentale sull’efficacia delle frecce contro le armature documentate di questo periodo può rappresentare un aiuto non indifferente. I dati possono suggerire delle interpretazioni sul grado di “stress” che l’organizzazione bellica (nella transizione tra Medio e Ultimo Periodo) ha subito cercando di organizzare ed ottimizzare le tattiche tradizionali. E probabilmente può fornirci delle risposte sul potere che l’introduzione dell’arco ha esercitato nei confronti del cambiamento sociale dell’Ultimo Periodo.

 

Tecnologie dell’arco e delle frecce

 

Considerando la grande massa di dati acquisibili attraverso testimonianze orali e materiali recenti, collezioni nei musei e Pubblicazioni  etnografiche dell’ultimo secolo, la sistematica catalogazione delle armi delle varie genti del Nord ovest degli Stati Uniti dimostra come vi sia  una differenziazione per gruppi culturali piuttosto che Intra-gruppo., soffermandosi su particolari come materiali, disegni (geometrie) e funzioni. Cioè, la varianza nei tipi di arco/frecce sia più un fenomeno legato all’appartenenza al gruppo che non a scelte individuali. Nove differenti tipi di legno sono i più usati, e la massima densità dei record vede archi in tasso rinforzati con tendine (arco composto).

I due disegni più comuni (variabili comunque in lunghezza e spessore, forma della grip, foggia dei tips) sono il selfbow[16] (generalmente piatto) usato, come riporta Teit[17] prevalentemente dagli Indiani di Thompson per la caccia alla piccola selvaggina di penna, e il modello con il backing[18] in tendine di cervo, più forte ed efficiente. Esempi di descrizione di questo genere, in etnografia, li possiamo trovare nei classici[19]; su questi archi spesso compaiono i silenziatori per la corda (filati assicurati sulla corda) e coperture con pelle di serpente, decorate o no. Spesso si trovano archi ricoperti di pelle gialla di cavallo, pelle di cervo dipinta e decorata, disegni (sul davanti dell’arco) costituiti da incisioni di linee riempite di colore rosso[20] e presso i Lillooet decorazioni di scene di uomini, animali e “sogni” in ocra rossa o gialla fissata al legno con linfa di cactus scaldata e applicata sopra.

L’unico report sperimentale riferibile ad archi originali (non replicati) della West Coast è di Saxton Pope, nei suoi test effettuati tra il 1918 e il 1924.

 

Egli, utilizzando alcuni archi di proprietà dell’Università della California, del Museo di Storia Naturale e della Collezione Jessup, ne verificò le prestazioni[21]. Tra essi vi erano archi degli Yurok, Hupa, e Yana (culture della  costa ovest). Le frecce per questi archi erano costituite da legno di cedro (Chamaecyparis nootkatensis) per quelli del nord e rosewood (Dalbergia retusa) e service berry (Amelanchier arborea)  per le frecce del sud. Nel descrivere le frecce degli indiani di Thompson e Shuswap, Teit[22] verifica una lunghezza media di 24”. Descrive un legno per le aste stagionato, lisciato e raddrizzato con l’uso del calore. Le frecce Salish avevano a volte piumaggi di gallo e di altri volatili, attaccate con resina vegetale e tendine, spesso poste sull’asta a spirale. A volte le aste erano decorate con una spirale a rappresentare il fulmine o l’uccello del tuono, (Teit, 1975a: 243). Come è illustrato nella tabella seguente, la letteratura etnografica fornisce una larga varietà di materiali e stili di fissaggio per le cuspidi delle frecce. Purtroppo non è mai indicata la frequenza delle combinazioni utilizzate.

 

 

Armature della West Coast degli Stati Uniti

Cultura

Pietra scheggiata

Pietra levigata

Osso/palco di cervo

conchiglia

rame

ferro

Tlingit

presente

Basalto

Triangolari piccole con spalle

Triangolari piccole

Piatte con spalle

Piatte con spalle

Kwakiutl

Nessun dato

Nessun dato

Peduncolate a spalla per la guerra

Nessun dato

Nessun dato

Nessun dato

Nootka

Nessun dato

Nessun dato

Nessun dato

Nessun dato

Nessun dato

Nessun dato.

Shuswap

A foglia, con scassi laterali

Nessun dato

Presenti, anche denti di castoro

Nessun dato

Nessun dato

Triangolari, 15x33mm

Thompson

Basalto vetroso, a scassi laterali, a foglia per la caccia 15x33mm.

Nessun dato

Peduncolate a spalla 9x90 mm.

Con scassi laterali 10x27 mm.

Nessun dato

Nessun dato

Triangolari, 15x33mm

Lillooet

Basalto vetroso, diaspro, quarzo, ossidiana, a foglia e a scassi laterali 15x33mm

Nessun dato

Peduncolate a spalla 9x90 mm.

Con scassi laterali 10x27 mm., denti di castoro e osso di cervo

Nessun dato

presenti

Triangolari, 15x33mm

 

 

Secondo Teit le punte più frequenti sono di basalto o materiale siliceo pseudocristallino, la cui foggia è differenziata in funzione dell’uso: le punte a foglia sono destinate alla caccia di grossi mammiferi, quelle triangolari peduncolate sono destinate alla guerra. Queste ultime presentano un foreshaft di legno duro o di osso o di palco di cervo non connesso rigidamente all’asta[23]. Spesso, sostiene Teit, le punte da caccia sono intinte di veleno di serpente a sonagli o comunque contaminate con batteri da carne in putrefazione. Ulteriore osservazione, il criterio che differenzia la punta da caccia da quella da guerra è l’angolo tra scasso della cocca e piano della punta: concorde per quelle da caccia, discorde (90°) per quelle da guerra, supponendo di rendere più agevole così la penetrazione tra le costole di un umano in piedi. Questa considerazione, apparentemente ingenua[24] in verità potrebbe valorizzare l’ipotesi di una grande frequenza di combattimenti a distanza ravvicinata. Una ulteriore osservazione di Teit è altrettanto significativa: i Thompson e i Shuswap spesso ri-foggiavano proiettili di pietra di grandi dimensioni ritrovati sul terreno e adattandoli alle loro frecce. Queste cuspidi (probabilmente di epoche precedenti destinate a giavellotti) erano per loro magiche, in quanto segni della folgore divina e quindi dotate di maggior potere [25]

Sempre Teit[26] indica la presenza di frecce con punte di proiettile in osso, palco, denti di castoro, rame, ferro, ma non ne indica usi e funzioni. Questa, purtroppo, è una costante per tantissime altre collezioni etnografiche provenienti dalle tribù del nord[27]. E’ comunque convinzione comune tra etnologi che le punte di basalto scheggiate e quelle d’osso fossero armature da aste destinate alla caccia per i mammiferi marini, mentre le altre di osso con peduncoli fossero destinate alla pesca, come pure quelle di basalto levigato fossero armature per frecce[28] e si osserva facilmente come i loro ritrovamenti inizino a scarseggiare con l’aumento dei ritrovamenti di resti marini.

I record archeologici ottenuti da scavi nell’area della British Columbia mostrano dati riferibili a momenti ben determinati a supporto delle asserzioni etnografiche:

 

La sepoltura di Greenville, studiata di Jerome Cybulski nel 1982 e 1983, è situata nel nord est del Nass river, ed è corrispondente all’area occupata dagli attuali Niska (Tsmshian interni) e ha fornito proiettili databili dal 556 al 1290 d.c..Nel sud est, lungo il Fraser River, tra Lillooet e Lyton (British Columbia) scavi effettuati tra il 1961 e 1965 hanno restituito manufatti risalenti ad un arco di 7000 anni dal presente[29]. I siti in questa regione corrispondono ad aree occupate dai Thompson e i Salish interni. Nella parte orientale dell’isola di Vancouver (il Little Qualicum River, LQR) e diversi siti prossimi a Nanaimo risiedevano i Salish, che frequentemente si scontravano con i Kwakiutl e i Nootka. Lì, l’archeologa Kathryn Bernick rinvenne nel 1976 una grande quantità di materiale significativo databile dal 1000 d.c. in poi, mentre Mitchell, nel 1978, rinvenne altro materiale dal 2760 a.c. La prima osservazione logica, in questo ampio spettro temporale di ritrovamenti, è che le modificazioni tecnotipologiche delle armature non risulta significativa. Le punte in osso sono circa il 70% tra tutto l’insieme, ed è sempre la tipologia più frequente in tutti gli scavi tranne che per la collezione Lillooet, che presenta una maggioranza di punte in pietra, scheggiate. La spiegazione possibile è che questo sito è interno rispetto agli altri sulla costa, e probabilmente la caccia ai mammiferi terrestri era la pratica più seguita.

 

 

Tecnologia delle armature protettive

 

Le armature protettive, sviluppatesi nelle Culture nordamericane del nord ovest, sono principalmente costituite da pelle e da lego, in varie fogge e combinazioni.Alcuni gruppi usavano due o tre strati di pelle di alce o elk in tuniche che arrivavano a metà ginocchio. In qualche caso alla pelle venivano incollate pietre (ciottoli piatti di fiume) con colla di pesce. La varietà più comune era costituita da segmenti di legno duro verticali uniti tra loro con canapa o strisce di corteccia (Teit, 1975a:265, 1975c:538). Il loro spessore variava da 1,25 cm a 2,5 cm. e la loro larghezza da 2,5 cm. a 3,75 cm. Oltre all’armatura di legno, i guerrieri indossavano tuniche di pelle ornate da disegni raffiguranti animali e segni geometrici, ispirati dal sogno (Teit,1975a: 265) e “elmetti” di legno scolpito raffiguranti animali o entità umane legate al mito, per intimorire il nemico.

 

 

 

La sperimentazione

 

 

Le due teorie che si contrappongono necessitano di una verifica sperimentale, allo scopo di appurare con certezza le caratteristiche balistiche terminali  della combinazione arco – freccia –cuspide in funzione del tipo di armatura protettiva. In altre parole, la tesi di una modificazione sociale avvenuta grazie allo sviluppo di strategie belliche basate sul largo utilizzo di arcieri in battaglia non può essere accettata se non si appura la reale potenzialità del sistema d’arma. Ecco perché alcune riproduzioni di queste armi sono state usate[30] per verificare e misurare le capacità di differenti tipi di punte a penetrare armature protettive di varia natura.

L’arco utilizzato nei test, lungo 61” con corda in tendine, è caratterizzato da un carico a 28” di 50 libbre. Rientra nei canoni di Hamilton[31] in quanto il rapporto tra lunghezza e allungo è 2,18:1[32]. Il diagramma di trazione completo non è pubblicato, ma misurazioni effettuate a 19.5”, 23.5” e 27” fanno corrispondere un carico di 30, 40 e 50 libbre e riflette le misurazioni di Pope su archi della California del Nord. L’arco è stato fissato ad un supporto solidale con il terreno e grazie ad uno sgancio meccanico sono state eseguite delle prove di tiro su bersagli strutturati in modo da riprodurre i sistemi di armatura protettiva in figura. I dati ottenuti sono nella tabella seguente.

 

 

Penetrazione delle frecce e capacità protettive delle armature

materiale

tipologia

Pelle di mucca conciata

Pelle di mucca conciata con Pietre incollate

Legno in liste parallele diametro 1,25 cm.

Legno in liste parallele, 2,5 cm. spessore

Piano in Legno di betulla  spessore 2,5 cm.

osso

conica

30 lb

no

30 lb

50 lb

no

osso

triangolare

50 lb

no

30 lb

50 lb

no

selce

triangolare

50 lb

no

40 lb

no

no

ossidiana

triangolare

no

no

40 lb

no

no

ardesia

Triangolare grande

40 lb

no

50 lb

no

no

ardesia

Triangolare media

40 lb

no

30 lb

no

no

ardesia

Triangolare piccola

30 lb

no

40 lb

no

no

ferro

Triangolare piccola

30 lb

no

50 lb

no

no

rame

Triangolare piccola

30 lb

no

50 lb

no

no

ferro

Punta di lancia triangolare piccola

si

si

si

si

no

ardesia

Punta di lancia triangolare grande

si

no

si

no

no

selce

Punta di lancia triangolare grande

si

no

-

-

no

 

I valori numerici riflettono il minimo carico necessario perché il proiettile penetri l’armatura.

 

 

 

I risultati sono che i proiettili in selce scheggiata, ardesia levigata e osso rivelano un aumento di capacità di penetrazione inversamente alla loro durata, e la pelle cruda, il legno e le armature protettive ricoperte di pietra riflettono (in ordine) un aumento nella capacità difensiva,  a scapito però della  manovrabilità.

 

Dopo il 400 d.c. aumenta l’uso delle frecce dotate di punta in osso  per il combattimento, nonostante si diffonda sempre di più l’utilizzo di manufatti in ardesia levigata, strumenti molto durevoli,  per la cultura di sussistenza;  Ciò fornisce un segnale dell’incremento delle ostilità di quel periodo e rafforza la tesi che vede nell’evoluzione dell’arco e delle frecce (e delle relative corazzature) una influenza  sulla necessità di organizzazione strategica e differenziazione orizzontale nei ranghi direttivi dei combattenti.

Ciò ribadisce come sia doveroso discriminare tra le attività belliche e quelle di sussistenza, supportando così quelle teorie che vedono un ruolo importante e causale ai conflitti durante la crescita della complessità sociale.

 

Vittorio Brizzi


 

[1] V.BRIZZI, 2004Arrowhead Impact As a Behavioural System In The Prehistoric Hunter, BSAI Project, Paleoworking,)

[2] Il contributo principale di quest’opera, riferita alla sperimentazione, è di Nathan Lowrey, (LOWREY, N. S. 1999, An Ethnoarchaeological inquiry into the functional relationship between projectile point and armor technologies of the northwest coast, American University, Washington DC)

 

[3] FLADMARK, K. 1975 A Paleoecological Model for Northwest Coast Prehistory, Archaeological Survey of Canada, Mercury Series Paper No. 43, Canadian National Museum of Man, Ottawa.

[4] SUTTLES, W. 1987 Coast Salish Essays, University of Seattle Press, Seattle.

[5] EELLS, M. 1985 The Indians of Puget Sound, G. P. Castile (ed.), University of Washington Press, Seattle.

[6] MURRAY, R. A. 1982 Analysis of Artifacts from Four Duke Point Area Sites, Near Nanaimo, BC: An Example of Cultural Continuity in the Southern Gulf of Georgia Region, Archaeological Survey of Canada, Mercury Series Paper No. 113, National

Museums of Canada, Ottawa.

[7] MASCHNER, H. D. G.,1991 The Emergence of Cultural Complexity on the Northern Northwest Coast, Antiquity, 65, pp. 924-934.

[8] AMES, K. 1992 Household Archaeology of a Southern Northwest Coast Plank House, Journal of Field Archaeology, 19, pp. 275-290.

[9] LOWREY, N. S. 1994 In Search of a More Active Ethnoarchaeology of War Among the Northwest Coast Peoples of North America, unpublished seminar paper, Department of Anthropology, University of Wisconsin, Madison.

[10] LEWIS, H. S. 1981 Warfare and the Origin of the State: Another Formulation, in The Study of the State, Claesseh and Skalnik (eds.), Mouton, The Hague, pp. 201-221.

[11] BLITZ, J. H. 1988 Adoption of the Bow and Arrow in Prehistoric North America, North American Archaeologist, 9, pp. 123-145.

[12] NIBLACK, A. P. 1970 The Coast Indians of Southern Alaska and Northern British Columbia, Johnson

[13] BOAS, F. 1966 Kwakiutl Ethnography, Helen Codere (ed.), University of Chicago Press,

[14] MACDONALD, G. F. and INGLIS, R. I. 1989 Kitwanga Fort Report, Canadian Museum of Civilization, Quebec.

[15] HAYDEN, BRIAN 1992b Conclusion: Ecology and Complex Hunter-Gatherers, in A Complex Culture of the British Columbia Plateau: Stl’atl’imx Resource Use, B. Hayden (ed.), University of British Columbia Press, Vancouver, pp. 525-563.

[16] Letteralmente, Arco di solo legno

[17] TEIT, J. A. 1975 The Thompson Indians, Memoir of the American Museum of Natural History, The Jessup North Pacific Coast Expedition, 5:1, AMS Press, Inc., New York.

[18] rinforzi di uno o più strati di tendine sulla parte dell’arco rivolta al bersaglio, la faccia sottoposta a trazione.

[19] HAMILTON, T. M.1982 Native American Bows, Missouri Archaeological Society Special Publication No. 5, Columbia, Missouri.

[20] TEIT, J. A., Op.Cit.

[21] Carico ad allunghi predefiniti, gittata con frecce di massa nota.

[22] TEIT, J. A., Op.Cit.

[23] Rafforza l’idea di un sistema che preveda il distacco della parte distale del proiettile successiva all’impatto, e che permanga nella ferita. La parte in legno/osso connessa alla cuspide accentua nei movimenti del colpito la gravità della ferita, facendo una maggior leva.

[24] La freccia comunque ruota nel suo volo.

[25] TEIT, J. A.1975 The Shuswap, Memoir of the American Museum of Natural History, The Jessup North Pacific Coast Expedition, 2:7, AMS Press, Inc., New York.

[26] TEIT, J. A.1975 The Lillooet Indians, Memoir of the American Museum of Natural History, The Jessup North Pacific Coast Expedition, 2:5, AMS Press, Inc., New York.

[27] NIBLACK, A. P.1970 The Coast Indians of Southern Alaska and Northern British Columbia, Johnson

[28] BARNETT, H. G.1955 The Coast Salish of British Columbia, University of Oregon Press, Eugene.

[29] SANGER, D.1970 The Archaeology of the Lochnore-Nesikep Locality, BC, British Columbia

[30] N.Lowry, An Ethnoarchaeological inquiry into the functional relationship between projectile point and armor technologies of the northwestern coast,  1999, Baywood Publishing Co.Inc. American University, Washington DC

[31] HAMILTON, T. M., 1982, Op. Cit.

[32] Hamilton verifica come il rapporto tra lunghezza e allungo degli archi nordamericani sia mediamente di 2:1, dato peraltro confermato da Pope nelle sue osservazioni (1962).

 

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