Arcosophia n.1
 

Supplemento al n.1 di Arco - Gennaio/Febbraio 2005


 

1.Editoriale

di Vittorio Brizzi

 

2. Lo strano arciere della porta dei leoni

di Giovanni Amatuccio

 

3.

La punta di freccia come indicatore dell’organizzazione sociale:

uno studio sperimentale sulle popolazioni preistoriche della costa ovest degli stati uniti.

di Jill Victoria Brazier

 

4. La cuspide di freccia ed il suo ritocco a pressione (1 parte)
di
Mauro Fava

 

5. approccio alla balistica interna dell'arco
di V.B.

  

Lo strano arciere della Porta dei Leoni

 DI GIOVANNI AMATUCCIO

 

L’archivolto del portale Nord della basilica di San Nicola a Bari, detta “Porta dei Leoni” o “Porta degli Otto cavalieri”, presenta un noto fregio che costituisce uno dei più bei esempi di scultura romanica dell’Italia meridionale. In esso sono effigiati otto cavalieri disposti simmetricamente, quattro per lato che convergono attaccando una fortificazione (città, torre o castello) difesa da quattro fanti (due per lato) più altri due sugli spalti. Ad un primo sguardo si nota subito la differenza degli equipaggiamenti tra il gruppo degli attaccanti e quello dei difensori, che lascia intravedere la volontà dell’artista di rendere l’idea di uomini “alieni”, cioè appartenenti ad altra cultura di quella rappresentata dai cavalieri: elemento questo, come vedremo, importante per stabilire una datazione e definire l’ambito culturale nel quale s’inserisce l’episodio artistico.

La letteratura critica sulla scultura è abbondante, e l’esemplare è stato da sempre al centro delle interpretazioni degli storici dell’arte romanica[1]. Una prima lettura fattane dagli storici  ha collocato il manufatto artistico nel quadro della scultura romanica di matrice nord europea. In particolare si è messo in risalto la sua stretta somiglianza con il fregio della porta della Pescheria del duomo di Modena[2]. Indubbiamente, le analogie stilistiche e iconiche dei due monumenti sono forti. In entrambi i casi si osservano due gruppi di cavalieri simmetricamente disposti che convergono su una città difesa da uomini appiedati. Nel caso di Modena, però, alcune iscrizioni che accompagnano il bassorilievo identificano immediatamente l’episodio quale riferentesi alle gesta di re Artù, da qui il collegamento con l’arte francese del periodo , in particolare della Borgogna.

 

Le affinità tra Modena e Bari hanno fato pensare, oltre che una diretta ascendenza dell’episodio emiliano su quello pugliese, anche che il soggetto raffigurato fosse lo stesso, vale a dire un leggenda arturiana. Più tardi altri hanno invece dimostrato l’originalità dell’opera  ricollocandola nel contesto artistico del Mezzogiorno normanno e proponendo una lettura del soggetto riferita ad imprese locali, o quanto meno che videro protagonisti i cavalieri normanni meridionali.

Non è questa la sede per entrare nel merito della vexata quaestio, basti però ricordare che a un primo esame delle armature e degli equipaggiamenti dei cavalieri effigiati nei due fregi, emerge una sostanziale differenza; laddove in quella di Modena si riscontra un tipo di equipaggiamento, che da alcuni particolari, quali la foggia degli scudi, l’uso della lancia, la forma degli elmi, lascia propendere per un periodo posteriore, seppur di poco , a quelli del portale barese.

Quello che, invece, ci preme qui mettere in evidenza ed esaminare più da vicino, è la singolare figura che compare al centro della scena, costituita da quello che a primo acchito sembra essere un balestriere. Ed infatti, molti di coloro che hanno preso in esame il fregio, lo hanno in tal modo sicuramente riconosciuto[3].

Tuttavia, ad un esame più attento si evince che è difficile riconoscere nell’arma impugnata dal personaggio, una balestra. Infatti, due elementi tendono, a mio parere, ad escludere tale ipotesi: innanzitutto, la forma a dir poco  singolare del fusto dell’arma, che nella scultura sembra essere disposto avanti all’arco, cosa ben strana per tale tipo di arma; in secondo luogo, non si evidenzia nessuna traccia di dispositivo di sgancio, che soprattutto nell’epoca in esame, era costituito da una leva ben pronunciata, che l’artista, per quanto descrivesse l’immagine in maniera grossolana, avrebbe dovuto senz’altro evidenziare. Invece, si nota chiaramente che il fante mantiene la cocca della freccia con le dita.

L’identificazione dell’oggetto con una balestra sarebbe di una certa importanza nell’ambito dello studio iconografico dell’arma e più in generale dell’armamento dei normanni italiani. Infatti, è da rilevare che sarebbe una delle primissime testimonianze figurative di tale arma che si conoscano nel medioevo occidentale. E’ proprio  questo periodo (XI secolo)  invero, che nelle fonti letterarie si comincia a trovare un frequente uso del temine balistarii. Tuttavia le prime riproduzioni iconografiche degne di nota risalgono al Liber ad  honorem Augusti della fine del secolo successivo , nelle cui miniature si vedono riprodotti numerosi esempi di balestre[4] .

Escluso quindi, a mio parere,che possa parlarsi di balestra, resta da capire che cosa sia quell’arma. Qualcuno ha concluso trattarsi semplicemente di un arco mal raffigurato dallo scultore: “an exceptionally inaccurately carved bow”[5]. Ma un’altra ipotesi è a mio parere possibile avanzare. La strana forma affusolata che si vede davanti all’arco, e non dietro - come sarebbe dovuto essere se si fosse trattato di una balestra – potrebbe rappresentare, certo in maniera rozza, un particolare congegno detto dai bizantini solenarion e dalle popolazioni orientali in vario modo chiamato.

 

I solenaria erano dei veri e propri "over draw" (ridut­tori d'allungo), costituiti da tubi di legno che, montati sull'arco o sulla mano, permettevano l'uso di frecce mol­to più corte del normale. Tali frecce avevano quindi una gittata di gran lunga superiore alle normali frecce, lun­ghe e pesanti[6].

Le testimonianze letterarie si riscontrano in alcuni trattati militari bizantini, in primo luogo nello Strategikon, trattato attribuito all’imperatore Maurizio, del VII secolo. Qui è detto che i fanti devono portare oltre all'arco e alla faretra con frecce normali anche: 

 

"…solenaria di  legno con piccole frecce e piccole faretre. Grazie ad essi , con l'arco, si lanciano a grande distanza  frecce che sono inutilizzabi­li dal nemico"[7].

 

Anche in altri trattati si ritrova una descrizione simile[8]. L'appendice ai Taktika   dellimperatore Leone VI (IX-X sec.) chiarisce ulteriormente l'uso dei solenaria

 

"... due solenaria con picco­le frecce e un'altrettanto piccola faretra: le piccole frecce sono chiamate myas (mosche n.d.t.). Siffatte frecce sono utili da usare in guerra poiché con  gli archi esse sono scagliate lontanissimo e sono invisi­bili ai nemici grazie alle loro piccole dimensioni, col­piscono veloci e sono inutilizzabili dal nemico."[9] 

 

In un altro testo bizantino, che para­frasa lo stesso brano dello Strategikon, si evince senza ombra di dubbio la forma dell'attrezzo:

 

"...pezzi di legno cavi delle stesse dimensioni delle frecce, fatti a forma di una canna  tagliata in due nel mezzo. Essi sono usati per lanciare piccole frecce del tipo  detto myas, che possono essere lanciate con gli archi a grandi distanze "[10].

 

Ancora nel XV secolo, il celebre navigatore Antonio Pigafetta (1480-1534), in un’epistola  indirizzata a papa Leone X, s’interrogava meravigliato sul significato del termine da lui probabilmente conosciuto durante qualche suo viaggio nei territori di Bisanzio, dandone una spiegazione erronea:

 

 " Che cosa siano i solenaria (in caratteri greci nel te­sto, n.d.t.) cioè solinarii, veramente in fino in fondo adhora non ho potuto sapere: ma secondo il giudizio di dotti Greci è una maniera di ferro da porre nelle lunate saette che non si possa cavar più della carne, o rigitta­re contra l'avversario."[11]

 

In realtà, si è visto che si trattava di un tubo o canna (infatti solen in greco significa “tubo), aperto su di un lato per permettere lo scorrimento della corda alla quale era legato un pezzo di legno che spingeva la freccia al momento del rilascio.   Il tubo di lancio non era fissato all'arco, bensì alle dita della mano della corda tramite un lacciuolo, in modo che, dopo il rilascio, rimaneva attaccato alla mano.

   Le descrizioni dei testi bizantini  permettono di sta­bilire un nesso certo tra i solenaria ed altri attrezzi similari in uso presso diverse popolazioni orientali (Persiani, Arabi, Coreani, Indiani, Cinesi, Turchi ecc.), i quali usavano particolari "guida-freccia" di varie for­me che si montavano sull'arco.  I Persiani e gli Arabi usavano dei guida-freccia chiamati  mijrat e delle piccole frecce navak. Analogamente i Coreani usavano un guida-freccia detto sal-tong ("freccia-tubo") affatto simile al solenarion[12].

Le frecce usate con i guida-freccia, stando ai testi a­rabi, misuravano c.a 40 cm. Esse venivano usate quando il nemico era ancora lontano, inondandolo con una pioggia di piccoli dardi. Quando poi  arrivava più vicino, si smon­tavano i solenaria e si tiravano le frecce normali, che avevano, naturalmente, una maggior forza di impatto. Quindi, le piccole frecce lancia­te con i solenaria possedevano due importanti vantaggi rispetto alle frecce normali: la lunga gittata e il fatto di non poter essere riusate dal ne­mico, il quale evidentemente non era in possesso dei tubi di lancio. I manuali arabi, inoltre, elencano altri due vantaggi: il fatto che l'arciere,  data la loro dimen­sione ridotta, poteva tra­sportare una gran quantità di frecce; e che il nemico  non riusciva a vederle mentre erano in volo e non poteva, quindi, scan­sarle[13].  

 Non è chiaro se l' "invenzione" dei guida-freccia sia da attribuire ai Bizantini  o se, invece, non sia stata im­portata dall' Oriente tramite i Persiani. Secondo Nishimura,  la citazione dello Strategikon (650 c.a.) resta la più anti­ca, mentre le notizie sull'argomento fornite dalle fonti del Vicino ed Estremo Oriente sono tutte più tarde; la qual cosa accrediterebbe l'ipotesi di una diffusione av­venuta a partire dall'Occidente verso l'Oriente[14]. Invero, questo  argomento ex silentio è da prendere, a mio parere,  con le pinze e resta aperta la possibilità di un  percorso contrario.

 

Ritornando al nostro fregio, si nota che non si tratta di un tubo come quello raffigurato. Ciò nondimeno non si può escludere che si tratti di un tipo simile al cosiddetto shah-mijrat (“re dei guida-freccia”), che aveva un forma più grossa, a scatola come quello qui riprodotto, ricostruito da Latham e Patherson (fig.1)[15].

 

Figura  SEQ Figura \* ARABIC 1: Lo shah-mijrat secondo la ricostruzione di Latham e Paterson

 

 

 

Purtroppo le riproduzioni fotografiche da sole non permettono di avere una visione certa del reperto e solo un esame vis à vis condotto in maniera ravvicinata con l’oggetto, potrebbe permettere di sciogliere definitivamente l’enigma. Tuttavia, se tale ipotesi fosse valida, ciò contribuirebbe notevolmente al dibattito al qual si faceva cenno nell’apertura di questo articolo. Infatti, l’identificazione dell’oggetto con un solenarion o un attrezzo simile, contribuirebbe sicuramente a rafforzare la tesi di quanti vogliono la scena raffigurata nel fregio essere d’ambientazione mediterranea, riferentesi quindi ad un episodio nel quale erano coinvolti combattenti bizantini o arabi, contrapposti a cavalieri normanni dell’Italia meridionale, Quindi poteva trattarsi o della presa di Bari strappata ai bizantini nel 1071, oppure di un episodio della prima crociata, che vedeva i cavalieri normanni di Boemondo d’Altavilla attaccare e conquistare Antiochia, o, al seguito di suo nipote Tancredi, la stessa Gerusalemme. Inoltre, l’identificazione sarebbe d’estrema importanza se si pensa che di quest’oggetto, che doveva pure essere molto diffuso tra gli eserciti del Vicino ed Estremo Oriente, non rimangono riproduzioni iconografiche.

 

 


 

[1] La datazione della costruzione della basilica di San Nicola va dalla fondazione del 1089 alla definitiva conclusione dei lavori con la solenne consacrazione del 1197. cf. P. Belli D’Elia, La basilica tra Puglia e Occidente. Variazioni su un tema obbligato, in San Nicola di Bari e la sua Basilica, a c. di G. Otranto, Milano 1987, pp. 259-303. Per ulteriori indicazioni circa il portale, si veda F. Babudri, La porta dei leoni di S. Nicola di Bari, in “Archivio Storico Pugliese” , 2(1949), pp.58-117.

[2] A. C. Quintavalle, Wiligelmo e Matilde. L’officina romanica,  Milano 1991, p.30.

[3] E. Cuozzo, “Quei maledetti normanni”. Cavalieri e organizzazione militare nel Mezzogiorno normanno, Napoli 1989, p. 39.

[4]Petrus de Ebulo, Liber ad honorem Augusti sive de rebus Siculis. Eine Bilderchronik der Stauferzeit aus der Burgerbibliothek Bern, ed. Th. KÖlzer - G. Becht-JÖrdens et alii, Sigmaringen 1994.

[5] D. Nicolle, Arms and armour of Crusading era. 1050-1350 , 2 voll.., White Plains, N.Y 1988, II v., p. 511.

[6] L’argomento fu per la prima volta trattato da K. Huuri, Zur Geschichte des mittelartischen Geschützwesen, in “Societas Orientalia Fennica. Studia Orientalia” 9/3, Helsinki 1941. Successivamente altri hanno ripreso l’argomento, fraintendendo però il significato del termine e interpretando i solenaria come balestre: J. F. Haldon, Solernarion: the Bizantine Crossbow ?, in “University of Birmingham Historical Journal” 12(1970), pp. 155-157; G.T Dennis, Flies, Mice, and the Bizantine Crossbow, in “Bizantine and Modern Grek Studies”, 7(1981), pp. 1-6. Solo più tardi D. Nishimura, Crossbow, Arrow-Guides, and the Solenarion, in “Byzantion”, 58(1988), pp 422-435, ristabiliva la giusta interpretazione attraverso un’esaustiva trattazione dell’argomento.

[7] Das Strategikon des Maurikios, ed. a c. di  G. T. Tennis – E. Gamillscheg, Vienna 1981, p. 422 (XII,B,5).

[8] In alcuni casi si tratta probabilmente  di citazioni che si richiamano allo Strategikon, ma il fatto che siano presenti in molti trattati, dimostra l’uso diffuso presso l’esercito bizantino.

[9] Sylloge tacticorum, ed. A. Dain, Parigi 1935, p.77, (XII,8).

[10] Parafrasi dello Strategikon dell’anonimo ambrosiano, in Das Strategikon…, cit., § 2.

[11] C. Fresne Du Cange, Glossarium ad Scriptores mediae et infimae Graecitatis, rist.  2. voll, Graz 1958, ad vocem, Solenarion.

[12] D. Elmy, Korean Arhery Accessories, in “Journal of Society of Archers Antiquaries”, 22(1979), pp. 9-10.

[13] Per una dettagliata trattazione dei guida-freccia arabi, si veda il trattato di Taybugha pubblicato da  J. D.  Latham – W. F. Paterson, Saracen Archery, London 1970, oltre alle note e gli schizzi esplicativi degli autori, pp. 145-151.

[14] D. Nishimura, Crossbow…, cit. , p. 425

[15] J. D.  Latham – W. F. Paterson, Saracen…, cit. p. 150

 

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