Arco n.1
2007
 


Arco n.1  - Vittorio Brizzi: Finalmente Bolzano

Arco n.1  - Franco Faggiano: L’arco nella simbologia mistico-religiosa

Arco n.1 -  Alessio Cenni: Un misterioso accessorio orientale

Arco n.1 -  Alessio Cenni: L’arco di Metacom,il capo dei Wampanoag

Arco n.1  - Deborah Mauro: Per crederci…fino in fondo

Arco n.2  - Deborah Mauro: L’amore aiuta

Arco n.2  - Jill Victoria Brazier: L’arcieria nell’Inghilterra della Regina Victoria

Arco n.3  - Jill Victoria Brazier: L’arcieria nel mondo dei celti di Scozia

Arco n.3  - Deborah Mauro: … ma in gara tutto è più difficile

Arco n.4 -  Stefano Benini: L’arcieria nel periodo celtico

Arco n.4  - Francesca Capretta: Bello e impossibile...è il Roving di Nese

Arco n.4 -  Deborah Mauro: Che soddisfazione questi nostri figli!

Arco n.5  - Deborah Mauro: Frutti di stagione

Arco n.5  - Valeria Braidi: Long bow, il vichingo

L’arcieria nel mondo dei celti di Scozia

 

Le pietre dei picti nascondono molti segreti. A cominciare dalle frecce spezzate che potrebbero rappresentare un arciere morto.

 

Nella Scozia settentrionale, oltre i Fiumi Forth e Clyde, si trovano centinaia di pietre solitarie, che si ergono come steli nel paesaggio. Sono scolpite con diversi disegni, sia realistici che simbolici, e tra questi spesso vi è la rappresentazione di un arciere. Sono le steli dei celti scozzesi (le pictish stones, o pietre dei picti), innalzate dai popoli pre-celtici e celtici che abitavano queste terre lontane tra il III ed il IX secolo d.C. Questo è l’angolo del mondo dove tuttora vivono popoli di ceppo celtico, sospinti fin dove finisce la terra da successive migrazioni di popolazioni. In queste terre delimitate dall’Oceano Atlantico, le zone più estreme della Scozia, del Galles, della Cornovaglia inglese e della Bretagna francese, ancora oggi due milioni di persone parlano il celtico o gaelico (mappa, fig. 1). Chi è stato, anche per una breve vacanza, in Galles, non può non aver notato che tutta la segnaletica stradale è rigorosamente bilingue, in inglese e gaelico. Infatti, è soprattutto nel Galles che questo retaggio culturale si è perpetuato attraverso i secoli. Quando, nel 1969, il Principe Carlo è stato insignito, in quanto erede al trono del Regno Unito, del titolo di Principe di Galles, il giovane principe scelse di proclamare il suo discorso in lingua gaelica, come segno di rispetto per questa identità celtica molto sentita tra i gallesi (l’emigrazione ha portato gruppi di origine celtica anche oltre l’oceano ed il gaelico è conosciuto anche in limitate zone del Nuovo Mondo e dell’Australia).

 

Figura 1: le zone dove ancora si parla il celtico o gaelico (disegno dell’autore).

 

I popoli nemici di Roma

Con la denominazione latina pictii venivano indicati diversi popoli nemici di Roma, anche nei secoli antecedenti il periodo al quale risalgono le iscrizioni sulle pietre. Questi “barbari” includevano le tribù dei Caledonii e dei Verturonii, popoli che dipingevano o tatuavano il corpo e che combattevano strenuamente, e a torso nudo, contro gli invasori romani. A partire dal 122 d.C., i romani iniziarono la costruzione del Vallo di Adriano, tra i fiumi Solway e Tyne. Anche se ci è sempre stato insegnato che la sua costruzione fosse intesa solo per creare una barriera tra romani e barbari, studi più recenti suggeriscono che, piuttosto che un semplice baluardo, il Vallo avesse dovuto costituire la base per una migliore e più sicura amministrazione del territorio nelle zone circostanti. Faceva certamente parte della politica dell’Imperatore Adriano voler consolidare l’Impero entro le frontiere esistenti, piuttosto che continuare la politica di espansione del suo predecessore, l’Imperatore Traiano. Il suo successore, il “Pio” Antonino, riconquistò le terre al nord del Vallo e, a partire del 143 d.C., fece costruire un muro in zolle di terra ed erba sopra una larga base di pietre, anche questo con forti presidiati ad intervalli, attraverso l’istmo Forth-Clyde: il Muro Antonino. Anche questa seconda linea fortificata deve essere stata realizzata, almeno in parte, con lo scopo di tenere a bada questi popoli del nord, nella loro robusta e belligerante difesa del loro territorio (mappa, fig. 2). I romani riuscirono a difendere il Muro Antonino per poco più di 20 anni, dopo di che si ritirarono al più massiccio e difendibile Vallo Adriano. Ciononostante, nel corso del III secolo d.C., i picti riuscirono ben tre volte a passare il Vallo. Dopo diverse guerre contro i picti, i romani cominciarono un graduale ritiro da questo avamposto e quando, nel 407 d.C., Costantino III tornò in patria con le sue truppe, i soldati rimasti a presidio del Vallo un po’ alla volta si fusero con le popolazioni locali. Il lungo regno dei picti proseguì fino al IX secolo e gli ultimi decenni furono segnati da feroci battaglie contro il nuovo invasore: i vichinghi. Dei picti non sappiamo molto; la documentazione coeva è poca e, essendo stati nemici di Roma, questo non può destare meraviglia. Si dice che, nei secoli, si siano succeduti 69 re, con una discendenza matriarcale, cosa alquanto inusuale per un’etnia guerriera. A metà del IX secolo subirono una clamorosa disfatta da parte dei vichinghi e, alla fine, uno scoto, Kenneth MacAlpin, divenne re dei picti e degli scoti. Proprio perché non ci è possibile avere una conoscenza molto accurata di questi popoli, anche le classificazioni della loro lingua sono divergenti. Indicativamente, i picti vengono considerati Brythonic e, come i gallesi e le genti della Cornovaglia ed i bretoni, si crede che parlassero una lingua denominata Celtica P, mentre i popoli dell’Irlanda e dell’Isola di Man parlavano la lingua Celtica Q. Permane il dubbio di quanta influenza abbia avuto, nella loro lingua, il norvegese Antico. Si sa che, come le altre genti celtiche delle terre vicine, avevano un sistema di scrittura, l’ogham, basato su trattini e linee, nonché una versione più evoluta che utilizzava caratteri romani. Anche queste iscrizioni in ogham si trovano su alcune delle steli.

 

Figura 2: le isole britanniche del II secolo d.C.

 

Le steli “parlanti”

Praticamente tutto quello che sappiamo sulla cultura picta ci è pervenuto grazie a queste steli. Esse rappresentano la documentazione più tangibile di una popolazione per altri versi quasi sconosciuta. Ne rimangono circa 400, disseminate nell’estremo nord della Scozia e in qualche isola. Non sappiamo con certezza perché queste pietre furono erette. Non vi sono ritrovamenti di tombe immediatamente sottostanti o vicine alle steli, anche se è plausibile che avessero una funzione funeraria. Potevano essere cippi di confine, o segnacoli della tribù o della famiglia che occupava il terreno. Potevano essere altari, sia pagani che cristiani. Potevano costituire proclamazioni di un importante matrimonio od altro avvenimento. Molti studiosi convengono, però, che fossero pietre erette in memoria dei defunti. Infatti, anche ai giorni nostri, un monumento ai caduti viene solitamente situato o direttamente sul campo di battaglia, o in un parco o in una piazza cittadina, non necessariamente, quindi, attiguo alle sepolture ma, comunque, con l’intento di commemorare i defunti. Le steli furono classificate, nel 1903, da Allen e Anderson e furono divise secondo tre classi:

classe I, pietre non ben squadrate, incise con linee curve o spirali;

classe II, pietre rettangolari ben squadrate, con una croce cristiana scolpita sul lato anteriore, molte volte circondata da un disegno ad intreccio, e con simboli diversi scolpiti sul lato posteriore;

classe III, pietre a forma di croce cristiana, prive di altri simboli.

Sono le pietre classe I e II che costituiscono la principale fonte di documentazione sui Picti (fig. 3).

 

Figura 3: stele scolpita di Glenferness, chiamata anche La Stele del Principe.

In alto (al centro) l’arciere. In alto (a destra) la bestia picta e (sotto) il simbolo di mezzaluna con asta piegata in due. Nella parte centrale c’è il simbolo del doppio cerchio con freccia piegata in tre. In basso, una grande bestia picta (dall’articolo di J. Gendall, Journal of Archer-Antiquaries, vol. 43, 2000).

 

 

Una cinquantina di simboli

Ci sono una cinquantina di simboli che si ripetono. Molti di questi sono forme geometriche, tra cui le spirali e le singole spire, il semicerchio, il doppio cerchio, la cupola, la mezzaluna, ed i disegni ad intreccio che sembrano corde annodate: questi ultimi sono diventati, oggigiorno, il motivo più ripetuto e più riconoscibile nelle forme di arte e di oggettistica della rinascita folkloristica della cultura celtica, che va manifestandosi negli ultimi decenni. Ci sono anche raffigurazioni fantasiose, quale la bestia picta (Pictish Beast), che figura frequentemente sulle pietre e sembra un incrocio tra un delfino ed un elefante. Potrebbe rappresentare un kelpie (spirito maligno delle acque scozzesi), e si è anche pensato che questo inidentificabile animale avesse potuto dare origine al mito del Mostro di Loch Ness. Altri disegni sono realistici, raffiguranti oggetti, quali pettini e specchi, ed animali, quali serpenti pesci, lupi e cavalli. Tra questi disegni realistici si ripete spesso la raffigurazione dell’arciere. Arcieri solitari, con archi corti, sono scolpiti in molti contesti su diverse di queste pietre. È molto difficile capire se si è voluto rappresentare una scena di caccia o di guerra o se, piuttosto, si tratta di una simbologia mistica. Una pietra molto studiata, denominata Meigle 10 nella classificazione del 1903 di Allen e Anderson, rappresenta una scena drammatica (la pietra originale andò distrutta nell’incendio di una chiesa nel 1869, ma fortunatamente cinque archeologi avevano già riprodotto il suo disegno). Da una parte dell’immagine si vede un carro tirato da un cavallo: il cocchiere è più grande delle due persone nel carro, quindi questo lascerebbe supporre che il cocchiere fosse una deità che accompagnasse due defunti nell’aldilà. Dall’altra parte dell’immagine, un’enorme bestia, che sembra un incrocio tra un orso ed un maiale, sta divorando la testa di un uomo caduto per terra. Pare che i celti credessero che l’anima si trovasse nella testa, e quindi questa scena potrebbe rappresentare un mostro che si impossessa dell’anima del defunto. Tra queste due scene, si trova un arciere, inginocchiato, che tende l’arco verso il mostro. Questa figura viene chiamata l’Arciere Guardiano, giacché sembra fare la guardia tra il mondo terreno e l’aldilà. L’arciere guardiano viene raffigurato su diverse steli, ad esempio nella Croce di Ruthwell, dove un arciere, con arco teso, sembrerebbe tenere separati un gruppo di persone, collocate sotto di lui, dall’aquila, ritenuto animale sacro dai celti, che è collocata nella parte superiore della croce. A volte l’arciere guardiano viene rappresentato vestito di mantello e cappuccio, vestiario simile a quello con cui venivano rappresentati i sacerdoti celti.

 

Figura 4: simbolo di mezzaluna con freccia piegata in due (crescent and V-rod). Poteva  rappresentare un arco con la freccia spezzata?

 

Una mezzaluna attraversata da un’asta

L’arcieria veniva rappresentata sulle pietre picte anche mediante disegni geometrici. Molto frequente era una forma che richiama una mezzaluna attraversata da un’asta piegata a forma di V, in inglese si chiama semplicemente crescent and V-rod (fig. 4). La forma della mezzaluna poteva avere diversi significati. Oltre a semplicemente riprodurre una luna crescente, spesso poteva essere simbolo di morte. Poteva rappresentare uno scudo, un ponte, oppure, visto la frequente presenza sulle steli della figura dell’arciere, poteva essere una raffigurazione stilizzata di un arco. Mentre i disegni incisi all’interno della mezzaluna (le spire, i cerchi) erano disposti simmetricamente, come simmetrica era pure la stessa forma del crescente, l’asta piegata in due che l’attraversa era sempre rappresentata in maniera asimmetrica. Un’estremità dell’asta aveva più penne, mentre l’altra estremità era sempre costituita da una singola punta. Anche se, a volte, ci sono degli abbellimenti a spira, sia sulla punta, sia sulle penne, la maggior parte degli studiosi è propensa ad affermare che questo oggetto altro non poteva essere che una freccia spezzata. A volte si trova addirittura un’asta piegata in tre (a Z, quindi) che attraversa la mezzaluna (in inglese crescent and Z-rod); a volte, l’asta a Z attraversa un serpente. In questo caso, essendo più lunga l’asta, è stato suggerito da più studiosi che ci si potrebbe trovare di fronte sia ad una freccia sia ad una lancia. Come arcieri, però, credo che potremmo suggerire loro che la presenza di penne alla seconda estremità dell’asta indicherebbe più sicuramente una freccia (fig. 3).

 

Un simbolo misterioso

Quale poteva essere il significato della freccia spezzata? Questo simbolismo poteva essere rafforzato dalla sottostante forma di mezzaluna se questa era effettivamente intesa a riprodurre la forma di un arco? È stato suggerito che l’arco e la freccia spezzata avessero potuto rappresentare l’attribuzione di un arciere morto o, addirittura, una invocazione agli dei: una sorta di preghiera incisa nella pietra. Anche se gli studiosi non sono ancora riusciti a stabilire con certezza, nonostante diversi tentativi, il significato di questi simboli scolpiti con tanta cura nelle pietre picte, quello di cui possiamo essere certi è che tra i picti ci fossero degli arcieri e che, molto probabilmente, questi arcieri svolgevano un ruolo fortemente simbolico, forse anche religioso, nella vita di quel popolo.

 

Jill Victoria Brazier

 

Bibliografia

The Early Christian Monuments of Scotland, J. Romilly Allen and Joseph Anderson, Society of Antiquaries of Scotland, 1903.

Hadrian’s Wall, English Heritage, London, 1987.

The Oxford Illustrated History of Roman Britain, Peter Salway, BCA Ed. (Oxford University Press), London, 1993.

The Pictish Art of the Archer Guardian, Toby D. Griffen, Celtic Studies Association of North America, St. Louis, 2000.

Evidence for Archery in Pictish Art, J. Gendall, Journal of the Society of Archer-Antiquaries, Vol 43, 2000.

La Grande Storia dei Celti, Venceslas Kruta, Newton Compton Editori, Roma, 2006.

 

 

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