Arco n.1
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L’arcieria nell’Inghilterra della Regina Victoria Jill Victoria Brazier
L’arcieria sportiva che oggi conosciamo ebbe origine nel 17° e nel 18° secolo. Una storia di Re, principi e prelati dove le donne e i bambini avevano un ruolo paritario.
Nel periodo di graduale tramonto dell’arco sui campi da battaglia e durante il quale l’arcieria assunse un ruolo da attività sportiva, si crearono diverse società di arcieri e vennero organizzati molti tornei. Nel tardo 17° secolo e per buona parte del 18°, la roccaforte di quest’arcieria sportiva rimase nel nord dell’Inghilterra. Gli arcieri si riunivano con l’intento di conservare il più possibile intatta questa tradizione a loro così cara. Nella seconda metà del 1700 il tiro con l’arco cominciò a trasformarsi da uno sport praticato dagli uomini in campagna o in mezzo ai boschi ad un’attività praticata da tutti, uomini, donne e bambini, nei parchi delle grandi tenute e nelle aree urbane. Il tiro alla targa fu particolarmente riportato in auge dalla formazione, nel 1781, della Toxophilite Society (toxon = arco, philos = amore; quindi = la società di coloro che amano l’arco). Tiravano nel giardino della Leicester House, precisamente nel sito adesso occupato dal cinema Empire nella Leicester Square di Londra. In questa sede, proprio al centro di Londra, riuscivano ad avere sufficiente spazio per tre bersagli a 60 yards (55 metri). Nel 1821 la sede della Tox si trasferì al Lancaster Terrace, nella Bayswater Road, sempre a Londra. Nella Figura 1 viene raffigurata una gara sul campo di Bayswater nel 1830 (la Tox esiste ancor’oggi e organizza periodicamente tornei. Per più di cento anni ha tenuto una sede al centro di Londra, peraltro bombardata nella II Guerra Mondiale e, solo nel 1967, ritenendo necessario avere più spazio per il tiro, fu spostata in campagna, nelle terre intorno al villaggio di Burnham, vicino a Windsor. La sede Archer’s Lodge è peraltro anche sede della Society of Archer-Antiquaries ed è, quindi, ben conosciuta da diversi soci italiani della Society).
Figura 1: il campo di tiro della Toxophilite Society a Bayswater (Londra) nel 1830. Illustrazione di Robert Cruikshank dal libro Archery, di C.J. Longman e H.Walrond (ed.), 1894. (Dalla collezione di Fred Lake).
Lo sport più praticato Nel 19° secolo il tiro con l’arco diventò lo sport più praticato e più alla moda, soprattutto nel sud del Paese, tra l’aristocrazia. Nel periodo vittoriano (la Regina Victoria d’Inghilterra nacque nel 1819 e regnò dal 1837 al 1901) l’arcieria non solo rinacque, ma fu anche trasformata. “La festosità era predominante. Si tirava nella mattinata, si pranzava, si tirava di nuovo nel pomeriggio, e la giornata concludeva al circolo con un ballo e la cena di gala. Il vincitore e la vincitrice guidavano la processione dal campo di tiro al circolo e, nelle loro vesti di gala, adornati da foglie di alloro, aprivano il ballo”. Diversi membri della Famiglia Reale praticavano il tiro con l’arco. Le compagnie che avevano l’onore di includere tra i loro membri un socio reale potevano permettersi l’epiteto Royal. Grazie all’associazione del figlio primogenito del re, il Principe di Galles, futuro Re Giorgio IV, la Tox divenne, nel 1787, la Royal Toxophilite Society, come nel caso di altre compagnie quali i Royal Kentish Bowmen (i Reali Arcieri del Kent) e la Royal British Bowmen Archery Society, la Società arcieristica reale per arcieri britannici. La Regina Victoria tirava con l’arco con gli Saint Leonard’s Archers del Sussex, poi chiamati The Queen’s Royal St. Leonard’s Archers. Nell’illustrazione della Regina che tira (Figura 2), tratta dal libro The Book of Archery (il Libro dell’Arcieria) del 1840, si intravede nella distanza, tra l’arco e l’orizzonte, il Castello di Windsor. L’arcieria, infatti, fu uno dei primi sport ad accogliere le donne. Nel 1787, in occasione di un meeting dei Royal British Bowmen, tenuto in una villa di uno dei soci nel Galles settentrionale, le donne furono ufficialmente ammesse come arcieri e come soci a tutti gli effetti.
Figura 2: la Regina Victoria che tira con l’arco a Windsor. Illustrazione dal frontespizio del libro “The Book of Archery” di George Agar Hansard, 1840. (Dalla collezione di Fred Lake).
In occasione delle giornate dei tornei dedicate alla donne Ladies’ Day (vedi Figura 3), delle spille d’oro venivano donate, quali premi speciali, alle arcieri vincitrici. Queste medaglie d’oro avevano la forma di un tondo centrale attraversato da tre frecce, dando l’apparenza di un insetto con sei gambe: erroneamente venivano chiamate spiders (ragni) mentre, com’è risaputo, un ragno di gambe ne ha otto.
La signora Piers Legh Tra le grandi campionesse si ricorda la signora Piers Legh, che, nel 1885, ad un torneo nella città termale di Leamington nel Warwickshire, andò a bersaglio 142 volte con 144 frecce. Sua figlia, Alice Blanche Legh, fu campionessa nazionale (Lady Championess of England) ben 23 volte tra il 1881 ed il 1922. Con ogni probabilità, fu Alice Legh l’autore del piccolo libro anonimo, pubblicato nel 1893, dal titolo Archery: al posto del nome dell’autore fu indicato “by a lady” (a cura di una signora).
Una forte presenza del clero Negli ranghi degli arcieri per diletto c’era una forte presenza anche del clero. Si racconta che “se i nervi del reverendo John Bramhall fossero stati saldi come quelli del suo amico Horace Ford (Figura 4), forse sarebbe stato lui a vincere il campionato arcieristico del 1852: quando non gli pesava il pensiero di un premio, il pastore tirava bene quanto il campione”. Dean Hole era un altro arciere ecclesiastico ben conosciuto, noto peraltro tra gli orticoltori per essere stato il fondatore della National Rose Society (Società nazionale delle rose). Nel suo libro del 1892, ci ha lasciato molte reminiscenze dilettevoli. Racconta come, quando fu accettato come socio dei Royal Sherwood Archers (Arcieri reali di Sherwood) nel 1836, scoprì che “il mondo dell’arcieria fosse imbevuto di rituale quanto il mondo della Chiesa: per tirare bene ci voleva un arco di tasso, maggiociondolo, biancospino o acacia, preferibilmente costruito da un mastro arcaio, come Buchanan di Piccadilly, o Thompson di Meriden nei West Midlands, fornitori dei Woodmen of Arden (i Boscaioli di Arden, nello Warwickshire)”. L’arcieria era già da tempo considerata un’attività idonea per i ragazzi ed era tra gli sport normalmente praticati nelle scuole private. I genitori mandavano i ragazzi a scuola, con i libri e la penna, con l’arco e le frecce. Un libro dell’epoca, Every Boy’s Book (Il libro di ogni fanciullo) raccomandava il tiro con l’arco, in quanto “dal punto di vista della salute possiede tutti i vantaggi della caccia, senza la sua crudeltà. È un esercizio adatto ad ogni età e ad ogni grado di forza e, in modo particolare, alle giovani signore”. Nell’età vittoriana si tenevano i tornei di tiro con l’arco nelle città e nei capoluoghi. Grandi folle di spettatori gremivano i campi di tiro urbani, quale il parco di Crystal Palace a Londra (il Crystal Palace è tuttora un centro sportivo). Una delle principali preoccupazioni degli arcieri era la possibilità che o un membro del pubblico o uno dei marcatori venisse ferito. Nonostante le loro precauzioni, a volte venivano colpiti i marcatori, con il loro cappello a cilindro e la loro livrea, nelle vicinanze dei bersagli. A volte fu necessario insistere che il pubblico acclamante si ritirasse ad una distanza più sicura, facendo loro capire il pericolo in agguato di un arco che si potesse rompere. Nonostante il tiro con l’arco nell’Inghilterra del 19° secolo assumesse connotati urbani, gli arcieri stessi erano ben consci che il cuore del loro sport fosse in campagna. Gli allenamenti, infatti, laddove fosse possibile, si svolgevano in campagna. I Woodmen of Arden erano noti per tenere anche i tornei sul loro campo in mezzo alla foresta. Certi tipi di gara, per esempio il roving, potevano svolgersi solamente in campagna.
La corda era di lino Le estremità degli archi allora usati avevano dei tips di corno. La corda era di lino, avvolta con filo di seta. Il lino veniva trattato con colla per mezzo di un procedimento segreto conosciuto solo dal signor Mules di Bruges, nel Belgio; quando lui portò il segreto nella tomba, si dice che le corde si rompessero ripetutamente in tutta l’Inghilterra, fin quando un toxofilo inglese non ne riscoprì la formula. Quando non veniva usato, l’arco veniva custodito in un contenitore di tela cerata, foderato di panno verde, chiamato familiarmente Ascham, in onore di Roger Ascham (1515-1568), autore del trattato del tiro con l’arco del 1545, Toxophilus. L’Ascham veniva usato come un borsone da viaggio per portarsi dietro tutto l’equipaggiamento quando l’arciere si trasferiva da torneo in torneo in diversi luoghi del paese. Gli arcieri dell’epoca vittoriana usavano frecce costruite a mano da esperti fletchers(1) (costruttori di frecce) in frassino, abete o pioppo. Le frecce per il tiro alla targa avevano le punte di acciaio e venivano custodite in una faretra di cuoio di una forma particolare per non far schiacciare le penne. L’arciere si recava davanti al bersaglio portando con sé un certo numero di frecce in una borsa attaccata alla cintura. Per proteggere il braccio dal ritorno della corda, portava un parabraccio di cuoio e aveva un guantino da tiro di cuoio morbido che copriva tre dita. Dalla sua cintura pendeva un fiocco di lana pettinata che veniva usato, quando necessario, per pulire le frecce dalla terra. Alla cintura portava inoltre una scatola di lubrificazione, elegantemente tornita in legno di bosso, riempita con una mistura di sugna (grasso di rognone) e cera d’api, che veniva frizionata sulle dita del guantino per tenerle morbide. Articoli di attrezzatura come quelli sopradescritti giacciono senza dubbio dimenticati nell’attico di molte parrocchie e di ville di campagna in Inghilterra. Uno degli elementi del suo equipaggiamento che il toxofilo vittoriano riteneva tra i più importanti era la sua uniforme. Dean Hole si metteva in posizione sul campo di tiro accanto a suo padre e agli altri soci della Royal Sherwood Archers, vestito con un soprabito di color verde scuro, dalla fodera bianca e con un gilet bianco di kersey (tessuto di lana a coste e a pelo corto) dai bottoni d’oro cifrati con il monogramma della compagnia in lettere in inglese antico, sormontato dalla corona nobiliare del Principe Augustus Frederick, Duca di Sussex, che divenne il patrono della compagnia degli arcieri di Sherwood nel 1833.
Una diversa uniforme Per la cena di gala era consuetudine indossare un’uniforme diversa o, quanto meno, pantaloni diversi. Le signore indossavano una versione modificata dell’uniforme degli uomini. “Il costume originale delle signore - scriveva Alfred E. Hargrove - era costituito da un vestito di seta verde, un cappello bianco a strisce di paglia adornato da una ghirlanda di foglie di quercia e di ghiande, ma, giacché questo copricapo non esaltava la bellezza di tutte le arciere in maniera uguale, si sollevò un’indignazione contro il cappello, che fu conseguentemente modificato in un’acconciatura composta da un foulard verde, chiuso con un fermaglio d’oro. Il foulard veniva indossato sulla spalla destra, attraversava il petto, e pendeva sul fianco sinistro: veniva portato sia sul campo di tiro sia nella sala da ballo”. C’erano diverse tipologie di gara. Gli arcieri tiravano a dei paglioni, o a dei butts (bersagli a terrapieno) costruiti da una pila di zolle di terra, o al clout, un cartone bianco fissato in maniera obliqua ad un basso palo. Si gareggiava anche per riuscire a tirare la freccia più lunga: il flight shooting (tiro a volo). La tipologia di gara più entusiasmante era il roving (competizione itinerante), nel quale gli arcieri camminavano attraverso le colline e le vallate, roving from place to place (vagando di luogo in luogo) nei campi, attraverso le brughiere, le paludi, e le terre comuni, battezzando quale bersaglio un albero, un palo, un cespuglio. Solo le punte blunt (non affilate) venivano usate per questi tiri cross country, non solo per una questione di sicurezza, ma perché una punta acuminata si sarebbe conficcata troppo profondamente negli alberi per permettere una facile estrazione. Gli arcieri del periodo vittoriano erano orgogliosi del loro status di dilettanti. L’alto valore dei premi estremamente generosi accordati ai vincitori dei tornei Grand National veniva controbilanciato dai costi di ospitalità per gli amici che venivano a tirare e a soggiornare. I premi potevano includere vasi placcati d’argento, medaglie d’oro o di argento, calici d’argento, frecce d’argento, corni da caccia in argento dorato, come pure archi e frecce. Erano fieri della loro autodisciplina. Erano educati a non incoccare mai una freccia sulla corda mentre ci fosse chiunque tra loro e il bersaglio. Durante il tiro non si parlava, né si scherzava o ci si punzecchiava mai. Non facevano trapelare la loro impazienza per le lentezze dei loro colleghi, né esternavano disappunto per i loro stessi risultati deludenti. Consci che la loro attività fosse non solo una disciplina di tiro, ma anche una esperienza con una forte componente estetica, prestavano sempre molta attenzione ad assumere un atteggiamento aggraziato mentre tiravano e anche quando si spostavano sul campo.
Scriveva Hole Riandando al passato, il tiro con l’arco ai tempi della Regina Victoria sembra aver creato una fratellanza molto unita di appassionati che la pensavano allo stesso modo. “Ho delle memorie gioiose - scriveva Hole - di quelle piacevoli riunioni dei Woodmen of Arden, a Meriden nello Warwickshire, dove hanno la loro casa, con il salone per i balli, con le camere per cambiarsi l’abito, con le loro cucine e le loro cantine, con lo spazioso parco corredato da paglioni e da altri bersagli a terrapieno e a clout, e con la servitù vestita in verde di Lincoln, in quale ambiente gli ospiti vengono intrattenuti con la cortesia più gioviale e nutriti con carne di cervo e di daino, il cibo preferito dagli arcieri. Molte persone hanno intrapreso l’attività del tiro con l’arco con qualche diffidenza, poi questa riluttanza svanisce e subentra una sorta di incanto, cosicché non di rado ci si trova ad allenarsi davanti al bersaglio dalla mattina alla notte, senza riuscire a venir via dal campo di tiro”. Jill Victoria Brazier
(1) A rigor di logica, una parola per indicare chi costruisce frecce potrebbe essere “FRECCIAIO”, ma l’autore ha più volte cercato il termine equivalente alla parola “FLETCHER” in diversi dizionari della lingua italiana, senza ancora riuscire a trovarlo. La parola fletcher non solo esiste in inglese, ma è anche un cognome piuttosto comune.
u u u L’autore ringrazia, per la documentazione generosamente fornita, il signor Fred Lake, bibliotecario della Society of Archer-Antiquaries. u u u
Bibliografia l Una storia parallela: l’arcieria come attività sportiva, Jill V. Brazier, Arcosophia n. 2, 2005. l The Tox Story, C.B. Edwards, 1968. l A Sort of Fascination. Archery in the 19th Century, Carson Ritchie, Country Life, 8/IV/1982. l The Grand National Archery Meetings 1844-1994 and the Progress of Women in Archery, Arthur G. Credland, Journal of the Society of Archer-Antiquaries, Vol. 43, 2000. l Archery, “by a lady”, Enoch Williams (tipografo), Pembroke House Printing Works, Chepstow, 1898. Collezione di Fred Lake. l A Sort of Fascination, op.cit. l The Memories of Dean Hole, Dean Hole, 1892. l Every Boy’s Book, Edmund Routledge (ed.), 1868 (3° edizione). l A History of Target Archery, E.G. Heath, 1973. l Anecdotes of Archery, Alfred E. Hargrove, 1845. l The Memories of Dean Hole, op.cit.
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