Arco n.1
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L’arco di Metacom,il capo dei Wampanoag Alessio Cenni
Un cimelio storico conserva la memoria di drammatici eventi e di una interessante tradizione arcieristica dei nativi americani.
Nel Peabody Museum dell’università di Harvard, negli Stati Uniti, è conservato un vecchio arco di legno accompagnato da una iscrizione che tradotta dall’inglese suona così: “Questo arco fu preso a un indiano presso Sudbury, Massachusset, nel 1660 da William Goodnough che sparò all’indiano mentre stava razziando la sua casa”. Il fatto si riferisce a una serie di incidenti tra indiani americani e coloni inglesi che portarono ad una feroce guerra aperta nel 1675 quando la tribù dei Wampanoag insorse contro l’arroganza e le usurpazioni subite ad opera degli invasori europei che all’inizio erano stati accolti con disponibilità e gentilezza dagli ignari indigeni. La rivolta dei Wampanoag fu guidata dal capo Metacom chiamato dagli inglesi King Philip (Re Filippo). La guerra terminò con la quasi completa distruzione dei Wampanoag e l’uccisione dei Metacom.
Replica dell’arco conservato nel Peabody Museum.
La guerra delle foreste In ricordo di questi tragici avvenimenti l’arco ricevette, in quanto cimelio storico, il nomignolo di “Arco di Re Filippo”. È uno dei pochi archi rimasti attribuibili agli indiani della costa atlantica dell’America settentrionale. Lo sterminio fisico e l’annientamento culturale dei popoli nativi di quelle regioni ebbe luogo poco prima che le “nazioni civilizzate” sviluppassero un interesse scientifico che portasse a documentare per i posteri ciò che stavano distruggendo. Così di quelle genti sono rimasti pochi reperti museali collezionati a suo tempo come trofei e conservati come curiosità. Anche le memorie scritte sono frammentarie e dovute ad esploratori e ufficiali che avevano priorità ben diverse dal documentare gli usi e le tradizioni degli indiani. Oltre al contatto precoce con gli europei un altro motivo che spiega la scarsità di archi rimasti è che le tribù delle regioni orientali del Nordamerica furono coinvolte pesantemente prima nel commercio delle pellicce e poi nelle guerre per gli imperi tra le potenze del Vecchio Mondo. I governi di Inghilterra e Francia intrecciarono alleanze con particolari tribù indiane rifornendole regolarmente di fucili e munizioni coi quali attaccare i rispettivi nemici, visi pallidi o pellirosse che fossero. In questo contesto l’uso di arco e frecce divenne obsoleto. Nel volgere di poche decine di anni gli indiani si erano trovati a dipendere da forniture di armi, attrezzi, alcolici e in qualche caso persino di vettovaglie da parte di avidi estranei con effetti devastanti sulle loro società e le loro culture originali.
La nocca superiore e la corda in tendine con un cappio scorsoio (sn). La nocca inferiore dell’arco. Lo spessore a metà dei flettenti è di circa 13 millimetri (dx).
Realizzato in legno di hickory L’arco in questione è fabbricato in legno semplice senza rinforzi e lungo 170,5 centimetri. Il materiale usato è il legno di hickory (Carya cordiformis), un albero di cui non c’è l’equivalente nella flora europea. Sebbene sia imparentato col nostro noce il suo legno somiglia per caratteristiche a quello del frassino, ma è più denso e più flessibile, di colore bruno chiaro. L’hickory è un grande albero, diffuso nelle foreste della metà orientale del Nordamerica. Il suo legno è il più usato negli Stati Uniti per fabbricare manici di attrezzi (martelli, mazze, scuri). Poiché la pianta non è presente da noi e le importazioni del suo legno sono scarse per la poca richiesta ed i costi elevati, non è un materiale di facile reperibilità in Italia. Sembra che fosse uno dei legni da arco più usati dai nativi delle terre dove cresce questo albero. La sua caratteristica più notevole è la flessibilità. Un arco di hickory è quasi infrangibile anche quando il flettente non segue perfettamente la venatura del legno. Non è, invece, eccellente riguardo alla elasticità. L’arco di hickory a parità di forza accumulata ha uno scatto meno veloce rispetto a tasso, maclura, maggiociondolo o robinia e tende maggiormente a “seguire la corda”, cioè a deformarsi con l’uso. Questa caratteristica mediocre può essere contenuta facendo flettenti piatti e abbastanza larghi proprio come nel caso del nostro “Arco di Re Filippo”. Questi flettenti sono di sezione rettangolare, larghi in media 46 millimetri. L’impugnatura è ben sagomata. Qui l’arco diminuisce di larghezza e aumenta di spessore formando un punto di presa squadrato largo circa 24 millimetri e spesso 30 millimetri.
Il nodo fisso sulla nocca inferiore dell’arco.
Le nocche intagliate Verso le estremità i flettenti si affusolano fino a ridursi ad una larghezza di 19 millimetri alle nocche. Queste sono intagliate direttamente nel legno a forma di spalle bilaterali. Una di esse, forse quella superiore, termina con un semplice pioletto adatto a tenere un cappio di corda, sia fisso che scorsoio. L’altra, suppongo che sia quella inferiore, è un poco più elaborata. Nell’estremità del flettente sono state praticate delle nocche bilaterali. Subito al di sopra è intagliata un’altra nocca a spalle che termina con un pioletto corto. Questa specie di doppia nocca potrebbe far presumere ad un arciere moderno che il costruttore dell’arco incordasse a piacimento la corda sulla prima o sulla seconda nocca per variarne la tensione. Ma bisogna tenere conto che le corde degli archi dei nativi americani, almeno quelle degli archi ancora esistenti, non avevano due cappi fissi come le nostre oggi. Nella maggior parte dei casi erano fermate con un nodo fisso più o meno complesso alla nocca inferiore dell’arco e con un nodo scorsoio o più raramente con un cappio fisso alla nocca superiore. È quindi molto probabile che il doppio intaglio (a una delle nocche del nostro arco) servisse per fornire un più saldo appiglio ad una annodatura fissa. L’arco del Peabody Museum è privo sia della corda originale che di avvolgimenti all’impugnatura che eventualmente potevano essere costituiti da una striscia di pelle di cervo.
Confronto tra i lunghi archi e frecce delle foreste orientali e l’equipaggiamento dei nativi dell’Ovest americano.
La prima ricostruzione Il primo caso di ricostruzione di questo arco da parte di un arciere moderno fu ad opera di Saxton Pope nel 1923. Pope pubblicò il primo tentativo di studio tecnico e di confronto su basi scientifiche e sperimentali delle varie tipologie di arco conosciute nel quale incluse anche una replica dell’arco di Re Filippo. La replica di Pope misurava 46 libbre a 28 pollici e scoccò frecce fino a distanze di 158 metri il che corrisponde approssimativamente alle prestazioni dell’arco mostrato nelle fotografie di questo articolo. Sia i pochi archi originali sopravvissuti, sia le descrizioni di esploratori e soldati europei dell’epoca concordano sul fatto che gli archi degli indiani delle foreste sulla costa atlantica del Nordamerica erano tendenzialmente lunghi e in grado di scoccare frecce con forza e precisione anche a distanze considerevoli. Si tratta di archi lunghi tra i 150 ed i 180 centimetri, fatti per trazioni lunghe simili alle nostre. Un confronto interessante va fatto con gli archi delle tribù indiane occidentali, quelle delle grandi praterie e del Sudovest degli attuali Stati Uniti che invece si caratterizzano per le piccole dimensioni, di solito tra i 100 ed i 120 centimetri con trazioni proporzionalmente limitate. Nelle sue memorie il soldato spagnolo Alvar Nuñez Cabeza de Vaca descrisse gli indiani della Florida armati di potenti archi “lunghi undici o dodici palmi”. Un palmo è presumibilmente la larghezza della mano sino alla punta del pollice disteso ovvero circa 15-16 centimetri. Cabeza de Vaca fu uno dei pochi a scampare ad una disastrosa spedizione militare in Florida nel 1529 e con alcuni compagni si diresse a piedi verso ovest attraverso il Texas in un viaggio di 2000 chilometri nella speranza di raggiungere alcuni insediamenti spagnoli nel Messico. Lungo il cammino, per ottenere la fiducia delle tribù indiane che mai avevano incontrato un uomo bianco, Cabeza de Vaca si improvvisò guaritore e poi commerciante. Tra le merci che barattava vi erano “canne dure, selce e colla per fare frecce”. Fu il primo europeo a vedere i bisonti che descrisse come “grandi vacche” che fornivano buona carne agli indiani. Giunto nell’attuale Arizona vide indiani con “molti archi simili a quelli dei turchi”. Forse intendeva archi corti con rinforzo di tendine e decorazioni, portati in spalla entro custodie di pelle assieme alle frecce. A.C.
Bibliografia Hamilton. T.M., Native American Bows, Missouri Archaeological Society, 1982. Alvar Nuñez Cabeza de Vaca, Naufragi, a cura di Luisa Pranzetti, Einaudi, Torino 1989.
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