Arco n.1
2007
 


Arco n.1  - Vittorio Brizzi: Finalmente Bolzano

Arco n.1  - Franco Faggiano: L’arco nella simbologia mistico-religiosa

Arco n.1 -  Alessio Cenni: Un misterioso accessorio orientale

Arco n.1 -  Alessio Cenni: L’arco di Metacom,il capo dei Wampanoag

Arco n.1  - Deborah Mauro: Per crederci…fino in fondo

Arco n.2  - Deborah Mauro: L’amore aiuta

Arco n.2  - Jill Victoria Brazier: L’arcieria nell’Inghilterra della Regina Victoria

Arco n.3  - Jill Victoria Brazier: L’arcieria nel mondo dei celti di Scozia

Arco n.3  - Deborah Mauro: … ma in gara tutto è più difficile

Arco n.4 -  Stefano Benini: L’arcieria nel periodo celtico

Arco n.4  - Francesca Capretta: Bello e impossibile...è il Roving di Nese

Arco n.4 -  Deborah Mauro: Che soddisfazione questi nostri figli!

Arco n.5  - Deborah Mauro: Frutti di stagione

Arco n.5  - Valeria Braidi: Long bow, il vichingo


 

Finalmente Bolzano

di Vittorio Brizzi

 

Quale sede più idonea per una mostra temporanea sulla storia dell’arco? Il luogo dove è conservata la Mummia dei ghiacci, una tra le scoperte archeologiche più importanti del secolo scorso, ospiterà la mostra temporanea “Arco e Frecce”, proveniente dalla Svizzera dopo una lunga tournée europea. Ad essa faranno da corollario numerose iniziative, laboratori e conferenze organizzate dal Museo archeologico dell’Alto Adige.

 

Che dire, come un fulmine a ciel sereno piomba dall’oltralpe una mostra interessantissima per la nostra comunità. Sostanzialmente è una raccolta di materiale arcieristico preistorico originale (prevalentemente svizzero) insieme ad una collezione di riproduzioni elaborate da Jürgen Junkmanns, un archeologo sperimentale dell’Università di Colonia, autore di una tesi di dottorato sull’arco e le frecce, dalla preistoria al medioevo. La mostra è ricca di materiale originale: dal Bernischen Historischen Museum provengono numerose punte di freccia ed un frammento d’arco neolitico in tasso, dal Servizio Archeologico del cantone di Zurigo ben sei archi (di cui due, interessantissimi, destinati a bambini), dal Museo nazionale svizzero di Zurigo alcuni frammenti di freccia, punte litiche e d’osso e tre archi, dal Museo Schwab di Bienne una lama d’accetta con ammortizzatore in palco di cervo. Naturalmente il Museo Archeologico di Bolzano esporrà alcuni suoi reperti coerenti e rappresentativi della cultura arcieristica preistorica altoatesina. La mostra temporanea è caratterizzata da un taglio didattico deciso: un motivo in più per visitarla!

 

Copyright Museo Archeologico dell’Alto Adige.

 

 

Una divulgazione interattiva

 

Trovo questa iniziativa estremamente significativa. Una mostra temporanea sulla storia remota dell’arco e delle frecce (sei mesi di permanenza) nel “tempio” dedicato ad Ötzi, proto-arciere in assoluto, oltretutto inesauribile soggetto di ricerca sotto una grande quantità di angolature scientifiche poiché rarissima “fotografia” di un contesto di 5300 anni fa, ha una importanza concreta e simbolica al tempo stesso. Oggi, il rinnovato interesse per lo studio delle armi preistoriche da getto, testimoniato da diverse iniziative scientifico-divulgative, pare goda di ottima salute. Questa opportunità giunge al momento giusto, anche perché non è solo un evento “museologico”, ma un’occasione per divulgare in modo interattivo la nostra disciplina, che assume i decisi connotati di “bene culturale” come gli spetterebbe di diritto da tempo. Su questo filone di iniziative, partite dal convegno di Fiavé organizzato dall’Ufficio beni archeologici di Trento nel 2002 (la “Catena Operativa dell’Arco Preistorico”, di cui oggi sono disponibili gli atti) fino alle recenti manifestazioni dedicate all’arco e le frecce dell’Età del Bronzo a Montale, presso il Parco delle Terramare e quella (recente) dedicata all’arco e le frecce del Neolitico al Parco archeologico di Travo (Pc) il cui successo è stato notevole, sarebbe da meditarci sopra. La faccenda più importante, a mio avviso, consiste nel fatto che il “successo” è giunto dal mondo di fuori, quello abituato a vedere archi, frecce come oggetti ludico-sportivi e maturi arcieri come sorridenti metafore di Peter Pan e, allo stesso modo, da parte del mondo accademico, con una accelerazione di studi e pubblicazioni sulla materia ed intorno ad essa. Non più di sette anni fa mi trovavo a scrivere come nel mondo degli archeologi una cuspide di freccia venisse presa in considerazione solo da un punto di vista crono-tipologico, un semplice indicatore temporale. Oggi, grazie alla neonato mercato della divulgazione e della didattica culturale, l’Archeologia sperimentale inizia a muovere i suoi dignitosi passi verso una sua collocazione, e con essa la cultura dell’arco e delle frecce. Nel nord Europa non c’è archeoparco che non preveda attività legate alla litica e all’arco. C’è chi ha ben verificato come la spettacolarità dell’azione del tiro possa far leva su grandi e piccoli, ma come sia contemporaneamente in agguato il rischio della monotonia, se non si affrontino queste tematiche con la dovuta preparazione sensibilizzando sugli aspetti collaterali importantissimi che il medium “arco”si porta dietro. Nella cultura “intorno” all’arco vi sono tutte le componenti necessarie per un tuffo multidimensionale (!) nel passato. La straordinaria specializzazione testimoniata dai manufatti svizzeri (e dalle riproduzioni di Junkmanns) esposti a Bolzano possono dare un’idea di quello che intendo.

 

 

Ricostruzioni di due frecce mesolitiche: con punta in selce (Lilla Loshult, Svezia),

7500 a.C.; ad estremità ispessita (Holmegaard, Danimarca), 6500 a.C. Copyright J. Junkmanns.

 

 

Da un punto di vista puramente tecnico, nella costruzione di un arco e di una freccia c’è praticamente tutto: dalla tecnologia del legno (ovviamente: dal sua approvvigionamento, scelta e impiego) a quella delle materie vegetali (la corda, i mastici), dalle tecnologie delle materie animali (la colla, il tendine, l’osso, il palco, il corno, la pelle per le faretre e le penne per le frecce) alle tecnologie litiche (gli strumenti per la lavorazione del legno, della selvaggina abbattuta e, ovviamente, le cuspidi) e quelle, più tarde, dei metalli (strumenti e cuspidi, in bronzo e ferro).  Un vero laboratorio sperimentale completo, tecnologie complesse e affascinanti, denso di stimoli per il principiante e di sfide per l’addetto ai lavori. Ma non è finita: la maggior parte dei reperti litici ritrovati dagli archeologi negli scavi sono collegati direttamente o indirettamente alla caccia. Non solo punte di freccia, ma raschiatoi, grattatoi e lame utilizzate per deprezzare la selvaggina abbattuta, la fase finale della sequenza operativa destinata alla sussistenza dei nuclei umani preistorici. Questa catena operativa parte dalla ricerca della selvaggina, ha un suo punto chiave nell’abbattimento, e prosegue nel sistema complesso della sua lavorazione/utilizzo.

Considerare l’arco e le frecce come elementi a sé è quindi riduttivo: se ci si cala in un’ottica speculativa decisa, è inevitabile farsi coinvolgere allargando gli orizzonti di interesse multidisciplinare. Evocando l’immagine del cacciatore alle sue vesti e nei suoi ambienti (mai come il riferimento all’Uomo dei ghiacci ci può evocare una suggestione potente) lo stimolo (e le sfide intellettuali) va alle stelle. Il rapporto uomo/ambiente nelle epoche così remote, aggiunto al fascino di una transizione culturale – dalla fine del Paleolitico superiore al Neolitico, in cui l’arco fa la sua comparsa – è un mix antropologico esplosivo. Dalla cultura di caccia e raccolta, con gli elementi simbolici suoi propri, all’ agricoltura/pastorizia, gli albori della nostra cultura moderna. L’arco e la freccia, da armi per la caccia diventano strumenti per combattere, e il cacciatore, mutandosi in guerriero, si integra in pieno degli enormi cambiamenti sociali e culturali avvenuti negli ultimi seimila anni. Riuscire a mettere in luce queste componenti permette di valorizzare una semplice punta di freccia, fino a renderla indicatrice di usi e collegamenti socio-economici molto più vicini alla nostra temporaneità.

 

freccia con punta in selce,

Lago di Burgäschi (CH), 3800 - 3700 a.C.

 

 

Un pretesto per approfondire

 

L’arco oggi sopravvive non solo nel suo ambito sportivo e diportistico, nuovo di soli duecento anni. Le sue radici sono profonde, provengono dalla Preistoria, e un altro ambito sperimentale interessantissimo e potenzialmente prossimo diventa quello della ricerca sul comportamento venatorio. Non dimentichiamo che oggi la caccia con l’arco è una disciplina “fossile” molto praticata e condivisa: anche se l’attrezzatura si è evoluta e la tecnologia ha fatto un suo ingresso prepotente, la componente comportamentale umana nel rapporto con l’atto di venazione non può discostarsi di tanto da quella dei nostri progenitori. La fauna selvatica – nel suo ambiente – ripropone la sua eterna sfida, e al suo richiamo risponde il modello umano del “predatore globale”, che con l’atto di colpire a distanza ha fatto dell’inganno la sua arma migliore. Cacciare con l’arco simboleggia egregiamente l’atto di colpire a distanza che probabilmente è, nello sviluppo della coscienza umana, l’attività caratterizzante più forte. È una modifica sostanziale del comportamento, dove il controllo emotivo nelle varie fasi dell’azione è combinato alla progettualità nell’inganno. L’arco e le frecce testimoniano una estrema evoluzione tecnologica: perfezionati e geniali strumenti per colpire a distanza di questa strategia dell’inganno e dell’attesa, ma ancora radicalmente collegati con il “lancio” primordiale. Da questo punto di vista, arco e frecce in caccia, sono una forma di ricerca attualistica interessante. Le strategie di avvicinamento, la conoscenza delle prede e dell’ambiente, i metodi di caccia, sono ambiti che ricalcano quelli dei nostri antenati, il loro “linguaggio” è sempre quello. Anche il significato del “trofeo” potrebbe derivare dalla componente simbolica ancestrale e non rappresentare un mero elemento edonistico come potrebbe semplicisticamente apparire. Insomma, tanto materiale su cui studiare e su cui sviluppare alcune antiche sensibilità per comprendere meglio il passato e il presente.

 

 

La faretra e le frecce dell’Uomo venuto dal ghiaccio, 3300 a.C.

Copyright Museo Archeologico dell’Alto Adige.

 

Le conferenze e i laboratori

 

Il senso di una mostra come quella di Bolzano è probabilmente questo: non solo una esposizione estemporanea di manufatti antichi e ricostruiti, per quanto interessanti, ma un punto di partenza per allargare in modo interattivo l’interesse su archi e frecce del passato. La fitta serie di incontri che circonderà il contenitore museale, nel tempo della durata della mostra, permetterà scambi di conoscenze e dibattiti a tutto campo, alternandosi a laboratori didattici che presenteranno archi e frecce sotto questi punti di vista.

 

Copyright Museo Archeologico dell’Alto Adige.

 

 

Vittorio Brizzi

 

 

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