Arco n.6
2006
 


Arco n.1 
Alessio Cenni: La balestra a ripetizione che viene dall’Oriente

Arco n.1 
Franco Carminati: I primi manoscritti e i testi a stampa

Arco n.1 
Deborah Mauro: Il filo d’Arianna

Arco n.1 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: L’apprendimento nell’Arciere Mediterraneo

Arco n.2 
Andrea Messieri: Dal costruttivismo alla costruzione personale

Arco n.2 
Deborah Mauro: La grandezza non tramonta mai

Arco n.2 
Bruno Bonora: L’enigma dei tendiarco di Kainua

Arco n.2 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: L’allenamento fisico nell’arciere mediterraneo

Arco n.3 
Deborah Mauro: Troviamo in noi nuove potenzialità

Arco n.4 
Deborah Mauro: Il giorno della gara

Arco n.4 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: La formazione nell'Arciere Mediterraneo

Arco n.5 
Franco Faggiano: L'Arco e il Samurai

Arco n.5 
Alessio Cenni: Rivivere la preistoria

Arco n.5 
Deborah Mauro: Il cibo è importante, trattatevi bene!

Arco n.6 
Stefano Benini: Emozionante Kyudo

Arco n.6 
Deborah Mauro: La “ricetta” giusta per motivare l’atleta

Arco n.6 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: Elementi differenzianti


Elementi differenzianti
di Vittorio Brizzi e Giovanni Amatuccio

Volendo discutere in maggiore dettaglio le tecniche di addestramento, leggendo gli antichi trattati, che su certe cose si soffermano puntigliosamente fino alla noia, si nota viceversa una serie di "vuoti" che a noi moderni arcieri possono apparire quantomeno emblematici.

 Da un punto di vista metodologico, già la complessità del problema traduttivo di una lingua antica, combinata alla difficoltà di unire la conoscenza dei termini e dei modi culturali di esprimersi alla conoscenza della materia arcieristica, ha creato, nei tempi passati, interpretazioni a volte discordanti con la logica, generando a volte addirittura situazioni letterarie quasi comiche. In altre parole, solo un esperto traduttore di lingua e cultura che possieda conoscenze tecniche e storiche in fatto d’arcieria (o che abbia la possibilità di lavorare in simbiosi con un esperto di tale materie) ha la possibilità di giungere ad una corretta interpretazione. È questo, infatti, lo sforzo in corso. Supponendo di essere sulla strada giusta, prima di cercare di riempire questi vuoti, forse è il caso di chiederci cosa queste mancanze significhino e come influenzino il modo di ricercare. Nel caso dell’addestramento, che noi potremmo facilmente assimilare alla formazione di base moderna, leggiamo (comparativamente nelle varie opere) cose interessantissime, punti di contatto estremi con le nostre culture arcieristiche e altrettanti "vuoti" nelle descrizioni, che a noi piacerebbe colmare.

Nel mosaico è evidente come l’arciere mantenga entrambi gli occhi aperti, pur trattenendo la freccia bassa rispetto all’occhio. Un segnale di ottimizzazione della muscolatura e della biomeccanica e il sintomo di un allenamento ben strutturato per la mira. In altre parole, una metafora di come la mira possa essere comunque perfezionata cercando primariamente di potenziare i muscoli responsabili della tensione (la freccia è scostata dall’occhio).

A cosa si riferiscono questi vuoti? Fondamentalmente a cose date per scontate. Ma ciò che è scontato per un Giannizzero del XV secolo non lo può essere ovviamente per noi, anche se filosoficamente vicini ad un immaginario che ci vorrebbe uguali a lui (almeno per ciò che riguarda la scienza e la padronanza dell’arco). È qui che comincia la ricerca multidisciplinare, ed è da qui che noi autori navighiamo a vista, con estreme difficoltà e brain storming spesso inefficaci. La macchina del tempo, ahimé, è ancora fuori budget. Ma la ricerca è questa, elaborazione di modelli basati su ciò che è documentato (scritti e residui della cultura materiale) combinati alla sperimentazione. L’esperienza e le pulsioni, invece, spesso giocano brutti scherzi. Anche se non si vuole, la matrice culturale e le proprie convinzioni radicate (magari maturate dopo tanti anni di pratica) nell’analizzare questi problemi saltano fuori e la visione asettica delle cose spesso viene contaminata da preconcetti e pregiudizi personali. La difficoltà quindi risiede proprio in questo: de-strutturarsi da cima a fondo per non perdere nulla, mettersi nei panni dell’osservatore e ricostruire modelli, anche se apparentemente vanno in direzioni bizzarre o discordanti rispetto alla propria esperienza, per poi sperimentarle cercando di rielaborare un contesto in cui metterle alla prova. Poi metterle in discussione, agendo sui "punti deboli" che derivano dai "vuoti" nella documentazione di cui abbiamo parlato. È la sintesi della "sperimentazione", quella di cui stiamo parlando, ed è probabilmente l’unica strada da percorrere. Ma è ora di passare al nocciolo della questione, evitando di andare oltre lo scopo di questo articolo. L’addestramento, in un testo preso ad esame, prevede tre mesi di esercizio tirando con un arco leggero contro un bersaglio vicino dal quale, poi, ci si allontana progressivamente fino a raggiungere alla fine dello stage una distanza di 58 metri (100 diraa, 1 diraa = 58 cm.).

L’abilità nel tirare da cavallo (un tiro "mobile" nel vero senso della parola) faceva parte degli arkan dell’arciere. Solo con una simbiosi totale con l’attrezzatura poteva essere raggiunta l’efficacia riportata nelle fonti storiche. Nei manuali di addestramento vi era un capitolo apposito, con esercizi minuziosamente descritti.

Anche presupponendo si avesse a che fare con elementi scelti della truppa, irreggimentati nella disciplina militare, è indubbio come l’esercizio in questi tre mesi fosse intenso, sicuramente seguito da vicino dagli istruttori, quotidiano e disciplinato. Come pure il necessario potenziamento progressivo muscolare facesse parte della pratica quotidiana, consistente in ripetizioni successive di trazioni e accompagnamenti della corda. Altre fonti, dettagliando maggiormente questa fase, insistono sulla necessità che il bersaglio vicino sia privo di riferimenti (batthya). Su questo particolare vale la pena meditare, anche perché è un sistema abbastanza utilizzato oggi in alcune scuole di tiro. Quali sono i vantaggi di questo sistema? Il principale ed ovvio beneficio è la decontestualizzazione. Tirare senza un bersaglio specifico (e ad una brevissima distanza) restringe il cerchio delle variabili che il neofita deve affrontare al primo approccio. Al batthya, una botte riempita di stracci o paglia pressata, si tirava con frecce senza penne (jarram).

 

Il "non problema" dell’occhio dominante

Come è sostenuta la necessità di far tirare le "reclute" senza bersaglio ed a una brevissima distanza, e con archi via via più forti, non è specificato il tipo di didattica applicata per far ottenere il giusto assetto. Questo è uno dei primi "vuoti" su cui si incappa. Si sa in modo esplicito, ad esempio, che il concetto di "occhio dominante" non era in alcun modo considerato. Il destrismo ed il mancinismo, sia di occhio che di braccio, non veniva incluso nei "problemi" da affrontare nelle fasi preliminari all’insegnamento (questo è consolidato anche nel Kyu-do moderno, peraltro). L’arco andava impugnato con la sinistra e la corda con la destra.

Statisticamente l’antenato dell’arciere (su cinque) che oggi ha la dominanza visiva dal lato sinistro veniva comunque educato al tiro omologato, senza rendere necessario alcun commento scritto sulla manualistica, e fa pensare. Da un lato, il mancinismo posturale poteva essere superato con l’addestramento fisico (teniamo presente che abbiamo a che fare con giovani fisicamente allenati e addestrati alla destrezza, e che per loro cavalcare, impugnare e colpire efficacemente con spada e altre armi e con entrambe le mani, non dovesse rappresentare alcun problema) e quello visivo, si sa, può essere allenato o comunque non rappresentare un fattore critico come oggi è individuato. La lezione che se ne può trarre è quella di sdrammatizzare la cosa, anche se, ripetiamo, un conto è l’arcieria marziale, altro è quella diportistica. Quello che è certo è che il problema non venisse risolto con la chiusura dell’occhio sinistro: da più fonti si desume l’importanza di tenere entrambi gli occhi aperti e le circostanze di allenamento che appaiono nei capitoli dedicati fanno facilmente comprendere come la visione stereoscopica fosse un elemento cardine dell’efficacia nei tiri. Non la considereremmo, quindi, una forzatura dogmatica derivante da un arbitrio cultuale o culturale, ma piuttosto come codifica funzionale relativamente ad un contorno di cui non possiamo sapere più di tanto, e soprattutto come una ulteriore dimostrazione di come certi "problemi" che oggi consideriamo tali, forse andrebbero visti diversamente. Altra considerazione sostanziale da fare è legata al sistema dell’aggancio e del passaggio della freccia rispetto all’arco, che in tutto (o quasi) l’oriente è alla destra della finestra di tiro. La postura che abbiamo noi occidentali facilita l’allineamento dell’occhio con l’asse della freccia e stimola la percezione nel sistema ristretto che comprende la visione dell’asta, della punta e dell’asse verticale del bersaglio, elementi che inevitabilmente facilitano la scivolata verso una cosciente o meno "collimazione". Nel tiro orientale, l’espressione "tirare con il corpo" è invece quanto mai appropriata: la collimazione volontaria è impossibile, richiederebbe un sistema complesso tra falsi scopi laterali e verticali, mentre la proiezione mentale necessaria ad un tiro a segno avviene in modo assolutamente naturale.

 

Prove di simulazione alla penetrazione sugli scudi romani ricostruiti. Per rendersi conto della effettiva complessità nell’arkan della penetrazione (forza della freccia) indispensabile al guerriero, basta eseguire in modo corretto questo esperimento. Le frecce, di massa cospicua, intaccano ben poco una ricostruzione filologica dello scudo romano e ne escono fortemente danneggiate. La ricerca dell’efficacia porta giocoforza a privilegiare frecce massive, profili penetranti e archi molto forti. Nella foto (Giano dell’Umbria, 2006) le frecce di 45 grammi (in media) sono state lanciate da un arco di 87 libbre a 5 metri di distanza: i risultati sono eloquenti!

Bersaglio senza bersaglio

Tornando al tiro ravvicinato senza bersaglio, la sua importanza pedagogica è manifesta. Il tiro con la freccia avviene dopo numerose trazioni a vuoto e successivo riaccompagnamento della corda. Quando la cocca della freccia trova la sua sede naturale nella corda per giungere ad un rilascio "vero", non sempre si entra in uno stadio facile. Nelle prime fasi dell’apprendimento il novello arciere deve costruirsi una nicchia di propriocezioni assemblando equilibri, dosaggi di forza e controllo verso un atto nuovo per lui, eseguito con distretti muscolari poco abituati, ma non finalizzati ad eseguire correttamente uno sforzo isometrico, bensì a colpire efficacemente un bersaglio. Complicargli la vita ponendogli subito un bersaglio davanti è qualcosa che può fargli distogliere l’attenzione da ciò che sta cercando di realizzare e sentire compiutamente. È noto come questa fase sia critica, ma come possa essere risolta con esercizio e disciplina. Quando si parla di disciplina, si vuole intendere non un sistema oppressivo destinato a trasformare allievi in erba in piccoli samurai, ma un ambito di lavoro in cui tutte le distrazioni/perturbazioni scompaiono per fare spazio ad una dimensione di lavoro molto concentrata, attiva e partecipe. Sta ovviamente nell’istruttore contribuire alla realizzazione di un sistema armonioso ed equilibrato.

Il tirare al bersaglio senza bersaglio è una attività comune a tante altre arti marziali. Nello stesso Karate, ad esempio, l’esercizio al makiwara (in questo caso una tavola di legno imbottita e verticale) è alla base dell’addestramento a colpire, utile per la forma e l’efficacia e anche per l’irrobustimento progressivo della pelle della mano chiusa nel pugno. Nel Kyu-do il makiwara è un battifreccia di paglia di riso pressata, sostenuto da un treppiede ad altezza delle spalle. L’arciere tira ad esso da una distanza pari al proprio arco steso dal braccio sinistro, curando la forma e l’efficacia (penetrazione della freccia); è un sistema che non viene adottato solo durante l’apprendistato, ma che accompagna l’arciere in tutta la sua carriera in modo ricorrente, ogniqualvolta sia impossibile esercitarsi al mato (bersaglio a 28 m), oppure quando vi siano cali di concentrazione, energia o problemi di coordinazione. Davanti al makiwara scompaiono le distrazioni e le interferenze, ci si ritrova confinati in un "universo ristretto" in cui le sensazioni corporee durante le fasi di trazione, mantenimento e rilascio, accompagnate dalla respirazione diventano le uniche esistenti. È da tenere presente che il makiwara non è la panacea universale per tutti i mali, anche perché la condizione artificiale in cui l’arciere si va a trovare non simula ovviamente la realtà del tiro. È nota, infatti, nella frase makiwara hanshi (maestro delle balle di paglia) l’ironia con cui certi arcieri vengono indicati, quando eccellono nella forma al makiwara e che davanti al bersaglio vero falliscono, perdendo l’armonia di corpo (tecnica) e mente (concentrazione).

Ma questa è una problematica dissociativa ben nota, dovuta alla disarmonia tra desiderio e emozione, classica in uno stadio più avanzato e non è patologica (non ha ancora fatto in tempo a maturarsi) nell’allievo/recluta che stiamo considerando. Non abbiamo, nella bibliografia orientale, dettagli sostanziali su questa fase di addestramento, ma ci pare che, come in tante altre occasioni, i sottintesi non manchino. Interessante è vedere come la pratica di allenamento che prelude all’addestramento più specializzato per il tiro di guerra preveda allenamenti di potenziamento con archi sempre più forti anche mediante esercizi isometrici collettivi di tensione; un autore sottolinea di come sia importante accertarsi che tutti gli allievi lavorino sodo sulla linea e per verificarlo, venendo incontro all’istruttore che non può mantenere fissa la sua attenzione su tutti contemporaneamente, suggerisca di sostituire le corde degli archi con catene: il cigolìo che diminuisce denuncia reclute… sfaticate. Viene anche sottolineata l’importanza del tiro simulato, in assenza del batthya, suggerendo una freccia con una cocca in osso in cui, attraverso un foro passante, passi la corda dell’arco, per effettuare trazioni e rilasci senza bersaglio. Qui ci troviamo davanti ad un altro di quei "vuoti" d’informazione di cui sopra e sconsigliamo caldamente di provarlo (tutta l’energia della freccia in accelerazione si scarica sull’arco e il braccio). Probabilmente l’arco era dotato di una seconda corda o di un sistema di ammortizzazione complesso, non riportato, ma essenziale. Il moderno "air bow" non è altro che ciò, realizzato mediante un sistema pneumatico grazie al quale l’energia non è più distruttiva.

Il tiro alla distanza

Parallelamente, il tiro alla lunga distanza si evolve in Oriente non solo come allenamento d’artiglieria (e successivamente come specializzazione in Turchia), ma viene applicato anche nella sua forma addestrativa, per migliorare la forma e l’ottimizzazione del gesto, un "tiro senza bersaglio" implicito che minimizza le interferenze psicologiche (nella fase iniziale dell’apprendistato) e che cura i malanni durante la carriera dell’arciere (panico da bersaglio). Una successiva fase, infatti, si svolgeva nel deserto a tirare frecce in aria senza alcun bersaglio prestabilito, preoccupandosi solo di vedere il volo della freccia netto e pulito. Questo tipo di allenamento era consigliato anche agli arcieri esperti che si trovassero in difficoltà con la propria tecnica di tiro.

Quando l’arciere si rendeva conto che il volo delle sue frecce avveniva senza sbandi, poteva finalmente passare all’allenamento definitivo sul bersaglio vero e proprio, allenandosi nell’affinare la mira. Il principio guida di tale allenamento era lo stesso del precedente: tirare senza l’angustia di dover colpire un bersaglio prestabilito, per il solo fatto di esercitarsi nel gesto. In ultima analisi, quindi, le pratiche di addestramento suggerite dai trattati antichi, servono non solo al novizio, ma anche all’arciere esperto per mantenere e migliorare la propria forma, cercando di distogliere l’attenzione spasmodica verso il bersaglio. E tutto ciò si ricollega al discorso dei "pilastri". Infatti, il richiamo alla padronanza complessiva dei vari arkan diventa non più solo una questione di sfoggio di abilità, bensì un vero e proprio metodo organico, totale, con il quale l’arciere può riuscire a sintetizzare un’azione di tiro che sia completa e dove la forza, ad esempio, diventa funzionale alla mira, proprio perché si riesce a realizzare che tirando con forza si può tirare anche con maggiore precisione, mentre, viceversa, tirare puntando solo alla precisione. Riteniamo che l’attualità di questi messaggi, facenti parte di un corpus addestrativo millenario, siano di estrema evidenza.

Vittorio Brizzi
Giovanni Amatuccio

 

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