Arco n.5
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Rivivere la preistoria di Alessio cenni
Fabbricare un arco con strumenti di pietra è un’avventura entusiasmante che richiede metodo e approfondite ricerche.
Fino a una quindicina di anni fa si contavano sulla punta delle dita gli arcieri italiani che si erano cimentati nell’impresa di fabbricare un arco con materiali e tecniche antichi. Ricordo ancora gli sguardi meravigliati e i commenti di sorpresa degli altri arcieri quando mi presentavo sul campo di tiro con un’attrezzatura che sembrava uscita da una macchina del tempo. Oggi, grazie all’impegno dei primi cultori e alle pubblicazioni, quella stagione pionieristica è superata e molte compagnie di arcieri annoverano tra i loro soci qualcuno in grado di autocostruirsi un arco e tiratori eccellenti in grado di dominare questi equipaggiamenti. Per tutti coloro che vi si avvicineranno in modo corretto ed equilibrato l’arco storico si rivelerà senza dubbio una esperienza intelligente ed entusiasmante. Per alcuni diverrà un ambito di ricerche approfondite, una chiave per indagare il passato.
12000 anni fa L’arco comincia ad essere documentato con reperti e con raffigurazioni attendibili a partire da circa 12000 anni fa. I primi strumenti di lavoro in metallo sono attestati in Asia occidentale a partire da 5500 anni fa. Da lì l’arte della fusione delle leghe di rame si diffuse lentamente verso l’Europa, l’estremo oriente e l’Africa. Le genti delle americhe, dell’Australia e delle isole dell’Oceano Pacifico, rimasero tecnologicamente ferme all’età della pietra fino all’incontro con gli esploratori europei pochi secoli fa. Questo significa inequivocabilmente che la maggior parte delle culture umane che hanno acquisito l’uso dell’arco fabbricarono i loro equipaggiamenti con strumenti di pietra. L’ipotesi di fabbricare un’arma da caccia complessa come l’arco, con rudimentali attrezzi preistorici, può lasciare perplesso l’arciere moderno, ma tutto dipende dalle finalità e dall’atteggiamento di partenza. Personalmente riterrei riduttivo affrontare la cosa in termini da Robinson Crusoe, cioè come un addestramento alla sopravvivenza in improbabili condizioni estreme. Può essere invece qualcosa di più simile ad una esplorazione di mondi sconosciuti, un’esplorazione che richiede di documentarsi, di progettare e di prepararsi accuratamente.
L’Etnoarcheologia L’ultima area del mondo in cui sono stati fabbricati archi con strumenti in pietra simili a quelli del nostro Neolitico sono gli altipiani interni della Nuova Guinea. L’etnologo Peter White dell’università di Sidney (Australia) studiò e filmò a partire dal 1964 gli artigiani del popolo Duna di Papua Nuova Guinea ai quali fu chiesto di fabbricare asce in pietra levigata e strumenti in selce scheggiata per poi mostrarne l’uso nella lavorazione del legno. In tutto furono fabbricati migliaia di utensili tradizionali, armi e altri oggetti in un grande esperimento di etnoarcheologia prima che quella esperienza millenaria si perdesse per sempre. L’etnoarcheologia parte dall’idea che certi processi tecnologici siano indipendenti dal tempo e dallo spazio. In pratica: se un uomo della Nuova Guinea oggi deve fabbricare un arco di legno con utensili simili a quelli di un europeo preistorico tenderà a usarli in modo simile e con procedure simili, volte ad ottimizzare il risultato della sua fatica. Il suo operato potrà quindi dare utili suggerimenti agli archeologi per interpretare il significato e la funzione di reperti antichi trovati in aree di scavo. Lo strumento fondamentale per la lavorazione del legno è l’ascia costituita da una testa in pietra immanicata.
Ascia neolitica e punte da freccia in selce ritrovate nel 1996 presso l’aeroporto Amerigo Vespucci a Firenze.
Le asce neolitiche I tipi di roccia più usati nella fabbricazione delle asce neolitiche furono i basalti, la nefrite e la giada. Dove questi materiali non erano disponibili si lavorava la selce, il calcare silicizzato, il porfido o altre rocce abbastanza dure e compatte. In qualche caso sono state individuare vere e proprie cave, ma più spesso le aree di recupero erano i depositi alluvionali lungo le valli dei fiumi. Da queste località di origine le teste di ascia, lavorate sul posto, erano trasportate e scambiate talvolta a centinaia di chilometri di distanza. Il procedimento di lavorazione consisteva di tre fasi, un frammento di roccia era prima scheggiato usando un ciottolo come martello in modo da avvicinarsi più possibile alle proporzioni finali. Seguiva poi una più delicata martellatura, sempre con ciottoli duri, tenendo appoggiata la testa d’ascia su un ceppo di legno che faceva da incudine. L’ascia era quindi rifinita molandola su una lastra di pietra abrasiva, tipo arenaria, bagnata. La fabbricazione di una testa d’ascia richiede dalle 7 alle 15 ore a seconda della durezza della roccia. Il tipo di immanicatura più affidabile e resistente è un robusto elemento di legno perforato da parte a parte in cui la testa entra con l’estremità opposta alla lama che deve essere più stretta di quest’ultima. In tal modo i colpi tendono a mantenere ben salda la testa in posizione.
Ricostruzione di un’ascia e frammenti di selce per la fabbricazione di un arco. I criteri d’uso Gli attrezzi di pietra, anche quando ben fatti, hanno una efficienza minore rispetto al quelli in metallo. Penetrano meno profondamente e asportano meno materiale perciò per compiere lo stesso lavoro richiedono più tempo e più consumo di energia muscolare. Sono anche più usurabili, una testa d’ascia in pietra può scheggiarsi con l’uso e deve allora essere ritoccata e riaffilata sino all’inevitabile esaurimento finale.
I colpi dell’ascia in pietra devono cadere molto inclinati e uno dietro l’altro.
Vi sono tuttavia alcune attenzioni e accorgimenti che consentono di ribilanciare la situazione. Anzitutto le due facce della testa d’ascia devono incontrarsi sulla lama con un angolo abbastanza acuto per favorire lo scarico del materiale da asportare. Si deve sgrossare il legno quando è ancora fresco, di recente abbattimento e non stagionato specialmente se si tratta di legni duri. Infine i colpi devono arrivare molto inclinati, con un angolo inferiore a 45 gradi in modo da ridurre al minimo la resistenza opposta dal materiale trattato. Il peso complessivo dell’ascia usata non dovrebbe essere inferiore a un chilogrammo per garantire una buona potenza ai colpi grazie alla forza di inerzia. Infatti, mentre una lama di metallo più sottile e affilata lavora essenzialmente di taglio netto quella di pietra deve sfruttare maggiormente l’effetto di cuneo. Si devono assestare colpi mirati in sequenze a modo tale che un primo colpo produce una profonda intaccatura, il secondo approfondisce il taglio e divarica la fessura, il terzo inizia a spaccare via una scheggia più o meno lunga dalla doga lavorata. Il materiale di partenza per la lavorazione di un arco sarà un paletto, se possibile privo di nodi, di 7 o 8 centimetri di diametro. La sgrossatura di un paletto del genere (fino a ottenere una doga larga al centro circa 35 millimetri e spessa 30) richiede due o tre ore.
Un frammento di selce usato come pialletto. Raschiando il legno già stagionato si terminano bilanciamento e finitura. Questa piccola scheggia funzionerà come rasiera.
Strumenti in selce A questo punto si impiegano grosse schegge di selce o blocchetti con spigoli vivi come pialletti per regolarizzare le superfici della doga e accentuarne l’affusolatura verso le estremità, sfruttando la modesta tenacia del legno ancora fresco. Il criterio è quello di asportare la maggior parte del materiale indesiderato nelle condizioni di lavoro più favorevoli agli strumenti. L’arco semilavorato di legno ancora fresco va cosparso di grasso animale e legato in più punti ad un altro paletto rigido. Questo duplice accorgimento impedirà che l’arco sviluppi delle crepe e delle torsioni nel corso dell’essiccazione. Dopo alcune settimane, quando il legno dell’arco se percosso dà un suono musicale, indice della disidratazione avvenuta, la lavorazione può essere ultimata. Se la fase precedente aveva già portato alle giuste proporzioni il successivo strumento utile è una piccola scheggia tagliente di selce da usare come rasiera. Va appoggiata con il taglio in verticale rispetto al legno che ora è asciutto e tenace, premuta e fatta scorrere per asportare sottilissimi riccioli sino a completare il bilanciamento e la finitura. Non molto tempo fa i nostri falegnami per rifinire opere in legno utilizzavano allo stesso modo dei frammenti di vetro da finestra rinnovando senza saperlo un uso antico di migliaia di anni. Alessio Cenni
Bibliografia
AA.VV. Le vie della pietra verde, Omega Edizioni (Torino 1996). In videocassetta: Video Quark scienza n. 10, Vita quotidiana nelle preistoria, Sulle tracce dell’uomo delle caverne (Roma 1990).
Didascalia foto 1 e 2:
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