Arco n.2
2006
 


Arco n.1 
Alessio Cenni: La balestra a ripetizione che viene dall’Oriente

Arco n.1 
Franco Carminati: I primi manoscritti e i testi a stampa

Arco n.1 
Deborah Mauro: Il filo d’Arianna

Arco n.1 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: L’apprendimento nell’Arciere Mediterraneo

Arco n.2 
Andrea Messieri: Dal costruttivismo alla costruzione personale

Arco n.2 
Deborah Mauro: La grandezza non tramonta mai

Arco n.2 
Bruno Bonora: L’enigma dei tendiarco di Kainua

Arco n.2 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: L’allenamento fisico nell’arciere mediterraneo

Arco n.3 
Deborah Mauro: Troviamo in noi nuove potenzialità

Arco n.4 
Deborah Mauro: Il giorno della gara

Arco n.4 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: La formazione nell'Arciere Mediterraneo

Arco n.5 
Franco Faggiano: L'Arco e il Samurai

Arco n.5 
Alessio Cenni: Rivivere la preistoria

Arco n.5 
Deborah Mauro: Il cibo è importante, trattatevi bene!

Arco n.6 
Stefano Benini: Emozionante Kyudo

Arco n.6 
Deborah Mauro: La “ricetta” giusta per motivare l’atleta

Arco n.6 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: Elementi differenzianti


La grandezza non tramonta mai

di Deborah Mauro

 

Il campione dovrebbe essere sempre fonte di ispirazione per le nuove generazioni. Riscopriamo la voglia di apprendere dai “vecchi”!

 

Tom è un simpatico vecchietto di ottant’anni, dal basco sempre in testa ed una folta barba bianca che incornicia il volto sempre sorridente. Pipa in bocca e stivali ai piedi, la gente del paese lo vede spesso passeggiare nel bosco in groppa ad uno dei tanti amati destrieri di proprietà del suo allevamento. Dovete sapere che Tom è stato uno dei più grandi campioni di salto ad ostacoli degli anni cinquanta, periodo in cui l’equitazione era uno sport d’elite e solo i ricchi potevano permettersi certi lussi. Tom non aveva cominciato da giovanissimo. Faceva parte di una famiglia non di certo benestante e per vivere lavorava come stalliere per l’ippodromo di una grande città tedesca. La passione per i cavalli era da sempre celata dietro i suoi occhi. Lavorava tutto il giorno e, alla sera, quando nelle stalle non c’era più nessuno, montava il suo cavallo preferito e lo faceva danzare tra gli ostacoli del campo. Gli anni passarono senza che nessuno si accorgesse del suo talento, da semplice stalliere venne promosso ad aiutante, fino a diventare dresser. La carriera stava prendendo la giusta svolta e anche i soldi aumentavano. Poté comprarsi il primo cavallo e gareggiare nel campo di prova che ormai conosceva a memoria. Neanche dire e fu successo. In breve tempo vinse tutto quello che era possibile vincere.

 

    

 

Tutti parlavano di lui

 

La fama, il successo ed i soldi la facevano da padroni. Era il campione del momento, tutti parlavano di lui, delle sue gesta, dell’armonia che sapeva dimostrare in campo con il suo cavallo, dei balli che danzavano assieme, della perfetta congiunzione tra uomo e animale, nessuno era in grado di emulare delle simili gesta. Furono anni di estrema notorietà, anni in cui tutti pendevano dalle sue labbra e dove tutti lo osannavano per i suoi successi. Un giorno, però, si presentò ad un torneo un ragazzino, era poco più che adolescente, piccolo, magro e scanzonato. Nessuno gli diede tanto peso, perché, all’apparenza, non prometteva niente di buono. Ed invece quello fu il giorno della svolta. L’ascesa alla notorietà per il ragazzetto che a dir di tutti non valeva niente e la discesa verso il baratro dell’indifferenza per il grande campione che, a detta della gente, “era stato” e che “non lo sarà mai più”. Le luci della ribalta erano ormai puntate verso quel nuovo talento, verso il futuro dell’equitazione ed il passato era già stato messo nel dimenticatoio. Nel breve giro di pochi anni nessuno si ricordava più del vecchio Tom e quei pochi che ne conservavano una vaga memoria lo descrivevano come un buono a nulla, uno per cui non valeva neanche la pena spendere qualche parola, perché lasciando i campi di gara si era dimostrato quello che in realtà era: un perdente. E così da grande campione era passato a grande perdente, solo perché non era riuscito a fermare il trascorrere dei giorni, a dare un freno alla natura che, seguendo il suo lento ma inesorabile percorso, lo aveva reso vecchio e inadeguato ed aveva ben presto fornito al mondo un valido sostituto…

 

 

L’umiltà di riconoscere chi è più bravo

 

Alle volte purtroppo la gente si affretta a fare critiche gratuite, inconsapevole della ferita che apre nel cuore già provato del vecchio campione. Sono atteggiamenti infantili che richiamano un transfert mancato: l’atleta che avrebbe voluto diventare un grande campione, ma che più di un bravo atleta non è. E qui scatta la molla dell’invidia. Prende di mira chi ha raggiunto il successo e aspetta, come uno scorpione durante la caccia, il primo passo falso della preda, pronto per sferzare il morso letale. In questo modo, distruggendo il potenziale nemico, la sua autostima non verrà intaccata e potrà così continuare nel suo intento primario: la ricerca del famigerato successo. Come fermare allora la forza distruttiva di questi transfert? Come prima cosa deve esserci la consapevolezza delle proprie potenzialità e l’umiltà di riconoscere chi è più bravo di noi. Bisogna cercare di dare i giusti meriti e cercare in questo modo di emulare chi ce l’ha fatta, di spendere le proprie energie, non per criticare o per sperare nella perdita di successo del nostro nemico, ma per cercare di accrescere le nostre conoscenze e perfezionare la nostra tecnica. Secondariamente, è facile mettere nel dimenticatoio chi non interessa più, ma molto difficile è riuscire a dare il giusto rispetto per chi ha fatto, nel suo piccolo, un pezzo di storia. A questo riguardo, un ruolo molto importante è dato dai tecnici che indirizzano gli atleti verso la lunga strada della nostra disciplina. Perché a questo punto non dedicare qualche momento, oltre alla teoria e alla tecnica arcieristica, alla storia degli arcieri che hanno reso grande il nostro sport? A coloro che hanno gettato le basi del tiro con l’arco. A colui che ha vinto la prima medaglia alle Olimpiadi. A coloro che lo hanno seguito portando i colori dell’Italia sui gradini di podi internazionali, alle Olimpiadi come ai mondiali o agli europei. A tutti coloro che hanno stabilito dei record del mondo, europei ed italiani. Perché sarebbe bello riuscire a tramandare alle nuove generazioni i racconti e i ricordi del tempo passato, dove i risultati si facevano allenandosi nel garage di casa perché non c’era il tempo o magari la palestra in cui andare, dove le frecce erano delle pesanti aste in alluminio ed i reiser non avevano di certo l’aerodinamicità di quelli attuali. Perché sarebbe bello accendere nel cuore dei nuovi la fiamma dell’emulazione dei vecchi e la voglia di prenderli come riferimento per raggiungere risultati sempre migliori. Il grande campione dovrebbe essere fonte di ispirazione e non di cospirazione.

 

Deborah Mauro

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