Arco n.2
2006
 


Arco n.1 
Alessio Cenni: La balestra a ripetizione che viene dall’Oriente

Arco n.1 
Franco Carminati: I primi manoscritti e i testi a stampa

Arco n.1 
Deborah Mauro: Il filo d’Arianna

Arco n.1 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: L’apprendimento nell’Arciere Mediterraneo

Arco n.2 
Andrea Messieri: Dal costruttivismo alla costruzione personale

Arco n.2 
Deborah Mauro: La grandezza non tramonta mai

Arco n.2 
Bruno Bonora: L’enigma dei tendiarco di Kainua

Arco n.2 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: L’allenamento fisico nell’arciere mediterraneo

Arco n.3 
Deborah Mauro: Troviamo in noi nuove potenzialità

Arco n.4 
Deborah Mauro: Il giorno della gara

Arco n.4 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: La formazione nell'Arciere Mediterraneo

Arco n.5 
Franco Faggiano: L'Arco e il Samurai

Arco n.5 
Alessio Cenni: Rivivere la preistoria

Arco n.5 
Deborah Mauro: Il cibo è importante, trattatevi bene!

Arco n.6 
Stefano Benini: Emozionante Kyudo

Arco n.6 
Deborah Mauro: La “ricetta” giusta per motivare l’atleta

Arco n.6 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: Elementi differenzianti

 

L’allenamento fisico nell’arciere mediterraneo

di Vittorio Brizzi e Giovanni Amatuccio

 

Le nostre esperienze possono essere lette alla luce di quanto è stato fatto e scritto nel passato. A cominciare dalla tradizione araba.

 

Il tirocinio dell’arciere era codificato nei minimi particolari dalla tradizione araba. L’arciere novizio doveva attraversare una serie di fasi ben definite, prima di arrivare a poter tirare un vero arco da guerra o da caccia. Mustafa Kani, l’autore turco di un compendio di trattati d’arcieria, si dilunga molto su questo aspetto, che veniva curato dai maestri delle società di arcieri, i quali guidavano gli allievi lungo tutto l’iter dell’allenamento. Ogni arciere doveva avere, oltre all’arco vero e proprio, un altro arco da allenamento con il quale, a casa propria, tutte le mattine, doveva compiere un certo numero di trazioni senza freccia, come allenamento muscolare. Il numero di tali trazioni era scelto in base alla cabala religiosa araba, che voleva i numeri 55 e 66 quali numeri sacri. Il novizio, prima di cimentarsi con il tiro vero e proprio al bersaglio, doveva allenarsi per padroneggiare la tecnica di trazione e tutti i vari fondamenti dell’arcieria. Infatti, avverte Kani, se un arciere è concentrato sull’intenzione di fare centro, si distoglie dalla corretta esecuzione del gesto. Ecco perché il novizio doveva seguire una serie di allenamenti propedeutici prima di passare all’esercitazione del tiro vero e proprio. La prima fase consisteva nell’uso di un apposito arco d’allenamento, il kabbad (kepade in turco) leggero e poco potente. Tale arco doveva essere teso dal novizio per diversi giorni senza freccia, come un semplice attrezzo ginnico. Kani riferisce che all’inizio ci si doveva allenare solo per cinque minuti fino ad essere capaci di proseguire per intere ore senza stancarsi. Questo tipo di allenamento permetteva a persone, che all’inizio erano in grado di tendere un carico di poche libbre, di riuscire a sopportare carichi di cento libbre e passa. Le varie trazioni andavano eseguite rispettando tutti i precetti della giusta posizione: al termine della trazione l’arciere doveva eseguire un leggero scatto con le spalle fino a sentire le scapole toccarsi, allora mollava la corda dolcemente; seguiva una pausa della durata di un ciclo respiratorio e poi si eseguiva un’altra trazione ecc. Il numero delle trazioni poteva arrivare fino a 500, ma il numero consigliato (valido anche per gli arcieri esperti che dovevano eseguirlo tutte le mattine) era di 66 volte, numero equivalente a quello dei nomi di Allah. L’allenamento andava protratto finché l’arciere non avesse raggiunto una forma sufficiente e sviluppato la forza delle spalle. Bisognava però fare attenzione al sovrallenamento anche in mancanza di una stanchezza percepibile. A tale scopo i persiani usavano un arco particolare detto lazam. Questo, invece della corda, aveva una catena metallica, con anelli anch’essi di metallo, che producevano rumore durante la trazione e servivano , all’ufficiale addetto all’addestramento a controllare che la recluta eseguisse le trazioni senza fermarsi: se il rumore cessava, l’istruttore avrebbe capito che l’arciere non stava eseguendo l’esercizio.

 

Con la freccia incoccata ma senza rilascio

 

L’allenamento, poi, continuava effettuando trazioni con la freccia incoccata ma senza rilascio. Quando l’allievo era in grado di eseguire queste operazioni in modo sciolto e naturale, passava ad esercitare il rilascio, tendendo l’arco senza freccia e rilasciando la corda. Non è ben chiaro quale sistema venisse adoperato in questa operazione in quanto, come è risaputo, la corda dell’arco non può essere rilasciata a vuoto senza provocare gravi danni all’arco. Il testo di Tabhyoga parla del rilascio di una corda scarica, forse una seconda corda che fungeva da ammortizzatore. Oppure un altro metodo sembra fosse quello di usare una freccia con un foro in prossimità della cocca, attraverso il quale passava la corda dell’arco; in tal modo la freccia poteva essere rilasciata senza che lasciasse l’arco. Letta ed interpretata così, sconsigliamo ai lettori di provarci. Al di là di poter realizzare un foro passante sulla cocca abbastanza resistente da reggere alla chiusura dell’arco, le conseguenze potrebbero essere devastanti, sia per l’arco che per il braccio che lo regge. Probabilmente la freccia era ammortizzata con qualche sistema (è noto il moderno air - bow che presenta una freccia, che a mò di pistone pneumatico è incamiciata in una specie di cilindro a tenuta parziale d’aria, e che permette rilasci a vuoto senza problemi). Durante tutto il periodo di questo tirocinio, il maestro vigilava attentamente affinché l’allievo non perdesse al corretta forma nel corso delle trazioni, soprattutto quando la stanchezza cominciava a farsi sentire. Tutta questa fase dà l’idea di una atletica propedeutica alla pratica vera e propria del tiro, durante la quale il fisico e i muscoli dell’arciere si formano e s’irrobustiscono. Anche se l’impostazione del corpo è già quella che poi caratterizzerà il tiro, non si dà molta importanza ad essa. Terminata questa prima fase si passava al tiro al battihyya, una sorta di battifreccia a forma di botte (l’etimologia, infatti, sembra essere la stessa) imbottito di paglia e stracci al quale si tirava da una distanza brevissima con frecce senza penne (jarram). Questa forma di allenamento è molto praticata nel Kyudo dove l’allievo tira per un lungo periodo al cosiddetto makiwara, un fascio di paglia ben pressato di forma cilindrica. Il principio è quello di far sì che l’allievo si eserciti nella trazione e nel rilascio senza preoccuparsi di colpire il bersaglio ( il tiro al bersaglio viene invece eseguito sul mato, disposto ad una distanza di circa 28 metri). Il makiwara o battihyya ha quindi la semplice funzione di ferma-freccia e non di bersaglio. Gli arcieri turchi adoperavano un tipo di ferma-freccia denominato torba (Tavola 1), basato sullo stesso principio, ma adattato all’allenamento per il tiro di gittata. Infatti il torba era sistemato all’altezza della fronte dell’arciere con un’angolazione di 44 gradi, permettendo il tiro elevato classico del tiro di gittata. L’allenamento al batthyya continuava per molto tempo con l’uso di archi sempre più potenti, fino a cambiare cinque tipi di archi di forza sempre crescente.

 

Tavola 1: Allenamento con il Torba

(da Turkish Archery and the Composite Bow, P.E.Klopsteg, 1987).

 

 

Il volo della freccia nel deserto

 

Una successiva fase consisteva nell’andare nel deserto e tirare frecce in aria senza alcun bersaglio prestabilito, preoccupandosi solo di vedere il volo della freccia netto e pulito. Questo tipo di allenamento era consigliato anche agli arcieri esperti che si trovassero in difficoltà con la propria tecnica di tiro. Quando l’arciere si rendeva conto che il volo delle sue frecce avveniva senza sbandi poteva finalmente passare all’allenamento definitivo sul bersaglio vero e proprio, allenandosi nell’affinare la mira. Il principio guida di tale allenamento era lo stesso del precedente: tirare senza l’angustia di dover colpire un bersaglio prestabilito, per il solo fatto di esercitarsi nel gesto.

Durante tutte le fasi del tirocinio, l’arciere doveva essere seguito da maestri d’arco dimostrando loro come tirasse e seguendo i loro consigli. Doveva inoltre osservare tirare gli arcieri più esperti senza prendere parte ai tiri , ma cercando di assimilare le loro tecniche. Quando era in grado si dimostrare loro che aveva acquisito le giuste tecniche, solo allora poteva affiancarsi a loro nel tiro.

 

Addestramento militare dell’arciere appiedato

 

I soldati mamelucchi venivano addestrati sin dall’adolescenza in apposite scuole militari situate nelle caserme del Cairo, le tabak. I maestri d’arme, ognuno per la propria specialità, seguivano l’addestramento delle reclute. C’erano maestri di spada, di lancia ecc. Quelli d’arcieria si chiamavano mu’alim al-nushaha. Il fante arciere cominciava il suo addestramento militare vero e proprio dopo aver assimilato i principi base e quindi quando era in grado di maneggiare discretamente l’arco. Un manoscritto di Furusyya (termine arabo che designava le arti marziali, e che si potrebbe tradurre con il nostro concetto di “cavalleria” o di bushido giapponese) descrive minuziosamente l’iter dell’addestramento del soldato al tiro con l’arco attraverso un programma di allenamento della durata di circa sei-sette mesi. Tale programma intensivo era da intendersi riservato a chi già possedeva la formazione di base e quindi, presumibilmente, avesse già seguito il percorso che precedentemente abbiamo descritto. Per un periodo che dura tre mesi la recluta deve allenarsi tirando con un arco leggero contro un bersaglio relativamente vicino dal quale, poi, si allontana progressivamente fin a raggiungere alla fine dello stage una distanza di 100 diraa (1 diraa = 58 cm). Il maestro, poi, continua facendo allontanare l’allievo di un diraa alla volta, senza però cambiare la posizione delle braccia (alzo?). Terminata questa prima fase la recluta viene munita di un arco più forte, di 13 ratl (1 ratl = 4 lb ca.), con corda sottile e freccia pesante e deve tirare ad una distanza di 200 diraa. Quando sarà in grado di padroneggiare tale distanza, passa ad un arco di 25 ratl e con frecce più leggere tira a 355 dhiram. Stessa procedura si ripete con un arco ancora più forte. Da questo momento si comincia con l’addestramento al tiro di guerra.

 

  • Prima settimana: l’arciere si allena tirando da una distanza di 25 diraa contro un bersaglio costituito da una sagoma umana larga 4 spanne nella quale sono visibili tutte le parti del corpo umano. Scopo dell’allenamento è di insegnare alla arciere a tirare contro le parti del corpo non protette dallo scudo. La distanza viene successivamente portata a 40 diraa.

  • Seconda settimana: l’arciere deve tirare ad uno scudo delle dimensioni di 4x4 spanne di diametro ad una distanza di 175 diraa, quando sarà in grado di conficcare tutte le sue frecce in tale bersaglio passerà alla fase successiva.

  • Terza settimana: si adotta come bersaglio uno scudo di 1x1 spanne e si tira a 350 diraa di distanza.

  • Quarta settimana: tiro ad un anello di legno sospeso ad una corda tesa tra due lance conficcate nel terreno, la distanza di tiro è di 40 archi.

  • Quinta settimana: si tira ad un bersaglio di legno di 4x4 spanne posto su di una duna di sabbia, ad una distanza di 40 archi e in una posizione obliqua rispetto al bersaglio.

  • Sesta settimana: esercitazione al tiro a distanza con arco e frecce apposite.

  • Settima settimana: esercitazione con il mijrat e le frecce corte.

 

Terminato questo programma intensivo l’arciere continuava il suo addestramento esercitandosi nella simulazione di battaglia e armato di scudo doveva tirare rapidamente, in piedi e in ginocchio, avanzando ed arretrando, spostandosi ora a destra ora a sinistra. Quando era in grado si eseguire tale esercizio alla distanza di 195 diraa, si aumentava gradatamente l’equipaggiamento e si tirava armati di corazza, spada e faretra. Terminato l’addestramento intensivo nella scuola militare l’arciere mamelucco, in origine schiavo del sultano, veniva affrancato ed iniziava la sua carriera che gli offriva diverse chances tra le quali anche quella di assurgere alle più alte cariche dello stato. Ma egli doveva mantenere costantemente il proprio livello di allenamento, cosa che nel campo del tiro con l’arco era non facile. L’allenamento quotidiano non doveva mai essere interrotto pena la perdita dell’abilità faticosamente raggiunta. I maestri definivano tale programma di mantenimento idman e ammonivano sulla necessità di seguirlo quotidianamente. Secondo al-Tabari un arciere che avesse trascurato l’esercizio solo per qualche giorno avrebbe perso le sue doti; ibn-Maymun ribadisce che l’abbandono dell’allenamento per tre giorni riportava l’arciere al livello di novizio; al-Sughayyar sosteneva che un arciere che rimaneva senza allenarsi anche per pochi giorni perdeva la capacità di tendere un arco anche debole. I maestri suggerivano un ritmo di allenamento che alternava un giorno di tiro a due di riposo o viceversa. Al-Sughayyar, dal canto suo, pur sostenendo la necessità di un allenamento senza interruzione, allo stesso tempo era cosciente del pericolo di un sovra-allenamento e consigliava di seguire il seguente ritmo settimanale: due giorni di tiro con archi leggeri; altri due giorni con archi di forza media; due giorni con archi forti e il settimo giorno di riposo con massaggi e sauna ai bagni pubblici. La durata giornaliera dell’allenamento è indicata solo nel caso dei primi due giorni quando l’arciere tirava con cinque archi di diversa forza dieci frecce per ogni arco. Il sultano Zahir Bayrbas si allenava dal principio del pomeriggio fino al tramonto del sole. La necessità di mantenere un allenamento costante, quattro volte al giorno secondo alcuni, portava lo stato mamelucco ad incoraggiare le iniziative di carattere “sportivo” ed agonistico nelle quali gli arcieri si cimentavano in gare e competizioni.

 

 

Allenamento per i vari Arkan

 

Ma a questo punto vale la pena di scendere più nell’aspetto concreto di questa disamina delle tradizioni storiche, andando ad osservare da vicino come i succitati principi fondamentali venivano tradotti nella pratica, attraverso l’applicazione di specifici sistemi di addestramento, cosa alla quale sia i trattati romano-bizantini che quelli arabi, davano un’esauriente risposta, affrontando le problematiche relative all’apprendimento e all’esercizio dell’arcieria, senza nulla invidiare ai nostri moderni manuali redatti da istruttori, medici e psicologi. Ecco, ad esempio, come Vegezio - scrittore latino del V secolo - nel suo trattato De re militari, sintetizzava la necessità per i soldati romani del tardo impero di apprendere il tiro con l’arco:

“Circa la terza o quarta parte dei giovani, i più adatti tra quelli disponibili, deve allenarsi, con archi di legno e frecce da allenamento, tirando contro dei pali. A tale compito saranno addetti abili istruttori che adopereranno la massima solerzia: affinché le reclute impugnino l’arco correttamente, eseguano con forza l’azione, tengano la mano sinistra salda e tirino accuratamente con la destra; affinché occhio e mente siano concordemente rivolti al bersaglio da colpire e affinché, sia a cavallo sia a piedi, imparino a tirare correttamente. Occorre che tale arte sia appresa diligentemente, e conservata con l’esercizio quotidiano”. La descrizione della tecnica di tiro è sintetica ma efficace: “…oculus pariter animusque consentiant…“, occhio e mente concentrati all’unisono sul bersaglio, mano dell’arco ferma e mano della corda che tira senza esitazione: gli stessi concetti guida del moderno “tiro istintivo “.

 

Allenamento per la precisione

 

Lo stesso Vegezio ci introduce ad un’analisi più dettagliata delle forme di allenamento con un altro suo passo nel quale possiamo cogliere una prima metodologia di allenamento al tiro di precisione. Egli , infatti, descrive un tipo di esercizio che consisteva nel tirare a delle scope (fasci di paglia legati ad un palo, da cui probabilmente l’etimologia del nostro scopa, che in greco indicava, invece, proprio il bersaglio, scopos) a seicento piedi di distanza. E conclude: “Per questo motivo in battaglia, senza trepidazione, facevano ciò che erano abituati a fare in allenamento”.

I tipi d’allenamento al tiro di precisione erano svariati. Il Perì Toxeias ne indica alcuni adatti ai principianti: si tirava a delle tavole di legno affiancate e sovrapposte, la cui superficie, man mano che l’arciere acquistava abilità, veniva ridotta, prima in larghezza e poi in altezza. Ciò perché all’inizio della pratica è più facile sbagliare in orizzontale, poi quando si è affinata la tecnica tali errori si riducono mentre permane un errore in verticale. Altri tipi d’allenamento prevedevano il tiro ad oggetti oppure a buchi ricavati in assi di legno. Anche i trattati arabi contengono una serie di riferimenti al tiro al bersaglio come allenamento alla guerra. In entrambi i casi è interessante notare come , in effetti, da questi tipi di addestramento, siano poi discese le consuetudini del tiro la bersaglio, divenuto poi semplice attività ludica ed agonistica. Gli arabi e i turchi praticavano un tipo di tiro nel quale il bersaglio era costituito da un oggetto, di solito un canestro riempito di paglia o altro. Non esisteva un sistema di punteggi simile a quello odierno; ma il vincitore veniva designato in base al numero dei colpi andati a segno e di quelli mancati. Inoltre, si distingueva tra vari tipi di colpi: quello che semplicemente raggiungeva il bersaglio; un altro nel quale la feccia vi rimaneva impiantata e quello dove la freccia lo trapassava. Prima di tirare l’arciere doveva dichiarare che tipo di colpo avrebbe eseguito.

 

Allenamento per la forza

 

Ma dove le indicazioni dei manuali antichi diventano più interessanti è sull’allenamento condotto secondo l’altro principio basilare: la forza del tiro. A tale scopo il Perì Toxeias suggeriva un singolare congegno che potrebbe essere definito “disco balistico”.

Si trattava di un disco di legno fissato verticalmente su un perno a sua volta centrato su un altro disco orizzontale che fungeva da base. L’idea di tale congegno era semplice: misurare la forza d’impatto del tiro, consentendo ai soldati di allenarsi gareggiando tra loro. Il disco bersaglio colpito da una freccia ruotava di tanti gradi quanta era la forza impressagli dalla freccia; il livello veniva indicato dal disco di base graduato. Gli arcieri dell’India ritenevano di fondamentale importanza la capacità di eseguire tiri forti e vigorosi, e a tale scopo gareggiavano nel riuscire a penetrare assi di legno o addirittura di metallo. Nella letteratura sacra di questa civiltà si ritrovano leggendarie imprese di eroi che con un tiro riuscivano a penetrare cento tavole di legno legate insieme (Jataka, V,131- Visuddi Magga, 674). Secondo il Dhanurveda Vasista, un trattato d’arcieria indiano del XVII secolo, infatti, solo la gente comune tirava con lo scopo di colpire il bersaglio, mentre i maestri tiravano per dimostrare la propria abilità nell’esecuzione del gesto, i bramini nel tiro a distanza e i re per penetrare oggetti duri.

Il trattato prosegue con l’elencazione di una serie di regole per il tiro di penetrazione:

“Se l’arciere è capace di penetrare con la sua freccia ferro, cuoio e anfore la sua freccia è ritenuta più forte del fulmine.

Se l’arciere è capace di penetrare una lastra di ferro spessa mezzo dito, egli è un forte arciere.

L’arciere diventa capace di penetrare facilmente il corpo di un grande elefante se riesce a penetrare 24 pezzi di cuoio legati insieme” (Dhan., p.39).

Il concetto di penetrazione, oltre agli evidenti riferimenti sessuali, aveva anche una valenza simbolica che alludeva al penetrare inteso come comprendere, ed infatti la stessa parola vedha, in sanscrito designava sia la penetrazione sia la saggezza.

Lo steso principio lo si trova anche in testimonianze provenienti da regioni di ben altra latitudine: Einar, un eroe vichingo dell’ Heimskringla, era ritenuto il migliore arciere dei suoi tempi poiché riusciva a trapassare con una freccia blunt una pelle di bue fresca appesa ad un ramo (Heimskringla, Saga di Olaf Haraldson). Provare per credere! Un’altra tecnica che serviva a sviluppare un tiro forte e teso era quella del cosiddetto tiro da sotto la corda. Singolarmente, questa tecnica si trova descritta, con qualche piccola variante, sia nei manuali arabi sia in un trattato francese del XV secolo. Una corda veniva tesa orizzontalmente a metà strada tra il bersaglio e l’arciere, su due pali alti circa 1,70 m, L’arciere doveva colpire il bersaglio facendo passare la freccia al di sotto della corda, ciò significava eseguire tiri forti e tesi che dovevano raggiungere il bersaglio senza descrivere eccessive parabole. Lo stesso concetto era applicato dai giapponesi nel tiro cerimoniale che si svolgeva in un padiglione lungo, stretto e dal soffitto basso. L’arciere per colpire il bersaglio senza che la freccia toccasse il soffitto, era costretto, oltre che a tirare in ginocchio, anche ad effettuare tiri forti e tesi. Un’ultima curiosità a proposito di archi forti, ci viene dagli arcieri ottomani, tra i quali, in epoca tarda, quando l’arcieria era già divenuta una pratica sportiva, c’era un’apposita categoria che si limitava a gareggiare nel tendere archi potenti senza scoccare la freccia. Anche da episodi del mondo greco: Pausania narra, infatti, di Timante di Cleone, famoso atleta olimpico greco, che ritiratosi dall’atletica, si manteneva in esercizio provando tutti i giorni la propria forza tendendo un forte arco. Durante i suoi viaggi interrompeva l’allenamento. Un giorno tornato a casa si rese conto di non essere più capace di tendere l’arco e si suicidò gettandosi nel fuoco (Pausania, Descrizione della grecia, 6.8.4).

 

Allenamento per la mobilità e la velocità

 

Per quanto riguarda l’addestramento alla mobilità, venivano adottati appositi sistemi di allenamento per ognuna delle diverse possibilità (vedi sopra). L’allenamento al tiro veloce da fermi si eseguiva con frecce segnate col nome dell’arciere ed in un determinato tempo, scandito da un segnale dell’istruttore, si contavano quante frecce erano andate a bersaglio. Gli arabi tiravano con le frecce strette in mano insieme all’arco e si contava quante frecce un arciere riusciva a tirare prima che la prima scoccata toccasse terra. Per i bizantini il tiro ai bersagli mobili aveva le stesse modalità usate oggi nei nostri tornei di campagna: oggetti che scorrevano lungo un filo teso, o palle rotolanti. Gli arabi usavano una specie di carroccio di legno che facevano rotolare da una collina. Per quanto riguarda il tiro con bersaglio fermo ed arciere in movimento, il Perì Toxeias consigliava il seguente metodo che serviva a simulare la concitazione e la fretta del tiro in battaglia:

“Uno degli arcieri più abili, con arco e frecce, avanza velocemente lungo una linea dritta , tirando obliquamente rispetto alla linea. Quando ha finito va a cercare le frecce, mettendo dei segnali dove esse sono cadute. Questi sono i segnali principali. Di fronte ad essi, ad una distanza di trenta Orgia (circa 50 m), sono disposti dei segnali secondari. Coloro che si allenano seguono il percorso di questi segnali secondari, uno dietro l’altro, tirando il più velocemente possibile le proprie frecce verso i segnali principali, fino a quando non arrivano all’ultimo segnale”.

Come già ricordato per il PT, l’allenamento alla guerra prevedeva anche l’ausilio di semplici macchinari appositamente studiati. Una particolare tecnica riportata dai testi arabi era quella del tiro sotto la corda, praticata come allenamento nell’antichità e riportata in auge da Mahmud II nell’800 come competizione agonistica. L’allenamento consisteva nel tirare ad un bersaglio facendo passare la freccia da sotto una corda, tesa a una certa distanza tra l’arciere e il bersaglio. Lo scopo era quello di allenare l’arciere a effettuare tiri tesi, diretti sul bersaglio senza descrivere parabole eccessive. Importante era determinare l’altezza della corda rispetto alla distanza del bersaglio. Kani riferisce di un’altezza della corda di circa 170 cm, ed una pari distanza tra l’arciere e la corda, e di un bersaglio posto a 250 passi. Questo sistema di allenamento viene riproposto quasi in identica forma in un trattato francese del ‘300, l’unica differenza è che invece della corda qui era previsto una tela con tanti campanelli, se si colpiva la tela suonavano i campanelli rilevando l’errore nell’aver colpito la tenda. Anche in Giappone, per molto tempo, la pratica del kyudo si svolgeva in appositi padiglioni lunghi e bassi nei quali glia arcieri tiravano inginocchiati verso un bersaglio disposto in fondo alla sala, con lo scopo di colpirlo senza che la freccia, descrivendo una parabola troppo pronunciata, toccasse il soffitto. Il “Libro sull’eccellenza dell’arco… “ dedica il quarantacinquesimo capitolo ai vari tipi di bersagli da usare per l’allenamento dividendoli in fissi e mobili. Un tipo di bersaglio fisso, detto del “cavaliere simulato”, era costituito da un’asta conficcata nel terreno dell’altezza di un uomo montato a cavallo. Alla sommità dell’asta era collocato un disco di circa una spanna di diametro, e, ad una spanna più sotto, un altro disco largo tre spanne. Il primo simulava la testa del cavaliere ed il secondo il suo scudo. L’arciere doveva tirare cinque frecce al disco più grande finche non riusciva a piazzare tutte e cinque le frecce a bersaglio senza mancare un colpo. Solo allora poteva passare a tirare, con le stesse modalità, al disco più piccolo. Un’altra tecnica di allenamento era conosciuta come il tiro ai “bersagli opposti”. Consisteva nel disporre quattro bersagli ai quattro punti cardinali, con l’arciere situato al centro di essi. Egli doveva tirare a rotazione sui quattro bersagli senza muovere i piedi dal terreno, ruotando soltanto il busto nelle quattro direzioni. Questo tipo di allenamento era propedeutico al tiro da cavallo e, infatti, in un secondo momento venia eseguito, prima con il cavallo fermo e poi in movimento. Tra i bersagli mobili il trattato cita quello detto “simulazione della bestia sul carro” adatto per l’allenamento venatorio. Ad un piccolo carretto munito di ruote (probabilmente qualcosa di simile ai carretti costruiti ancora oggi dai ragazzi con i cuscinetti di auto) veniva applicata, sul davanti, una pelle riempita di paglia, sul di dietro, invece, una pelle più piccola similmente riempita. La pelle grande davanti rappresentava l’animale in fuga, e quella piccola di dietro, il cane del cacciatore che inseguiva la preda. Il carretto veniva fatto poi rotolare lungo un pendio e l’arciere doveva riuscire a colpire la pelle anteriore senza colpire quella posteriore che simulava il cane. L’autore riferisce che alcuni, invece delle pelli, usavano disegnare il leone e il cane direttamente sul carro; ma ciò era contrario alla legge coranica che, come è noto, vietava la riproduzione figurata di tutte le cose animate.

 

Vittorio Brizzi

Giovanni Amatuccio

 

 

Tavola 2: Schematizzazione del processo di addestramento.

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