Arco n.2
2006
 


Arco n.1 
Alessio Cenni: La balestra a ripetizione che viene dall’Oriente

Arco n.1 
Franco Carminati: I primi manoscritti e i testi a stampa

Arco n.1 
Deborah Mauro: Il filo d’Arianna

Arco n.1 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: L’apprendimento nell’Arciere Mediterraneo

Arco n.2 
Andrea Messieri: Dal costruttivismo alla costruzione personale

Arco n.2 
Deborah Mauro: La grandezza non tramonta mai

Arco n.2 
Bruno Bonora: L’enigma dei tendiarco di Kainua

Arco n.2 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: L’allenamento fisico nell’arciere mediterraneo

Arco n.3 
Deborah Mauro: Troviamo in noi nuove potenzialità

Arco n.4 
Deborah Mauro: Il giorno della gara

Arco n.4 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: La formazione nell'Arciere Mediterraneo

Arco n.5 
Franco Faggiano: L'Arco e il Samurai

Arco n.5 
Alessio Cenni: Rivivere la preistoria

Arco n.5 
Deborah Mauro: Il cibo è importante, trattatevi bene!

Arco n.6 
Stefano Benini: Emozionante Kyudo

Arco n.6 
Deborah Mauro: La “ricetta” giusta per motivare l’atleta

Arco n.6 
Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: Elementi differenzianti


L’enigma dei tendiarco di Kainua

di Bruno Bonora

 

Non lontano da Bologna c’è un sito archeologico di grande interesse. A cominciare da uno strano oggetto che molto probabilmente ha a che fare con arco e frecce. In esclusiva per Arco il primo studio mai pubblicato in Italia sull’argomento.

 

È degli inizi di gennaio di quest’anno la notizia pubblicata sulla testata giornalistica Il Resto del Carlino riguardante la scoperta da parte dell’archeologo Giuseppe Sassatelli, Preside della Facoltà di Lettere all’Università di Bologna del vero nome della città Etrusca di Misa1. Dopo circa centocinquanta anni dai primi rinvenimenti ufficiali dal sito, cui venne attribuito il nome di Misa per assonanza con il vicino Piano di Misano, pare venga restituito al luogo il vero nome etrusco di Kainua. L’attribuzione è stata fatta in base al ritrovamento di un frammento ceramico, sul quale sono incisi caratteri etruschi che riferiscono di un “culto praticato in un luogo chiamato Kainua”.

Ma perché parlare di questa scoperta su di una rivista che si occupa di arcieria? Il motivo è molto semplice. A metà dell’Ottocento furono condotti scavi archeologici nel sito di Piano di Misano che portarono alla luce magnifici reperti fittili e oggettistica bronzea di squisita fattura, fra questi anche dodici oggetti pressoché uguali poi classificati dagli archeologi del tempo come tendiarco, uno dei più grandi ritrovamenti di questi manufatti finora effettuati. Sebbene scavi sistematici siano stati effettuati da decenni, solo una minima parte della città è stata riportata alla luce, per cui ogni campagna di scavi riserva sorprese e ulteriori ritrovamenti. Prova tangibile ne è stata questa conclusa nel 2005. Il nome tendiarco è solo l’ultimo cronologicamente dato a questo attrezzo: da principio fu chiamato “anelli gemini cuspidati” o “anelli gemini problematici” per via dell’utilizzo sconosciuto. Grazie ad ulteriori rinvenimenti avvenuti in tombe la cui datazione era certa si è potuto collocare l’utilizzo dello stesso nell’arco di tempo che va dal IV secolo a.C. al III secolo d.C.

 

Disegno1: Disegno dell’attrezzo dal vero.

 

Nelle tombe dei guerrieri

 

Questi strumenti sono stati oggetto di studio da lungo tempo da parte degli archeologi europei, in quanto i ritrovamenti, maggiormente incentrati in alta Italia e più precisamente nel bacino padano, sono avvenuti anche nel nord Europa. Lo stesso archeologo danese Christian Thomsen, padre della suddivisione delle Età del Bronzo riferisce di oggetti simili rinvenuti nell’Europa settentrionale (Svezia) in tombe prettamente maschili e spesso attribuibili a guerrieri. Ed è questo il comune denominatore che unisce questi oggetti, i ritrovamenti certi in tombe lo definiscono inequivocabilmente come un oggetto maschile assimilabile ad un uso guerresco. Ma come si presenta quest’oggetto? Molto semplicemente: “l’oggetto consiste in una solida base metallica di almeno sei centimetri di spessore che ingloba due fori passanti formanti due anelli, da cui l’antica descrizione di anelli gemini, separati da un corpo centrale da cui dipartono, parallelamente agli assi dei fori, tre cuspidi o rebbi. Due rebbi sono affiancati fra di loro e hanno generalmente forma troncoconica; l’altro, contrapposto, è più largo, con base troncopiramidale”2 (Figura 1). Visto dal basso l’oggetto richiama decisamente la forma di un otto e le dimensioni misurate sui campioni conservati nel Museo Archeologico di Bologna gentilmente messimi a disposizione hanno mediamente le seguenti dimensioni: diametro dei fori 18-20 mm, lunghezza 62-65 mm, una larghezza di 24-26mm ed un’altezza di 40-45 mm, il peso medio è di 100 grammi. La forma è comune a decine di reperti. Le varianti sono date dalla forma rettilinea, anziché concava, della base e dalle dimensioni, giacché in alcuni casi si possono trovare le cuspidi molto allungate. Altre varianti possono consistere nell’arricchimento con una o due apofisi, o anche con motivi geometrici, zoomorfi o fallici sulla parte anellare. Per capire a cosa potesse servire quest’oggetto è importante definire il materiale di cui era costituito. Gli anelli ritrovati sono principalmente costruiti con una fusione in bronzo3, ma ci sono stati sporadici ritrovamenti in ferro. Sino ad ora non è stato documentato alcun ritrovamento in altri materiali duri, quali osso o pietra (pietre dure), come nel caso degli anelli da tiro delle culture medio ed estremo orientali. Tuttavia non si può escludere l’esistenza di anelli in legno o cuoio che, per via della natura deperibile di questi materiali organici, non ci sono pervenuti. Le ipotesi di utilizzo che nei secoli sono state prospettate sono molteplici e coprono un ampio ventaglio di applicazioni. Si va dalle più fantasiose, dal ciondolo all’attrezzo per la doma dei cavalli, dal propulsore per giavellotto al salpareti, dall’attrezzo per caricare la balestra al tendiarco. In effetti, a tuttora, la scienza non si è espressa definitivamente sul corretto uso di questo attrezzo. Nei musei italiani spesso la descrizione dell’oggetto tendiarco è accompagnata dal punto interrogativo; alcune volte l’oggetto nelle teche non ha alcuna descrizione. Una spiegazione di quanto sopra si potrebbe trovare nel fatto che gli studiosi che per primi hanno studiato questo strumento e scritto del proprio lavoro non avevano una cultura arcieristica. Dalla prima descrizione di Edward Morse, pubblicata nel 1885, nella quale espone e confuta contemporaneamente la possibilità di utilizzo come tendiarco, si dovrà aspettare almeno venti anni perché questa tesi venga messa in discussione da Sir Rudolph Payne Gallway, appassionato arciere e studioso di arcieria, nonché autore del massimo trattato sulle balestre, il quale semplicemente asserì che un esemplare di tendiarco poteva essere usato con grande facilità per tendere la corda dell’arco. Tra l’altro ebbe una spiegazione anche per l’assenza dell’oggetto dalle raffigurazioni sia vascolari che scultoree: “Il modo in cui i due anelli seguono il contorno delle dita e le punte allo stesso modo mostrano quanto potesse essere difficile per un artista mostrare con chiarezza questo attrezzo anche in una scultura di grande dimensione; esso non sarebbe stato distinguibile da un altro dito con l’eccezione che la corda sarebbe apparsa al di fuori delle dita”. Payne Gallway descrive l’attrezzo come “rilascio per frecce Scita” (Figura 2) e ne descrive l’utilizzo nel seguente modo: “le dita indice e anulare della mano sono posizionate negli anelli, il dito medio viene pressato contro la base delle due cuspidi, in questo modo tutta la forza delle tre dita viene usata per contrapporsi alla tensione della corda”4.

 

Disegno2: Rilascio scita, dall’articolo di Sir Payne Gallway

“A Scytian arrow release” tratto da The Archer Register, 1906.

 

La curiosità del Principe  Ereditario

 

Questo oggetto può anche vantare un aneddoto singolare. Nel 1871, durante i lavori del V Congresso di antropologia e archeologia preistoriche, tenutosi a Bologna, l’attenzione dell’allora Principe Ereditario, che sarebbe diventato Re d’Italia sette anni dopo con il nome di Umberto I, fu attirata da uno di questi oggetti esposti in una teca del Museo Archeologico. Avendo chiesto al curatore del Museo, Conte Giovanni Gozzadini5, cosa fosse, ricevette in risposta che si credeva servisse per tendere la corda di un arco. Ulteriormente incuriosito, il Principe si rivolse ad uno dei militari di alto grado che lo accompagnavano, il maggiore Angelo Angelucci, allora curatore del Museo nazionale di Artiglieria in Torino e massima autorità in fatto di armi, chiedendo se anche secondo il suo parere potesse davvero essere stato usato per tendere un arco. La risposta immediata e categorica del militare fu no; poi, per persuadere ulteriormente, prese un bastone (in mancanza di un arco) e una bacchetta per simulare l’asta della freccia, e mimo’ la trazione, mantenendo con la mano destra sia corda che l’asta da incoccare. Contemporaneamente diceva: “come potrei con le dita indice e medio poste dentro gli anelli tenere l’asta della freccia e contemporaneamente incoccarla? Lo stesso strumento lo impedirebbe, questi anelli tendiarco sono proprio una fiaba”. Così la questione fu semplicemente liquidata con l’apparente convinzione dei presenti.

Bruno Bonora

 

 

1 Gli scavi della Città Etrusca di Misa sono parte del territorio del Comune di Marzabotto, in provincia di Bologna.

2 Tratto da “Anelli gemini tricuspidati altrimenti chiamati tendiarco”, Bruno Bonora (in stampa).

3 Lega di rame e stagno nella quale possono essere presenti altri elementi quali piombo, argento  e zinco in percentuali   variabili.

4 Sir R.Payne Gallway “The Archer Register” 1906.

5 Nel 1853 il Conte Giovanni Gozzadini scavò le prime tombe a Villanova di Castenaso, nei pressi di Bologna,

coniando il termine “Cultura Villanoviana”.

 

 

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L’Archeologia sperimentale e l’utilizzo degli anelli gemini Avendo avuto la possibilità di replicare in bronzo un originale, ho iniziato a valutare i possibili sistemi di impugnare l’attrezzo, descrivendo con precisione pregi e difetti e, infine, ho trovato il modo più naturale di indossare l’attrezzo che si è inoltre rivelato il più “economico”. Centinaia di prove con archi di libbraggio diverso hanno confermato che non solo la trazione è possibile, ma che questo attrezzo sopperisce al guanto da tiro o alla patella in quanto permette di rilasciare la corda senza che questa venga in contatto con le dita eliminando qualsiasi fenomeno di scotennamento dei polpastrelli. L’attrezzo nelle sue forme con apofisi permette di usare più dita per la trazione, e la V formata dai due rebbi contrapposti permette di usare frecce di diametro diverso fra di loro. L’attrezzo ha un punto di contatto con la corda molto ridotto; questo fa sì che il rilascio sia più veloce e meno influenzato dalle dita grazie ad una minor tensione sulla corda. L’attrezzo, sia nella sua versione standard, che in quella più evoluta con apofisi, può essere usato da arcieri sia destri che mancini. L’usura delle corde è ancora allo studio, ma i primi risultati sono molto incoraggianti. Sperimentando i vari metodi di tiro documentati dalle poche immagini che ritraggono antichi arcieri nell’atto di scoccare frecce, ho optato, dopo innumerevoli prove, per il rilascio più efficace, il rilascio alla spalla, il che necessariamente comporta l’uso di frecce più lunghe di quelle a cui siamo ora abituati. In effetti questo è uno strumento che è stato ideato per uno scopo ben preciso, forse un modo di meccanizzare la presa mediterranea, da sempre usata per archi di medio-basso libbraggio. Sembra quasi che l’utilizzo di questo attrezzo permetta di tendere nella maniera tradizionale un nuovo tipo di arco ben più robusto di quelli a singola curvatura; un arco composito… ma questa è un’altra storia. B.B.

 

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