Arco n.1
2006
 


Arco n.1 
Alessio Cenni: La balestra a ripetizione che viene dall’Oriente

Arco n.1 
Franco Carminati: I primi manoscritti e i testi a stampa

Arco n.1 
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Arco n.1 
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Arco n.2 
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Arco n.4 
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Vittorio Brizzi, Giovanni Amatuccio: Elementi differenzianti

  

La balestra a ripetizione che viene dall’Oriente

di Alessio Cenni

Con materiali poveri ed un accurato lavoro di falegnameria fu messo a punto un sorprendente strumento bellico. Una storia lunga 2500 anni.

 

In migliaia di anni di uso e di evoluzione nei più diversi contesti ambientali e culturali l’equipaggiamento dell’arciere ha preso le forme più originali e disparate. Dalle versioni più primitive, costituite da un ramo diritto sommariamente affusolato e messo in tensione con una corda, ai raffinati archi compositi ricurvi e riflessi che richiedevano decine di ore di lavoro da parte di esperti artigiani. Dagli strumenti realizzati per cacciare giusto quanto era necessario per vivere, alle armi progettate per combattere e uccidere i propri simili. Le culture tecnologicamente più avanzate dell’estremo oriente e del bacino del Mediterraneo abbinarono, infine, al principio dell’arco dei congegni meccanici e misero a punto le balestre. È vero che il tipo di arco di gran lunga più diffuso sia in tempi storici che presso le residue popolazioni indigene nelle aree più remote della terra corrisponde alla seguente descrizione: in legno, dal profilo diritto che forma una sola curvatura quando è messo in tensione dalla corda, lungo dai 100 ai 200 centimetri, sezione da ellittica a rotonda. Ma vi sono una quantità notevole di casi particolari, di soluzioni progettuali originali e di oggetti curiosi e sorprendenti.

 

Foto 1: Replica di balestra a ripetizione cinese
della fine dell’Ottocento con relativi dardi.

 

Mi è già capitato di descriverne alcuni sulle pagine di Arco. Ad esempio, gli archi asiatici ed europei adattati a lanciare pallottole per la caccia ai volatili. Oppure un insolito arco usato un tempo da una tribù indiana delle foreste nord americane rinforzato sul dorso con un ingegnoso sistema di stecche di legno e cordino di tendine. Ma quello descritto qui di seguito è forse il più curioso e più sorprendente prodotto di ciò che è documentato per quanto riguarda l’arcieria storica. Si tratta di una balestra a ripetizione utilizzata in Cina fino alla fine dell’ottocento e chiamata chu-ko-nu. La prima menzione relativa all’uso di queste balestre apparsa in Occidente sembra risalga ad una pubblicazione inglese del 1878. La prima descrizione tecnica dettagliata con tanto di prove di tiro con un reperto originale la dobbiamo (a mia conoscenza) a Sir Ralph Payne-Gallwey nel volume The Crossbow edito nel 1903 e successivamente ristampato più volte. La replica che appare nelle foto di questo articolo è una ricostruzione largamente basata sull’esemplare descritto nel sopraddetto volume. Oggetti di questo tipo erano regolarmente usati dalle truppe imperiali cinesi sebbene la maggior parte dei tiratori fosse dotata di più potenti balestre a colpo singolo o di grandi archi ricurvi compositi. Le balestre a ripetizione erano comunque ideate e realizzate per l’uso contro avversari umani e non per attività venatorie. Un fatto interessante e ignoto ai primi studiosi che cento anni fa descrissero questi congegni curiosi è che le balestre a ripetizione erano in uso in Cina già 2500 anni fa e oggi alcuni modelli sono stati recuperati in scavi archeologici. Si tratta quindi del prodotto di una lunghissima tradizione.

 

Foto 2: Stampa cinese del 1637 che mostra un laboratorio
in cui vengono prodotte balestre
a ripetizione.
Da Histoire de l’Archerie di Robert Roth.

 

Vediamo a questo punto come funziona l’oggetto in questione. Su un robusto teniere di legno è fissato un arco realizzato con lamine di bambù legate tra loro (ma non incollate) e tenuto fermo da una zeppa di legno. In realtà il teniere fa solo da supporto ad un’altra struttura costituita da una barretta scanalata su cui scorre il dardo e da un soprastante serbatoio che può contenere una riserva di almeno dieci dardi adagiati uno sopra l’altro. Questa struttura è collegata al teniere da una leva imperniata a tutti e due gli elementi mentre la corda dell’arco passa attraverso una fessura lunga e sottile tra la barretta scanalata e il serbatoio. La leva imperniata consente al tiratore di muovere avanti-indietro la struttura superiore della balestra. La prima operazione consiste nel caricare il serbatoio con i dardi, il primo dei quali scendendo dall’alto si appoggia con la coda sulla scanalatura della barretta e con la punta sulla corda dell’arco. Quando la leva è spinta in avanti la barretta scanalata (unita al serbatoio) scorre nella stessa direzione fino a che la corda dell’arco che preme leggermente su di essa viene ingaggiata in una apposita intaccatura. Contemporaneamente il primo dardo scende dal serbatoio e si adagia in posizione atta al tiro. In corrispondenza con l’intaccatura per la corda dell’arco nella barretta scanalata c’è un foro verticale in cui è inserito un pioletto mobile in osso a forma di lettera T la cui estremità fuoriesce in basso. A questo punto la leva viene tirata indietro, il che porta l’arco alla massima tensione fintanto che la superficie inferiore della barretta non va a premere contro il teniere. Il pioletto mobile in osso viene allora spinto verso l’alto e scaccia via la corda dell’arco dalla intaccatura facendo partire il primo dardo. Contemporaneamente il secondo dardo scende verso il basso ed a quel punto il movimento in avanti della leva può essere ripetuto. Dopo poche prove il movimento avanti-indietro della leva si può compiere con tale rapidità da scoccare un dardo al secondo.

 

Foto 3: La balestra in fase di estensione:
la corda dell’arco si aggancia nell’intaccatura.

 

Si tratta, a tutti gli effetti, di una forma rudimentale di automatismo. Il congegno è progettato in modo che ad un impulso semplice corrisponda un risultato complesso e che non vi siano tempi morti o movimenti inutili tra un tiro e l’altro. Questo interesse per soluzioni tecniche volte ad ottimizzare l’efficienza di macchine semplici (tale può essere definito un arco) dovette essere tipico della cultura cinese nell’Età del ferro (l’epoca di Confucio) che in quel periodo mise a punto oltre ai vari tipi di balestra anche altre più importanti innovazioni. Ad esempio, fu elaborato un originale tipo di mantice a cassa in grado di emettere aria a getto continuo con una efficienza quasi doppia rispetto al classico mantice a fisarmonica usato in Europa. Con quel ritrovato i cinesi furono in grado di raggiungere nei forni altissime temperature e di produrre in serie attrezzi in ferro fuso e in ghisa duemila anni prima che in occidente.

 

Tornando alla nostra balestra a ripetizione c’è da dire che le sue prestazioni sono un poco anomale. Le balestre sono in genere progettate per colpire con forza e precisione, spesso a discapito della cadenza di tiro che in genere è lenta. Questa invece non colpisce con forza e non è precisa. Nelle prove, a distanza di 40 metri, i dieci dardi si sono infissi su una parete di legno in rosate di circa tre metri di diametro e d’altra parte il modo stesso con cui la balestra deve essere imbracciata e maneggiata non si presta al tiro di precisione. L’obbiettivo dell’attrezzo è tutto nella velocità dei tiri. Il movimento è talmente semplice che si possono scoccare dieci dardi in dieci secondi netti. Non sono necessari più di sei-sette secondi per riempire di nuovo il serbatoio con un’altra manciata di dardi estratti da una borsa di forma adeguata portata a tracolla. I dardi usati con questa balestra sono lunghi circa 29,5 centimetri e con un peso complessivo di 10 grammi. Sono muniti di una cuspide acuta in ferro abbastanza pesante da portare il punto di bilanciamento del dardo a circa ¼ dalla estremità anteriore. Ciò è molto utile per mantenere una traiettoria diritta dato che questi dardi non sono muniti di impennaggio. Le impennature, infatti, oltre ad essere di impiccio nel serbatoio dove scorrono i dardi avrebbero comportato anche un considerevole aumento dei tempo di assemblaggio del proiettile che invece doveva essere prodotto in massa con il minimo di impegno.

 

Foto 4: Fase di rito: l’arco viene teso
fino al punto di scatto automatico.

 

Sir Payne-Gallwey sostenne di aver verificato con l’arma cinese originale una efficacia di tiro sino a circa 70 metri e gittate massime (probabilmente poco efficaci) fino a 160-180 metri. Con la balestra mostrata nelle foto di questo articolo i dardi scoccati da 40 metri sono penetrati in assi di legno per 15 millimetri.

Sulla reale efficacia e l’importanza tattica di questa strana balestra non vi sono molti documenti e devo perciò fare delle supposizioni. Non essendo in grado di produrre ferite particolarmente gravi suppongo che venisse usata più che altro con funzione di disturbo. Ho calcolato che cento balestrieri con adeguato munizionamento potrebbero scoccare ottomila dardi in circa due minuti. Una simile pioggia di dardi concentrata in un tempo brevissimo potrebbe creare un grosso scompiglio in una schiera di fanti nel momento cruciale di una battaglia, ad esempio mentre stanno serrando i ranghi per sostenere un attacco. Allo stesso modo una grandinata del genere può ferire molti cavalli facendoli imbizzarrire e rendendoli ingovernabili. Secondo alcune fonti d’informazione questi piccoli dardi sarebbero stati avvelenati. Che ciò sia vero o no possiamo immaginare che una simile notizia fatta abilmente circolare da agenti infiltrati il giorno prima di una battaglia avrebbe avuto un notevole effetto psicologico terrorizzante sui soldati avversari.

 

Alessio Cenni

 

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