Arco n.1
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I primi manoscritti e i testi a stampa di Franco Carminati Tra il
XIV e il XVI secolo furono redatte alcune opere di argomento
arcieristico che sono alla base di una lunga tradizione
orale. Tecniche di costruzione e valutazione del bel tiro
sono alcuni degli argomenti trattati.
Le giustificazioni per cui non sono state oggetto di attenzione all’epoca e non debbano essere neppure ora prese in considerazione ritengo possano essere sintetizzate, in linea di principio, come segue: la prima è sicuramente la difficoltà di traduzione delle stesse, la seconda è che le diversità strutturali e tecnologiche di costruzione degli archi rendono queste opere non attinenti all’impiego e allo studio; infine la terza si concretizza constatando le diversità nelle tecniche di tiro adottate assai lontane da quelle in uso in Europa. Al fine di avere un quadro realistico e scevro di “si dice” è stata intrapresa una ricerca bibliografica per stabilire l’ordine cronologico di apparizione delle opere a stampa di argomento specifico nella sfera culturale dell’Europa continentale. L’indagine approfondita, condotta sul tema, ha permesso di poter valutare a quale livello cognitivo specifico fossero arrivati i nostri progenitori nel periodo storico in cui l’arco era una delle massime espressioni della tecnologia ed ancora più precisamente quando questo livello fu raggiunto. Analizzato il panorama delle opere esistenti si è riscontrato che le stesse erano limitate a fonti manoscritte ed a stampa apparse nel lasso di tempo intercorrente tra il XIV ed il XVI secolo constatato che precedentemente nulla si è reperito in merito e che oltre il limite superiore indicato ogni interesse per l’arco è risultato inesistente fino al XIX secolo. La ricerca ha chiaramente indicato che l’area più prolifica è stata quella francese od in ogni caso francofona che ha prodotto varie opere nell’arco di circa 50 anni.
Procedendo cronologicamente troviamo in testa alla lista il lavoro di Gace de la Vingne (datato 1359) dove tuttavia si ritrovano solo alcuni accenni all’arcieria per cui l’importanza dello scritto è decisamente marginale ai nostri fini. In Francia nel 1379 A questo segue poi, a distanza di venti anni, quello che può essere considerato il primo completo testo di tecnica venatoria ,seppure integrato con capitoli di carattere ascetico e religioso, denominato Le Roy Modus et la Reine Ratio la cui data di stesura è segnalata nel 1379 in Francia e quindi diffuso, nel giro di alcuni anni, in molte copie manoscritte per l’Europa continentale per poi apparire con la prima edizione a stampa nel 1486 a Chambery. Questa opera, che tratta di tutte le tecniche venatorie, riserva un interessante capitolo specifico all’arcieria (il settimo libro) e dà le prime precise indicazioni, fino a quel momento, circa le caratteristiche tecniche dell’arco e delle frecce. Le regole citate sono seguite solo alcune volte da opportuna motivazione tecnica per cui è stato necessario uno studio approfondito per verificare quanto viene esposto. Questa verifica ha poi dimostrato che sicuramente quanto asserito nel testo fu il frutto di una attenta osservazione se non di un vero e proprio studio teorico. Si ritiene di poter presentare che in un volgere di tempo abbastanza contenuto i risultati di questa verifica di validità degli assiomi esposti. Dalla lettura di questo testo si desume anche la sufficientemente scarsa importanza dell’arco nella pratica venatoria delle classi elevate mentre è considerato degno di attenzione per la caccia condotta in solitaria od a piccoli gruppi (quindi più consona ai borghesi ed al popolo che non alla classe dominante). Non stupisca il collegamento della descrizione dell’arco con le tecniche di caccia infatti non si deve dimenticare che la tradizione arcieristica francese non diede mai a questo attrezzo la stessa importanza militare che gli fu riservata in Inghilterra e che l’ordinamento politico fu tale da non favorirne lo sviluppo a livello difensivo nazionale o territoriale. Il testo è condotto in forma di dialogo, formula che poi verrà utilizzata in opere successive, con fraseggio piuttosto ingenuo; tuttavia con definizioni assai nette e precise che sicuramente furono una buona base per gli arcieri del tempo.
Fra le varie stesure del manoscritto esistono delle differenze di misurazione dei parametri di riferimento presumibilmente dovute a differenti convinzioni degli amanuensi copisti o più semplicemente a sviste degli stessi tuttavia qualsivoglia soluzione venga proposta conduce ai medesimi risultati. Si nota, in ogni caso, che i presupposti base su cui si fondano le regole esposte sono, in primo luogo, le caratteristiche antropometriche dell’arciere quindi le caratteristiche del materiale. Segue questa opera il lavoro di Gaston III di Fois detto Phoebus con il suo manoscritto sulla caccia del 1387 pubblicato poi a stampa a Parigi nel 1507. Anche in questo testo emergono più o meno gli stessi concetti ed anche i medesimi suggerimenti sul materiale arcieristico che si possono leggere precisamente al capitolo LXXI del testo. Ciò risulta comprensibile considerato il breve lasso di tempo intercorrente tra le varie opere e le comuni conoscenze tecniche sull’arco come pure i rimandi da un’opera all’altra ed il ripetersi dei suggerimenti esposti che sostanzialmente si sovrappongono.
Continuando a procedere troviamo poi il lavoro di Hardoin nel 1394 ma la sua opera è decisamente marginale e scarsamente interessante. La prima opera di tecniche costruttive Al termine di questo gruppo di opere, in cui la tecnologia dell’arco appare solo come corollario della tecnica venatoria, troviamo la prima vera opera che detta le regole costruttive dell’arco e assiomi precisi sulla tecnica di tiro ossia: il libro Lart Darcherie è stato scritto da un anonimo francese alla fine del XV secolo e pubblicato a stampa in Parigi sicuramente tra il 1492 ed il 1520 a cui seguirono poi una serie di riedizioni. L’opera si compone di nove capitoli articolati come segue: Prologo; Come scegliere il buon legno per costruire un arco; Del modo di fare gli archi; Come si devono fare i puntali dei flettenti dell’arco; Delle corde degli archi; Come si fanno i dardi cerati; Come si fanno le frecce incollate; Delle aste da impiegare per il tiro con l’arco; Come si incorda l’arco; Di come si tira con l’arco. Questo lavoro, assai dettagliato, ci consente di analizzare compiutamente le conoscenze tecniche sull’arcieria del quattordicesimo secolo nell’area mediterranea ed altresì di stabilire che detta area continentale europea non era legata alla tradizione arcieristica di oltre Manica. Da ultimo in questo elenco appare poi il Toxophilus nel 1545 con impostazione simile, per certi versi al Roy Modus, ma dettato da condizioni ambientali, politiche e di vita specifiche dell’Inghilterra quindi fondamentalmente diverse da quelle continentali che ebbe, tra il resto, sicure difficoltà a diffondersi all’epoca a causa della lingua. Nei testi continentali non si demanda mai a dei fabbricanti specializzati la costruzione di corde, archi e frecce limitando quindi i consigli all’impiego ma fornisce i parametri a cui bisogna attenersi nella costruzione cosicché ogni arciere può verificare di persona se quanto gli viene proposto od intende scegliere od ancora costruire è corretto ed adeguato. Terminato l’escursus bibliografico passiamo ora all’esposizione dei concetti enunciati nel primo specifico testo di arcieria ossia Lart Darcherie, che è tecnicamente il più completo e dettagliato. Nel prologo si tratta della storia biblica e della mitologia nonché, per la prima volta, si fa cenno all’impiego nell’antichità di truppe romane e non armate con l’arco come elemento decisivo negli scontri tra eserciti quindi questo termina con l’esposizione di concetti vicini a quelli dei Cavalieri di San Sebastiano circa l’attività del tiro con l’arco. Nel capitolo Le Essenze legnose consigliate viene citato il tasso suddiviso in due tipi: il tasso bianco di Portogallo più morbido, a venatura più larga assai meno interessante per la costruzione di archi; Il tasso rosso (in particolare di Romagna) assai più duro, resistente e quindi più idoneo alla stessa costruzione. In alternativa vengono indicati: la spinalba o ossiacanta o pruno bianco di poca affidabilità; il nocciolo, il frassino o il citiso (questi si suppongono in quanto il testo parla di Seshus, termine di cui non si è trovato il corrispondente nome moderno) anch’essi relativamente validi. Per quanto attiene al citiso si può solo ricordare che è un legno assai diffuso nell’area mediterranea e che risulta impiegato ripetutamente seppure non si hanno a disposizione risultati tecnico balistici comprovati. Nella fabbricazione gli archi sono suddivisi nei due modelli base che servono a tirare in tre modi: a sezione quadrata adatti a tirare al bersaglio in quanto più robusti, con un appoggio migliore per la freccia e più adatti al tiro orizzontale in quanto più precisi; a sezione rotonda adatti a tirare a bersagli alti o alla distanza. Quelli per il tiro a bersagli alti hanno sezione più importante cosicché possono tirare più colpi e più rapidamente, anche se sono meno veloci. Quelli adatti a tirare alla distanza sono di sezione più ridotta poiché una dimensione maggiore riduce la potenza e appesantisce l’arco. La lunghezza consigliata è uguale a due volte la larghezza della mano (15 cm. circa) più due volte la lunghezza della freccia utilizzata (in altre versioni si parla di 22 pugni dell’arciere). Queste dimensioni si riferiscono ad un arco di buona durata mentre per il tiro alla distanza la dimensione diminuisce di circa 7,5 cm. Questi ultimi tuttavia sono archi adatti a tirare solo pochi colpi per giorno date le loro caratteristiche. Tutti gli archi devono avere il flettente inferiore più robusto e più corto di quello superiore che deve essere più lungo da cinque a sette centimetri per tre ragioni: poiché la mano che regge l’arco sta sotto la freccia e si mettono due dita sulla corda sotto la medesima mentre la freccia deve trovarsi al centro dell’arco; poiché questa disposizione consente di tirare a maggior distanza; poiché coloro che tirano alla distanza di massima tirano in alto e nel vento con maggior profitto. In ogni caso gli archi devono avere i flettenti che vanno assottigliandosi di spessore verso le estremità e più queste sono fini più l’attrezzo è veloce e da meno vibrazioni con minori errori. Nel capitolo Puntali dell’arco si legge che i puntali degli archi generalmente sono in corno di vacca poiché questo corno è facile da lavorare e non favorisce il ritorno di vibrazioni mentre per gli archi da tiro alla distanza è più conveniente utilizzare corna di cervo che sono più dure e trasmettono il moto in modo più rigido. Queste estremità devono avere uno spessore tale che la corda non tocchi il legno dei flettenti ed essere le più corte possibili compatibilmente con la sede della corda . Alcuni usano anche puntali in argento ma, ad avviso dell’autore, non sono consigliabili. Poi si passa ad analizzare le corde. Esse possono essere di seta verde o di canapa. Le corde di seta vegetale (Filamento di Asclepias Fruticosa) sono migliori per i seguenti tre motivi: poiché sono le più resistenti; poiché risultano sempre le più leggere; poiché se ben realizzate risultano le più veloci e sferzanti. Da notare che essendo fibre di cellulosa pura risentono meno dell’umidità. Naturalmente ciò è vero se la materia prima è dritta , verde , buona e non bruciata dalla tintura e filata nella corretta direzione. Altrimenti si può ricorrere alla canapa ricordando che esistono tanto la canapa maschio quanto la femmina. Le fibre di quella maschio sono grosse e dure e non devono essere usate. Le fibre di quella femmina vanno bene se sono particolarmente fini e ben scelte e cerate; in ogni caso mai incollate. L’occhiello deve essere il più piccolo possibile e teso correttamente in sede di costruzione. Per riconoscere una buona corda bisogna toglierle torsione e verificare se risulta divisa in tre cordoni minori e questi non sono incollati tra loro. Se si riscontra questo essa è valida, ma deve essere rigida e unita quando è tutta ritorta. Il capitolo La Freccia mette in evidenza che esistono due tipi di frecce, ossia quelle incollate e quelle cerate. Quelle cerate sono di due tipi ossia quelle con la parte alta dell’impennaggio verso la cocca idonee per tirare al bersaglio e quelle con la parte bassa dell’impennaggio verso la cocca per tirare a bersagli alti. Se si usano per tirare alla distanza devono essere impennate di penne di cigno. Frequentemente le frecce sono impennate con penne di oca, ma queste servono solo per tiri di massa. Alcune volte vengono usate penne di girifalco, ma solo per tiri alla distanza e con punte molto leggere. Esse non devono essere più grosse di una canna ed essere costruite con un legno molto leggero e molto rigido. Se il ferro è leggero le penne devono essere basse mentre se il ferro è pesante le penne devono essere più alte e più lunghe. Se la punta non è rotonda essa deve essere messa in modo da risultare parallela alla corda. Più l’impennaggio è duro e più la freccia risulta errante e rigida. Il legno non deve essere troppo cotto poiché rende l’asta fragile. Le frecce per il tiro al bersaglio devono essere in pioppo (Populus tremula) con una buona stagionatura naturale senza impiego di fuoco od aria calda. Per tirare alla distanza esse possono essere in viburno o ciliegio. Troviamo anche quelle in frassino, ma esse servono solo per testare gli archi. Queste devono essere più grosse verso la punta e più sottili in coda. Si usano anche frecce cave verniciate che servono solo per il tiro alla distanza. Per quanto riguarda le frecce incollate, queste sono chiamate in questo modo perché in legno di grossa sezione impennate con penne di cigno oppure con asta in canna con impennaggio ancora più grande ed incollato con ferro della punta tondo. Questi tipi di freccia sono correntemente usati in Inghilterra per tirare a bersagli orizzontali o alti. Le frecce di canna (Arundo Plinii) devono essere fatte di legno rigido e leggero. La migliore materia prima viene dall’Inghilterra. L’impennaggio va realizzato con penne di piccione o anitra ricordando che servono solo le penne remiganti. Queste aste sono le più leggere esistenti e possono essere munite di tre, sei o nove penne disposte in varie serie lungo l’asta. Le più grandi presso la cocca, quindi a seguire sempre più piccole. A queste si possono solo applicare punte leggere. Le migliori hanno tre penne. Sono di due tipi: forate all’interno dalla punta della freccia fino a tre dita davanti alla base dell’impennaggio e piene. In alcuni casi le prime vengono zavorrate con piombo o mercurio cosicché risultano più efficaci. Passiamo poi al capitolo Mettere la corda all’arco. Si deve agganciare la corda all’estremo superiore poi tenderla lungo l’arco quindi fare un’asola a tre dita più in alto dell’estremo inferiore, successivamente, prima di inserirla nel suo alloggiamento bisogna farle fare qualche giro ma non troppi poiché diversamente si perde potenza. La distanza corda arco deve essere mantenuta di un pugno più la lunghezza di un pollice. Se poi l’arco scarico è curvato in avanti si deve procedere allungando un poco la corda. Se, diversamente, esso si distende troppo bisogna accorciare la corda dandole dei giri di torsione. Il modo di tirare. Per tirare correttamente si devono avere più punti di riferimento rispetto al proprio corpo ed ai propri piedi (notizia ripresa da San Tzu). Si deve posare l’arco sul pollice della mano dell’arco. Mantenere la mano morbida per il tiro al bersaglio. Prendere la freccia tra l’indice e il medio (unito all’anulare) e tirare la corda fino davanti al capezzolo destro. Il piede corrispondente alla mano dell’arco deve trovarsi davanti alla stessa e poggiare a terra solo con la punta in modo che facendolo ruotare al momento del tiro ne si aumenta l’efficacia. La trazione può essere fatta dal basso o dall’alto. La prima è la migliore per tirare al bersaglio. Ci sono modi vari per rilasciare la corda, ma la base risulta essere sempre la stessa. Si può tirare facendo uno, due o tre passi in avanti, ma ogni modo ha caratteristiche proprie che non modificano tuttavia la tecnica di base ne il risultato sul bersaglio. Un buon arciere deve tirare 50 frecce per sessione di tiro anche se esistono persone che ne tirano di più. Ci sono buoni arcieri che ne tirano anche di meno con ottimi risultati. L’allenamento va fatto tirando tanto a bersagli orizzontali quanto a quelli posti in alto. Il bersaglio deve essere messo ad una altezza proporzionale alla distanza e deve essere di una dimensione proporzionale sempre alla distanza stessa. Alcune semplicissime conclusioni Al termine della lettura delle varie sezioni sopra riportate si possono fare una serie di osservazioni unitamente a tirare delle semplicissime conclusioni. Le osservazioni si possono riassumere nel concetto che in arcieria già nel XIV secolo le conoscenze erano molto vicine a quelle attuali e quindi solo lo scarso studio di quanto già scritto da secoli ha condotto a ripensare e sperimentare tanto materiali quanto tecniche di tiro ritenendole nuove ed avveniristiche. Conseguentemente le conclusioni (dopo opportuna verifica di quanto asserito), non possono condurre che ad un plauso a coloro che, circa settecento anni or sono, hanno dettato i canoni tecnici del materiale arcieristico e del tiro sopra esposti. Ogni passaggio della verifica tecnica sopra richiamata è stato oggetto di specifica trattazione teorica supportata da prove pratiche che sono consultabili, ma che in questa sede non si ritiene siano pertinenti all’argomento trattato in questo scritto. Franco Carminati Bibliografia Copie manoscritte de Le
Livre de chasse du Roy Modus e la Reine Ratio - ASTO e
Biblioteca Nazionale di Parigi. --------------------------------------------------- La
caccia con l’arco nel Medioevo
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