Arco n.6
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Frecce da guerra e da caccia I cacciatori primitivi hanno elaborato nel tempo sorprendenti metodi per rendere più efficaci le loro frecce penetrando i segreti della natura. Vediamo come.
Le frecce fabbricate per l’uso venatorio sono munite di cuspidi con lame taglienti in grado di provocare ferite ampie e profonde. L’abbattimento della preda è dovuto essenzialmente alla emorragia causata da questa ferita che, se inflitta nell’area toracica o addominale, va a tagliare almeno un paio di grossi vasi sanguigni. Risulta ridotto al minimo o non esistente l’effetto shock che è invece tipico delle ferite da arma da fuoco e questo indipendentemente dalla forza più o meno elevata dell’arco. Ma da epoche remote gli arcieri primitivi hanno elaborato metodi per rendere più letali le loro frecce sia a caccia che in guerra. Mentre nelle attività venatorie l’obiettivo dell’arciere era quello di impossessarsi prima possibile dell’animale selvatico ferito, nelle attività belliche poteva essere sufficiente avere la garanzia che la ferita della freccia fosse difficile da rimarginare o provocasse complicazioni e aggravamenti al nemico colpito anche a distanza di giorni. Il primo è più semplice espediente con cui era possibile rendere più pericolosa una freccia da guerra consisteva nel munire la punta di uncini che ne rendessero difficile o pericolosa l’estrazione.
Frecce da guerra della Nuova Guinea.
Due con barbigli intagliati,
Le cuspidi in legno della Nuova Guinea Le frecce da guerra utilizzate sino a tempi recentissimi dai nativi della Nuova Guinea consistono in aste di canna munite di cuspidi lunghe in legno duro di palma. Su uno dei lati (a volte su entrambi) è intagliata una serie di barbigli. Queste cuspidi sono acuminate, ma sottili e non possono provocare consistenti emorragie. Sono però difficilissime da estrarsi senza provocare ancora più danni di quando sono entrate o peggio senza che dei frammenti dei barbigli di legno rimangano all’interno della ferita dove più facilmente provocheranno una infezione mortale. Va detto che né i popoli primitivi attuali, né i nostri antenati medioevali avevano una nozione esatta di cosa fosse un’infezione dal punto di vista medico-biologico. Ma avevano una esperienza ben chiara dei suoi effetti e di come potevano essere provocati. Alcune frecce della Nuova Guinea non sono munite di barbigli, ma sul tratto terminale viene avvolta strettamente ed a spirale una strisciolina di fibra vegetale. Se venite colpiti sarà facile sfilarsi questa punta di freccia simile ad un grosso ago. Ma il filamento vegetale che ne avvolgeva la cima vi rimarrà dentro la ferita con il suo carico imprecisato di bacilli patogeni. Questi espedienti non implicano osservazioni o tecniche molto elaborate e sono comunque ben poco utili in un contesto di caccia. Ben più complesse sono le tecniche relative all’uso dei veleni.
Foto_2) Arco e frecce dell’Africa.
L’arco è del tipo più diffuso,
I veleni naturali L’uso dei veleni da frecce era comune fino a tempi recenti in Africa e nelle regioni tropicali dell’America meridionale, più localizzato in certe aree dell’Asia sud-orientale. Nella gran parte dei casi si tratta di veleni vegetali, mentre sono più rari i veleni ricavati da sostanze di origine animale (insetti, rettili, anfibi). È interessante notare come un veleno da freccia che deve essere molto virulento quando entra a contatto col sangue attraverso la ferita può non risultare tossico per ingestione. È il caso del famoso curaro dell’Amazzonia. Molti etnologi lo hanno assaggiato dopo essersi assicurati di non avere ferite in bocca e lo hanno descritto come una sostanza nerastra di gusto molto amaro. La preparazione del curaro presso gli indios Yanoama è descritta nelle memorie di Helena Valero, una donna brasiliana rapita da bambina dagli indios nel 1937 e vissuta con loro nella foresta per 20 anni. Secondo la Valero gli indios vanno a cercare delle particolari liane (appartenenti al genere Strychnos) che crescono nelle aree montane del loro territorio. Le liane vengono tagliate a pezzi e raschiate perché la parte che interessa è la corteccia. Questa, raschiata, viene avvolta in foglie larghe ed il pacchetto ottenuto è posto ad essiccare appeso sopra un focolare. Dopo l’essiccazione segue una vera e propria torrefazione al contatto più ravvicinato con le braci. Torrefatto, viene unito ai trucioli di corteccia fresca di un’altra pianta che contiene un lattice appiccicoso con funzione addensante per il veleno. Il composto viene sistemato in un imbuto di foglie appeso a un sostegno sotto il quale viene posta una ciotola di raccolta. A questo punto viene versata molto lentamente dell’acqua bollente sul materiale raccolto nell’imbuto che si imbeve finché all’estremità bassa dell’imbuto inizia a gocciolare un liquido descritto dalla Valero come simile ad un caffè concentrato.
vecchie frecce africane con punte in ferro battuto progettate per rimanere uncinate nella ferita. Quella a destra conserva ancora il composto velenoso con cui è stata cosparsa.
L’effetto del curaro Con questo liquido che gli Yanoama chiamano “Mamocori” verranno spalmate le punte delle frecce. Secondo la Valero la carne attorno alla ferita dell’animale colpito diventa scura e amara, ma è commestibile e gli indios erano convinti che colui che la mangiava diventava resistente alle ferite di freccia avvelenata. Durante la sua permanenza tra gli indios Helena Valero sopravvisse fortunosamente a una ferita di freccia e descrisse poi gli effetti del veleno che attacca il sistema nervoso causando disturbi alla vista come annebbiamento e percezione di colori inverosimili, progressiva paralisi degli arti e gusto amaro in bocca. È interessante notare che il cacciatore primitivo quando prepara il veleno fa con i suoi attrezzi rudimentali le stesse operazioni che farebbe un nostro farmacologo in un moderno laboratorio, ma con motivazioni completamente diverse. Non pensa al veleno in termini chimici o fisiologici, ma in termini mistici e magici. La sostanza si caricherà di energia letale in virtù di varie manipolazioni tramandate dagli antenati, acquisterà così una volontà o spirito proprio che sarà al servizio del cacciatore se questi non commette errori o violazioni dei tabù. Lo spirito letale evocato nel veleno sarà, infine, più forte della vitalità della preda o del nemico colpito.
un ciuffo di elleboro nei boschi
dell’Appennino toscano.
I cacciatori africani Le genti africane avevano messo a punto una notevole varietà di veleni da frecce dalle ricette talvolta molto complesse. I cacciatori boscimani (San) del Kalahari hanno praticato la caccia con frecce avvelenate fino ad una quindicina di anni fa usando un potente veleno ricavato dalle larve di un coleottero che, come il curaro dell’Amazzonia, ha un’azione neurotossica. Dato che i boscimani cacciano erbivori imponenti come giraffe e grandi antilopi, dopo aver colpito la preda dovevano tallonarla per ore prima che questa crollasse a terra per gli effetti del veleno. Infatti, a prescindere dalla virulenza della ricetta, la quantità di veleno inoculabile con una freccia è minima e quindi tanto maggiore sarà la taglia della preda colpita, tanto più lunga sarà la resistenza del suo organismo al veleno prima di cedere. Anche in Africa la maggior parte dei veleni da freccia sono di origine vegetale. In Africa occidentale è molto diffuso l’uso dello strofanto, un arbusto rampicante appartenente alla famiglia della Apocinacee che ha una parentela con l’oleandro, noto arbusto mediterraneo usato nei nostri giardini come pianta decorativa. Dello strofanto sembra che vengano utilizzate la parte viva della corteccia e le radici. Le sue sostanze tossiche hanno l’effetto di eccitare i battiti del cuore e contemporaneamente di restringere i vasi sanguigni mandando in crisi irreversibile l’apparato cardiocircolatorio. In Africa orientale viene ricavato un micidiale veleno da frecce anch’esso con effetti simili sul cuore e sul sistema sanguigno. La pianta usata è la Acokanthera abyssinica, un arbusto chiamato “uabaio” nella Somalia occidentale. Ha le foglie fitte e lanceolate di un bel colore verde scuro che gli danno l’aspetto da arbusto della macchia mediterranea e per questo viene talvolta coltivato come pianta ornamentale da interni anche nei nostri vivai.
Nelle regioni temperate Al di fuori delle regioni tropicali l’uso del veleno da frecce sembra essere stato meno diffuso anche in epoche passate. Ciò può imputarsi in primo luogo alla minore disponibilità in natura di sostanze venefiche potenti nei climi temperati simili al nostro. In Asia orientale veleni da frecce efficaci sono stati segnalati tra gli Ainu del Giappone e presso alcune minoranze etniche della Cina sud- occidentale. Venivano ricavati dalle radici di alcune varietà locali di aconito, una pianta erbacea con bei fiori azzurri rintracciabile anche in Italia nelle aree alpine. Per l’Europa antica vi sono riferimenti o memorie sparse sull’uso di frecce avvelenate. Avvelenare le punte delle frecce per rendere più sicura la loro efficacia era un espediente conosciuto ed era incamerato culturalmente nella mitologia dei popoli sia mediterranei che nord-europei, ma all’atto pratico non molto frequente. Gli scrittori greci, latini e più tardi quelli del Medioevo attribuirono l’uso di frecce avvelenate a particolari popoli: Sciti, Galli, Saraceni. Durante la Guerra dei Cento Anni si diffuse in Francia la diceria che gli inglesi avvelenassero le loro frecce. In realtà, con la diffusione del cristianesimo, l’uso di avvelenare le frecce trovava sempre più avversione. La Chiesa, legata all’aristocrazia feudale e agli ordini cavallereschi, tendeva a condannare l’uso in guerra delle frecce, armi che colpivano da lontano scoccate da individui di bassa condizione sociale. Figuriamoci poi se avvelenate. In ambito venatorio la preparazione del veleno poteva essere assimilata alla stregoneria e alle pratiche di evocazione del demonio suscettibili di tremende punizioni. Ciò nonostante delle memorie sull’uso di veleno da frecce sono rimaste fino ad epoca abbastanza tarda.
Il temibile elleboro Nel 1644 fu pubblicato in Spagna un trattato sull’uso della balestra. L’autore, Martinez de Espinar, vi descrive in margine una ricetta tradizionale per il veleno da frecce. Questo è ricavato dall’elleboro, una pianta erbacea diffusa in diverse varietà tutte estremamente tossiche. Venivano raccolte le radici in agosto scegliendo le più scure e sottili. Erano lavate accuratamente e poi pestate per estrarne il succo che veniva filtrato e messo a bollire. Durante la cottura le impurità che salivano alla superficie venivano eliminate. Lo sciroppo ottenuto era esposto al sole per più giorni ad evaporare lentamente per renderlo più denso. Con questo preparato venivano cosparse le punte delle frecce che secondo Espinar non consentivano ai cervi colpiti di fare più di un centinaio di passi prima che il veleno iniziasse a bloccarne i movimenti. L’azione dell’elleborina, l’alcaloide specifico contenuto dall’elleboro, è infatti micidiale per l’apparato nervoso portando alla paralisi, alla cecità e quindi al coma. Insomma una sorta di curaro nostrano, inquietante alleato di caccia dei nostri antenati.
Alessio Cenni
Bibliografia Brani del trattato di Espinar in Gallwey R. P. The Crossbow, London 1903 e successive ristampe. Per le memorie di Helena Valero Biocca E. Yanoama, Bari 1965.
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