Arco n.6
2005
Arco n.1
Franco Carminati:
Un
viaggio nel tempo da Parigi a Londra
Arco n.1
Alessio Cenni:
Le
tante vite della balestra
Arco n.2
Robert W.Halpin:
Trattato sui
materiali delle corde per archi (I)
Arco n.3
Robert W.Halpin:
Trattato sui
materiali delle corde per archi (II)
Arco n.3
Deborah Mauro:
Ansia somatica
ed interventi di mental training
Arco n.4
Vittorio Brizzi:
Gli “archi” di
Montale
Arco n.4
Alessio Cenni:
Un
millenario esercito di terracotta
Arco n.4
Matteo Iuso:
La costruzione delle frecce nel
Medioevo
Arco n.6
Vittorio Brizzi - Giovanni Amatuccio:
La via
dell’arciere mediterraneo (I)
Arco n.6
Alessio Cenni:
Frecce da guerra e da caccia |
La via
dell’arciere mediterraneo
DI VITTORIO BRIZZI E GIOVANNI AMATUCCIO
prima parte
Quali sono le radici del tiro
istintivo? A ben pensarci i testi antichi possono esserci di aiuto.
Si tratta di riscoprire il senso di parole chiave quali precisione,
forza, velocità, mobilità, miglioramento dell’uomo e formazione.
L’arciere mediterraneo vuole essere
una vera e propria proposta di “formazione”, basata su
documentazioni dell’Oriente e che indubbiamente hanno influenzato la
nostra indocumentabile (o quasi) tradizione arcieristica
mediterranea, in cui si tracciano linee guida ispirate ad una
scienza antica estremamente efficace e pragmatica. In sintesi, come
meglio vi apparirà leggendo e seguendo questa rubrica, vi troverete
a contatto con esempi della didattica antica talmente concreti,
familiari e costruttivi, che probabilmente vi domanderete come mai
solo ora è emersa questa idea. Noi ce lo siamo già chiesto. In
realtà sono anni che si discute di questa possibilità: nasce
inizialmente come diletto accademico, poi come sogno applicativo,
dopo ancora diventa progetto e ambizioso desiderio di realizzarlo. È
stata intrapresa un’operazione monumentale di decifrazione (qui non
si può parlare solo di traduzione) di antichi trattati del medio
oriente che si rivolgono ai docenti delle scuole di tiro (eh sì… ),
agli allievi arcieri, agli ufficiali e strateghi, insomma all’utenza
specializzata che, tramite la parola scritta, pone le basi di una
“scuola di tiro”. Il tutto spalmato in diversi secoli e culture, ma
con elementi comuni e fili conduttori paralleli, ben tesi e
vibranti. Inutile dire che studiando e discutendo i modelli
didattici proposti da questi maestri stupisce la modernità (!) e la
concreta applicabilità del metodo che emerge dalla straordinaria
cultura (psicologica, anatomica, medica, fisica, matematica,
pedagogica e didattica) di cui sono portatori. Un meritato elogio
alla cultura del prossimo Oriente, mai come oggi fraintesa, una
cultura propria di un’epoca in cui in Occidente… non si andava così
per il sottile. Il lavoro di sintesi necessario, molto impegnativo,
ci fornisce spunti diretti per una Scuola di arcieria assolutamente
profonda, coerente ed interessante. Questi trattati (in Occidente
bisognerà attendere forse Ascham, ma noi che tipo di occidentali…
siamo?) che spaziano dall’anno mille ai primi del sedicesimo secolo,
espongono i fondamentali, le regole, le prassi, gli allenamenti, le
condotte morali, specializzazioni, fino ad un esoterismo sottile ma
insinuante, in cui i valori della dottrina vengono dichiarati parte
integrante dell’allenamento e dell’apprendimento dell’arte. Quale è
la figura di arciere che ne emerge? Un uomo in grado di fronteggiare
il nemico in svariate situazioni e capace di dominare la paura,
forte ed efficace, a fronte di un duro ma strutturato insegnamento
per gradi. Un guerriero di spicco, con un ruolo specializzato,
quotato e apprezzato diversamente dall’arciere medievale
mitteleuropeo che, pur efficace e necessario nell’economia dei fatti
bellici, sfuma nella letteratura come protagonista a fronte del
“cavaliere” a cui tutto è dovuto. Il modello di insegnamento,
quindi, a fronte di un lavoro di ammodernamento (in termini
comunicativi) necessario, diventa un sistema integrato basato
sull’uomo e sul suo “miglioramento”, che mai come oggi riteniamo
necessario.

Foto_1) Formella di bronzo (XII sec.).
Assieme ad altre fa parte delle porte bronzee delle cattedrali di
Ravello (Sa) e Trani (Ba) realizzate dallo scultore Barisano da
Trani e fuse a Costantinopoli.
Colpire a distanza è il suo punto
forte
Lasciamo perdere preconcetti
ideologici, ma basiamoci sui fatti: l’arco nasce come arma e come
tale ha delle prerogative che lo rendono rivoluzionario rispetto
alle altre armi. Colpire a distanza è il suo punto forte. Ma farlo
con potenza, precisione e abilità (che sarebbe la totale padronanza,
leggi “comunione del bersaglio con il proprio corpo” oppure “l’arco
e la freccia che diventano parte della propria corporeità”)
diventano la missione da compiere nel suo insieme. Oggi, inutile
dirlo, solo la precisione (e la parabola piatta) è il fine. I
trattati insegnano varie Scuole, ma nessuna si discosta
dall’obiettivo sintetizzato dagli Arkan (i pilastri) che sono le
qualità base. Nessuna deve essere dimenticata, tutte coltivate con
perseveranza. Il quadro di stupenda arcieristica naturalezza che
emerge dalle righe di questi testi, quando descrive l’arciere che
supera difficoltà e cimenti “non ponendosi” altro problema della
fluidità nelle esecuzioni dei tiri e sulla qualità degli impatti,
mettendo in pratica esercizi divertentissimi (!) comuni a certi
giochetti che – sfido tutti a negarlo – abbiamo sicuramente compiuto
in passato tra amici o nei roving di famiglia (magari poi
vergognandocene, quasi la sindrome da Peter Pan fosse una fase
ricorsiva della nostra malattia da guarire a suon di gare ufficiali
e regolamenti seri) qui diventano la regola. Non si tratta di
“arcieria storica” come oggi la si intende né re-enactement ludico –
culturale. Non si tratta di una “alternativa” sportiva o di una
nuova disciplina marziale tout court. Non è neanche un approccio
accademico. È tutte queste cose insieme, per un certo verso, ma
anche qualcosa di talmente vecchio (antico) che brilla per la sua
modernità ontologica. Sembra paradossale, ma oggi tra tendenze, mode
e atteggiamenti di parte, si fa un gran danzare intorno a concetti
antichi (il tirare d’arco è un principe tra questi concetti) ma ci
si limita, sovente, a viverli tramite aspetti marginali,
spettacolari. Nella migliore delle ipotesi si fa un nuovo gioco, ma
spesso con esso si perdono i collegamenti con la tradizione e con le
radici. Volendo spiegare meglio, il nostro sport è tale da poco più
di due secoli, o meglio è celebrato come tale solo da quando il fine
di “colpire un bersaglio” ha smesso di essere un’esigenza
contingente, di vita e morte, verso i propri simili o verso la
selvaggina. Uno sport che, evolvendosi, ha perso il controllo sul
soggetto ed il processo (l’individuo e sul suo miglioramento) per
spostarsi verso l’oggetto (l’attrezzo) come elemento principale,
enfatizzando una performance autoreferenziale che non ha più nulla
che vedere con la base motivazionale che ha spinto l’uomo ad
inventarsi un sistema efficiente per colpire a distanza come l’arco.
Eppure dovremmo mostrargli più rispetto, a quell’arciere. Già la sua
nascita rappresenta un elemento simbolico in sé, intorno a quella
non ben precisa finestra temporale che vede l’abbandono delle
pratiche di sussistenza basate sulla caccia-e-raccolta per quelle di
allevamento e sfruttamento intensivo del suolo. Ha i suoi albori nel
paleolitico superiore come raffinatissimo ed innovativo processo di
venazione per diventare via via perfezionato sistema per combattere
i propri simili, a cavallo della rivoluzione neolitica che
rappresenta la prima sconvolgente e radicale trasformazione della
società degli umani. L’uomo perde, da quel momento e sempre in
maggiore misura, il contatto con la sua radice selvaggia, naturale.
La freccia ne è protagonista e testimone, strumento di
accompagnamento e di accelerazione. Lungi dall’essere la sede adatta
per discuterne il ruolo (in questa “rivoluzione”) ma elemento su cui
meditare: l’arco e la freccia come fossero l’ultima reminescenza di
una società diversa, forse scomoda, ma sicuramente più integrata con
le basi originarie. Elemento fortemente simbolico, quindi, senza
nulla togliere al fatto che quindicimila anni (come minimo) sono ben
di più potenti di qualche secolo, anche se le decine d’anni recenti
ne hanno viste, veramente, di cotte e di crude.

Foto_2) Particolare di mosaico del
palazzo della Zisa di Palermo (XII sec.).
Tipica espressione di arte arabo-normanna siciliana.
Che cosa significa arcieria
mediterranea?
Sebbene l’arco sia stato patrimonio di
tutte le culture e di tutti i gruppi umani dal paleolitico in avanti
in ogni angolo del globo, le sue sedimentazioni storiche e le sue
tracce più consistenti le ritroviamo nelle grandi civiltà del Medio
ed Estremo Oriente (bizantini, persiani, turchi, cinesi, indù; ma
ancor prima egizi, assiri, sciti ecc.). Queste raffinate civiltà -
accomunate dall’uso dell’arco di tipo composito (corno, legno
tendine), che costituiva un’arma micidiale - produssero nel corso
dei secoli di quello che noi chiamiamo Medio Evo, una vasta
letteratura sulle tecniche di uso e addestramento al tiro con
l’arco. L’unificazione del Medio Oriente sotto le bandiere
dell’Islam e il conseguente prevalere della lingua araba quale
momento unificatore dei popoli conquistati, favorì il fiorire di una
vasta letteratura di tipo tecnico-scientifico, che come in molti
altri campi del sapere umano, interessò anche le arti militari ed in
particolare il tiro con l’arco. Inoltre, gli arabi seppero
raccogliere e trasformare in teoria scritta anche le secolari
esperienze pratiche, ma non codificate, dei popoli delle steppe
asiatiche, soprattutto per quanto concernente il tiro da cavallo.
Furono così tradotti o redatti in arabo numerosi trattati
riguardanti le tecniche di tiro e di addestramento, trattati rivolti
soprattutto agli arcieri degli eserciti arabi (in particolare i
mamelucchi), i quali, a differenza degli arcieri occidentali dello
stesso periodo, erano alfabetizzati e, quindi, in grado di leggere e
studiare tali trattati. Questi testi stupiscono per la loro
ricchezza di dati, conoscenze, informazioni sul modo di concepire il
tiro con l’arco, sulle tecniche di allenamento e di addestramento e
sulle concezioni filosofico–religiose ad esso legate. Tale “civiltà
dell’arco” si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo, trovando
terreno fertile nelle regioni che già erano state od erano sotto
l’influenza dei bizantini (i “romani” del mediterraneo medievale) ,
toccando anche le nostre sponde, in particolare nell’Italia
Meridionale, ma anche nei territori che erano stati già
dell’esarcato bizantino (Ravenna) o di quelle che più risentiranno
dell’influenza ottomana (Venezia). Ci riserviamo di trattare questi
temi in sedi più appropriate, quali ad esempio Arcosophia (sulla
quale Giovanni Amatuccio ha cominciato a pubblicare una sorta di
storia dell’arcieria Islamica a puntate) in questa sede, invece, ci
preme maggiormente addentrarci in un terreno più “politico”, nel
senso di partecipazione ad un dibattito ormai in corso da tempo
sulle radici dell’arciera tradizionale. Da questi miei studi,
infatti, emergono elementi in grado di rappresentare un contributo
spero positivo al dibattito in corso sul concetto del cosiddetto
tiro istintivo o tradizionale.
Il “tiro istintivo” negli antichi
testi
Un primo dato che emerge con forza è
che quello che oggi viene definito “tiro istintivo” non è certo
un’invenzione moderna, opera di Fread Bear o Howard Hill. In tutti i
trattati dell’antichità il concetto che emergeva con forza era che
l’arciere per ritenersi tale doveva essere in grado di tirare con
precisione, con forza, velocemente e in movimento (suo e/o del
bersaglio). Questi erano i pilastri (in arabo, arkan) del tiro con
l’arco e gli stessi concetti si ritrovano nei manuali bizantini,
indù, cinesi. Queste abilità nel loro insieme facevano l’arciere
completo. Certo, tali abilità si rifacevano all’arciere militare o
cacciatore, ma c’è da dire che anche le attività puramente ludiche
conservavano queste caratteristiche, probabilmente perché, in ultima
analisi, anche le gare erano una forma di addestramento. È evidente
che per coltivare l’insieme di queste caratteristiche non si poteva
non essere “istintivi” cioè tirare con forza, precisione e velocità
allo stesso momento. A caccia o in battaglia non c’era il tempo per
mirini o falsi scopi. Le cose cominciano a cambiare in Occidente,
quando nel XIX secolo, si assisté ad un revival dell’arcieria
defunta ormai da qualche secolo come attività bellica. Quando l’arco
cessò di essere un’arma da guerra e da caccia fu trasformato in un
attrezzo sportivo nell’accezione tipicamente anglosassone del
termine. L’inglese Horace Ford, il primo grande arciere sportivo,
elaborò tecniche e teorie che demolivano definitivamente il concetto
del tiro da guerra e da caccia. A lui e ai suoi compagni non
interessava più usare un’arma, ma semplicemente un attrezzo da
divertimento: addio quindi alla forza, addio alla velocità di
esecuzione, addio alla mobilità; l’unico fattore che veniva
perseguito e sviluppato era quello della precisione. Da qui cominciò
il cammino di quella che poi diventerà l’arcieria olimpica moderna,
con i cerchi, i mirini e tutte le attrezzature atte ad esaltare il
maggior grado di precisione possibile. Contro questo modo
d’intendere il tiro con l’arco si levò, a metà del secolo scorso, in
America, un nuovo movimento che tendeva a riportare l’arcieria alle
sue caratteristiche primitive. Le gesta di Hill, Bear e compagni
entusiasmarono anche gli europei e nacquero esperienze quale quella
della Fiarc; e, in nome della pratica venatoria, concetti quali
forza, velocità e mobilità ritornavano a far parte del bagaglio
tecnico dell’arciere. Alla lunga, però, l’esasperazione agonistica
legata allo sviluppo sempre più vorticoso di nuove tecnologie, sta
facendo riemergere, anche all’interno di coloro che avevano fondato
la loro ragione d’essere sui suddetti principi, le vecchie obiezioni
di Ford, che parafrasate al moderno, suonerebbero grosso modo così:
“L’arco non è più un’arma.
A che serve la forza della freccia? A
che serve la mobilità? In fondo l’unica cosa che conta è fare
centro, non importa come e con che mezzi.” In questo modo si torna a
rivalutare come unico parametro quello della precisione a discapito
delle altre. Addio, arciere completo! La nostra idea, invece, è
quella di ridare solide basi ai principi tradizionali del tiro con
l’arco. Fondare una pratica di tiro che abbia come scopo la
rinascita di queste consuetudini secolari; con un’operazione
meritoria verso una tradizione così antica che, paradossalmente, è
andata perduta da tempo in quasi tutte le regioni del lontano e
vicino Oriente (se si esclude il Giappone, dove la tradizione è
stata salvata solo a costo di un inquadramento in rigidi precetti e
forme).
Tre principi fondanti
Da ciò emergono tre principi fondanti
di tale processo di ricostruzione
storico-antropologico-ludico-marziale, sui quali fondare una
rinascita delle ricordate tradizioni, che sfugga alle false diatribe
e contrapposizioni: mira o collimazione, istinto o ragione,
primitivismo o tecnologismo.
A) Rivalutazione dei quattro pilastri
del tiro con l’arco: precisione, forza, velocità, mobilità;
riproponendo la figura di un arciere moderno in grado di
padroneggiare e di cimentarsi nell’insieme di tali abilità.
B) Scelta di privilegiare il
miglioramento dell’uomo rispetto a quello dell’attrezzatura.
C) Privilegiare l’aspetto della
formazione, del percorso, della “via”, rispetto a quello della
prestazione, del risultato a tutti i costi.
Il primo punto significa innanzitutto
rivalutare il concetto di simulazione, venatoria e perché no
bellica, nel quale si adottino forme di allenamento e di
competizione basate su sistemi di valutazione di tutte e quattro le
abilità, insieme e separatamente.
Il secondo significa adottare
attrezzature quanto più semplici possibili, consci del fatto che
solo azzerando il parametro dell’attrezzatura si possa far emergere
e tenere sotto costante controllo il parametro umano. Con il terzo
punto s’intende definire un modo di concepire la pratica
arcieristica più vicino alle arti marziali che all’esasperata
pratica agonistica degli altri sport moderni. Insomma, una “via
dell’arco mediterranea”, basata sulla ricerca del miglioramento
psico-fisico di chi la pratica, nella quale ci sia spazio anche per
il momento agonistico, ma come verifica del percorso compiuto e non
come elemento fine a se stesso.
Vittorio Brizzi
Giovanni Amatuccio
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