Arco n.4
2005
 


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Arco n.1 
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Arco n.2 
Robert W.Halpin: Trattato sui materiali delle corde per archi (I)

Arco n.3 
Robert W.Halpin: Trattato sui materiali delle corde per archi (II)
Arco n.3 
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Arco n.4 
Vittorio Brizzi: Gli “archi” di Montale
Arco n.4 
Alessio Cenni: Un millenario esercito di terracotta
Arco n.4 
Matteo Iuso: La costruzione delle frecce nel Medioevo

Arco n.6 
Vittorio Brizzi - Giovanni Amatuccio: La via dell’arciere mediterraneo (I)
Arco n.6 
Alessio Cenni: Frecce da guerra e da caccia

La costruzione delle frecce nel Medioevo
DI MATTEO IUSO
 

Con riferimento al 1200 ecco alcune incisive considerazioni sulla fabbricazione delle punte. Con nuovi spunti per valutare l’opera dei sapienti artigiani dell’epoca.

 

Tutti gli arcieri storici che si rispettino usano frecce in legno, con impennaggi naturali, punte di ferro, ecc… ma quanti vedendo la loro cuspide penetrare nel paglione, estraendo la freccia o semplicemente incollandole, si sono chiesti come venissero effettivamente fabbricate le punte nel medioevo? Molti! Sicuramente tutti quelli che hanno provato a costruirsi parte della loro attrezzatura arcieristica (arco, penne, cocche, punte… ). E così, sulla base delle nostre esperienze artigianali, considerazioni e deduzioni, possiamo provare a rispondere a questo interrogativo, senza scendere troppo nei particolari delle tecniche metallurgiche. Innanzitutto, non tutte le punte erano di ferro! A seconda dell’uso che se ne faceva potevano essere anche di pietra, di osso, oppure le frecce potevano esserne completamente sprovviste, ma la loro parte terminale a forma di cono era indurita sul fuoco. Questo accadeva soprattutto per la caccia a piccoli animali e piccoli volatili. Ad esempio, i Signori del tempo avevano l’abitudine nei grossi banchetti di farsi servire la selvaggina intatta, cioè che sembrasse quasi viva. Stessa cosa per i pellicciai che acquistavano le pellicce a patto che fossero in buono stato. A tal proposito, c’erano i cacciatori professionisti, che per evitare danni alle penne, o alle pellicce, usavano punte di pietra arrotondate, così da evitare di danneggiare il piumaggio o la pelliccia di piccoli animali. Molti cacciatori professionisti usavano per questo anche “l’arco a palla” o la “balestra a palla” che scagliava pallottole di argilla, dopo di ferro. L’uccello era poi privato delle penne, cucinato e rivestito delle stesse penne. In questo modo era pronto per il banchetto, con notevole effetto per gli invitati!

 

 

Le punte metalliche

Veniamo ora alle punte metalliche. Sin dall’antichità, quando non c’erano i torni per metalli, le punte erano ottenute per semplice fusione: si fondeva il ferro, bronzo o altre leghe e le si colava in uno stampo di pietra o altro materiale. Dopo si ripulivano dalle impurità ed il gioco era fatto (Figura 1). Si trattava però di punte da inserire direttamente nell’asta, tramite una fessura praticata nel legno detta cocca, che ospitava il suo codolo, il tutto poi veniva legato e/o incollato all’interno della fenditura stessa (incoccatura). Non potevano quindi essere munite della gorbia, cioè l’imbuto per innestarci dentro l’asta della freccia, dato che le ridotte dimensioni non permettevano di inserire uno stampo nello spazio per accogliere il materiale in fusione. Con l’evoluzione della metallurgia, ci si é resi conto che il ferro forgiato, cioè arroventato e ribattuto su se stesso, acquistava proprietà di relativa maggiore leggerezza, ma soprattutto compattezza e tenacia. Circa il peso, facciamo un esempio che calza poco con le nostre punte ma rende l’idea sull’abilità degli artigiani dell’epoca. Tutti oggi pensano che l’armatura completa di un cavaliere (siamo oltre il 1200) pesasse decine e decine di chili… Ebbene questo accadrebbe se noi la costruissimo con i laminati moderni, già pronti, solo da curvare e sagomare, ma all’epoca le lamine erano ottenute spianando a martellate una barra, per cui questo procedimento rendeva la piastra molto più leggera di quanto si possa pensare e compatta.

 

   

 

La bollitura

Un altro concetto utile è quello della tecnica della bollitura: portando due pezzi di ferro, ferro ed acciaio o in generale due metalli alla stessa temperatura e ribattendoli insieme questi si saldavano, a causa della migrazione di elettroni da un atomo ad un altro. Tale procedimento era usato, ad esempio, per costruire la lama della spada che rappresentava il risultato della bollitura di una barra di ferro dolce e due barre di acciaio. Una spada di allora per questo era sicuramente più leggera di una fatta tutta in acciaio di oggi e sono pochi i fabbri in grado di costruire lame del genere. Inoltre, il ferro al centro aveva la caratteristica di attutire gli urti e difficilmente partivano schegge che potevano ferire agli occhi i due combattenti... cosa che oggi a volte accade! Con la forgiatura si é iniziato a fare le punte non solo col codolo che si inseriva nell’asta, ma anche munite di una gorbia la quale alloggiando l’asta stondata a forma di cono distribuiva più omogeneamente la forza d’impatto sull’asta, evitando la rottura della freccia nell’impatto stesso (Figura 2). La gorbia poteva essere ottenuta in tre modi. Con la cesellatura della punta: semplicemente battendole dietro con un cuneo così da spingerlo dentro il ferro in modo da infossare il pezzo creando una cavità, ma più spesso era ottenuta facendo la cuspide della punta, spianando dopo la sua parte posteriore e poi arrotolandola a cono, servendosi sempre di un cuneo di ferro come stampo. La gorbia in questo modo poteva anche non essere chiusa completamente, ma se l’artigiano ci sapeva fare con la bollitura poteva letteralmente saldare i due margini ottenendo un cono chiuso. L’ultimo modo per ottenere una gorbia è detto ad “ad avvolgimento” (Figura 7) poiché la parte spianata della punta era avvolta attorno all’asta e rivettata. Per rendere l’idea osservate il modo in cui il badile si innesta all’asta in legno. Oggi chi fa le punte, ad esempio le quadrelle, fa la punta di forma piramidale forgiandola, lasciando però dietro il ferro intatto per alcuni centimetri per permettere la successiva incisione col tornio ottenendo una gorbia perfetta. Insomma, almeno nel 1200 si faceva con la forgiatura tutto ciò che oggi si fa al tornio. Anche le punte coniche, più spesso usate per le balestre, erano ottenute da una lamina forgiata, di forma triangolare, arrotolata a formare un cono. Noi oggi anche se non volessimo usare un tornio, useremmo una lamiera triangolare arrotolata a cono, la salderemmo lungo i margini e poi ripuliremmo il tutto con la smerigliatrice. Troppo comodo per gli abili fabbri dell’epoca!

 

   

 

Passiamo ora ad analizzare le varie tipologie di punta e vediamo l’uso cui erano destinate.

l Punta “barbata” (Figure 1 e 2). È la tipica punta presente nell’immaginario di tutti, quella con due lame, ma da alcuni ritrovamenti sembra potesse avere anche tre lame. Questa era più spesso inserita direttamente nell’asta e poi fissata con collanti naturali e legature, raramente poteva avere la gorbia (Figura 2). Si trattava infatti di una punta sicuramente più economica e semplice da costruire. Era usata soprattutto per la caccia, le sue lame erano tenute sempre affilatissime dal cacciatore per permetterle di tagliare il più possibile le carni dell’animale. Le “barbe” facevano sì che la freccia venisse ritenuta nelle carni senza che potesse essere estratta dall’animale coi denti o durante la corsa qualora fosse stato solo ferito. In guerra erano efficaci solo su protezioni di tessuto o al massimo cuoio, mentre rimbalzavano letteralmente sulle cotte di maglia.

l Punta “quadrella” (Figure 3a e 3b) di forma piramidale, poteva andare dai 3 fino ai 10 cm. ed era particolarmente usata in guerra, perché capace di oltrepassare le cotte di maglia di ferro. Sembra che in qualche modo i sistemi di protezione fossero modificati di conseguenza, applicando ad esempio del cuoio al di sopra della maglia di ferro e frenando in tal modo la penetrazione della cuspide.

l Punta “a coda di rondine” o “a falce di luna” (Figura 5), era fatta a mezza luna taglientissima e serviva a colpire grossi volatili in volo alle ali. In particolare, tale punta poteva recidere muscoli e tendini delle ali facendo precipitare l’uccello, ma c’è chi afferma che potesse servire a squarciare le vele delle navi nemiche, dato che produceva un taglio molto ampio o per recidere corde.

l Punta “saracena” (Figure 6a e 6b), a forma di foglia, più o meno larga e lunga. Era di certo col codolo, quindi senza gorbia, dato che la freccia saracena era in canna palustre (raramente in legno) e quindi il codolo vi si inseriva perfettamente dentro. Le più lunghe e sottili avevano probabilmente le stesse funzioni delle “quadrelle”, le più larghe e tozze quelle delle “barbate”, quindi ad uso più venatorio.

l Punta “fischiante” (Figura 8), di derivazione orientale, era usata specialmente per le segnalazioni ed era ottenuta legando alla punta della freccia uno o più ossicini di uccelli, che sappiamo essere cavi all’interno. L’aria passandoci dentro durante il volo della freccia emetteva un sibilo molto suggestivo, ma utile allora per mandare segnali.

l Punta “incendiaria” (Figura 9), non era altro che una “quadrella” molto lunga ritorta dal fabbro come una punta moderna da trapano e serviva ad avvolgervi la stoppa da incendiare in seguito. Si evitava così che con l’urto contro il bersaglio o durante il volo la stoppa si spostasse verso la coda della freccia, rendendo così meno efficace l’azione destruente del fuoco. Infatti se si doveva incendiare un portale, la fiamma della freccia doveva venire a contatto col legno e non poteva esserne distante. Se si voleva incendiare un tetto coperto di paglia, la situazione cambiava perché anche se lo stoppino si spostava un po’, la paglia avrebbe preso fuoco ugualmente.

 

 

Matteo Iuso

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