Un
millenario esercito di terracotta
DI ALESSIO CENNI
Una grande scoperta archeologica nella
Cina settentrionale è l’occasione per indagare su un aspetto
originale e poco noto della storia della balestra.
Nel maggio 1974 degli agricoltori
stavano scavando un pozzo in un campo della Cina settentrionale,
circa 30 Km a est della città di Xian. Dallo scavo emerse una statua
di ceramica a grandezza naturale raffigurante un guerriero. Fu
l’inizio di una delle più stupefacenti scoperte archeologiche del
ventesimo secolo. Negli anni seguenti gli scavi portarono alla luce
un intero esercito di terracotta, migliaia di statue a grandezza
naturale che erano state racchiuse in lunghe camere sotterranee nel
210 a.C. Questo esercito era la scorta ultraterrena di Qin Shi Huang
Di, primo imperatore e unificatore della Cina. In origine ogni
statua era dipinta, munita di vere armi offensive in ferro e bronzo
e allineata con le altre come a formare reparti pronti per una
parata in onore del condottiero. Si può immaginare che effetto
facesse entrare in una di queste camere sotterranee alla luce di una
lanterna quando furono allestite.

Foto_1) Uno dei balestrieri del famoso
esercito di terracotta
portato alla luce dagli archeologi nel 1977.
La misteriosa tomba dell’imperatore
Nel corso dello scavo gli archeologi
trovarono tracce evidenti di un saccheggio delle camere avvenuto
probabilmente pochi anni dopo, nel 206 a. C., durante un periodo di
disordini politici.
Ciò nonostante la quantità e la
qualità dei reperti recuperati è notevole e dà una precisa
documentazione riguardo alle tecnologie militari cinesi di quel
periodo.
Un aspetto intrigante della questione
è che l’esercito di terracotta era, come si è detto, una scorta,
ovvero un elemento accessorio alla tomba vera e propria
dell’imperatore che si erge nei pressi.
Questa è un immenso tumulo con
l’aspetto di una collina all’interno della quale si cela la
sepoltura monumentale di Shi Huang Di che secondo gli antichi
cronisti cinesi fu costruita su modello di un palazzo principesco e
colmata di un corredo favoloso con tesori, oggetti artistici e
suppellettili. Attualmente lo scavo di questa tomba non è ancora
iniziato, ma dalle prime indagini sul campo effettuate gli
archeologi cinesi ritengono probabile che la tomba sia intatta come
il giorno in cui fu sigillata. Se è così, in un prossimo futuro il
suo scavo potrebbe essere una delle più entusiasmanti avventure
archeologiche mai realizzate.
Tra le armi recuperate accanto ai
guerrieri di terracotta vi sono picche e alabarde, daghe e spade
diritte a doppio taglio. L’arma da tiro principale era la balestra,
che aveva in quel periodo in Cina un’ampia diffusione. Era stata
introdotta come arma secondo la tradizione storica cinese intorno al
1100 a. C. con l’affermarsi dell’egemonia dei Chou, un popolo
guerriero della Cina nord-occidentale.

replica assemblata del meccanismo da
balestra cinese.
Congegni in bronzo
Nel periodo successivo, l’uso della
balestra è documentato archeologicamente dal recupero di congegni di
scatto in bronzo che costituiscono la parte meno deteriorabile
dell’arma. Questi congegni di scatto sono di progettazione molto
raffinata e per la loro epoca rappresentano un notevole esempio di
realizzazione meccanica. Sono composti da tre elementi in bronzo
prodotto col metodo della fusione a cera persa.
Questi interagiscono tra loro per
mezzo di due perni che al tempo stesso li fissano in posizione sul
teniere di legno della balestra. Anzitutto vi è quello che chiamiamo
“elemento di presa” che ha un profilo arrotondato con due denti e
una barretta rivolti verso l’alto. I due denti sono destinati a
trattenere la corda dell’arcone e la corda del dardo mentre la
barretta consente di muovere e riarmare il meccanismo dopo che è
scattato.
Tra i due denti di presa (nella parte
bassa) c’è un collegamento in forma di una stanghetta orizzontale
sulla quale appoggia e ruota un secondo pezzo in bronzo imperniato a
parte che chiamiamo “elemento di contrasto”.

il meccanismo da balestra cinese
scomposto per mostrare i singoli elementi.
Una meccanica complessa
L’elemento di presa è invece
imperniato insieme a quello che può definirsi il “grilletto” per
similitudine di funzione con le armi da fuoco. Si tratta di una
barretta che pende verso il basso e viene mossa all’indietro per far
scattare il meccanismo. Quando l’arcone della balestra viene teso e
la corda agganciata ai denti dell’elemento di presa, questo risulta
bloccato dall’elemento di contrasto, una delle cui estremità fa a
sua volta pressione verticale su una tacca apposita della
barretta-grilletto.
Basta una lieve pressione sul
grilletto per liberare l’elemento di contrasto che a sua volta
sblocca l’elemento di presa e fa partire la freccia. Le fotografie
più che le parole possono dare una chiara idea del meccanismo.
Abbiamo comunque suggerito quanto il congegno in questione sia
tutt’altro che banale nella progettazione e che per funzionare
adeguatamente senza incepparsi le forme complesse dei tre elementi
devono essere perfettamente armonizzate tra loro. Allo stesso modo
la distanza e l’allineamento tra le due imperniature deve essere
calibrata alla perfezione. Non si può escludere che questo congegno
si sia evoluto da forme più semplici e primitive, ma è più probabile
che sia stato il prodotto ben studiato di una mente sofisticata. La
nostra impressione è che il congegno sia stato immaginato, disegnato
e sperimentato in forma di modello da un progettista meticoloso
prima di affidare a bronzisti esperti la sua realizzazione in serie.

il meccanismo imperniato sul teniere.
Da notare la barretta con le tacche di riferimento per la mira a
distanza.
Confronti con l’Occidente
Può essere interessante fare qualche
confronto con la realizzazione di ordigni simili avvenuta in epoca
successiva in Europa. Quando i Greci iniziarono a sviluppare
catapulte ad arco (ovvero grandi balestre ad uso di artiglieria) ciò
avvenne sotto gli auspici di sovrani ambiziosi, determinati a
potenziare i loro eserciti, come Dionisio il Vecchio di Siracusa nel
399 a. C. e successivamente Filippo di Macedonia (padre di
Alessandro Magno). Furono allora riunite e finanziate equipe di
progettisti e tecnici incaricate di mettere in pratica precisi
obbiettivi volti a realizzare armamenti innovativi e più micidiali.
Questa sembra una procedura ovvia per noi oggi, ma era a di poco
rivoluzionaria per un’epoca in cui si accendeva il fuoco sfregando
due pezzi di legno e si cavalcava senza staffe. È difficile dire se
le balestre cinesi e quelle occidentali siano derivate l’una
dall’altra o siano invenzioni totalmente indipendenti. È certo però
che i meccanismi delle catapulte greco-romane e delle balestre
medievali europee non sono simili a quelli cinesi né per i materiali
né per la soluzione tecnica. Perciò se mai l’antica balestra cinese
ha ispirato l’Occidente, qui può essere giunta l’idea ma non il
modello.

il meccanismo montato
all’esterno del teniere
per mostrare il funzionamento al momento del tiro.
Alcuni particolari tecnici
In un confronto con la balestra
medievale ci sono altre differenze. Nella balestra cinese l’apertura
dell’arco è più ampia. Il meccanismo di presa trova infatti posto
all’estremità del teniere e non nel suo mezzo come nella balestra
europea.

La balestra imbracciata nel modo
indicato dalle antiche raffigurazioni cinesi.
Ne consegue anche un diverso modo di
imbracciare l’arma al momento del tiro. Sembra che in Cina non sia
mai entrata in uso la staffa per il piede e l’arcone veniva teso
puntando la pianta di entrambi i piedi ai due lati del teniere sull’arcone
stesso e tirando con la forza delle braccia, talvolta da una
posizione seduta a terra. Un ultimo interessante particolare è l’uso
nella balestra cinese di uno strumento di mira con punti di
riferimento. La barretta rivolta verso l’alto dell’elemento di
presa, oltre a servire per la manovra del meccanismo stesso, poteva
essere marcata a intervalli regolari per variare l’inclinazione del
teniere dopo aver stimato la distanza del bersaglio e adattare così
la parabola della freccia in modo analogo all’azione di un tiratore
moderno con un arco dotato di mirino. L’osservazione di questo
antico meccanismo cinese fa riflettere su quanto sia utile mantenere
una buona apertura mentale e non considerare una opzione come
scontata o priva di alternative. Non è, infatti, credibile il modo
di dire secondo cui nel fare una cosa non vi è che un solo metodo
valido e una serie di modi sbagliati. Se così fosse, non si
spiegherebbe l’incredibile varietà di soluzioni trovate dalle varie
culture umane per risolvere le loro necessità, né sarebbe spiegabile
l’esistenza stessa di culture diverse.
Alessio Cenni
Su questi
argomenti:
Arthur Cotterell,
The first emperor of China, London, 1981;
W. Soedel, V.
Foley, Le antiche catapulte in Le Scienze, numero 129, maggio 1979
pp. 135-144. |