Arco n.4
2005
Arco n.1
Franco Carminati:
Un
viaggio nel tempo da Parigi a Londra
Arco n.1
Alessio Cenni:
Le
tante vite della balestra
Arco n.2
Robert W.Halpin:
Trattato sui
materiali delle corde per archi (I)
Arco n.3
Robert W.Halpin:
Trattato sui
materiali delle corde per archi (II)
Arco n.3
Deborah Mauro:
Ansia somatica
ed interventi di mental training
Arco n.4
Vittorio Brizzi:
Gli “archi” di
Montale
Arco n.4
Alessio Cenni:
Un
millenario esercito di terracotta
Arco n.4
Matteo Iuso:
La costruzione delle frecce nel
Medioevo
Arco n.6
Vittorio Brizzi - Giovanni Amatuccio:
La via
dell’arciere mediterraneo (I)
Arco n.6
Alessio Cenni:
Frecce da guerra e da caccia |
Gli “archi” di
Montale
DI VITTORIO BRIZZI
Una cittadina della provincia di
Modena è salita agli onori della cronaca per via della magnifica
ricostruzione di un villaggio terramaricolo. Unica vera
testimonianza in Italia di “Archeo Parco” realizzato con solidi
criteri scientifici ma con intenti rivolti alla divulgazione e alla
animazione culturale. Il giorno 11 settembre si terrà una
manifestazione a tema. “Arco al Parco” è un invito a rivivere con
archi e frecce la vita degli abitanti dell’Età del Bronzo,
assistendo alla ricostruzione di archi, frecce, cuspidi e al loro
“collaudo” operativo condotto con estremo rigore.
Il parco di Montale è al centro di
un’operazione culturale “modello”, che ha coinvolto il personale
scientifico del Museo civico archeologico etnografico di Modena e
tanti altri ricercatori. Nel 1871 il Museo Civico di Modena nacque
con l’intento di “dare dimora” alla grande mole di reperti che
venivano alla luce dagli scavi delle terramare della provincia, e la
loro massiccia esposizione (a quel tempo condizionata più dalla
cultura di stampo “positivista” che da quella più strettamente
legata ad una fruizione ragionata da parte del pubblico) già
risultava molto imponente. Oggi la visione della museologia è
mutata: allargandosi (doverosamente) ad un pubblico più vasto; la
valorizzazione del reperto nel suo contesto originario e gli
interrogativi sul suo significato ridisegnano il “messaggio” e
vogliono condurre verso altre strade, per permettere una giusta
valorizzazione sotto il punto di vista scientifico, didattico e
divulgativo. La ricostruzione del villaggio di Montale, realizzato
sul luogo stesso (traslato di poche centinaia di metri) dove sorgeva
l’abitato dell’Età del Bronzo, nasce quindi da questi presupposti:
un “polo culturale” su cui presentare attività scientifiche e
didattiche, ma che trovano, nel contesto ambientale specifico,
motivo in più per generare imprinting nei più giovani
appassionandoli correttamente alla preistoria e per l’offrire
stimoli ai visitatori, indipendentemente dalla loro matrice
culturale. L’archeologia sperimentale, in questo senso, assume un
significato educativo e interdisciplinare.

La riproduzione delle terramare di
Montale
L’archeologia sperimentale a Montale è
l’elemento forte: l’attività dei ricercatori, archeotecnici e
animatori culturali, è rivolta ad un approccio scientificamente
corretto, ma nello stesso tempo coinvolgente, nel rappresentare le
attività dell’uomo che ha abitato questi territori dal 1650 al 1170
avanti Cristo; lasciando testimonianze dei suoi aspetti sociali e
della sua cultura materiale. Più incontri di sperimentazione si sono
tenuti dall’inaugurazione ufficiale della primavera del 2004: la
lavorazione del legno, l’intreccio di canne, la fusione del bronzo,
l’alimentazione preistorica, l’argilla. Mancava solo l’arco
preistorico.
Nell’ottocento padano la parola
terremare era sinonimo di terriccio organico ricavato da basse
collinette frequenti nel paesaggio di pianura. Il loro terreno era
costituito da un humus molto fertile e in esso sovente di
ritrovavano reperti archeologici. Per molto tempo si pensava ad una
provenienza più recente (abitati o necropoli romane o celtiche) e
solo dopo il 1860, parallelamente allo sviluppo degli studi
paletnologici sulla preistoria, si incominciò a capire meglio la
loro natura. Preistorica, quindi e più arretrata nel tempo. Da quel
momento, il termine terramara divenne d’uso comune tra gli
archeologi per definire gli abitati dell’Età del Bronzo di pianura.

Foto_2) Cuspide in palco di cervo, con
utensili.
Montale ha rivelato una grandissima
quantità di reperti. Tra essi rifulgono (per noi) punte di freccia
di particolare fattura, di corno di cervo lavorato, a sezione
circolare o quadrata, con spalle e peduncolo centrale. La loro
manifattura è stata studiata attentamente; provengono dagli apici
dei pugnali del palco di cervo, e tramite ammorbidimento con l’acqua
(svariate ore) e la lavorazione con scalpelli e coltelli di bronzo
venivano rifinite. Una procedura lunga e difficile, che testimonia
l’abbondanza di una selvaggina scomparsa in pianura (il cervo) da
2000 anni e una grande abilità nella lavorazione della materia
organica. Testimonia ovviamente anche l’attività di caccia
(suffragata da innumerevoli ritrovamenti di ossa di mammiferi) per
procurarsi alimentazione e materie prime, ma, nel caso delle cuspidi
in oggetto, può suggerire una risposta bellica alla comparsa di
protezioni dei guerrieri. La punta di selce, nell’età del bronzo,
non è ancora completamente sostituita da quella metallica.
Bellissimi esempi ne troviamo proprio a Montale, con una cuspide
bifacciale in selce rossa recante un ardito ritocco denticolato, e
altre peduncolate a spalla (quasi imitanti quelle realizzate in
bronzo). La scheggiatura ed il ritocco della selce è un’attività in
fase di declino, nella terramare, ma sopravvive per via della sua
economicità rispetto al metallo. La punta in palco di cervo che
troviamo a Montale, in tutte le sue varianti, ha la caratteristica
di avere una sezione molto più ridotta e quindi permette la
penetrazione contro superfici elastiche e robuste. Non certo una
corazza di bronzo, ma un corpetto di cuoio bollito o una protezione
similare può venire trapassata solo da una punta di questo genere.
Le alette delle punte di selce e di bronzo comportano invece una
ripartizione dell’energia all’impatto su una superficie maggiore, e,
verosimilmente, sarebbero meno affidabili in un combattimento tra
guerrieri “corazzati”. A scapito del maggiore potere lesivo della
punta di selce o di metallo con alette, comunque la cuspide di palco
ferisce e uccide, anche se in misura minore, ed è pur sempre
efficace.
E veniamo all’arco. A Montale sono
stati ritrovati almeno quattro frammenti di acero molto intriganti,
lunghi da 40 a 70 cm. Sono intriganti per via del fatto che
l’essenza, pur non essendo la migliore sotto il profilo dinamico, è
coerente con gli studi etnografici e rappresenta un ottimo
compromesso spingendo all’ottimizzazione del disegno (in questo caso
proprio la sezione piatta) e la forma dei reperti non può che far
vagare la mente. Alcuni di questi reperti suggeriscono
intuitivamente la forma dell’arco piatto, anche se le sezioni sono
fatte con gli anelli di accrescimento posti perpendicolarmente alla
larghezza (cioè senza che l’alburno rivesta la parte posteriore
dell’arco e il durame il davanti). Personalmente non lo considero un
fattore critico: può essere un sistema per stressare meno la fibra
dell’arco (piatto) e fargli seguire la corda (l’arcaio italiano
Pierini da anni costruisce formidabili longbow di frassino in questo
modo – a questo punto non so se sia un caso il fatto che anche lui è
della provincia di Modena!). Tim Baker, probabilmente il più famoso
tecnologo di arcieria primitiva americana, non è assolutamente parso
perplesso di fronte a questa apparente incoerenza, anzi, ha asserito
che sui legni di “seconda corda” (legni bianchi come alcune
conifere, l’acero, l’olmo e il frassino) può essere un buon sistema
per allungare la vita all’arco. Le estremità dei supposti flettenti
non hanno alcun segno di scanalature per la corda, ma è ben noto, in
etnografia, come questo non rappresenti assolutamente un fattore
discriminante. Insomma, un buon stimolo per la ricerca, che in
questo caso verrà portata avanti dal sottoscritto nel coordinare un
formidabile team composto da artigiani italiani e tecnologi d’oltre
oceano. A Montale, l’11 di settembre presenteremo le nostre proposte
e svilupperemo il discorso con gli archeologi, sperimentando assieme
al pubblico che potrà provare le repliche di alcuni degli archi
preistorici più importanti d’Europa. Naturalmente Arcosophia di
novembre presenterà le considerazioni alle quali si giungerà.
Vittorio
Brizzi
v.brizzi@paleoworking.org
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