Arco n.3
2005
 


Arco n.1 
Franco Carminati: Un viaggio nel tempo da Parigi a Londra
Arco n.1 
Alessio Cenni: Le tante vite della balestra

Arco n.2 
Robert W.Halpin: Trattato sui materiali delle corde per archi (I)

Arco n.3 
Robert W.Halpin: Trattato sui materiali delle corde per archi (II)
Arco n.3 
Deborah Mauro: Ansia somatica ed interventi di mental training

Arco n.4 
Vittorio Brizzi: Gli “archi” di Montale
Arco n.4 
Alessio Cenni: Un millenario esercito di terracotta
Arco n.4 
Matteo Iuso: La costruzione delle frecce nel Medioevo

Arco n.6 
Vittorio Brizzi - Giovanni Amatuccio: La via dell’arciere mediterraneo (I)
Arco n.6 
Alessio Cenni: Frecce da guerra e da caccia

Ansia somatica ed interventi di mental training
DI DEBORAH MAURO
 

C’è chi per “difendersi” produce un livello di attivazione troppo basso e chi è invece troppo carico. Trovare la giusta misura è un modo per dire: “oggi ce la faccio perché sono il migliore!”.

 

Provate ad immaginare la vita di un pugile professionista che si prepara a disputare un incontro cruciale. I soldi in ballo saranno sicuramente tanti, se vincerà, ma nel frattempo il nostro atleta vivrà per sei mesi in maniera isolata. Passerà intere giornate in palestra a studiare i colpi, ad esercitare le gambe, a fare sollevamento pesi ed esercizi di resistenza per rendere il suo corpo robusto ed agile. Sarà sottoposto ad una dieta ferrea e sicuramente verrà allontanato da amici e parenti. Nel giorno del combattimento avrà raggiunto il massimo delle sua forma, la sua mente sarà calma e concentrata e sarà assolutamente preparato per la sfida che dovrà affrontare.

 

Una “minaccia” per l’autostima

È opinione diffusa che la gran parte dei  fenomeni di ansia competitiva traggano la propria origine da una certa quantità di ansia cognitiva, ossia dal fatto di percepire l’evento agonistico che stiamo per affrontare, come incerto ed insicuro e minaccioso quindi per la nostra autostima.

In due modi diversi possono manifestarsi gli effetti di questa ansia cognitiva:

l c’è chi produce un livello di attivazione troppo basso, il così detto ipoattivatore, che gli impedisce di esprimersi al massimo delle sue possibilità. Con questi atleti non c’è bisogno di usare tecniche per incrementare l’attivazione ma la necessità preponderante è il verificare le proprie motivazioni;

l c’è l’atleta che parte troppo carico, che sente troppo la gara, il così detto iperattivatore. Un atleta di questo tipo deve imparare a controllare meglio gli effetti somatici dell’attivazione eccessiva e potrebbe esserci  il pericolo che non riesca a trovare il divertimento nelle competizioni perché è troppo in ansia per la propria prestazione.

Le reazioni somatiche agli stimoli emozionali sono sempre estremamente individuali. Ognuno ha dei segnali personali che si presentano poco prima o in coincidenza di un evento stressante. In sé non vi è nulla di patologico, è solamente la costellazione di aggiustamenti che il nostro organismo mette in atto per essere pronto a fronteggiare quello che la mente sta percependo come una minaccia. La cosa più opportuna da attuare come prevenzione è l’utilizzare i propri segnali come campanelli d’allarme, quando essi sono ancora di bassa intensità in modo da poter accorgersi in tempo che si sta per raggiungere una situazione di stress. C’è la falsa credenza che ignorandoli e quindi non pensandoci si produca un effetto di non-rinforzo, ma è una cosa estremamente sbagliata: non è il fatto di porci attenzione o meno che funge da rinforzo, semmai è la nostra reazione emotiva che rinforza le nostre reazioni.

 

Bisogna interpretare le sensazioni

Oltre che saper porre attenzione agli stimoli quando sono ancora deboli, è molto importante anche riuscire ad interpretare  le sensazioni di incremento dell’attivazione: molte persone reagiscono negativamente quando iniziano a percepirne i primi segnali ed iniziano a produrre pensieri negativi. Il rischio è di perdere il controllo sull’innalzamento dell’ansia legata alla prestazione, che porterà quasi sicuramente alla compromissione della prestazione stessa. Piuttosto che pensare: “aiuto, sto per raggiungere l’ennesima sconfitta”, sarebbe bene dirsi: “bene, mentalmente sono pronto ed il mio corpo si sta preparando”. I segnali stimolo devono essere visti come il segno che il corpo si sta preparando alla prestazione, che sta mobilitando tutte le proprie energie per dare il massimo, che sta rifornendo i tessuti di ossigeno.

 

Si deve regolare l’attivazione

Come imparare, dunque, a regolare l’attivazione? Va innanzitutto precisato che questa è una fase dell’allenamento “a secco”, in quanto le abilità mentali non vengono ancora esportate in gara o in allenamento. Molte sono le tecniche che si possono citare e nessuna a mio avviso è migliore delle altre, anche perché la psiche di ognuno di noi reagisce in maniera del tutto soggettiva alle singole stimolazioni. Le tecniche codificate possono essere raggruppate e distinte utilizzando due categorie:

l le “muscle to mind” agiscono rilassando la periferia ed estendendo gradualmente il calo dell’attivazione a livello centrale. La capostipite di queste tecniche è il rilassamento progressivo di Jacobson, ma non possiamo non citare anche tutte le tecniche basate sulla respirazione, lo yoga e le tecniche di bio-feedback;

l le “mind to muscle” partono invece dal cervello per provocare in tutto il corpo la risposta rilassante. Il training autogeno è senz’altro il più conosciuto di questa categoria, al quale possiamo aggiungere la visualizzazione, la meditazione trascendentale e le tecniche di derivazione ipnotica.

Una volta acquisita una buona tecnica mentale bisogna cominciare ad allenarla nelle situazioni più problematiche: se ed esempio per imparare ci si rilassava sdraiati, si dovrà cercare di ottenere lo stesso risultato da seduti, poi in piedi ed infine camminando.

Tutto questo, nasce dalla necessità di accorciare i tempi nella vicinanza del momento della gara.

Quasi mai abbiamo la possibilità di rilassarci per dieci minuti e ci si deve accontentare di brevi intervalli di trenta-sessanta secondi, che però devono essere efficaci come dieci minuti.

 

Un gesto o un oggetto di routine

Il problema più gravoso non è il poco tempo a disposizione, perché con la tecnica e l’allenamento ci si renderà conto di come si può condensare le varie istruzioni in pochi secondi, ma resta comunque l’infinità di stimoli distraenti e la difficoltà di concentrarsi sulla tecnica di rilassamento. È dunque fondamentale iniziare ad associare l’intera tecnica ed il rilassamento che ne deriva ad un gesto o ad un oggetto di routine che, quando verrà immaginato oppure eseguito, richiamerà inconsciamente tutto il lavoro mentale che sta alle spalle. Servirà, dunque, una procedura molto semplice e veloce, facile da memorizzare, che si potrà eseguire in modo semiautomatico e che avrà per l’atleta un significato tranquillizzante, di sicurezza e fiducia.

Ci si abituerà poi ad ottenere l’abbassamento dell’attivazione con la sua tecnica mentale associandole lo stimolo scelto, per creare una risposta condizionata tra l’effetto tecnica e lo stimolo.

Qualcuno può scegliere di stringere il pugno oppure qualcun altro di immaginare il colore verde ed in questo modo, immaginando di stringere il pugno, verranno recuperate anche quelle sensazioni di giusta attivazione apprese nell’allenamento a “secco”.

Questo tipo di routine, avendo un inizio e una fine precisa, ci può aiutare a crearci uno spazio mentale nella realtà caotica del pre-gara; essendo semi-automatica consente di non dover porre troppa attenzione alle proprie sensazioni, cosa che per taluni rinforza l’ansia stessa e, infine, dà all’atleta la sensazione di avere il pieno controllo dell’azione e della situazione, fornendogli un senso di potere che rinforza la fiducia.

“Gli butto un’ultima occhiata prima dell’inizio del combattimento. Chiudo gli occhi, stringo il pugno, ripenso a tutto il mio allenamento e con il sorriso sulle labbra tra me e me dico: sono pronto, oggi ce la faccio perché sono il migliore!”.

 

Deborah Mauro

Home | significati | in edicola | database   |  collaborare | team | guida al mercato

2006© Greentime s.p.a. Editore - Tutti i diritti riservati