Trattato sui
materiali delle corde per archi
DI ROBERT W.HALPIN
Prima parte.
Incontro con
la storia dei materiali naturali che sono stati impiegati dagli
artigiani di tutti i tempi. Un racconto originale tradotto per la
prima volta in Italia.
Fibre animali
Cuoio non conciato. Con ogni
probabilità è il materiale più conosciuto anticamente per la
costruzione delle corde degli archi. Strisce di pelle furono usate
per molti secoli in molte terre: venivano attorcigliate per formare
una corda di due o tre trefoli e montate ancora bagnate sull’arco.
Asciugandosi si creavano nodi che inibivano lo scorrimento e l’arco
risultava pre-tensionato.
Un autore arabo (il cui nome è
sconosciuto) raccomandava le corde fatte da pelle di cammello in
quanto erano adatte a tutte le stagioni e, in mancanza di questo,
sarebbe stato accettabile la pelle di asino selvaggio (circa 1500
a.C.)(1).

Tendine. Il tendine è uno dei primi
materiali utilizzati per le corde degli archi.
Possiamo solo immaginare come abbiano
fatto i nostri avi arcieri ad individuare questo materiale negli
animali che avevano cacciato e come abbiano imparato a farne delle
corde.
Tutti gli animali hanno tendini, ma
per reperirne una lunghezza sufficiente per creare delle corde
avranno preferito animali grandi come cervi o alci.
Il tendine si trova primariamente in
due zone dell’animale.
Il tendine dorsale o lombare si stende
sui due lati della spina dorsale: in un cervo fornisce un sottile
strato lungo 25-38 cm e largo circa 5 cm. L’altra fonte è il tendine
d’Achille nella parte posteriore delle zampe: questo è lungo 25 cm
ed ha un diametro simile ad un nostro mignolo.
Il tendine veniva seccato e poi
battuto per sfibrarlo; veniva quindi attorcigliato, con resina e
cera d’api, per formare una corda.
Questa era una lavorazione faticosa,
ma produceva una corda durevole se tenuta all’asciutto.
Budella. Gli intestini degli animali
venivano puliti dentro e fuori e attorcigliati per formare una corda
di budella, durevole se tenuta all’asciutto.
Crine di cavallo. Il crine di cavallo
poteva essere usato per le corde degli archi; senz’altro sarebbe
stato possibile ricavarne delle lunghezze sufficienti dalle criniere
e dalle code degli stessi cavalli degli arcieri.
Sarebbe stato possibile crearne dei
fili, attorcigliandoli e intrecciandoli con resina, come si usava
fare, dal 15° al 18° secolo, per la lenza dei pescatori con l’amo.
Pare che non ci siano però
testimonianze certe che venisse usato in questo modo per le corde
degli archi(2).
È documentato l’utilizzo di corde
fatte da crine di cavallo per la balista romana a torsione, anche se
vi era preferito il tendine.
Si fa riferimento a corde degli archi
fatte da crine di cavallo da parte degli Indiani del Nord
America(3).
Queste corde temevano l’umidità.
Seta. Corde di seta erano costruite e
usate da arcieri asiatici e orientali, in India, Cina, Mongolia,
Turchia e Persia. I fili ricavati dal baco da seta si tendono fino a
16-24 per cento della loro lunghezza.
Per farne corde per archi, i fili
erano tesi quasi fino alla rottura, fin quando l’elasticità non
fosse quasi completamente azzerata. In questo modo le corde finite
tenevano la lunghezza ed il carico a trazione.
Si costruivano corde stese “infinite”
e queste venivano rinforzate con fili di seta ad intervalli: queste
applicazioni erano di seta pura, come pure il “serving” centrale,
che si estendeva dell’altezza di due dita sopra e tre dita sotto il
punto di incocco.
Per fissare la corda all’arco, due
asole venivano attaccate ad entrambe le estremità della corda,
tramite un nodo speciale (Figura 1).
Queste asole si chiamavano “tundji”,
erano costruite con fino a 60 trefoli di seta grezza, saturata in
una mistura composta da cinque parti di cera d’api, dieci parti di
pece e venti parti di colla di pesce, attorcigliati e lasciati ad
asciugare(4).
La lunghezza delle asole era
registrabile, per permettere di ottenere lo stesso brace quando
l’arco veniva armato o ri-armato.
Fibre vegetali
Bambù e Rattan. Questi materiali
venivano usati da diverse tribù aborigine su una zona distesa
dell’Asia orientale.
La canna veniva spaccata per ottenere
lo spessore richiesto e le corde così ottenute venivano fissate
all’arco tramite asole di cuoio.
Yucca. I paleo-indiani delle zone sud
occidentali del continente nord americano usavano la fibra della
yucca per produrre spago e corda in un’epoca in cui il principale
strumento per la caccia era la lancia, con la punta in ossidiana o
selce e la propulsione avveniva per mezzo di atl-atl(5). Per il
successivo sviluppo dell’arco in questo continente, gli indiani
usavano le foglie della yucca, spaccandole per il lungo in listelli
e lavorando questi ultimi con una lama di ossidiana per togliere la
polpa verde e lasciare scoperte le lunghe fibre che venivano poi
essiccate.
La pianta della yucca cresce a diverse
altitudini (dai 1000 ai 2000 metri), con un periodo di fioritura
conseguentemente differenziato, fornendo così un materiale pronto
per l’uso ai cacciatori ove si trovavano in diversi periodi
dell’anno.
Canapa. In Oriente, le fibre vegetali
erano usate nella costruzione di corde per archi sia lunghi sia
compositi. Tre specie di canapa venivano usate principalmente:
Cannabis gigante, Cannabis indica, Cannabis sativa.
Le corde erano manufatte usando le
fibre “bast” dell’interno della corteccia, le fibre lunghe e robuste
collocate tra il tegumento e l’anima della pianta.
La canapa è la fibra più usata
anticamente per i tessili, seguita dal lino.
La canapa raggiunge un’altezza di
0,7-2 metri in Europa e fino a 7 metri in Cina.
Veniva posta in maceri per
ammorbidirla e, a tempo debito, veniva rimossa, battuta col
correggiato, e trascinata attraverso i pettini o blocchi per la
decanapulazione, per estrarre le lunghe fibre bianche che sono più
grezze, ma più resistenti di quelle del lino.
La coltivazione della canapa era
conosciuta da c. 900 a.C. in Asia occidentale e anche le sue
proprietà narcotiche erano ben conosciute. Negli ultimi 500 anni
dell’era avanti Cristo, la canapa era anche conosciuta dagli Sciiti
e dai popoli Teutonici ad occidente, la regione dalla quale
sarebbero poi partite le grandi migrazioni di massa verso ovest del
seguente millennio. L’arco diveniva l’arma privilegiata di caccia e
di guerra, la coltivazione della canapa si diffuse in tutto il Medio
Oriente e fu usata dagli arcieri a cavallo per le corde dei loro
archi.
Presto l’utilizzo della pianta si
diffuse in Italia e in Sicilia.
Il primo scrittore romano che ne fa
menzione fu Lucilius nel 100 a.C., periodo in cui la canapa veniva
ivi coltivata(6). Sembra che non siano stati i Romani a diffonderne
la coltivazione nelle regioni settentrionali del loro impero, ma che
siano state invece le tribù teutoniche a portarla in Europa. In
Scandinavia si sono trovati semi di canapa in una trapunta della
nave vichinga Oseberg, datata c. 850 d.C.(7).
Due ritrovamenti di canapa, un
frammento di tessile e una lenza da pesca, furono ritrovati in
sepolture vichinghe nella Norvegia sud occidentale.Testimonianze
storico-etimologiche ci dimostrano che la canapa fu conosciuta in
Islanda solo nel tardo medioevo. Le parole “hampr” e “horr”
descrivevano la canapa, per esempio “Horva sleipnir” era il termine
usato per la forca nel 1240 d.C.(8). Nel 16° secolo la domanda di
canapa per le sartie delle navi fu così alta che nel 1533 Enrico
VIII d’Inghilterra decretò che ogni fattore o contadino avesse
l’obbligo di seminare annualmente un quarto di acro a lino o a
canapa per ogni 60 acri di terra coltivabile in suo possesso (un
acro corrisponde a 0,405 ettari).
Ortica. In Europa si conoscono tre
specie di ortica: Urtica dioica, Urtica urena e Urtica pilulifera.
La specie con la resa migliore e più resistente è l’Urtica dioica, o
ortica comune. In Cina e in Giappone le corde per archi venivano
costruite da ramiè (Boehmeria nivea) o ortica bianca. Questa pianta,
imparentata botanicamente all’ortica comune, produce fibre bianche,
setose e fortissime; sono anche prive di elasticità e così bisognava
prestare molta attenzione che ogni trefolo della corda avesse la
stessa tensione.
Lino. Il lino (Linum usitassimum)
veniva coltivato su terreni ben drenati, veniva seminato in marzo e
raccolto in luglio. Una coltivazione ben curata assicurava la
produzione di steli lunghi dai 25 ai 42 pollici. Veniva lasciato
macerare per circa due settimane per ammorbidire lo strato esterno e
facilitarne la rimozione.
Tolto dall’acqua, il lino veniva
rastrellato e lasciato asciugare; veniva quindi pettinato per
rimuovere il midollo ed il tegumento e per estrarre le fibre “bast”
interne. Le fibre venivano essiccate e filate con l’arcolaio, prima
di costruire le corde, giacché sono troppo corte allo stato
naturale. La manifattura di corde di lino per archi raggiunse il
picco in Gran Bretagna nel 1580. Il periodo medio di tirocinio per
un cordaio era tra gli otto e i dodici anni (vedi Tabella 1)(9).
L’umidità rendeva più forte sia il canapo che le corde di lino,
anche se un continuo alternarsi di bagnato e asciutto poteva
allentare la struttura della corda che si gonfiava o si restringeva.
Le corde si conservavano meglio
all’aperto, soprattutto in condizioni climatiche umide, oppure in
cantina, piuttosto che nell’aria asciutta delle case riscaldate
d’inverno. L’utilizzo di colla d’acqua nella fabbricazione delle
corde rallentò il deterioramento del materiale.
L’inceratura delle corde complete le
rendeva più impermeabili e aumentava la loro durata(10). Nel
tentativo di prolungare la vita utile della corda venivano usati
bagni di cera, composti di cera d’api pura, cera d’api mista a sego,
oppure cera d’api e resina (in un rapporto di quattro parti a tre)
assieme ad una piccola quantità di olio lubrificante. La cera
contenente paraffina non era sufficientemente appiccicosa. La cera
da pavimenti, fatta da Copernicia cerefera, il cerossilo del
Brasile, non era adatta giacché era troppo friabile per
l’applicazione nelle corde, anche se era eccellente per la
lucidatura degli archi e delle frecce.
Cotone. Con le lunghe fibre del filo
di cotone egiziano si fabbricavano corde per archi che avevano una
buona resa, ma non avevano la durata delle corde di lino. Il filo di
cotone denominato “Lyseth 16-4” veniva fabbricato dal cotonificio
Lyseth General Thread Mills di Boston, Massachusetts, Usa(11).
Conclusioni
In Cina le corde per archi fatte di
canapa venivano rimpiazzate dalle corde di seta preferite dagli
arcieri al servizio dell’Imperatore. Nelle regioni lontane delle
grandi città, il canapo era man mano sostituito da corde di lino.
L’arrivo nel teatro della guerra delle armi da fuoco decretò
praticamente la fine dell’arco come strumento bellico in Gran
Bretagna e in Europa. Nel 18° secolo l’arcieria sopravvisse come
attività sportiva. Le corde dei long bow erano solitamente di lino,
che tendeva ad assorbire l’umidità, ma che poteva essere
impermeabilizzato con la cera d’api; anche allora, l’immersione in
bagni di cera era usata per prolungare la vita delle corde. Quando,
nel XX secolo, le corde di lino furono provate sui nuovi archi
compound: si ruppero nelle asole e nel punto di incocco.
Robert W.
Halpin
Traduzione a
cura di
Jill Victoria
Brazier
Il trattato originale di Robert W.
Halpin, socio scozzese della Society of Archer Antiquaries, è stato
pubblicato nel Volume 46 del Journal of the Society of Archer
Antiquaries del 2003.
Ringraziamenti
L’autore porge i suoi ringraziamenti a
Kenneth O. Arton, Hugh D.H. Soar, Alf Webb e Arthur G. Credland che
gli hanno accordato il permesso di riprodurre i loro dati. Un
particolare ringraziamento va esteso alla pubblicazione Antiquity di
Cambridge, che ha dato il permesso di riprodurre brani del volume di
Sir Harry Godwin del 1967 su: “The ancient cultivation of hemp”.
Note e Bibliografia
(1) Nabih Amin Faris, Robert P.
Elmer. Arab Archery.
Princeton, 1945. P. 94
(2) (i) Fishing with an angle.In: Dame
Juliana Berner. Boke of St. Albans, Caxton, II ed, 1496 (ii)
Frederick Buller, Hugh Fraser. Dame Juliana - the angling treatise
and its mysteries. The Flyfisher’s Classic Library. 2002 (iii)
Complete book of fly fishing. Tiger Books Intl. London, 1967
(3) Jim Hamm. Bows and arrows of the
North Americans. Lyon & Burford, New York, 1991, p.85
(4) Dr Paul Klopsteg. Turkish archery
and the composite bow. II ed. 1987. Ch. 5, p. 56
(5) Hamm. op.cit., pp.85-86
(6) Lucilius, 100 a.C. (vedi Godwin,
nota 8)
(7) A.V.
Brogger, H. Falk, H. Shetelig.
Oseberg fundet: uitigt av den Norsk Stat. 5 vols.
Kristiana, Oslo,
1917 - 1928
(8) Sir Harry Godwin. The ancient
cultivation of hemp. Antiquity, Vol. 41, 1967, pp.42-49
(9) Hugh D.H. Soar. The bowyers and
fletchers of Bristowe. Journal of the Society of Archer-Antiquaries,
Vol. 32, 1989
(10) Alf Webb. Dean Archaeological
Group. ISSN 0954-8874. Vol. 6, 1993, p.21
(11) Robert P. Elmer. Target archery.
New York, 1946, p. 348
Didascalie:
Foto_1) Figura 1 - Tundji: l’asola in
seta della corda turca (da Dr. P. Klopsteg).
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