Arco n.2
2005
 



Arco n.1 
Franco Carminati: Un viaggio nel tempo da Parigi a Londra
Arco n.1 
Alessio Cenni: Le tante vite della balestra

Arco n.2 
Robert W.Halpin: Trattato sui materiali delle corde per archi (I)

Arco n.3 
Robert W.Halpin: Trattato sui materiali delle corde per archi (II)
Arco n.3 
Deborah Mauro: Ansia somatica ed interventi di mental training

Arco n.4 
Vittorio Brizzi: Gli “archi” di Montale
Arco n.4 
Alessio Cenni: Un millenario esercito di terracotta
Arco n.4 
Matteo Iuso: La costruzione delle frecce nel Medioevo

Arco n.6 
Vittorio Brizzi - Giovanni Amatuccio: La via dell’arciere mediterraneo (I)
Arco n.6 
Alessio Cenni: Frecce da guerra e da caccia

 

Trattato sui materiali delle corde per archi
DI ROBERT W.HALPIN
Prima parte.
 

Incontro con la storia dei materiali naturali che sono stati impiegati dagli artigiani di tutti i tempi. Un racconto originale tradotto per la prima volta in Italia.

 

 

Fibre animali

Cuoio non conciato. Con ogni probabilità è il materiale più conosciuto anticamente per la costruzione delle corde degli archi. Strisce di pelle furono usate per molti secoli in molte terre: venivano attorcigliate per formare una corda di due o tre trefoli e montate ancora bagnate sull’arco. Asciugandosi si creavano nodi che inibivano lo scorrimento e l’arco risultava pre-tensionato.

Un autore arabo (il cui nome è sconosciuto) raccomandava le corde fatte da pelle di cammello in quanto erano adatte a tutte le stagioni e, in mancanza di questo, sarebbe stato accettabile la pelle di asino selvaggio (circa 1500 a.C.)(1).

 

 

 

 

Tendine. Il tendine è uno dei primi materiali utilizzati per le corde degli archi.

Possiamo solo immaginare come abbiano fatto i nostri avi arcieri ad individuare questo materiale negli animali che avevano cacciato e come abbiano imparato a farne delle corde.

Tutti gli animali hanno tendini, ma per reperirne una lunghezza sufficiente per creare delle corde avranno preferito animali grandi come cervi o alci.

Il tendine si trova primariamente in due zone dell’animale.

Il tendine dorsale o lombare si stende sui due lati della spina dorsale: in un cervo fornisce un sottile strato lungo 25-38 cm e largo circa 5 cm. L’altra fonte è il tendine d’Achille nella parte posteriore delle zampe: questo è lungo 25 cm ed ha un diametro simile ad un nostro mignolo.

Il tendine veniva seccato e poi battuto per sfibrarlo; veniva quindi attorcigliato, con resina e cera d’api, per formare una corda.

Questa era una lavorazione faticosa, ma produceva una corda durevole se tenuta all’asciutto.

 

Budella. Gli intestini degli animali venivano puliti dentro e fuori e attorcigliati per formare una corda di budella, durevole se tenuta all’asciutto.

 

Crine di cavallo. Il crine di cavallo poteva essere usato per le corde degli archi; senz’altro sarebbe stato possibile ricavarne delle lunghezze sufficienti dalle criniere e dalle code degli stessi cavalli degli arcieri.

Sarebbe stato possibile crearne dei fili, attorcigliandoli e intrecciandoli con resina, come si usava fare, dal 15° al 18° secolo, per la lenza dei pescatori con l’amo.

Pare che non ci siano però testimonianze certe che venisse usato in questo modo per le corde degli archi(2).

È documentato l’utilizzo di corde fatte da crine di cavallo per la balista romana a torsione, anche se vi era preferito il tendine.

Si fa riferimento a corde degli archi fatte da crine di cavallo da parte degli Indiani del Nord America(3).

Queste corde temevano l’umidità.

 

Seta. Corde di seta erano costruite e usate da arcieri asiatici e orientali, in India, Cina, Mongolia, Turchia e Persia. I fili ricavati dal baco da seta si tendono fino a 16-24 per cento della loro lunghezza.

Per farne corde per archi, i fili erano tesi quasi fino alla rottura, fin quando l’elasticità non fosse quasi completamente azzerata. In questo modo le corde finite tenevano la lunghezza ed il carico a trazione.

Si costruivano corde stese “infinite” e queste venivano rinforzate con fili di seta ad intervalli: queste applicazioni erano di seta pura, come pure il “serving” centrale, che si estendeva dell’altezza di due dita sopra e tre dita sotto il punto di incocco.

Per fissare la corda all’arco, due asole venivano attaccate ad entrambe le estremità della corda, tramite un nodo speciale (Figura 1).

Queste asole si chiamavano “tundji”, erano costruite con fino a 60 trefoli di seta grezza, saturata in una mistura composta da cinque parti di cera d’api, dieci parti di pece e venti parti di colla di pesce, attorcigliati e lasciati ad asciugare(4).

La lunghezza delle asole era registrabile, per permettere di ottenere lo stesso brace quando l’arco veniva armato o ri-armato.

 

Fibre vegetali

Bambù e Rattan. Questi materiali venivano usati da diverse tribù aborigine su una zona distesa dell’Asia orientale.

La canna veniva spaccata per ottenere lo spessore richiesto e le corde così ottenute venivano fissate all’arco tramite asole di cuoio.

 

Yucca. I paleo-indiani delle zone sud occidentali del continente nord americano usavano la fibra della yucca per produrre spago e corda in un’epoca in cui il principale strumento per la caccia era la lancia, con la punta in ossidiana o selce e la propulsione avveniva per mezzo di atl-atl(5). Per il successivo sviluppo dell’arco in questo continente, gli indiani usavano le foglie della yucca, spaccandole per il lungo in listelli e lavorando questi ultimi con una lama di ossidiana per togliere la polpa verde e lasciare scoperte le lunghe fibre che venivano poi essiccate.

La pianta della yucca cresce a diverse altitudini (dai 1000 ai 2000 metri), con un periodo di fioritura conseguentemente differenziato, fornendo così un materiale pronto per l’uso ai cacciatori ove si trovavano in diversi periodi dell’anno.

Canapa. In Oriente, le fibre vegetali erano usate nella costruzione di corde per archi sia lunghi sia compositi. Tre specie di canapa venivano usate principalmente: Cannabis gigante, Cannabis indica, Cannabis sativa.

Le corde erano manufatte usando le fibre “bast” dell’interno della corteccia, le fibre lunghe e robuste collocate tra il tegumento e l’anima della pianta.

La canapa è la fibra più usata anticamente per i tessili, seguita dal lino.

La canapa raggiunge un’altezza di 0,7-2 metri in Europa e fino a 7 metri in Cina.

Veniva posta in maceri per ammorbidirla e, a tempo debito, veniva rimossa, battuta col correggiato, e trascinata attraverso i pettini o blocchi per la decanapulazione, per estrarre le lunghe fibre bianche che sono più grezze, ma più resistenti di quelle del lino.

La coltivazione della canapa era conosciuta da c. 900 a.C. in Asia occidentale e anche le sue proprietà narcotiche erano ben conosciute. Negli ultimi 500 anni dell’era avanti Cristo, la canapa era anche conosciuta dagli Sciiti e dai popoli Teutonici ad occidente, la regione dalla quale sarebbero poi partite le grandi migrazioni di massa verso ovest del seguente millennio. L’arco diveniva l’arma privilegiata di caccia e di guerra, la coltivazione della canapa si diffuse in tutto il Medio Oriente e fu usata dagli arcieri a cavallo per le corde dei loro archi.

Presto l’utilizzo della pianta si diffuse in Italia e in Sicilia.

Il primo scrittore romano che ne fa menzione fu Lucilius nel 100 a.C., periodo in cui la canapa veniva ivi coltivata(6). Sembra che non siano stati i Romani a diffonderne la coltivazione nelle regioni settentrionali del loro impero, ma che siano state invece le tribù teutoniche a portarla in Europa. In Scandinavia si sono trovati semi di canapa in una trapunta della nave vichinga Oseberg, datata c. 850 d.C.(7).

Due ritrovamenti di canapa, un frammento di tessile e una lenza da pesca, furono ritrovati in sepolture vichinghe nella Norvegia sud occidentale.Testimonianze storico-etimologiche ci dimostrano che la canapa fu conosciuta in Islanda solo nel tardo medioevo. Le parole “hampr” e “horr” descrivevano la canapa, per esempio “Horva sleipnir” era il termine usato per la forca nel 1240 d.C.(8). Nel 16° secolo la domanda di canapa per le sartie delle navi fu così alta che nel 1533 Enrico VIII d’Inghilterra decretò che ogni fattore o contadino avesse l’obbligo di seminare annualmente un quarto di acro a lino o a canapa per ogni 60 acri di terra coltivabile in suo possesso (un acro corrisponde a 0,405 ettari).

 

Ortica. In Europa si conoscono tre specie di ortica: Urtica dioica, Urtica urena e Urtica pilulifera. La specie con la resa migliore e più resistente è l’Urtica dioica, o ortica comune. In Cina e in Giappone le corde per archi venivano costruite da ramiè (Boehmeria nivea) o ortica bianca. Questa pianta, imparentata botanicamente all’ortica comune, produce fibre bianche, setose e fortissime; sono anche prive di elasticità e così bisognava prestare molta attenzione che ogni trefolo della corda avesse la stessa tensione.

 

Lino. Il lino (Linum usitassimum) veniva coltivato su terreni ben drenati, veniva seminato in marzo e raccolto in luglio. Una coltivazione ben curata assicurava la produzione di steli lunghi dai 25 ai 42 pollici. Veniva lasciato macerare per circa due settimane per ammorbidire lo strato esterno e facilitarne la rimozione.

Tolto dall’acqua, il lino veniva rastrellato e lasciato asciugare; veniva quindi pettinato per rimuovere il midollo ed il tegumento e per estrarre le fibre “bast” interne. Le fibre venivano essiccate e filate con l’arcolaio, prima di costruire le corde, giacché sono troppo corte allo stato naturale. La manifattura di corde di lino per archi raggiunse il picco in Gran Bretagna nel 1580. Il periodo medio di tirocinio per un cordaio era tra gli otto e i dodici anni (vedi Tabella 1)(9). L’umidità rendeva più forte sia il canapo che le corde di lino, anche se un continuo alternarsi di bagnato e asciutto poteva allentare la struttura della corda che si gonfiava o si restringeva.

Le corde si conservavano meglio all’aperto, soprattutto in condizioni climatiche umide, oppure in cantina, piuttosto che nell’aria asciutta delle case riscaldate d’inverno. L’utilizzo di colla d’acqua nella fabbricazione delle corde rallentò il deterioramento del materiale.

L’inceratura delle corde complete le rendeva più impermeabili e aumentava la loro durata(10). Nel tentativo di prolungare la vita utile della corda venivano usati bagni di cera, composti di cera d’api pura, cera d’api mista a sego, oppure cera d’api e resina (in un rapporto di quattro parti a tre) assieme ad una piccola quantità di olio lubrificante. La cera contenente paraffina non era sufficientemente appiccicosa. La cera da pavimenti, fatta da Copernicia cerefera, il cerossilo del Brasile, non era adatta giacché era troppo friabile per l’applicazione nelle corde, anche se era eccellente per la lucidatura degli archi e delle frecce.

Cotone. Con le lunghe fibre del filo di cotone egiziano si fabbricavano corde per archi che avevano una buona resa, ma non avevano la durata delle corde di lino. Il filo di cotone denominato “Lyseth 16-4” veniva fabbricato dal cotonificio Lyseth General Thread Mills di Boston, Massachusetts, Usa(11).

 

Conclusioni

In Cina le corde per archi fatte di canapa venivano rimpiazzate dalle corde di seta preferite dagli arcieri al servizio dell’Imperatore. Nelle regioni lontane delle grandi città, il canapo era man mano sostituito da corde di lino. L’arrivo nel teatro della guerra delle armi da fuoco decretò praticamente la fine dell’arco come strumento bellico in Gran Bretagna e in Europa. Nel 18° secolo l’arcieria sopravvisse come attività sportiva. Le corde dei long bow erano solitamente di lino, che tendeva ad assorbire l’umidità, ma che poteva essere impermeabilizzato con la cera d’api; anche allora, l’immersione in bagni di cera era usata per prolungare la vita delle corde. Quando, nel XX secolo, le corde di lino furono provate sui nuovi archi compound: si ruppero nelle asole e nel punto di incocco.

 

Robert W. Halpin

Traduzione a cura di

Jill Victoria Brazier

 

Il trattato originale di Robert W. Halpin, socio scozzese della Society of Archer Antiquaries, è stato pubblicato nel Volume 46 del Journal of the Society of Archer Antiquaries del 2003.

 

Ringraziamenti

L’autore porge i suoi ringraziamenti a Kenneth O. Arton, Hugh D.H. Soar, Alf Webb e Arthur G. Credland che gli hanno accordato il permesso di riprodurre i loro dati. Un particolare ringraziamento va esteso alla pubblicazione Antiquity di Cambridge, che ha dato il permesso di riprodurre brani del volume di Sir Harry Godwin del 1967 su: “The ancient cultivation of hemp”.

 

 

Note e Bibliografia

(1) Nabih Amin Faris, Robert P. Elmer. Arab Archery. Princeton, 1945. P. 94

(2) (i) Fishing with an angle.In: Dame Juliana Berner. Boke of St. Albans, Caxton, II ed, 1496 (ii) Frederick Buller, Hugh Fraser. Dame Juliana - the angling treatise and its mysteries. The Flyfisher’s Classic Library. 2002 (iii) Complete book of fly fishing. Tiger Books Intl. London, 1967

(3) Jim Hamm. Bows and arrows of the North Americans. Lyon & Burford, New York, 1991, p.85

(4) Dr Paul Klopsteg. Turkish archery and the composite bow. II ed. 1987. Ch. 5, p. 56

(5) Hamm. op.cit., pp.85-86

(6) Lucilius, 100 a.C. (vedi Godwin, nota 8)

(7) A.V. Brogger, H. Falk, H. Shetelig. Oseberg fundet: uitigt av den Norsk Stat. 5 vols. Kristiana, Oslo, 1917 - 1928

(8) Sir Harry Godwin. The ancient cultivation of hemp. Antiquity, Vol. 41, 1967, pp.42-49

(9) Hugh D.H. Soar. The bowyers and fletchers of Bristowe. Journal of the Society of Archer-Antiquaries, Vol. 32, 1989

(10) Alf Webb. Dean Archaeological Group. ISSN 0954-8874. Vol. 6, 1993, p.21

(11) Robert P. Elmer. Target archery. New York, 1946, p. 348

 

 

Didascalie:

Foto_1) Figura 1 - Tundji: l’asola in seta della corda turca (da Dr. P. Klopsteg).

 

 

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