Arco n.1
2005
 


Arco n.1 
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Arco n.1 
Alessio Cenni: Le tante vite della balestra

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Arco n.3 
Robert W.Halpin: Trattato sui materiali delle corde per archi (II)
Arco n.3 
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Arco n.4 
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Arco n.4 
Alessio Cenni: Un millenario esercito di terracotta
Arco n.4 
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Arco n.6 
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Arco n.6 
Alessio Cenni: Frecce da guerra e da caccia

Le tante vite della balestra
DI ALESSIO CENNI
 

Per esigenze essenzialmente militari, nel corso dei secoli furono messi a punto strumenti da tiro di grande efficacia. Era il preludio allo sviluppo delle armi da fuoco.

 

Sebbene nessuno potrà mai dire l’ultima parola sull’argomento, valutando con attenzione tutti i dati archeologici ed etnografici conosciuti, possiamo ipotizzare che l’arco sia uno strumento inventato una sola fatidica volta nella storia dell’umanità (forse tra i 15000 e i 12000 anni fa) e poi diffusosi lentamente in gran parte del mondo passando da una cultura all’altra. La balestra, invece, che potremmo definire la sorella più giovane dell’arco, sembra che sia stata messa a punto più volte nel corso dei secoli e in località diverse tra loro.

 

due repliche di balestre medievali con arcone composito pronte al tiro. A destra:

 

In pratica, delle culture e delle civiltà diverse che già utilizzavano l’arco, ad un certo punto hanno compiuto esperimenti per aumentarne le potenzialità. Ciò è avvenuto in Cina circa 3000 anni fa e in modo a quanto pare indipendente nelle regioni mediterranee con dei riferimenti storici specifici ai Greci di Siracusa intorno al 40 a.C. Dai Greci l’idea passò ai Romani che la svilupparono al massimo grado in forma di artiglieria pesante da assedio e leggera per appoggiare le legioni in battaglia. Il concetto di base è quello di montare un arco particolarmente potente su un affusto munito di un semplice meccanismo per trattenere la corda e rilasciarla a piacimento. In questo modo si separa il momento di massimo sforzo fisico (il caricamento dell’arco) da quello di massima concentrazione (l’individuazione del bersaglio). Questo consente al balestriere di colpire con forza e precisione anche a fronte di un modesto impegno in termini di addestramento. Dopo qualche secolo di silenzio, la balestra riapparve nelle vesti di arma portatile apparentemente nel nord della Francia, dove con probabilità era rimasta in uso come strumento da caccia sin dall’epoca romana.

 

i tenieri delle balestre con rinforzi e decorazioni in osso accanto ad un tipico turcasso per i dardi.

 

Il momento di grande diffusione fu la prima crociata (1096-1099), quando gli europei dovettero confrontarsi con saraceni e bizantini che impiegavano con maestria gli archi ricurvi compositi e trovarono nella balestra la loro arma da tiro d’elezione. La primitiva balestra europea era un arcone fatto di legno semplice in tasso o frassino e veniva tesa piazzando i piedi sull’arcone stesso, tirando la corda con entrambe le braccia. I saraceni, che a quel tempo disponevano di una tecnologia più evoluta, introdussero delle migliorie all’attrezzo. Costruirono infatti degli arconi compositi in corno e tendine, munirono la balestra di una staffa di ferro per inserirvi il piede e inventarono un più efficace sistema di caricamento. Un largo cinturone al quale era saldamente appeso un uncino di ferro (il crocco). Questo agganciava la corda dell’arcone e consentiva al balestriere di tenderlo raddrizzando le gambe che hanno molto più muscolatura delle braccia. Un uomo adulto può tendere con le braccia un arcone già rispettabile di 200 libbre, ma può tenderne uno di 300 se usa la forza delle gambe con il cinturone a crocco. Così dall’esperienza delle crociate tornò in Europa uno strumento ancora più micidiale. Il sistema di scocco della balestra medievale si basava su due elementi, la noce e la chiave.

 

la noce in corno di cervo è ruotata in avanti per mostrare il rinforzo metallico sottostante. A destra:

 

 

La prima è un piccolo cilindro in corno di cervo o in legno di bosso scolpito nella parte superiore in forma di due dita o denti che trattengono la corda e la coda del dardo. Nella parte inferiore questo cilindretto ha una tacca rinforzata con un piccolo cuneo di ferro su cui fa contrasto la chiave o manetta di sgancio. Questa è un ferro forgiato a guisa di lettera Z e imperniato al fusto di legno (il teniere) della balestra: un semplice congegno che sostiene delle forze enormi, anche se basta la pressione di un solo dito per liberarlo e far scattare l’arcone. Nel corso del ‘900 sono state compiute varie ispezioni e in qualche caso dissezioni di arconi compositi da balestra conservati in musei e sono state osservate diverse varianti nei materiali e nella progettazione. Sappiamo ad esempio da reperti e da documenti d’epoca che i corni più usati erano quelli di capra e di stambecco alpino, mentre a nord, nelle regioni del mar Baltico, venivano talvolta utilizzati i fanoni di balena, un materiale con caratteristiche analoghe al corno. La maggior parte degli arconi era fabbricata incollando fianco a fianco varie stecche di corno. In alcuni casi venivano aggiunti dei listelli esterni in legno di tasso o quercia. Una volta assemblato l’arcone, veniva rinforzato sul dorso con uno spesso strato di tendine e stagionato con cura prima di essere rivestito con pelle o corteccia di betulla. La sezione più comune di questi arconi aveva la forma di lettera D, con il lato convesso corrispondente al dorso rivolto verso il bersaglio e quello piatto messo a contrasto con il teniere. La produzione di questi arconi compositi era possibile solo dove si formava una manodopera altamente specializzata e di conseguenza rimasero in largo uso anche gli arconi in legno semplice. Oltre ad essere più scattanti, gli arconi compositi erano anche più compatti, con una lunghezza compresa tra i 70 e i 75 centimetri, mentre quelli in legno erano lunghi circa 100 centimetri. In Italia importanti centri di produzione di balestre con arcone composito furono le Repubbliche marinare e in particolare Venezia e Genova. Nell’Europa nord-orientale germanica, la fabbricazione di queste balestre fu diffusa dall’Ordine dei Cavalieri teutonici che ne fecero un’arma strategica per la difesa del loro dominio. Un altro luogo di produzione notevole sembra fosse la Catalogna nella Penisola Iberica.

 

particolare della struttura di un arcone in corno. Da notare le diverse stecche incollate fianco a fianco che lo compongono.

 

Va detto a questo punto che il termine balestra è generico. Gli inventori del Medioevo distinguevano infatti almeno tre tipi di balestre. Le più comuni erano le balestre di un piede, quelle cioè portatili usate in guerra e a caccia. Meno numerose erano invece quelle di due piedi, adottate solo da postazioni fisse come castelli e navi. Entrambe avevano un arcone più ampio e una trazione più lunga per scoccare un dardo più pesante, che aveva una maggiore forza di penetrazione. Erano caricate anche queste con il crocco, oppure con apposite leve munite di raffi. C’erano infine le balestre da tornio, veri e propri pezzi di artiglieria con arconi enormi tesi per mezzo di argani, capaci di scoccare dardi pesanti come piccole lance. Relativamente alle prestazioni di questi ultimi due tipi di balestra, si possono fare ipotesi più o meno attendibili, da confrontare con le performance delle grandi balestre da postazione con arco in acciaio, usate ancora oggi in diverse città italiane per le rievocazioni storiche. Per quanto riguarda le balestre portatili (de unum pedem), si è potuto verificare che un arcone composito di 280 libbre scocca il dardo ad una velocità di 55 metri al secondo, garantendo una gittata di oltre 200 metri con tiri angolati a 45 gradi. La traiettoria del dardo è quasi priva di parabola per i primi 35 metri. Chi ha dimestichezza con le prestazioni di archi storici, potrà così già fare alcune valutazioni. L’efficienza della balestra non era alta, considerando le forze in gioco. Questo strumento era penalizzato dalla corsa brevissima della corda e dagli attriti, ma erano talmente alti i carichi di trazione consentiti dal rilascio meccanico che l’efficacia finale restava comunque altissima e associata in più ad una precisione temibile anche sulle distanze lunghe. È vero che un arciere poteva lanciare più frecce in rapida successione per aumentare la sua efficacia, però bisogna ricordare che la freccia era un proiettile costoso, laborioso ed ingombrante, problematico da produrre quindi e da trasportare in notevoli quantità con i metodi di cui disponevano all’epoca.

 

un arcone riflesso parzialmente tendinato con un altro tendine pronto per essere incollato sul dorso. A destra:

 

 

Intorno alla balestra sono fiorite alcune leggende dure a morire, sulle quali è il caso di spendere qualche parola… La prima è che il balestriere fosse una specie di tartaruga dalla lentezza esasperante nei movimenti e nel tiro. Non è vero! Una balestra con arcone composito pesa circa 2,5 chilogrammi e un adulto può correre attraverso un bosco imbracciandola. Alcune errate ricostruzioni storiche dell’800 mostrano il balestriere che trasporta sulla schiena un enorme scudo chiamato pavese o palvese: si tratta di un equivoco! C’era una collaborazione tra i fanti che portavano il palvese ed i balestrieri, ma i due ruoli erano ben distinti. Negli eserciti italiani una linea di palvesari fungeva da protezione ai balestrieri che portavano solo le proprie armi da tiro. La cadenza di tiro verificata delle balestre a crocco è di tre o quattro dardi al minuto, il che corrisponde all’affermazione del mercante e storiografo fiorentino Giovanni Villani, che scriveva che nel tempo in cui un balestriere scoccava un dardo, l’arciere lanciava tre frecce. Nel XV secolo furono introdotte balestre portatili a caricamento meccanico, con un mulinello a carrucole o col martinetto (congegno simile al cric delle nostre auto). La cadenza di tiro scendeva allora ad un dardo al minuto, ma si potevano tendere arconi di tale forza che i pesanti dardi erano scoccati a 400-450 metri e non c’era armatura in grado di fermarli.

 

 un flettente dell’arcone in cui è visibile la nocca doppia per l’utilizzo della cosiddetta corda maestra.

 

 

Infine, un altro luogo comune recita che i balestrieri non potessero allentare i loro arconi e riparare la corda in caso di pioggia essendo così svantaggiati rispetto agli arcieri. Non corrisponde al vero! Questa leggenda deriva da un brevissimo commento riportato da una cronaca francese attribuita a Guglielmo di Nangis e da altri scrittori successivi, monaci benedettini forse poco esperti di questioni militari. Il riferimento è alla battaglia di Crècy (1346). Ma né Giovanni Villani, né Jean Froissart, che sono i principali cronisti di questo evento, menzionano il fatto e ciò è indicativo. Sappiamo comunque con certezza che gli arconi delle balestre realizzati in materiale organico (legno o composito di corno e tendine) potevano essere facilmente allentati. Avevano infatti alle estremità delle nocche doppie che sono riscontrabili sugli esemplari sopravvissuti oggi nei musei. Il paio di nocche più esterne serviva per una corda più lunga di quella da tiro, detta corda maestra o magistra, che faceva parte dell’equipaggiamento del singolo balestriere e funzionava in modo analogo al carichino utilizzato oggi talvolta da alcuni arcieri. In questo modo si poteva sostituire una corda usurata in meno di 30 secondi senza problemi e sappiamo dai documenti del tempo che i balestrieri erano tenuti a portare con sé almeno una corda da tiro di ricambio. Da varie raffigurazioni siamo inoltre venuti a conoscenza del fatto che lo stesso arcone della balestra aveva una sua custodia di tela o di pelle impermeabilizzata con cera e grassi. La corda in sé era comunque di canapa e non soffriva gran che se bagnata. Quando furono introdotti gli arconi di acciaio nel XV secolo, questi non furono dotati delle nocche doppie perché un arcone di questo tipo non era sensibile al clima e poteva essere lasciato incordato in maniera permanente.

 

Alessio Cenni

 

 

 

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