Arco n.1
2005
Arco n.1
Franco Carminati:
Un
viaggio nel tempo da Parigi a Londra
Arco n.1
Alessio Cenni:
Le
tante vite della balestra
Arco n.2
Robert W.Halpin:
Trattato sui
materiali delle corde per archi (I)
Arco n.3
Robert W.Halpin:
Trattato sui
materiali delle corde per archi (II)
Arco n.3
Deborah Mauro:
Ansia somatica
ed interventi di mental training
Arco n.4
Vittorio Brizzi:
Gli “archi” di
Montale
Arco n.4
Alessio Cenni:
Un
millenario esercito di terracotta
Arco n.4
Matteo Iuso:
La costruzione delle frecce nel
Medioevo
Arco n.6
Vittorio Brizzi - Giovanni Amatuccio:
La via
dell’arciere mediterraneo (I)
Arco n.6
Alessio Cenni:
Frecce da guerra e da caccia |
Le
tante vite della balestra
DI ALESSIO CENNI
Per esigenze essenzialmente militari,
nel corso dei secoli furono messi a punto strumenti da tiro di
grande efficacia. Era il preludio allo sviluppo delle armi da fuoco.
Sebbene nessuno potrà mai dire
l’ultima parola sull’argomento, valutando con attenzione tutti i
dati archeologici ed etnografici conosciuti, possiamo ipotizzare che
l’arco sia uno strumento inventato una sola fatidica volta nella
storia dell’umanità (forse tra i 15000 e i 12000 anni fa) e poi
diffusosi lentamente in gran parte del mondo passando da una cultura
all’altra. La balestra, invece, che potremmo definire la sorella più
giovane dell’arco, sembra che sia stata messa a punto più volte nel
corso dei secoli e in località diverse tra loro.

due repliche di balestre medievali con
arcone composito pronte al tiro. A destra:
In pratica, delle culture e delle
civiltà diverse che già utilizzavano l’arco, ad un certo punto hanno
compiuto esperimenti per aumentarne le potenzialità. Ciò è avvenuto
in Cina circa 3000 anni fa e in modo a quanto pare indipendente
nelle regioni mediterranee con dei riferimenti storici specifici ai
Greci di Siracusa intorno al 40 a.C. Dai Greci l’idea passò ai
Romani che la svilupparono al massimo grado in forma di artiglieria
pesante da assedio e leggera per appoggiare le legioni in battaglia.
Il concetto di base è quello di montare un arco particolarmente
potente su un affusto munito di un semplice meccanismo per
trattenere la corda e rilasciarla a piacimento. In questo modo si
separa il momento di massimo sforzo fisico (il caricamento
dell’arco) da quello di massima concentrazione (l’individuazione del
bersaglio). Questo consente al balestriere di colpire con forza e
precisione anche a fronte di un modesto impegno in termini di
addestramento. Dopo qualche secolo di silenzio, la balestra
riapparve nelle vesti di arma portatile apparentemente nel nord
della Francia, dove con probabilità era rimasta in uso come
strumento da caccia sin dall’epoca romana.

i tenieri delle balestre con rinforzi
e decorazioni in osso accanto ad un tipico turcasso per i dardi.
Il momento di grande diffusione fu la
prima crociata (1096-1099), quando gli europei dovettero
confrontarsi con saraceni e bizantini che impiegavano con maestria
gli archi ricurvi compositi e trovarono nella balestra la loro arma
da tiro d’elezione. La primitiva balestra europea era un arcone
fatto di legno semplice in tasso o frassino e veniva tesa piazzando
i piedi sull’arcone stesso, tirando la corda con entrambe le
braccia. I saraceni, che a quel tempo disponevano di una tecnologia
più evoluta, introdussero delle migliorie all’attrezzo. Costruirono
infatti degli arconi compositi in corno e tendine, munirono la
balestra di una staffa di ferro per inserirvi il piede e inventarono
un più efficace sistema di caricamento. Un largo cinturone al quale
era saldamente appeso un uncino di ferro (il crocco). Questo
agganciava la corda dell’arcone e consentiva al balestriere di
tenderlo raddrizzando le gambe che hanno molto più muscolatura delle
braccia. Un uomo adulto può tendere con le braccia un arcone già
rispettabile di 200 libbre, ma può tenderne uno di 300 se usa la
forza delle gambe con il cinturone a crocco. Così dall’esperienza
delle crociate tornò in Europa uno strumento ancora più micidiale.
Il sistema di scocco della balestra medievale si basava su due
elementi, la noce e la chiave.

la noce in corno di cervo è ruotata in
avanti per mostrare il rinforzo metallico sottostante. A destra:
La prima è un piccolo cilindro in
corno di cervo o in legno di bosso scolpito nella parte superiore in
forma di due dita o denti che trattengono la corda e la coda del
dardo. Nella parte inferiore questo cilindretto ha una tacca
rinforzata con un piccolo cuneo di ferro su cui fa contrasto la
chiave o manetta di sgancio. Questa è un ferro forgiato a guisa di
lettera Z e imperniato al fusto di legno (il teniere) della
balestra: un semplice congegno che sostiene delle forze enormi,
anche se basta la pressione di un solo dito per liberarlo e far
scattare l’arcone. Nel corso del ‘900 sono state compiute varie
ispezioni e in qualche caso dissezioni di arconi compositi da
balestra conservati in musei e sono state osservate diverse varianti
nei materiali e nella progettazione. Sappiamo ad esempio da reperti
e da documenti d’epoca che i corni più usati erano quelli di capra e
di stambecco alpino, mentre a nord, nelle regioni del mar Baltico,
venivano talvolta utilizzati i fanoni di balena, un materiale con
caratteristiche analoghe al corno. La maggior parte degli arconi era
fabbricata incollando fianco a fianco varie stecche di corno. In
alcuni casi venivano aggiunti dei listelli esterni in legno di tasso
o quercia. Una volta assemblato l’arcone, veniva rinforzato sul
dorso con uno spesso strato di tendine e stagionato con cura prima
di essere rivestito con pelle o corteccia di betulla. La sezione più
comune di questi arconi aveva la forma di lettera D, con il lato
convesso corrispondente al dorso rivolto verso il bersaglio e quello
piatto messo a contrasto con il teniere. La produzione di questi
arconi compositi era possibile solo dove si formava una manodopera
altamente specializzata e di conseguenza rimasero in largo uso anche
gli arconi in legno semplice. Oltre ad essere più scattanti, gli
arconi compositi erano anche più compatti, con una lunghezza
compresa tra i 70 e i 75 centimetri, mentre quelli in legno erano
lunghi circa 100 centimetri. In Italia importanti centri di
produzione di balestre con arcone composito furono le Repubbliche
marinare e in particolare Venezia e Genova. Nell’Europa
nord-orientale germanica, la fabbricazione di queste balestre fu
diffusa dall’Ordine dei Cavalieri teutonici che ne fecero un’arma
strategica per la difesa del loro dominio. Un altro luogo di
produzione notevole sembra fosse la Catalogna nella Penisola
Iberica.

particolare della struttura di un
arcone in corno. Da notare le diverse stecche incollate fianco a
fianco che lo compongono.
Va detto a questo punto che il termine
balestra è generico. Gli inventori del Medioevo distinguevano
infatti almeno tre tipi di balestre. Le più comuni erano le balestre
di un piede, quelle cioè portatili usate in guerra e a caccia. Meno
numerose erano invece quelle di due piedi, adottate solo da
postazioni fisse come castelli e navi. Entrambe avevano un arcone
più ampio e una trazione più lunga per scoccare un dardo più
pesante, che aveva una maggiore forza di penetrazione. Erano
caricate anche queste con il crocco, oppure con apposite leve munite
di raffi. C’erano infine le balestre da tornio, veri e propri pezzi
di artiglieria con arconi enormi tesi per mezzo di argani, capaci di
scoccare dardi pesanti come piccole lance. Relativamente alle
prestazioni di questi ultimi due tipi di balestra, si possono fare
ipotesi più o meno attendibili, da confrontare con le performance
delle grandi balestre da postazione con arco in acciaio, usate
ancora oggi in diverse città italiane per le rievocazioni storiche.
Per quanto riguarda le balestre portatili (de unum pedem), si è
potuto verificare che un arcone composito di 280 libbre scocca il
dardo ad una velocità di 55 metri al secondo, garantendo una gittata
di oltre 200 metri con tiri angolati a 45 gradi. La traiettoria del
dardo è quasi priva di parabola per i primi 35 metri. Chi ha
dimestichezza con le prestazioni di archi storici, potrà così già
fare alcune valutazioni. L’efficienza della balestra non era alta,
considerando le forze in gioco. Questo strumento era penalizzato
dalla corsa brevissima della corda e dagli attriti, ma erano
talmente alti i carichi di trazione consentiti dal rilascio
meccanico che l’efficacia finale restava comunque altissima e
associata in più ad una precisione temibile anche sulle distanze
lunghe. È vero che un arciere poteva lanciare più frecce in rapida
successione per aumentare la sua efficacia, però bisogna ricordare
che la freccia era un proiettile costoso, laborioso ed ingombrante,
problematico da produrre quindi e da trasportare in notevoli
quantità con i metodi di cui disponevano all’epoca.

un arcone riflesso parzialmente
tendinato con un altro tendine pronto per essere incollato sul
dorso. A destra:
Intorno alla balestra sono fiorite
alcune leggende dure a morire, sulle quali è il caso di spendere
qualche parola… La prima è che il balestriere fosse una specie di
tartaruga dalla lentezza esasperante nei movimenti e nel tiro. Non è
vero! Una balestra con arcone composito pesa circa 2,5 chilogrammi e
un adulto può correre attraverso un bosco imbracciandola. Alcune
errate ricostruzioni storiche dell’800 mostrano il balestriere che
trasporta sulla schiena un enorme scudo chiamato pavese o palvese:
si tratta di un equivoco! C’era una collaborazione tra i fanti che
portavano il palvese ed i balestrieri, ma i due ruoli erano ben
distinti. Negli eserciti italiani una linea di palvesari fungeva da
protezione ai balestrieri che portavano solo le proprie armi da
tiro. La cadenza di tiro verificata delle balestre a crocco è di tre
o quattro dardi al minuto, il che corrisponde all’affermazione del
mercante e storiografo fiorentino Giovanni Villani, che scriveva che
nel tempo in cui un balestriere scoccava un dardo, l’arciere
lanciava tre frecce. Nel XV secolo furono introdotte balestre
portatili a caricamento meccanico, con un mulinello a carrucole o
col martinetto (congegno simile al cric delle nostre auto). La
cadenza di tiro scendeva allora ad un dardo al minuto, ma si
potevano tendere arconi di tale forza che i pesanti dardi erano
scoccati a 400-450 metri e non c’era armatura in grado di fermarli.

un flettente dell’arcone in cui
è visibile la nocca doppia per l’utilizzo della cosiddetta corda
maestra.
Infine, un altro luogo comune recita
che i balestrieri non potessero allentare i loro arconi e riparare
la corda in caso di pioggia essendo così svantaggiati rispetto agli
arcieri. Non corrisponde al vero! Questa leggenda deriva da un
brevissimo commento riportato da una cronaca francese attribuita a
Guglielmo di Nangis e da altri scrittori successivi, monaci
benedettini forse poco esperti di questioni militari. Il riferimento
è alla battaglia di Crècy (1346). Ma né Giovanni Villani, né Jean
Froissart, che sono i principali cronisti di questo evento,
menzionano il fatto e ciò è indicativo. Sappiamo comunque con
certezza che gli arconi delle balestre realizzati in materiale
organico (legno o composito di corno e tendine) potevano essere
facilmente allentati. Avevano infatti alle estremità delle nocche
doppie che sono riscontrabili sugli esemplari sopravvissuti oggi nei
musei. Il paio di nocche più esterne serviva per una corda più lunga
di quella da tiro, detta corda maestra o magistra, che faceva parte
dell’equipaggiamento del singolo balestriere e funzionava in modo
analogo al carichino utilizzato oggi talvolta da alcuni arcieri. In
questo modo si poteva sostituire una corda usurata in meno di 30
secondi senza problemi e sappiamo dai documenti del tempo che i
balestrieri erano tenuti a portare con sé almeno una corda da tiro
di ricambio. Da varie raffigurazioni siamo inoltre venuti a
conoscenza del fatto che lo stesso arcone della balestra aveva una
sua custodia di tela o di pelle impermeabilizzata con cera e grassi.
La corda in sé era comunque di canapa e non soffriva gran che se
bagnata. Quando furono introdotti gli arconi di acciaio nel XV
secolo, questi non furono dotati delle nocche doppie perché un
arcone di questo tipo non era sensibile al clima e poteva essere
lasciato incordato in maniera permanente.
Alessio Cenni
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