Arco n.5
2004
 


Arco n.1 
Nicola Bucci: Il libro del cacciatore con l’arco
Arco n.1 
Franco Carminati: La storia e i regolamenti dei Cavalieri dell’arco
Arco n.1 
Alessio Cenni: Il ricurvo tra tecnica e storia
Arco n.1 
Franca Botta: Sulle orme di Jean-Marie Coche

Arco n.2 
Stefano Benini: Gli archi d’oro di Tutankhamen
Arco n.2 
Silvano Borrelli: Come si costruisce l’arco del Faraone
Arco n.2 
Jill Victoria Brazier: La romanizzazione del Galles
Arco n.2 
Alessio Cenni: Antiche punte da freccia

Arco n.3 
Jill Victoria Brazier: Quella tomba è del Re di Stonehenge?
Arco n.3 
Alessio Cenni: L’arco inglese del Medioevo
Arco n.3 
Rolando de Pascale: L’occhio dell’arciere


Arco n.4 
Stefano Benini: Archi e stili a confronto

Arco n.5 
Alessio Cenni: Un insolito arco primitivo

 

 

Un insolito arco primitivo
DI ALESSIO CENNI
 

Un arco dei nativi americani dalle inusuali caratteristiche ci dimostra quante differenti e originali soluzioni costruttive furono adottate un tempo dalle culture tradizionali.

 

Quindici anni fa ebbi le prime notizie riguardo all’esistenza di un curioso e insolito tipo di arco pellerossa costituito da un assemblaggio di due archi di legno congiunti tra loro da “cavi simili a quelli di un moderno compound”. All’inizio non capii bene di che cosa si parlasse, ma poi ebbi modo di vedere al cinema lo stesso arco usato dalle comparse del film Manto Nero del regista Bruce Beresford, una pellicola splendidamente realizzata, ambientata agli inizi del Seicento nella regione del San Lorenzo in Canada. Evidentemente l’addetto ai costumi si era documentato, tra le altre cose, al riguardo delle armi utilizzate originariamente dai nativi di quella regione e si era procurato delle repliche per girare alcune drammatiche scene della vicenda narrata. L’arco in questione sembra fosse tipico di una tribù della confederazione Abenaki che abitava la valle del fiume Penobscot del Maine, nell’estremo nord-est degli attuali Stati Uniti. Sono però venuto a sapere di un solo esemplare conservato attualmente a New York e non ho mai visto stampe, disegni o quadri d’epoca che ne raffigurino l’uso nelle mani degli indiani. Quindi non so dire con sicurezza assoluta quale fosse la diffusone effettiva di questo modello di arco, se fosse cioè occasionale o esclusiva presso particolari tribù. Tecnicamente l’oggetto in questione è un arco di legno lungo circa 167 centimetri con flettenti stretti a sezione ellittica a nocche per la corda intagliate a spalla.

 

Foto_1) Il tendine viene battuto su un ceppo per ricavarne le fibre.

 

Una stretta legatura costituisce  l’impugnatura

Fin qui sarebbe un design tipico delle regioni della costa atlantica del Nord America, simile a quello degli archi Cheroke, Creek e Algonchini, tribù che abitavano le foreste più a sud dove legni duri e flessibili abbondavano. Gli archi di questi popoli erano ricavati principalmente da noce hickory, ma a seconda delle disponibilità erano usati anche il frassino, la robinia, l’olmo e molti altri. La particolarità dell’arco degli Abenaki del Penobscot consiste nella presenza sul dorso di una ulteriore stecca diritta di legno, quasi un altro piccolo arco lungo circa 83 centimetri. L’arco e questa seconda stecca sono congiunti al centro tra loro da una stretta legatura che costituisce l’impugnatura dell’arco stesso mentre le rispettive nocche sono unite da cavetti di cordino messi in tensione. Il legno che fu utilizzato per fabbricare questo arco è un tipo di carpino americano (hornbeam) che sembra sia uno dei pochi legni utili disponibili in quell’area. Siamo infatti nella regione delle foreste boreali dove gli alberi abbondano ma sono limitati a poche specie resistenti al freddo. Abeti, betulle e qualche carpino. Con cosa facciamo l’arco? Io proverei col carpino! Ma c’è un altro problema da superare. Siamo in una regione fredda, con temperature sotto zero per buona parte dell’anno che irrigidiscono e infragiliscono un arco di legno.

 

Foto_2) I vari elementi dell’arco in fase di lavorazione. Un paio di grossi tendini serviranno per i cavetti di raccordo.

 

 

La soluzione giunse dal nord

Era quindi una buona opzione l’uso di un qualche tipo di rinforzo protettivo sul dorso dell’arco e gli Abenaki del Penobscot adottarono un accorgimento tipico degli Esquimesi (o Inuit) che abitavano le tundre artiche poco più a nord del loro territorio. Si trattò di mettere in tensione sul dorso dell’arco dei cavetti in cordino di tendine che si sobbarcano quasi tutto lo sforzo quando l’arco viene teso. Gli esquimesi dovevano usare per i loro archi il corno del caribù (la renna americana) o eventualmente il legno di deriva recuperato sulla costa da alberi abbattuti e trascinati dalle correnti ed è quasi miracoloso che abbiano trovato un modo tanto originale e ingegnoso per fabbricare archi efficaci da caccia grossa a fronte di tali difficoltà. Disponendo di legno utile i nativi del Penobscot ebbero l’idea di applicare una stecca flessibile al dorso dell’arco e limitare al minimo l’uso del cordino di tendine che invece in un arco di tipo esquimese è richiesto in quantità tra i dieci ed i venti metri. Per fabbricare l’arco che appare nelle fotografie è stata utilizzata una doga di carpino nero (Ostrya carpinifolia) facilmente reperibile nei boschi cedui dell’Appennino e delle Alpi dove viene tagliato come legna da ardere.

 

Foto_3) Preparazione del cordino di tendine. Le dita si muovono in modo simile alla torcitura di una corda “fiamminga”.

 

Le caratteristiche meccaniche sembra siano simili a quelle dei carpini americani: mediamente flessibile ed elastico, resistente in compressione, duro e compatto. Un paletto di sette-otto centimetri di diametro spaccato in due consente di ricavare quanto basta a fabbricare il nostro arco e per ridurre a qualche mese i tempi di stagionatura è conveniente sbozzare le doghe subito dopo il taglio, ingrassarle e legarle ad un supporto per evitare che si possano storcere con l’essiccazione. La prima fase, a materiali pronti, consiste nel rifinire e bilanciare l’arco vero e proprio e preparare a parte la stecca da applicare poi sul dorso con tanto di nocche alle estremità per annodarvi i cavetti. L’arco non deve avere l’impugnatura rigida e in pratica dovrà “lavorare” da una nocca all’altra come avveniva per l’arco inglese medioevale e come avviene tuttora per gli archi dell’Amazzonia.

 

Foto_4) Particolare del collegamento tra l’arco e la stecca di rinforzo. I cavetti devono essere già ben tesi ad arco scarico.

 

 

Il legno deve essere resistente

A questo punto arco e stecca di rinforzo vanno congiunte al centro con uno stretto avvolgimento di cordino. I cavetti sono stati realizzati con fibre di tendine ritorto con una tecnica di torcitura conosciuta da tutti gli arcieri che si sono fabbricati una corda “fiamminga”. Il principio di base è quello di due trefoli che subiscono entrambi una torsione in senso antiorario e sono contemporaneamente avvolti tra loro in senso orario. In questo modo la corda cresce millimetro per millimetro tenuta strettamente insieme dalle due forze contrapposte. Di volta in volta altre fibre di tendine vanno aggiunte inserendole nei due trefoli a destra ed a sinistra fino a raggiungere la lunghezza necessaria. Eventualmente, in una replica più libera, il tendine potrebbe essere sostituito da cordino ritorto moderno in fibra sintetica tipo nylon piuttosto che in canapa, lino o altre fibre vegetali che sono più rigide e inestensibili rispetto al tendine e a dispetto di essere fibre naturali potrebbero dare effetti non adeguati alla funzione richiesta. Ognuno dei due cavetti può essere fissato con un nodo scorsoio alla nocca della stecca di rinforzo e con un nodo fisso alla nocca dell’arco vero e proprio mettendolo bene in tensione tra le due ad arco scarico. Quando l’arco verrà incordato, la tensione aumenterà e si farà sentire progressivamente di più quando l’arco verrà aperto all’allungo dell’arciere. Uno degli effetti immediati è l’aumento del carico di trazione.

 

Foto_5) L’arco completo incordato. L’avvolgimento che unisce arco e stecca fa da impugnatura.

 

 

L’arco delle fotografie dava in se stesso 45 libbre a 28 pollici di trazione. Una volta collegato alla stecca di rinforzo con i cavetti, la forza era salita a oltre 50 libbre come se l’arco fosse aumentato di spessore. Ma il maggiore stress dovuto all’aumento del carico grava sull’arco vero e proprio solo sotto forma di compressione, mentre la tensione si fa sentire sul cordino di tendine e sulla stecca aggiunta che come si nota anche a piena trazione in realtà si flette pochissimo e viene più che altro “stirata” per il lungo. Lo sforzo di compressione non deve però essere sottovalutato. Ho notato che questo arco ha seguito la corda con l’uso in modo più accentuato di altri ed è quindi opportuno fabbricarlo con un legno resistente alla compressione come il carpino perché l’affaticamento indotto dalla tensione dei cavetti sul dorso non si traduca in una ragnatela di crepe trasversali sulla superficie ventrale dell’arco.

 

Foto_6) Nell’arco teso il rinforzo assorbe il grosso dello stress, ma la flessione della stecca esterna è minima.

 

 

Meditazioni di un arciere

Le prestazioni di tiro di questo arco sono state buone ma non esaltanti, cioè non superiori a quelle di un comune arco di legno di quella forza a disdetta della aspettative. In effetti ero partito con la sperimentazione immaginando che la forma inusuale di questo oggetto nascondesse una geniale soluzione per maggiorare la velocità di uscita della freccia o modificare favorevolmente l’accumulo di energia alla trazione. Ma come ho accennato non sono riuscito a ottenere prestazioni particolari e questo neanche con un successivo intervento di modifica attuato rendendo ricurve le estremità dell’arco. Ad esperienza fatta sembra che la genialità di questo arco stia nei termini di un valido adattamento alle condizioni e alle risorse imposte da un ecosistema ostile. L’abbaglio iniziale era dovuto ad un errore nel quale si può cadere abbastanza facilmente, quello di attribuire o trasferire obbiettivi e mentalità tipicamente moderni e attuali ad un individuo o ad una società del più remoto passato. Quale che sia la nostra professione o il nostro grado di istruzione noi oggi tendiamo a trovare spiegazioni “scientifiche” dei fenomeni naturali ed a formulare teorie per vincerli e superarli. In una antica società tradizionale la norma era adattarsi alla realtà più che tentare di stravolgerla e le innovazioni procedevano lentamente per prove ed errori in un processo discontinuo. Non per limiti di intelligenza dei nostri antenati ma per mentalità culturale che anteponeva il mantenimento dell’armonia e degli equilibri ambientali a qualsiasi effimero vantaggio immediato. Tornando al nostro arco sarebbe forse possibile sviluppare in funzione di una maggiore efficienza il sistema della stecca e dei cavetti. L’arco potrebbe essere molto più ricurvo e la stecca di rinforzo essere riflessa in avanti invece che diritta. Ma a questo punto l’arco e la stecca dovrebbero essere fabbricati con legni dalle massime prestazioni come la maclura (osage orange) per reggere al maggiore stress. I cavetti potrebbero essere collegati in punti diversi dalle nocche dell’arco per influire diversamente sul diagramma di trazione. Una impugnatura rigida e finestrata renderebbe più agevole selezionare frecce adatte al mostro arco e ottenere raggruppamenti più stretti sul bersaglio. Ma a questo punto ci saremmo talmente allontanati dall’esperienza effettivamente vissuta dall’antico arciere Abenaki che il nostro arco non sarebbe altro che un attrezzo di concezione moderna realizzato con materiali impropri.

 

Alessio Cenni

 

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