Un
insolito arco primitivo
DI ALESSIO CENNI
Un arco dei nativi americani dalle
inusuali caratteristiche ci dimostra quante differenti e originali
soluzioni costruttive furono adottate un tempo dalle culture
tradizionali.
Quindici anni fa ebbi le prime notizie
riguardo all’esistenza di un curioso e insolito tipo di arco
pellerossa costituito da un assemblaggio di due archi di legno
congiunti tra loro da “cavi simili a quelli di un moderno compound”.
All’inizio non capii bene di che cosa si parlasse, ma poi ebbi modo
di vedere al cinema lo stesso arco usato dalle comparse del film
Manto Nero del regista Bruce Beresford, una pellicola splendidamente
realizzata, ambientata agli inizi del Seicento nella regione del San
Lorenzo in Canada. Evidentemente l’addetto ai costumi si era
documentato, tra le altre cose, al riguardo delle armi utilizzate
originariamente dai nativi di quella regione e si era procurato
delle repliche per girare alcune drammatiche scene della vicenda
narrata. L’arco in questione sembra fosse tipico di una tribù della
confederazione Abenaki che abitava la valle del fiume Penobscot del
Maine, nell’estremo nord-est degli attuali Stati Uniti. Sono però
venuto a sapere di un solo esemplare conservato attualmente a New
York e non ho mai visto stampe, disegni o quadri d’epoca che ne
raffigurino l’uso nelle mani degli indiani. Quindi non so dire con
sicurezza assoluta quale fosse la diffusone effettiva di questo
modello di arco, se fosse cioè occasionale o esclusiva presso
particolari tribù. Tecnicamente l’oggetto in questione è un arco di
legno lungo circa 167 centimetri con flettenti stretti a sezione
ellittica a nocche per la corda intagliate a spalla.

Foto_1) Il tendine viene battuto su un
ceppo per ricavarne le fibre.
Una stretta legatura costituisce
l’impugnatura
Fin qui sarebbe un design tipico delle
regioni della costa atlantica del Nord America, simile a quello
degli archi Cheroke, Creek e Algonchini, tribù che abitavano le
foreste più a sud dove legni duri e flessibili abbondavano. Gli
archi di questi popoli erano ricavati principalmente da noce
hickory, ma a seconda delle disponibilità erano usati anche il
frassino, la robinia, l’olmo e molti altri. La particolarità
dell’arco degli Abenaki del Penobscot consiste nella presenza sul
dorso di una ulteriore stecca diritta di legno, quasi un altro
piccolo arco lungo circa 83 centimetri. L’arco e questa seconda
stecca sono congiunti al centro tra loro da una stretta legatura che
costituisce l’impugnatura dell’arco stesso mentre le rispettive
nocche sono unite da cavetti di cordino messi in tensione. Il legno
che fu utilizzato per fabbricare questo arco è un tipo di carpino
americano (hornbeam) che sembra sia uno dei pochi legni utili
disponibili in quell’area. Siamo infatti nella regione delle foreste
boreali dove gli alberi abbondano ma sono limitati a poche specie
resistenti al freddo. Abeti, betulle e qualche carpino. Con cosa
facciamo l’arco? Io proverei col carpino! Ma c’è un altro problema
da superare. Siamo in una regione fredda, con temperature sotto zero
per buona parte dell’anno che irrigidiscono e infragiliscono un arco
di legno.

Foto_2) I vari elementi dell’arco in
fase di lavorazione. Un paio di grossi tendini serviranno per i
cavetti di raccordo.
La soluzione giunse dal nord
Era quindi una buona opzione l’uso di
un qualche tipo di rinforzo protettivo sul dorso dell’arco e gli
Abenaki del Penobscot adottarono un accorgimento tipico degli
Esquimesi (o Inuit) che abitavano le tundre artiche poco più a nord
del loro territorio. Si trattò di mettere in tensione sul dorso
dell’arco dei cavetti in cordino di tendine che si sobbarcano quasi
tutto lo sforzo quando l’arco viene teso. Gli esquimesi dovevano
usare per i loro archi il corno del caribù (la renna americana) o
eventualmente il legno di deriva recuperato sulla costa da alberi
abbattuti e trascinati dalle correnti ed è quasi miracoloso che
abbiano trovato un modo tanto originale e ingegnoso per fabbricare
archi efficaci da caccia grossa a fronte di tali difficoltà.
Disponendo di legno utile i nativi del Penobscot ebbero l’idea di
applicare una stecca flessibile al dorso dell’arco e limitare al
minimo l’uso del cordino di tendine che invece in un arco di tipo
esquimese è richiesto in quantità tra i dieci ed i venti metri. Per
fabbricare l’arco che appare nelle fotografie è stata utilizzata una
doga di carpino nero (Ostrya carpinifolia) facilmente reperibile nei
boschi cedui dell’Appennino e delle Alpi dove viene tagliato come
legna da ardere.

Foto_3) Preparazione del cordino di
tendine. Le dita si muovono in modo simile alla torcitura di una
corda “fiamminga”.
Le caratteristiche meccaniche sembra
siano simili a quelle dei carpini americani: mediamente flessibile
ed elastico, resistente in compressione, duro e compatto. Un paletto
di sette-otto centimetri di diametro spaccato in due consente di
ricavare quanto basta a fabbricare il nostro arco e per ridurre a
qualche mese i tempi di stagionatura è conveniente sbozzare le doghe
subito dopo il taglio, ingrassarle e legarle ad un supporto per
evitare che si possano storcere con l’essiccazione. La prima fase, a
materiali pronti, consiste nel rifinire e bilanciare l’arco vero e
proprio e preparare a parte la stecca da applicare poi sul dorso con
tanto di nocche alle estremità per annodarvi i cavetti. L’arco non
deve avere l’impugnatura rigida e in pratica dovrà “lavorare” da una
nocca all’altra come avveniva per l’arco inglese medioevale e come
avviene tuttora per gli archi dell’Amazzonia.

Foto_4) Particolare del collegamento
tra l’arco e la stecca di rinforzo. I cavetti devono essere già ben
tesi ad arco scarico.
Il legno deve essere resistente
A questo punto arco e stecca di
rinforzo vanno congiunte al centro con uno stretto avvolgimento di
cordino. I cavetti sono stati realizzati con fibre di tendine
ritorto con una tecnica di torcitura conosciuta da tutti gli arcieri
che si sono fabbricati una corda “fiamminga”. Il principio di base è
quello di due trefoli che subiscono entrambi una torsione in senso
antiorario e sono contemporaneamente avvolti tra loro in senso
orario. In questo modo la corda cresce millimetro per millimetro
tenuta strettamente insieme dalle due forze contrapposte. Di volta
in volta altre fibre di tendine vanno aggiunte inserendole nei due
trefoli a destra ed a sinistra fino a raggiungere la lunghezza
necessaria. Eventualmente, in una replica più libera, il tendine
potrebbe essere sostituito da cordino ritorto moderno in fibra
sintetica tipo nylon piuttosto che in canapa, lino o altre fibre
vegetali che sono più rigide e inestensibili rispetto al tendine e a
dispetto di essere fibre naturali potrebbero dare effetti non
adeguati alla funzione richiesta. Ognuno dei due cavetti può essere
fissato con un nodo scorsoio alla nocca della stecca di rinforzo e
con un nodo fisso alla nocca dell’arco vero e proprio mettendolo
bene in tensione tra le due ad arco scarico. Quando l’arco verrà
incordato, la tensione aumenterà e si farà sentire progressivamente
di più quando l’arco verrà aperto all’allungo dell’arciere. Uno
degli effetti immediati è l’aumento del carico di trazione.

Foto_5) L’arco completo incordato.
L’avvolgimento che unisce arco e stecca fa da impugnatura.
L’arco delle fotografie dava in se
stesso 45 libbre a 28 pollici di trazione. Una volta collegato alla
stecca di rinforzo con i cavetti, la forza era salita a oltre 50
libbre come se l’arco fosse aumentato di spessore. Ma il maggiore
stress dovuto all’aumento del carico grava sull’arco vero e proprio
solo sotto forma di compressione, mentre la tensione si fa sentire
sul cordino di tendine e sulla stecca aggiunta che come si nota
anche a piena trazione in realtà si flette pochissimo e viene più
che altro “stirata” per il lungo. Lo sforzo di compressione non deve
però essere sottovalutato. Ho notato che questo arco ha seguito la
corda con l’uso in modo più accentuato di altri ed è quindi
opportuno fabbricarlo con un legno resistente alla compressione come
il carpino perché l’affaticamento indotto dalla tensione dei cavetti
sul dorso non si traduca in una ragnatela di crepe trasversali sulla
superficie ventrale dell’arco.

Foto_6) Nell’arco teso il rinforzo
assorbe il grosso dello stress, ma la flessione della stecca esterna
è minima.
Meditazioni di un arciere
Le prestazioni di tiro di questo arco
sono state buone ma non esaltanti, cioè non superiori a quelle di un
comune arco di legno di quella forza a disdetta della aspettative.
In effetti ero partito con la sperimentazione immaginando che la
forma inusuale di questo oggetto nascondesse una geniale soluzione
per maggiorare la velocità di uscita della freccia o modificare
favorevolmente l’accumulo di energia alla trazione. Ma come ho
accennato non sono riuscito a ottenere prestazioni particolari e
questo neanche con un successivo intervento di modifica attuato
rendendo ricurve le estremità dell’arco. Ad esperienza fatta sembra
che la genialità di questo arco stia nei termini di un valido
adattamento alle condizioni e alle risorse imposte da un ecosistema
ostile. L’abbaglio iniziale era dovuto ad un errore nel quale si può
cadere abbastanza facilmente, quello di attribuire o trasferire
obbiettivi e mentalità tipicamente moderni e attuali ad un individuo
o ad una società del più remoto passato. Quale che sia la nostra
professione o il nostro grado di istruzione noi oggi tendiamo a
trovare spiegazioni “scientifiche” dei fenomeni naturali ed a
formulare teorie per vincerli e superarli. In una antica società
tradizionale la norma era adattarsi alla realtà più che tentare di
stravolgerla e le innovazioni procedevano lentamente per prove ed
errori in un processo discontinuo. Non per limiti di intelligenza
dei nostri antenati ma per mentalità culturale che anteponeva il
mantenimento dell’armonia e degli equilibri ambientali a qualsiasi
effimero vantaggio immediato. Tornando al nostro arco sarebbe forse
possibile sviluppare in funzione di una maggiore efficienza il
sistema della stecca e dei cavetti. L’arco potrebbe essere molto più
ricurvo e la stecca di rinforzo essere riflessa in avanti invece che
diritta. Ma a questo punto l’arco e la stecca dovrebbero essere
fabbricati con legni dalle massime prestazioni come la maclura (osage
orange) per reggere al maggiore stress. I cavetti potrebbero essere
collegati in punti diversi dalle nocche dell’arco per influire
diversamente sul diagramma di trazione. Una impugnatura rigida e
finestrata renderebbe più agevole selezionare frecce adatte al
mostro arco e ottenere raggruppamenti più stretti sul bersaglio. Ma
a questo punto ci saremmo talmente allontanati dall’esperienza
effettivamente vissuta dall’antico arciere Abenaki che il nostro
arco non sarebbe altro che un attrezzo di concezione moderna
realizzato con materiali impropri.
Alessio Cenni
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