Arco n.4
2004
 


Arco n.1 
Nicola Bucci: Il libro del cacciatore con l’arco
Arco n.1 
Franco Carminati: La storia e i regolamenti dei Cavalieri dell’arco
Arco n.1 
Alessio Cenni: Il ricurvo tra tecnica e storia
Arco n.1 
Franca Botta: Sulle orme di Jean-Marie Coche

Arco n.2 
Stefano Benini: Gli archi d’oro di Tutankhamen
Arco n.2 
Silvano Borrelli: Come si costruisce l’arco del Faraone
Arco n.2 
Jill Victoria Brazier: La romanizzazione del Galles
Arco n.2 
Alessio Cenni: Antiche punte da freccia

Arco n.3 
Jill Victoria Brazier: Quella tomba è del Re di Stonehenge?
Arco n.3 
Alessio Cenni: L’arco inglese del Medioevo
Arco n.3 
Rolando de Pascale: L’occhio dell’arciere


Arco n.4 
Stefano Benini: Archi e stili a confronto

Arco n.5 
Alessio Cenni: Un insolito arco primitivo

 

 

Archi e stili a confronto
DI STEFANO BENINI
 

È ancora valido l’assunto secondo il quale maggiore è lo sforzo per tendere l’arco, maggiore potenza si trasmette alla freccia? Sembra proprio di no! I recenti studi fanno pensare che…

 

Riprendendo un tema a me caro, dal punto di vista tecnico, e purtroppo anche assai difficile e controverso, vorrei riconsiderare il problema della resa degli archi, ovvero l’efficienza, in rapporto all’effettiva energia immagazzinata, meglio nota come libraggio o carico di trazione. Mi rendo conto di toccare un tema delicato, caro soprattutto ai cacciatori che cercano la “potenza”, per ragioni pratiche, ma anche a tutti gli arcieri che praticano i percorsi di caccia simulata, dove la traiettoria tesa è importante ai fini di un diretto e sicuro allineamento occhio-mente-bersaglio.

 

Foto_1) Long bow inglese da 70 libbre a 28”. Freccia di 31 grammi.

 

Questo punto è stato addirittura oggetto delle attenzioni degli estensori ufficiali dei regolamenti della nascente Fiarc (ora Federazione arcieri tiro di campagna) che, almeno nelle prime versioni, sancirono per l’arco di ispirazione venatoria un carico di trazione di minimo 50 libbre, per gli arcieri maschi. Ricordo che in quegli anni mi trovai, pur amichevolmente, in netto disaccordo con la presidenza, per quello che francamente mi pareva un gratuito diktat. E questo per diversi motivi: il primo e più importante era che tale legislazione alimentava e sosteneva un assunto che trova largo seguito tra i cultori della forza fisica e del “machismo”, assunto secondo il quale un maggior carico di trazione sarebbe direttamente proporzionale all’efficienza del tiro, ovvero: “maggior sforzo io compio per tendere il mio arco, maggiore potenza io trasmetto alla mia freccia e al mio tiro”. Tale assioma, rivelatosi erroneo alla luce di più accurati studi sui rapporti tra energia immagazzinata, energia restituita e perdite per isteresi, è tuttavia ancora duro a morire. L’analisi ricostruttiva e funzionale degli archi preistorici italiani, che sto conducendo grazie alla Soprintendenza ai beni archeologici di Trento, mi ha permesso di approfondire alcuni esperimenti che già avevo condotto per determinare l’effettiva restituzione di energia accumulata da diverse tipologie storiche di archi, prendendo in esame tutti i fattori che ne determinano il risultato finale: tipo di arco, carico di trazione, allungo di trazione, peso della freccia e spine.

 

Foto_2) Risultato long bow: 151-160 Fps.

 

Sorprendentemente, ma non molto, i risultati di tali esperimenti, condotti tramite il tiro di diverse frecce con diversi tipi di archi attraverso il tanto amato-odiato cronografo, ha confermato un altro tipo di esperimento da me fatto alcuni anni orsono sul coefficiente di penetrazione delle stesse frecce tirate con un arco giapponese tradizionale di basso carico e poi con un arco compound di medio carico (esperimento pubblicato su Arco n. 6 del dicembre ’98, La dottrina del monaco, e su Arti D’Oriente n. 9 del novembre ’99, Oriente e occidente a confronto). Il fatto eclatante consisteva nel riscontrare che frecce tirate con un compound di 45 libbre al picco non passavano il pannello in ethafoam di 12 cm. da parte a parte, mentre le stesse frecce tirate con l’arco tradizionale giapponese in bambù di sole 31 libbre, passavano lo stesso pannello uscendo dal retro di circa 3,5 cm. Devo ammettere che i commenti ricevuti in seguito da parte sia di convinti compoundisti che di praticanti il Kyudo mi fecero passare la voglia di continuare a fare il guastafeste.

 

Foto_3) Arco piatto europeo da 35 libbre a 28”. Risultato: 133 Fps.

 

 

 

Giurai che avrei lasciato perdere e non avrei mai più osato mettere in discussione le certezze che tanto gelosamente ciascuno serbava in cuor suo. Tuttavia… un pannello in espanso sintetico non ha ideologie, convinzioni, partiti o filosofie, è assolutamente imparziale: lo buchi o non lo buchi. La stessa asettica caratteristica la si può attribuire al cronografo. Se la misura dell’efficienza è data dalla forza di impatto, la forza di impatto è data dalla semplice formula di massa per accelerazione: la massa del proiettile ci è nota (volume e peso della freccia), mentre per l’accelerazione ci dobbiamo affidare al cronografo e attualmente non abbiamo altri strumenti più affidabili. Generalmente si concorda su quel che abbiamo già esposto: un arco di maggior carico di trazione tirerà una freccia più velocemente (anche se non è il carico ma la velocità di ritorno-chiusura l’elemento determinante), ma una freccia più pesante volerà più lentamente. Hickman e Klopsteg negli anni ’40 scoprirono che una freccia leggera e di poca massa fa sì che lo stesso arco si esprima con meno efficienza. Un pesante tondino di ferro assorbe dall’arco molta più energia di quanta ne possa assorbire una leggerissima asta in carbonio. Inoltre, in ogni arco una certa quantità fissa della sua energia viene regolarmente dispersa in inutili vibrazioni. Questa parte di energia può essere considerata come una massa aggiuntiva che l’arco deve sobbarcarsi assieme alla massa della freccia.

 

 

Tuttavia, nell’effettuare i test al cronografo è necessaria una premessa: confrontare la velocità di uscita in due archi di differente carico di trazione con una freccia dello stesso peso non potrà fornirci un esatto indizio sul grado di buon utilizzo da parte dell’arco stesso di tutta la sua energia potenziale accumulata in trazione. Infatti, in questo caso, l’arco più forte tra i due risulterebbe perdere tale confronto come inferiore in termini di energia realmente trasferita alla freccia, anche nel caso di una riscontrata maggior velocità della stessa. Un simile confronto in realtà andrebbe fatto utilizzando una massa di freccia proporzionale al carico di trazione dell’arco, anche se personalmente trovo difficile calcolare questa proporzione (quanti grani aggiungere per ogni libbra? Quanti toglierne?). Di certo questo principio soggiace ad una formula matematica e fisica, ma qui devo fare appello ai matematici e ai fisici per un loro disinteressato parere. Un terzo fattore, troppo spesso superficialmente trascurato, è l’allungo di trazione, che nei test qui condotti è risultato essere assai più determinante e decisivo del solito millantato ed esibito forte libraggio. Infatti, un maggiore allungo di trazione, come quello che ci consente l’utilizzo di una freccia considerevolmente più lunga, farà si che la nostra freccia voli più veloce, a parità di carico finale effettivo o addirittura a fronte di carico superiore: un arco di 50 libbre a 30 pollici di trazione avrà un tiro più veloce di un altro arco che accusi le stesse 50 libbre, ma ad un allungo di 26 pollici. Un maggiore allungo di trazione consente, infatti, al nostro arco di immagazzinare maggiore energia durante la trazione stessa, anche se il carico finale riscontrato è il medesimo.

 

Foto_4) Yumi da 31 libbre a 35,4 (90 cm). Freccia da 31 grammi.

 

 

Come avviene questo? Quando un arco viene teso, il suo carico cresce gradualmente da zero, dove la corda si trova al brace, fino a 50 libbre a 30 o a 26 pollici. Se rappresentiamo questo in un grafico, come le ben note coordinate allungo-carico, noi otteniamo qualcosa come una linea diritta per ciascun arco teso (Figura 1). Ma l’energia accumulata è in questo caso rappresentata dall’area che si trova al disotto di questa linea obliqua, perciò dobbiamo qui confrontare le aree di due triangoli rettangoli. La base del triangolo è qui data dall’allungo di trazione, mentre l’altezza viene espressa dal carico di trazione di 50 libbre. All’allungo effettivo dobbiamo sottrarre la misura della distanza impugnatura-corda (brace). Supponendo un’ipotetica apertura di brace di 5 pollici, l’energia accumulata dall’arco aperto a 26 pollici sarà: 50 x (26-5) / 2 = 525. Per l’arco aperto a 30 pollici con stesso carico, l’energia immagazzinata sarà invece: 50 x (30-5) / 2 = 625, un bel salto per soli quattro pollici! Questa, io credo, sia una delle ragioni che consentono all’arco giapponese di ottenere velocità di freccia uguali o superiori a quelle degli archi occidentali, pur con carichi di trazione modesti. Viene il legittimo sospetto che questo principio fosse noto non solo ai giapponesi ma, forse, ancor prima agli assiri ed agli egizi, che tendevano l’arco fino alla spalla.

 

Foto_5) Risultato Yumi: 162-165 Fps. Si noti che anche lo Yumi in solo bambù ha registrato, a pari carico di 31 libbre, le stesse velocità.

 

Era noto sicuramente anche agli inglesi, che tendevano il long bow di tasso fino all’orecchio (vedi: La caccia con l’arco nel Medioevo, di Giovanni Amatuccio, Ed. Greentime, pag. 44-45). Infatti un arco con un minore allungo in trazione, o “potere di accompagnamento”, per dirlo con gli americani, possiede meno energia da trasferire alla freccia. Da qui il volo più lento anche se il carico di trazione è il medesimo. Tutti sappiamo anche che si possono ottenere ottimi risultati in termini di velocità della freccia (almeno negli archi moderni) riducendo la distanza arco-corda (brace). In tal modo, se potessimo ridurre il brace dell’arco teso a 26 pollici, da 5 pollici ad un solo pollice, mantenendone però invariato il carico, noi avremmo la stessa velocità ed efficacia ottenuta con l’altro arco teso a 30 pollici: la risultante sarebbe infatti la stessa “spinta di accompagnamento” della lunghezza-periodo pari a 25 pollici. In questa legge fisica noi troviamo anche la ragione per la quale le tanto temute balestre medievali, per avere una gittata e una velocità del dardo paragonabile a quella di un arco lungo, dovevano avere carichi di trazione misurabili nell’ordine dei quintali anziché in libbre, e tutto ciò a causa della brevissima corsa e quindi brevissima spinta impressa al dardo.

 

Foto_7_8) Figura 2. Le torsioni. Si consideri  lo schema come fosse sovrapposto all’immagine (Foto A) del maestro Inagaki. I indica l’asse dell’impugnatura, f indica l’asse della freccia lungo il quale agiscono la spinta della mano sinistra e la trazione della destra. I simboli 1, 2 e 3 indicano le torsioni esercitate dalla mano sinistra sull’impugnatura, 4 indica la controtensione esercitata dalla mano destra. Nel cerchio di dettaglio lo schema rappresenta una sezione nel piano perpendicolare alla freccia nella zona della cocca; FI ed FP sono la coppia di forze esercitate dalla radice del pollice e dell’indice della mano destra che generano la torsione 4.  C è la vista posteriore della cocca inserita sulla corda. Si noti come la corda venga deformata “a Zeta”.

 

Su questo stesso principio della maggior lunghezza della spinta di accompagnamento è andata sviluppandosi la tecnica dell’uso dell’arco giapponese in battaglia che, oltre a beneficiare già di suo di una vantaggiosissima proporzione tra energia accumulata e allungo effettuato, ha potuto arricchirsi delle geniali intuizioni avute da un soldato circa i principi che ne governano il maneggio, tenendo conto della tendenza che questo arco asimmetrico già aveva a ruotare vivacemente attorno al suo asse longitudinale. Non avremmo spazio sufficiente per spiegare nel dettaglio la tecnica che entra in gioco nell’uso dell’arco giapponese secondo la scuola di battaglia, tecnica sviluppatasi e perfezionatasi in secoli di esperienza.

Tuttavia diremo che essa prevede un utilizzo dinamico dell’arco che coinvolge il gioco di ben tre tipi di torsione che l’arciere deve imprimere in parte all’arco ed in parte alla corda. Il risultato di questa azione simultanea, che giunge al suo culmine nel momento del rilascio, è uno spostarsi di lato dell’arco stesso, che contemporaneamente compie un quarto di giro (o più) sul suo asse longitudinale e nel fare questo imprime una spinta aggiuntiva alla freccia in uscita, spinta che in questo caso è fornita non solo dal ritorno elastico dei flettenti, ma anche dal ritorno dei flettenti al loro stato inerte dopo essere stati fortemente deformati sul loro asse longitudinale dalla torsione impressa, ciò che li ha contemporaneamente trasformati anche in torcenti, oltre che flettenti.

 

foto A : il maestro Inagaki poco prima del rilascio della freccia.

 

A questa doppia spinta andrebbe sommata anche la forza prodotta dalle risorse psicofisiche dell’arciere stesso, infatti la quantità di torsione-lavoro impressa al sistema elastico è proporzionale all’abilità dell’uomo. Ovviamente apprendere e gestire al meglio tale difficile tecnica richiede anni di costante impegno e duro addestramento.

Per una miglior comprensione di questi principi, che sono patrimonio tecnico esclusivo della scuola Heki Ryu Insai Ha, si veda lo schema qui riportato (Figura 2 e Foto A). La sequenza di foto sul campo mostra alcuni momenti dell’esperimento di velocità impressa alla freccia con: - yumi giapponese, carico 31 libbre a 35, 4 pollici (90 cm.), peso freccia di 31 grammi; - arco piatto europeo, carico 35 libbre a 28 pollici (71 cm.), peso freccia di 31 grammi; - longbow inglese, carico 70 libbre a 28 pollici, peso freccia di 31 grammi.

Il dato più eclatante riguarda il potente long bow che, nonostante il forte carico, ha registrato una velocità dai 151 ai 160 Fps mentre il debole yumi ha “sparato” la stessa massa di freccia a velocità che variano dai 162 ai 165 Fps. L’arco piatto europeo, confermando Klopsteg e Hickman, si è rivelato in proporzione più efficiente del classico long bow con sezione a D, con 133 - 136 Fps.

Non vorrei essere frainteso, il dato non vuole conferire connotazioni trionfalistiche a un tipo di arco o di scuola a scapito di altre tipologie arcieristiche e altre tecniche (peraltro tutte da me praticate e sostenute), bensì sottolineare il diverso approccio orientale e occidentale per ottenere la stessa cosa. Un occidente muscolare e un oriente intellettuale? No, non la porrei in questi termini, se proprio di intelletto si vuol discutere sarebbe forse più corretto parlare di intuito e di diversa sensibilità. Certo chi da un po’ ha passato gli “anta” avrà meditato sul fatto incontrovertibile che, andando avanti, la forza muscolare ci assisterà sempre meno e che, per tale ragione, gli altri aspetti che qui si sono posti in evidenza meriterebbero una più seria considerazione da parte di tutti.

 

Stefano Benini

 

 

Sotto:

La Figura 2 e la Foto A del maestro Genshiro Inagaki sono tratti dall’articolo “Caratteristiche fondamentali dell’arco giapponese e delle tecniche del suo impiego”, di Vittorio Rosenberg Colorni, pubblicato su “Arti d’Oriente”, Luni Editrice, dicembre – gennaio 1999 per cortese concessione dell’autore.

 

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