L’arco inglese
del Medioevo
DI ALESSIO CENNI
Attraverso nuove scoperte
archeologiche e ulteriori confronti si delinea più chiaramente il
carattere di un arco che ha avuto un ruolo da protagonista nella
storia e nelle leggende.
Sull’arco inglese del Medioevo è stato
scritto molto, anzi moltissimo. È un dato di fatto che l’arcieria
moderna si è evoluta e sviluppata partendo dalla tradizione
britannica che, dopo l’abbandono dell’arco come arma, ne aveva
mantenuto l’uso come attrezzo sportivo o ricreativo sebbene gli
archi che vengono utilizzati oggi alle Olimpiadi siano tecnicamente
più vicini agli antichi archi compositi asiatici che ad un long bow
inglese. La netta prevalenza di letteratura anglosassone relativa al
tiro con l’arco ha portato ad una considerevole sovraesposizione del
long bow nel contesto dell’arcieria storica.

l’equipaggiamento dell’arciere
inglese. Arco in legno di tasso e frecce racchiuse nella tipica
custodia di tela usata al posto della più classica faretra. A
destra:
L’arco inglese fu certamente un’arma
efficace, ebbe un ruolo decisivo in alcune battaglie ed ha acquisito
un suo spazio nella memoria culturale e nella psicologia di quel
popolo. Ma alla luce di più ampie conoscenze e possibilità di
confronto di cui disponiamo oggi possiamo valutarlo in termini forse
più obbiettivi e storicamente più attendibili. Il cosiddetto arco
lungo era chiamato semplicemente arco in Inghilterra e arco inglese
dagli altri Paesi europei. Il termine long bow entrò in uso comune
in epoca successiva al Medioevo. Si è molto dibattuto riguardo
all’origine di questo tipo di arco, ma si deve tener presente che si
tratta di un oggetto di semplicità estrema. Parlare di una
invenzione da attribuire a questo o quel popolo è quasi paradossale
per un arco di legno diritto il cui design era noto ovunque da
migliaia di anni. Ad ogni modo si può rintracciare una tradizione
dell’uso in guerra di grandi archi di legno presso popolazioni
germaniche e scandinave dell’Alto Medioevo.
l’impugnatura dell’arco era
priva di rivestimenti;
un marchio inciso indicava il punto di passaggio delle frecce.
L’uso bellico stimolava ad aumentare
la forza degli archi e l’ampiezza dell’apertura. Di conseguenza si
tendeva a fabbricare archi più lunghi. È stato accertato che i
vichinghi norvegesi utilizzarono lunghi archi di tasso nelle loro
incursioni in Irlanda mille anni fa. Un arco di questo tipo fu
recuperato dagli archeologi in scavi a Ballinderry nell’Irlanda
settentrionale. Contingenti di mercenari vichinghi furono chiamati
in servizio dai capi gallesi e introdussero nel Galles l’uso
militare dell’arco. Quando i re normanni d’Inghilterra iniziarono la
conquista del Galles verificarono sul campo, a loro spese, la
particolare efficacia degli arcieri gallesi, equiparabile a quella
dei balestrieri, ma con il vantaggio della celerità di tiro e del
minore costo di produzione. Una volta adottato l’arco lungo divenne
un’arma tipica degli inglesi che lo utilizzarono sino alla fine del
secolo XVI.

l’intacco laterale della nocca di
corno lascia intravedere il legno sottostante. La punta forgiata con
due piccole barbe era tipica delle frecce da guerra inglesi.
I reperti archeologici
Sebbene vi sia stata una continuità
nella tradizione arcieristica inglese oggi sappiamo che gli archi di
legno usati dagli arcieri sportivi degli inizi del Novecento
differivano in molti particolari da quelli del Medioevo. Negli anni
1979-1982 furono recuperati 138 archi da guerra nel relitto della
Mary Rose, una nave affondata nel 1545 nel golfo del Solent sulla
costa meridionale inglese. Ricoperti da un fango privo di ossigeno
gli archi di legno si erano conservati intatti dando la possibilità
di verificare le caratteristiche tecniche su un vasto campione di
archi fabbricati in un medesimo periodo. Due di questi archi erano
già stati recuperati nel 1841 dai fratelli Deane (pionieri delle
immersioni sottomarine) e facevano parte da tempo della Royal
Armouries recentemente trasferita da Londra a Leeds. Quando gli
esperti inglesi iniziarono lo studio di questi reperti dovettero
ammettere che si trattava di attrezzi dall’apparenza molto più
rudimentale rispetto agli archi di legno sportivi di epoca
vittoriana. Diritti, intagliati da un’unica doga di legno di tasso
ricavata da uno spicchio di tronco. Le sezioni dei flettenti erano
variabili a seconda delle preferenze degli artigiani o delle
caratteristiche della doga. Pochi avevano la classica sezione a D
degli archi vittoriani. Più comuni erano le sezioni squadrate o
quelle subrotonde. Non erano rifiniti, l’artigiano ci lasciava
sopra, senza preoccuparsi dell’estetica, i segni dell’ultimo
strumento di lavoro. Privi di qual si voglia impugnatura, l’arciere
stringeva in mano il legno nudo né più né meno di come fanno oggi
gli indios dell’Amazzonia. Niente poggia-freccia, al suo posto su
molti degli archi vi erano strani segni incisi, probabilmente il
marchio degli artigiani. Oggi è accertato che gli archi della Mary
Rose erano dotati di nocche in corno, ma gli archeologi ne hanno
recuperata integra solo una perché il corno, al contrario del legno,
non ha resistito a 440 anni di immersione nell’acqua salata.

alla nocca inferiore la corda
era fermata con un tipico nodo scorsoio (riprodotto a fianco) con un
cavo più grosso.
Il carico di trazione
A fronte di questi aspetti primitivi
un aspetto notevole di questi archi era l’alto carico di trazione.
Riguardo a questo sono state fatte molte stime osservando gli
spessori degli archi ed esperimenti diretti fabbricando repliche
degli stessi. È stato ipotizzato che gli archi della Mary Rose
avessero carichi di trazione effettivi tra le 80 e le 120 libbre,
con molti archi attestati sulle 100 libbre. Sono state azzardate
anche ipotesi di 150-170 libbre per questi archi, ma a questo
riguardo si devono soppesare alcuni fattori di tipo psicologico.
Come si è detto gli archeologi hanno rilevato che l’arma storica
nazionale degli inglesi era un oggetto di progettazione molto
rudimentale. Se si considera poi che le doghe di tasso con cui
veniva fabbricato erano importate da Spagna, Italia e Germania,
territori dove cresceva il legno migliore, l’unico aspetto esaltante
rimasto è appunto il carico di trazione e di conseguenza la forza
fisica degli arcieri che lo sostenevano. Di qui una certa tendenza a
sovrastimarlo per quanto possibile.

come si posiziona la mano destra per
incordare l’arco
con il metodo usato dagli arcieri inglesi del Medioevo.
Stime e verifiche
Un caso tipico di tendenziale
sovrastima si è basato sulla lunghezza delle frecce recuperate
assieme agli archi sulla Mary Rose. Si trattava di frecce militari
che venivano prodotte in serie per conto dello Stato. Le aste erano
lunghe tra i 75 e gli 80 centimetri. In conseguenza il carico di
trazione degli archi è stato stimato su una ipotetica apertura di 30
pollici (oltre 76 centimetri). Ma il buon senso e l’esperienza ci
dicono che questo criterio non è attendibile. La misura massima
delle aste di freccia non ci dice “ tutti gli archi venivano tesi
così”! Al contrario ci dice soltanto che nessuno di quegli archi
doveva essere teso oltre quella misura. Sappiamo per esperienza
diretta, lo confermano anche le raffigurazioni d’epoca, che gli
arcieri con equipaggiamento tradizionale usano spesso frecce un po’
più lunghe della loro apertura effettiva. Questo fenomeno
risulterebbe tanto più accentuato nel caso in questione dove le
frecce erano prodotte in massa per essere usate da molti arcieri di
diversa statura e fattezze fisiche. La fabbricazione di repliche
degli archi della Mary Rose ha dato e continua a dare risultati
molto variabili a partire dal primo esperimento documentato eseguito
dall’arciere e ricercatore americano Saxton Pope nel 1920. Se in
generale è confermato, come avevamo accennato, che si trattava di
libbraggi alti gli sperimentatori si sono resi conto che le stime
fatte giudicando a vista questo tipo di archi sono molto aleatorie.
In primo luogo la rigidità del legno può essere sensibilmente
diversa tra una doga e un’altra. Va poi tenuto presente che questi
archi sono molto lunghi e non hanno una impugnatura rigida. L’arco
lavora su tutta la sua lunghezza come un unico grande flettente e di
conseguenza anche se gli spessori fanno una certa impressione la
loro resistenza alle braccia dell’arciere è minore di quanto appaia
a prima vista.

l’incordatura dell’arco. Un braccio
spinge in avanti
e l’altro flette all’indietro mentre
il pollice accomoda il cappio nella nocca laterale.
Un aspetto interessante
Un aspetto interessante di questi
archi riguarda le nocche e il relativo sistema di incordatura.
Quando furono recuperati gli archi fu notato che molti sulle
estremità coniche ormai prive delle nocche di corno avevano un
piccolo solco su un lato. Questo solchetto fu interpretato
inizialmente alla luce delle tecniche usate dagli arcai di epoca
vittoriana. Questi erano avvezzi a intagliare delle nocche
provvisorie negli archi di legno in fase di lavorazione. Solo dopo
averli bilanciati con cura e collaudati si azzardavano a munirli
delle graziose nocche di corno definitive. Si pensò quindi che i
solchetti sulle estremità fossero un residuo delle nocche
provvisorie. Ma la successiva scoperta di una nocca di corno
sopravvissuta e il confronto con alcuni vecchi archi fabbricati in
Scozia nel Settecento ha fatto capire che gli archi da guerra
inglesi avevano nocche con un solo intaglio laterale. La nocca
laterale è stata riscontrata su archi dell’Alto Medioevo recuperati
in scavi archeologici in Germania (Oberflacht e Schleswig), in
Olanda (Wassenaar) e nel già menzionato arco vichingo in Irlanda.
Nel caso degli archi inglesi della Mary Rose il solco laterale nella
nocca di corno è abbastanza profondo da intaccare il legno
sottostante ed ecco la spiegazione del solchetto. Questo tipo di
nocca era in relazione diretta con il metodo particolare di
incordatura mostrato nelle raffigurazioni del periodo. Esso
consisteva nel puntare l’estremità bassa dell’arco contro il lato
interno del piede sinistro mentre con l’indice e il medio della mano
destra (quelle stesse dita che tenderanno poi la corda nel tiro) si
afferrava saldamente l’estremità della nocca superiore. A questo
punto si fletteva l’arco tirando verso di sé con la forza del
braccio destro e spingendo in fuori l’impugnatura con il sinistro.
Contemporaneamente il pollice della mano destra farà scorrere
delicatamente il cappio della corda verso l’alto sino a ingaggiarlo
nella nocca. Era un metodo adatto per incordare archi molto lunghi e
molto forti. Quello utilizzato prevalentemente oggi con l’ausilio
delle gambe che fanno da supporto è di derivazione orientale e
particolarmente utile per incordare archi più corti e ricurvi.
Alessio Cenni |