Antiche punte da
freccia
DI ALESSIO CENNI
Selce, ossidiana e bronzo venivano
usati per armare le frecce dei primi arcieri con cuspidi efficaci e
raffinate. I costumi di alcuni popoli si riflettono nei loro
manufatti.
La punta della freccia è il vertice di
un intero dispositivo costituito da molti elementi complessi su
ognuno dei quali potrebbero essere scritti volumi senza tema di
esaurire l’argomento. In effetti l’elasticità dell’arco, la
resistenza della corda, l’aerodinamicità dell’asta, sapientemente
impennata, sono tutte funzionali a dirigere quell’ultimo determinato
elemento, la punta o cuspide appunto, sull’agognato bersaglio. Il
fatto indubbio che ai nostri giorni la quasi totalità delle frecce
sia scoccata in contesti di tiro alla targa fa sì che la punta di
freccia a noi più congeniale sia una piccola ogiva progettata in
modo da fare meno danno possibile ai bersagli; siano essi visuali di
carta colorata o sagome a tre dimensioni. Quegli arcieri che hanno
scelto di provare esperienze di caccia si sono trovati invece a fare
riguardo alle loro frecce delle valutazioni del tutto diverse che li
avvicinano all’esperienza vissuta per migliaia di anni da tutti
coloro che hanno utilizzato archi e frecce come strumenti di
sopravvivenza.

frammenti di ossidiana e selce
con gli attrezzi primitivi per la scheggiatura di punte da freccia.
Tecniche del neolitico
In passato, prima dell’avvento delle
armi da fuoco, arco e frecce erano non solo fondamentali strumenti
venatori, ma anche armi strategiche nei conflitti. Le punte delle
frecce sono state oggetto di meticolose attività artigianali e hanno
avuto una loro evoluzione non solo per il rinnovamento dei materiali
nel corso dei secoli, ma anche per adattarsi a nuove situazioni in
particolare nell’ambito guerresco. Quando, circa diecimila anni fa,
si impose l’uso dell’arco i nostri antenati neolitici iniziarono a
realizzare splendide punte di freccia in selce o in ossidiana là
dove questo vetro vulcanico era reperibile. Queste punte erano
lavorate con scheggia da un blocco di selce con il colpo di un
martello di pietra o di corno di cervo. Tale colpo doveva essere
dato in una certa direzione su un margine del blocco di selce in
modo che da questo materiale omogeneo si staccasse un frammento di
forma prevedibile, allungato e del giusto spessore.

A sinistra: repliche di punte da
caccia in selce montate sull’asta in modo simile a quelle recuperate
nel 1991 accanto al corpo del famoso uomo neolitico sul ghiacciaio
del Similaun in Alto Adige.
A destra: repliche di frecce egizie con cuspide in selce a cesello.
La scheggiatura a pressione
Questo prelavorato veniva quindi
rifinito con la tecnica della pressione, usando cioè un punzone di
corno di cervo che veniva appoggiato sul margine della scheggia e
premuto poi con forza per far saltare via un minuscolo frammento nel
punto voluto e così via a proseguire. Chi acquista un po’ di
esperienza riesce a modellare una bella punta con questa tecnica in
15 o 20 minuti. I margini scheggiati della selce sono estremamente
taglienti e di ottima efficacia in una situazione di caccia grossa.
Ho recentemente avuto modo di esaminare un notevole quantitativo di
punte da freccia in selce conservate attualmente presso l’Istituto
fiorentino di preistoria recuperate negli anni 1975 e 1976 in un
sepolcreto tardo neolitico della Toscana meridionale. Di peso
variabile, in genere tra i quattro ed i sei grammi, impressionano
per la fattura regolare e perfettamente simmetrica. La forma più
tipica è quella triangolare, talvolta munita di alette, con un
peduncolo alla base che permetteva di fissarle all’asta con resine e
legature. Questo tipo di punta rimase a lungo in uso. Per buona
parte dell’Età del bronzo molte frecce continuarono ad essere armate
con punte di selce scheggiata, efficacissime nella caccia e più
economiche del prezioso metallo.

punta in bronzo di tipo scita del VI
secolo a.C. proveniente dal Kurdistan.
L’uncino aveva il macabro scopo di renderne difficile l’estrazione.
Frecce composte per gli egizi
A questo proposito è interessante
notare la curiosa fattura delle frecce utilizzare nell’Egitto
faraonico che si inquadrano in questa logica tesa ad ottimizzare le
risorse. La sezione egizia del Museo archeologico nazionale di
Firenze possiede una piccola collezione di frecce risalenti
prevalentemente al periodo del Nuovo regno (1580, 1085 a.C.). Con
l’asta in canna palustre di tipo Phragmites. Munite di un
sottilissimo avancalamo in legno duro di acacia africana, materiali
reperibili lungo le sponde del fiume Nilo. In testa all’avancalamo è
fissato, con del mastice, un piccolo frammento di selce a forma di
cesello. Non una vera punta dunque? Niente affatto, abbiamo provato
repliche di queste frecce su materiali espansi tipo ethafoam e la
penetrazione è stata notevole, non inferiore a quella di una punta
dalla forma più usuale. Il piccolo cesello di selce è perfettamente
in grado di aprirsi la strada e gioca in suo favore l’estrema
sottigliezza del lungo avancalamo di legno che non produce il minimo
attrito sulla massa del bersaglio. Sorprende l’estrema leggerezza di
queste frecce, tra 12 e 14 grammi. Sembra che tutto il proiettile
sia stato progettato per avere il massimo della gittata e della
penetrazione anche se spinto da archi non particolarmente forti ed
efficienti. Due degli archi semplici in legno dello stesso museo,
che sono in relazione con questa tipologia di frecce, avevano
probabilmente una forza-peso di 45-50 libbre ad una trazione
ipotizzabile di 60 centimetri (circa 24 pollici). Dalle
raffigurazioni appare che questo tipo di frecce a cesello fosse
comunemente usato sia nella caccia grossa che in guerra e va
ricordato che i soldati egizi di quest’epoca combattevano
proteggendosi con uno scudo di pelle grezza o fibre intrecciate, ma
pressochè nudi e quindi molto vulnerabili ai proiettili.

altre cuspidi in bronzo di tipo greco
del V-IV secolo a.C.. Furono realizzate con la tecnica della fusione
a cera persa.
L’avvento del metallo
La storia delle punte di freccia
mostra altre apparenti contraddizioni che riacquistano una logica
giustificazione solo se vengono tenuti in conto tutti i fattori del
contesto storico e tecnologico che le ha prodotte. Abbiamo detto che
l’uso delle leghe di rame non comportò automaticamente l’abbandono
delle vecchie punte di selce. Solo quando il metallo fu estratto e
fuso in maggiori quantità fu sistematicamente usato per fabbricare
anche punte di freccia. Con la scoperta e la diffusione della
tecnologia del ferro ci si potrebbe aspettare che le punte da
freccia in ferro fossero rapidamente adottate e invece la gran parte
delle cuspidi usate dagli arcieri mediorientali e mediterranei
continuarono ad essere prodotte in bronzo. La spiegazione è un poco
complessa, ma consente di sfatare alcuni luoghi comuni piuttosto
ingombranti. Il bronzo è una lega di rame e stagno. Il fonditore
stabilisce la proporzione tra i due metalli nel crogiolo a seconda
del tipo di oggetto che vuole produrre. Il bronzo per armi ed
attrezzi conteneva in genere tra il cinque ed il dieci per cento di
stagno per risultare abbastanza duro e nello stesso tempo resistente
agli urti ed alle sollecitazioni. Per fare gli specchi si usavano
bronzi con molto più stagno (sino al trenta per cento) che
risultavano durissimi e levigabili, ma fragili. Potrà sembrare
strano, ma le qualità meccaniche dei bronzi erano mediamente
superiori a quelle del ferro. Dobbiamo tener presente, infatti, che
stiamo parlando di ferro puro e non di acciaio, che è a sua volta
una lega di ferro con un poco di carbonio e può essere indurito. Ma
la produzione di acciaio o almeno di ferro cementato fu discontinua
e localizzata prima del Medioevo.

ipotesi ricostruttive di antiche
frecce. La cuspide al centro è la replica di un reperto etrusco
rinvenuto a Poggio Civitate. Una impennatura (a sinistra)
raffigurata nei particolari
su una pittura tombale di Cerveteri
oggi al Museo del Louvre. Una tipica cuspide greca (a destra)
montata su un’asta composta in canna e legno.
Ferro, bronzo…e il minor costo
Quando il ferro iniziò a diffondersi,
circa tremila anni fa, ciò che lo rese conveniente non furono tanto
le sue prestazioni bensì il suo minore costo. Sulla superficie
terrestre, infatti, i minerali di ferro sono enormemente più comuni
di quelli di rame e per fare il bronzo poi ci voleva lo stagno che
era quasi assente nei territorio del Mediterraneo e doveva essere
importato da regioni allora inesplorate e selvagge dell’Europa
settentrionale. Il bronzo aveva però un altro grande vantaggio. Era
adattissimo al processo di fusione ed un abile fonditore, preparando
gli stampi, poteva produrre rapidamente e in serie oggetti di forma
anche molto complessa. Il ferro, invece, ha una temperatura di
fusione troppo alta e quindi anticamente poteva essere lavorato solo
per forgiatura, un procedimento che richiede molto più tempo di
lavoro.
La conseguenza di tutti questi fattori
fu che la sostituzione del bronzo con il ferro fu più lenta e
graduale di quanto sia stato talvolta affermato. Sciti, assiri,
persiani e greci utilizzarono delle piccole punte di freccia in
bronzo lunghe di solito tra i venti ed i trenta millimetri. Erodoto,
lo storico greco vissuto nel V secolo avanti Cristo, riporta una
leggenda (Libro IV cap. 81) secondo la quale il re degli sciti per
fare un censimento dei suoi guerrieri avrebbe imposto ad ognuno di
loro di portare una di queste punte di freccia in un luogo
convenuto.
Dopo essere state contate vennero fuse
per farne un enorme recipiente usato nei rituali religiosi di quel
popolo.
La forma più comune delle cuspidi
greche è una piccola piramide a sezione triangolare con i tre
spigoli affilati che terminano in piccoli barbigli per renderne
difficile l’estrazione.
Nelle sepolture di capi sciti scavate
dagli archeologi a Pazyryk, nella regione dell’Altai russo, sono
state rinvenute lunghe frecce con punte simili a queste, ma fatte di
osso.
Forse le tribù di quella regione
interna disponevano di poco metallo ed erano ricorse ad un materiale
alternativo più spendibile. L’asta della freccia si inseriva in una
minuscola cavità interna di solito del diametro di quattro
millimetri. Le aste erano rastremate o affusolate come quelle usate
dai turchi alcuni secoli fa, in alternativa potevano essere
utilizzate aste composte con uno stelo di canna e un avancalamo di
legno duro.
La fabbricazione di queste punte
avveniva per fusione con il metodo detto “a cera persa”. Modellini
in cera d’api collegati tra loro con rametti di cera erano racchiusi
nell’argilla e posti in un forno di cottura. La cera si scioglieva
creando stampi all’interno dell’argilla cotta con i relativi
canaletti per colare il metallo e per la fuoriuscita dell’aria. Il
bronzista aveva, tra i suoi attrezzi, dei particolari stampi di
metallo componibili per realizzare velocemente in serie i modellini
perfetti in cera che potevano essere utili una sola volta, ma che in
questo modo erano facilmente rimpiazzati.
Frecce di raffinata progettazione
Ne risultava una produzione
relativamente veloce di punte in metallo tutte uguali tra loro per
forma e peso, un requisito molto apprezzato anche oggi per il tiro
di precisione. Sappiamo dalle documentazioni scritte e
dall’iconografia che queste punte erano associate all’uso dell’arco
composito.
Possiamo immaginare perciò frecce
leggere e molto curate nella realizzazione, scoccate da archi
efficienti che garantivano velocità e lunga gittata in un periodo in
cui le armature protettive dei combattenti erano considerevolmente
più leggere e meno complete di quelle sviluppate in seguito nel
corso del Medioevo. C’è un’annotazione curiosa da fare sulle punte
da freccia usate dagli etruschi. In alcune località, come ad esempio
a Poggio Civitate presso Siena, sono state recuperate piccole punte
in bronzo munite di barbe che sembrano il corrispettivo di quelle
usate dai greci nello stesso periodo.
Ma sono realizzate con una tecnica
semplificata, ritagliando e martellando una lamiera di bronzo invece
che con una sofisticata fusione a “cera persa”.
Alessio Cenni
|