Arco n.2
2004
 


Arco n.1 
Nicola Bucci: Il libro del cacciatore con l’arco
Arco n.1 
Franco Carminati: La storia e i regolamenti dei Cavalieri dell’arco
Arco n.1 
Alessio Cenni: Il ricurvo tra tecnica e storia
Arco n.1 
Franca Botta: Sulle orme di Jean-Marie Coche

Arco n.2 
Stefano Benini: Gli archi d’oro di Tutankhamen
Arco n.2 
Silvano Borrelli: Come si costruisce l’arco del Faraone
Arco n.2 
Jill Victoria Brazier: La romanizzazione del Galles
Arco n.2 
Alessio Cenni: Antiche punte da freccia

Arco n.3 
Jill Victoria Brazier: Quella tomba è del Re di Stonehenge?
Arco n.3 
Alessio Cenni: L’arco inglese del Medioevo
Arco n.3 
Rolando de Pascale: L’occhio dell’arciere


Arco n.4 
Stefano Benini: Archi e stili a confronto

Arco n.5 
Alessio Cenni: Un insolito arco primitivo

 

 

Antiche punte da freccia
DI ALESSIO CENNI
 

Selce, ossidiana e bronzo venivano usati per armare le frecce dei primi arcieri con cuspidi efficaci e raffinate. I costumi di alcuni popoli si riflettono nei loro manufatti.

 

La punta della freccia è il vertice di un intero dispositivo costituito da molti elementi complessi su ognuno dei quali potrebbero essere scritti volumi senza tema di esaurire l’argomento. In effetti l’elasticità dell’arco, la resistenza della corda, l’aerodinamicità dell’asta, sapientemente impennata, sono tutte funzionali a dirigere quell’ultimo determinato elemento, la punta o cuspide appunto, sull’agognato bersaglio. Il fatto indubbio che ai nostri giorni la quasi totalità delle frecce sia scoccata in contesti di tiro alla targa fa sì che la punta di freccia a noi più congeniale sia una piccola ogiva progettata in modo da fare meno danno possibile ai bersagli; siano essi visuali di carta colorata o sagome a tre dimensioni. Quegli arcieri che hanno scelto di provare esperienze di caccia si sono trovati invece a fare riguardo alle loro frecce delle valutazioni del tutto diverse che li avvicinano all’esperienza vissuta per migliaia di anni da tutti coloro che hanno utilizzato archi e frecce come strumenti di sopravvivenza.

 

 frammenti di ossidiana e selce con gli attrezzi primitivi per la scheggiatura di punte da freccia.

 

Tecniche del neolitico

In passato, prima dell’avvento delle armi da fuoco, arco e frecce erano non solo fondamentali strumenti venatori, ma anche armi strategiche nei conflitti. Le punte delle frecce sono state oggetto di meticolose attività artigianali e hanno avuto una loro evoluzione non solo per il rinnovamento dei materiali nel corso dei secoli, ma anche per adattarsi a nuove situazioni in particolare nell’ambito guerresco. Quando, circa diecimila anni fa, si impose l’uso dell’arco i nostri antenati neolitici iniziarono a realizzare splendide punte di freccia in selce o in ossidiana là dove questo vetro vulcanico era reperibile. Queste punte erano lavorate con scheggia da un blocco di selce con il colpo di un martello di pietra o di corno di cervo. Tale colpo doveva essere dato in una certa direzione su un margine del blocco di selce in modo che da questo materiale omogeneo si staccasse un frammento di forma prevedibile, allungato e del giusto spessore.

 

 

A sinistra: repliche di punte da caccia in selce montate sull’asta in modo simile a quelle recuperate nel 1991 accanto al corpo del famoso uomo neolitico sul ghiacciaio del Similaun in Alto Adige.


A destra: repliche di frecce egizie con cuspide in selce a cesello.

 

La scheggiatura a pressione

Questo prelavorato veniva quindi rifinito con la tecnica della pressione, usando cioè un punzone di corno di cervo che veniva appoggiato sul margine della scheggia e premuto poi con forza per far saltare via un minuscolo frammento nel punto voluto e così via a proseguire. Chi acquista un po’ di esperienza riesce a modellare una bella punta con questa tecnica in 15 o 20 minuti. I margini scheggiati della selce sono estremamente taglienti e di ottima efficacia in una situazione di caccia grossa. Ho recentemente avuto modo di esaminare un notevole quantitativo di punte da freccia in selce conservate attualmente presso l’Istituto fiorentino di preistoria recuperate negli anni 1975 e 1976 in un sepolcreto tardo neolitico della Toscana meridionale. Di peso variabile, in genere tra i quattro ed i sei grammi, impressionano per la fattura regolare e perfettamente simmetrica. La forma più tipica è quella triangolare, talvolta munita di alette, con un peduncolo alla base che permetteva di fissarle all’asta con resine e legature. Questo tipo di punta rimase a lungo in uso. Per buona parte dell’Età del bronzo molte frecce continuarono ad essere armate con punte di selce scheggiata, efficacissime nella caccia e più economiche del prezioso metallo.

 

 

punta in bronzo di tipo scita del VI secolo a.C. proveniente dal Kurdistan.
L’uncino aveva il macabro scopo di renderne difficile l’estrazione.

 

 

Frecce composte per gli egizi

A questo proposito è interessante notare la curiosa fattura delle frecce utilizzare nell’Egitto faraonico che si inquadrano in questa logica tesa ad ottimizzare le risorse. La sezione egizia del Museo archeologico nazionale di Firenze possiede una piccola collezione di frecce risalenti prevalentemente al periodo del Nuovo regno (1580, 1085 a.C.). Con l’asta in canna palustre di tipo Phragmites. Munite di un sottilissimo avancalamo in legno duro di acacia africana, materiali reperibili lungo le sponde del fiume Nilo. In testa all’avancalamo è fissato, con del mastice, un piccolo frammento di selce a forma di cesello. Non una vera punta dunque? Niente affatto, abbiamo provato repliche di queste frecce su materiali espansi tipo ethafoam e la penetrazione è stata notevole, non inferiore a quella di una punta dalla forma più usuale. Il piccolo cesello di selce è perfettamente in grado di aprirsi la strada e gioca in suo favore l’estrema sottigliezza del lungo avancalamo di legno che non produce il minimo attrito sulla massa del bersaglio. Sorprende l’estrema leggerezza di queste frecce, tra 12 e 14 grammi. Sembra che tutto il proiettile sia stato progettato per avere il massimo della gittata e della penetrazione anche se spinto da archi non particolarmente forti ed efficienti. Due degli archi semplici in legno dello stesso museo, che sono in relazione con questa tipologia di frecce, avevano probabilmente una forza-peso di 45-50 libbre ad una trazione ipotizzabile di 60 centimetri (circa 24 pollici). Dalle raffigurazioni appare che questo tipo di frecce a cesello fosse comunemente usato sia nella caccia grossa che in guerra e va ricordato che i soldati egizi di quest’epoca combattevano proteggendosi con uno scudo di pelle grezza o fibre intrecciate, ma pressochè nudi e quindi molto vulnerabili ai proiettili.

 

altre cuspidi in bronzo di tipo greco del V-IV secolo a.C.. Furono realizzate con la tecnica della fusione a cera persa.

 

 

L’avvento del metallo

La storia delle punte di freccia mostra altre apparenti contraddizioni che riacquistano una logica giustificazione solo se vengono tenuti in conto tutti i fattori del contesto storico e tecnologico che le ha prodotte. Abbiamo detto che l’uso delle leghe di rame non comportò automaticamente l’abbandono delle vecchie punte di selce. Solo quando il metallo fu estratto e fuso in maggiori quantità fu sistematicamente usato per fabbricare anche punte di freccia. Con la scoperta e la diffusione della tecnologia del ferro ci si potrebbe aspettare che le punte da freccia in ferro fossero rapidamente adottate e invece la gran parte delle cuspidi usate dagli arcieri mediorientali e mediterranei continuarono ad essere prodotte in bronzo. La spiegazione è un poco complessa, ma consente di sfatare alcuni luoghi comuni piuttosto ingombranti. Il bronzo è una lega di rame e stagno. Il fonditore stabilisce la proporzione tra i due metalli nel crogiolo a seconda del tipo di oggetto che vuole produrre. Il bronzo per armi ed attrezzi conteneva in genere tra il cinque ed il dieci per cento di stagno per risultare abbastanza duro e nello stesso tempo resistente agli urti ed alle sollecitazioni. Per fare gli specchi si usavano bronzi con molto più stagno (sino al trenta per cento) che risultavano durissimi e levigabili, ma fragili. Potrà sembrare strano, ma le qualità meccaniche dei bronzi erano mediamente superiori a quelle del ferro. Dobbiamo tener presente, infatti, che stiamo parlando di ferro puro e non di acciaio, che è a sua volta una lega di ferro con un poco di carbonio e può essere indurito. Ma la produzione di acciaio o almeno di ferro cementato fu discontinua e localizzata prima del Medioevo.

 

ipotesi ricostruttive di antiche frecce. La cuspide al centro è la replica di un reperto etrusco rinvenuto a Poggio Civitate. Una impennatura (a sinistra) raffigurata nei particolari

su una pittura tombale di Cerveteri oggi al Museo del Louvre. Una tipica cuspide greca (a destra) montata su un’asta composta in canna e legno.

 

 

Ferro, bronzo…e il minor costo

Quando il ferro iniziò a diffondersi, circa tremila anni fa, ciò che lo rese conveniente non furono tanto le sue prestazioni bensì il suo minore costo. Sulla superficie terrestre, infatti, i minerali di ferro sono enormemente più comuni di quelli di rame e per fare il bronzo poi ci voleva lo stagno che era quasi assente nei territorio del Mediterraneo e doveva essere importato da regioni allora inesplorate e selvagge dell’Europa settentrionale. Il bronzo aveva però un altro grande vantaggio. Era adattissimo al processo di fusione ed un abile fonditore, preparando gli stampi, poteva produrre rapidamente e in serie oggetti di forma anche molto complessa. Il ferro, invece, ha una temperatura di fusione troppo alta e quindi anticamente poteva essere lavorato solo per forgiatura, un procedimento che richiede molto più tempo di lavoro.

La conseguenza di tutti questi fattori fu che la sostituzione del bronzo con il ferro fu più lenta e graduale di quanto sia stato talvolta affermato. Sciti, assiri, persiani e greci utilizzarono delle piccole punte di freccia in bronzo lunghe di solito tra i venti ed  i trenta millimetri. Erodoto, lo storico greco vissuto nel V secolo avanti Cristo, riporta una leggenda (Libro IV cap. 81) secondo la quale il re degli sciti per fare un censimento dei suoi guerrieri avrebbe imposto ad ognuno di loro di portare una di queste punte di freccia in un luogo convenuto.

Dopo essere state contate vennero fuse per farne un enorme recipiente usato nei rituali religiosi di quel popolo.

La forma più comune delle cuspidi greche è una piccola piramide a sezione triangolare con i tre spigoli affilati che terminano in piccoli barbigli per renderne difficile l’estrazione.

Nelle sepolture di capi sciti scavate dagli archeologi a Pazyryk, nella regione dell’Altai russo, sono state rinvenute lunghe frecce con punte simili a queste, ma fatte di osso.

Forse le tribù di quella regione interna disponevano di poco metallo ed erano ricorse ad un materiale alternativo più spendibile. L’asta della freccia si inseriva in una minuscola cavità interna di solito del diametro di quattro millimetri. Le aste erano rastremate o affusolate come quelle usate dai turchi alcuni secoli fa, in alternativa potevano essere utilizzate aste composte con uno stelo di canna e un avancalamo di legno duro.

La fabbricazione di queste punte avveniva per fusione con il metodo detto “a cera persa”. Modellini in cera d’api collegati tra loro con rametti di cera erano racchiusi nell’argilla e posti in un forno di cottura. La cera si scioglieva creando stampi all’interno dell’argilla cotta con i relativi canaletti per colare il metallo e per la fuoriuscita dell’aria. Il bronzista aveva, tra i suoi attrezzi, dei particolari stampi di metallo componibili per realizzare velocemente in serie i modellini perfetti in cera che potevano essere utili una sola volta, ma che in questo modo erano facilmente rimpiazzati.

 

Frecce di raffinata progettazione

Ne risultava una produzione relativamente veloce di punte in metallo tutte uguali tra loro per forma e peso, un requisito molto apprezzato anche oggi per il tiro di precisione. Sappiamo dalle documentazioni scritte e dall’iconografia che queste punte erano associate all’uso dell’arco composito.

Possiamo immaginare perciò frecce leggere e molto curate nella realizzazione, scoccate da archi efficienti che garantivano velocità e lunga gittata in un periodo in cui le armature protettive dei combattenti erano considerevolmente più leggere e meno complete di quelle sviluppate in seguito nel corso del Medioevo. C’è un’annotazione curiosa da fare sulle punte da freccia usate dagli etruschi. In alcune località, come ad esempio a Poggio Civitate presso Siena, sono state recuperate piccole punte in bronzo munite di barbe che sembrano il corrispettivo di quelle usate dai greci nello stesso periodo.

Ma sono realizzate con una tecnica semplificata, ritagliando e martellando una lamiera di bronzo invece che con una sofisticata fusione a “cera persa”.

 

Alessio Cenni

 

 

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