Arco n.2
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Come si costruisce l’arco del
Faraone Tra gli archi della tomba di Tutankhamun ve n’era uno straordinariamente moderno. Proviamo a costruirlo e a comprendere i tanti misteri di una struttura così delicata, ma nello stesso tempo che affascina e intriga da tempi remoti.
Riflettendo per un momento sulla XVIII dinastia e in particolare sul fatto che in quell’epoca l’arcieria egizia trovava spunto nella più sofisticata arcieria persiana o ittita, comunque caucasica, comprendiamo che forse è questo il motivo per cui nel gran numero di archi recuperati nella tomba del Faraone Tutankhamun, tra i molti con conformazione a delta, ve n’era uno in particolare oltremodo curioso: un arco a quattro flettenti. Nella nostra epoca abbiamo assistito alla costruzione e commercializzazione di archi, per così dire, del tipo compound con lo sdoppiamento dei flettenti, dunque trovare quasi la stessa cosa, anche un po’ più bella, costruita addirittura 1.400 anni prima di Cristo, quindi 3.400 da noi, è veramente un fatto estremamente interessante.
La conformazione di questo attrezzo è geometricamente simile all’ideologia dell’arco a delta, con la variante del doppio flettente. Quest’arco è costruito con la tecnica composita legno, corno, tendine, e presenta lo sviluppo dei quattro flettenti a partire dall’impugnatura. Non sono stati eseguiti accertamenti radiologici sulla parte impugnatura tali da far capire se i quattro flettenti siano dati da due archi fissati al centro oppure da una generatrice comune, come se fosse stato costruito un solo arco a delta e conseguentemente tagliato fino all’attacco centrale.
A quale uso era destinato? Altro problema, non da poco, è il perché sia stato realizzato un arco così conformato. La sua costruzione è estremamente delicata, per il motivo che, a prescindere dall’esecuzione composita, rimane la difficoltà oggettiva di progettare quattro flettenti di eguale flessione e resa; non è, infatti, pensabile che anche soltanto un flettente sia diverso dagli altri. Per poter funzionare questi devono essere perfettamente uguali! Un’ulteriore riflessione va dedicata alla corda: le estremità di tutti e quattro i flettenti hanno il bischero, quindi anche se fosse stata corda unica, questa si sarebbe dovuta sdoppiare in prossimità delle estremità dell’attrezzo. Questo piccolo problema si potrebbe risolvere solo in parte e senza possibilità di conferma co-struendo l’arco. Rimarrebbe inoltre da scoprire a quale uso questo arco era destinato: per lanciare frecce oppure pietre? Esistono archi quasi simili in altri musei, archi che hanno origine indiana o turca, ma in questi lo sdoppiamento dei flettenti è soltanto parziale, non certo a tutto flettente e alcuni di questi erano archi ballottai.
Proviamo a riprodurlo Per la costruzione osserviamo come al solito i disegni. I legni da usare possono essere frassino, orniello, sorbo domestico o giuggiolo. La grande difficoltà, rappresentata dal reperimento del corno, potrebbe essere superata dall’adozione di un legno durissimo a grana fine e con grande compattezza come il bosso, il melo o il pero. Comunque, in mancanza assoluta di corno, questo può essere sostituito all’80 per cento dalla celluloide che è l’unico materiale moderno capace di sostituirlo. Prima, però, di cimentarci in una costruzione così complicata cerchiamo di realizzare un arco in conformazione monossile, cioè di solo legno. Per questa esperienza consigliamo l’utilizzo del legno di olmo oppure di sorbo domestico; quindi le geometrie saranno le medesime del composito. Il grande vantaggio di questo legno è dato dal minimo impegno manuale e tecnico a cui saremo sottoposti. Comunque i risultati saranno stupefacenti; facciamo però attenzione all’equilibratura dei flettenti, alla costruzione delle corde e, come sempre, buon lavoro!
Nicola Silvano Borrelli
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