Arco n.2
2004
Arco n.1
Nicola Bucci:
Il
libro del cacciatore con l’arco
Arco n.1
Franco Carminati:
La storia e i
regolamenti dei Cavalieri dell’arco
Arco n.1
Alessio Cenni:
Il ricurvo tra
tecnica e storia
Arco n.1
Franca Botta:
Sulle orme di
Jean-Marie Coche
Arco n.2
Stefano Benini:
Gli archi d’oro di Tutankhamen
Arco n.2
Silvano Borrelli:
Come si costruisce l’arco del
Faraone
Arco n.2
Jill Victoria Brazier:
La romanizzazione del Galles
Arco n.2
Alessio Cenni:
Antiche punte da freccia
Arco n.3
Jill Victoria Brazier:
Quella tomba è del Re di Stonehenge?
Arco n.3
Alessio Cenni:
L’arco inglese del Medioevo
Arco n.3
Rolando de Pascale:
L’occhio dell’arciere
Arco n.4
Stefano
Benini:
Archi e stili a confronto
Arco n.5
Alessio Cenni:
Un insolito arco primitivo
|
Gli
archi d’oro di Tutankhamen
DI STEFANO BENINI
Quando è stata aperta la tomba del
faraone bambino è stata fatta una scoperta sorprendente. Nuova e
inaspettata la presenza di una raffinata cultura rivolta all’arco.

Foto_1) Dipinto che si trova sul
pannello di una cassa in legno rinvenuta nella tomba di Tutankhamen
raffigurante un carro da guerra con il faraone arciere che colpisce
i nemici asiatici.
Si noti l’apertura dell’arco fino alla
spalla.
I faraoni egizi del Nuovo Regno
(1550-1150 a.c. circa) erano notoriamente (per i loro contemporanei)
magnifici arcieri. Questo ci è noto grazie al fatto che loro stessi
si prendevano la briga di “pubblicizzare” e proclamare le loro
prodezze con l’arco. “Ciò di cui vi parlo è veramente un fatto mai
compiuto prima, né mai udito compiere da alcuno”, così vanta uno di
loro; “Tirai ad un bersaglio di rame e la freccia, trapassandolo
completamente, andò a cadere a terra dietro di esso” (James B.
Pritchard, Ancient near eastern text relating to the Old Testament,
Princeton, 1955, p. 224 ). Ripetutamente e in diverse fonti, sia
scritte che rappresentative, noi troviamo le testimonianze del
sovrano sul suo carro da guerra, arco teso, freccia pronta, che
percorre le sue terre (Yigael Yadin, The Art of Warfare in Biblical
Lands, in the light of archaeological study, New York, 1963). Dagli
studi effettuati pare che i faraoni maggiormente rappresentati come
arcieri fossero: Tutmose IV, Amenofis II, Tutankha-men, Ramesse II e
Ramesse III. In tali raffigurazioni il sovrano a volte appare come
cacciatore che trafigge fiere selvagge, altre volte appare come
guerriero che trafigge i suoi nemici, altre volte ancora è invece
uno sportivo che tira a bersagli di bronzo. Il più cospicuo
rinvenimento di vero materiale arceristico egizio proviene dalla
tomba del re bambino Tutankhamen, che regnò all’incirca dal 1361 al
1352. Nella sua tomba Howard Carter trovò circa 32 archi compositi,
14 archi semplici in legno, 430 frecce, due faretre, una piccola
custodia da arco squisitamente decorata, una grande cassa in legno
per contenere gli archi e due paia di bracciali. Sei di questi archi
vennero trovati nell’anticamera della tomba. Dieci erano nella
camera di sepoltura mentre cinque di essi vengono dalla camera
denominata “annessa” dagli scavatori. Nel 1970 W. McLeod pubblicò
per l’Università di Oxford il volume intitolato Composite Bows from
the Tomb of Tutankhamun, mentre nel 1981 egli si apprestava a
preparare una pubblicazione riguardante gli archi semplici in legno,
dalla stessa tomba reale. In quello stesso anno Mcleod pubblicò in
anteprima in un articolo per il Journal of The Society of
Archer-Antiquaries alcune osservazioni assai degne di nota su questi
archi. Gli appunti di Carter sui mastodontici lavori di scavo e sui
reperti sono conservati al Griffith Institute, Ashmolean Museum di
Oxford, mentre i reperti rinvenuti si trovano nel Museo Egizio del
Cairo (vedi la Figura 1). Tutti gli archi semplici in legno
rinvenuti presentano un profilo a doppia curvatura, che era la
foggia più ricorrente nell’Egitto dal periodo pre-dinastico in
avanti (Y. Yadin op. cit.). Sei di questi archi sono di semplice
legno non decorato mentre altri sei sono rivestiti al centro e alle
estremità: tre di essi con una sottile foglia d’oro, gli altri tre
con uno strato d’oro più spesso. Due di questi archi sono
completamente ricoperti da un sottile strato d’oro, mentre a quattro
di essi la foglia d’oro è stata applicata su di un fondo di gesso
che circonda il legno.

Foto_2) Serie di archi ricurvi in
legno rinvenuti nella tomba di Tutankhamen. Quelli chiari sono
ricoperti in foglia d’oro, quelli con impugnatura angolata sono
archi compositi (Museo egizio, Il Cairo).
Frecce che superavano gli 80
centimetri
La lunghezza maggiormente diffusa per
gli archi egizi semplici variava da 1,80 a 1,20 m. (H. Bonnet, Die
Waffen der Volker des alten Orients, Leipzig 1926). Possiamo notare
che dieci degli archi della tomba di Tutankhamen rientrano entro
questi limiti; l’arco molto piccolo che fa parte dei rinvenimenti
può essere considerato come un ricordo d’infanzia del re. I tre
archi più lunghi sono invece armi eccezionali sotto ogni aspetto e,
a parte le contro curve, ricordano molto l’arco da guerra inglese.
Due di questi archi hanno su di essi dei resti di corda in budello
che, durante i 3.000 anni trascorsi, si sono tramutati in una massa
viscosa. Un altro arco presentava tracce della sua corda originaria
al momento del rinvenimento, ma in seguito tali resti scomparvero.
La corda in lino di un altro esemplare, inventariato col numero 20,
è invece tuttora esistente e presenta ad una delle due estremità un
nodo simile al nodo parlato semplice usato in nautica (vedi la
Figura 2). Se tale nodo è completo esso risulta inaspettatamente
semplice; il metodo più usuale di unire la corda ai flettenti
consisteva infatti in una serie di mezzi nodi fatti sopra ad un nodo
parlato iniziale (Cfr. Engelbach, Introduction to Egyptian
Archaeology, Cairo 1946; J.D. Clark, Phillips and Staley, “Ancient
Egyptian Bows and Arrows and theyr relevance for African Prehistory,
Paleorient Vol. 2, 1974). La maggior parte delle frecce rinvenute
nella tomba hanno l’asta in canna con le parti anteriore e
posteriore in legno innestato; solo due fasci di frecce sono state
rinvenute assieme a tipi particolari di arco ed avevano una forma
atipica. Gli archi che in Figura 1 appaiono all’esterno della fila
erano accompagnati da dieci frecce ciascuno, con asta in un sol
pezzo di legno, lunghe 91 cm. e con punta affilata. Queste frecce
appaiono troppo lunghe per essere tese sull’arco fino alla punta,
almeno col metodo occidentale, la lunghezza media di una moderna
freccia sportiva è infatti di soli 71 cm. Tuttavia, dal materiale
rinvenuto pare che gli Egizi preferissero frecce più lunghe, che
normalmente superavano gli 80 cm. A tal riguardo è importante notare
che quasi tutte le rappresentazioni pittoriche egizie di arcieri su
carri da guerra mostrano un arciere che tende la corda ben oltre
l’orecchio, in una tecnica di tiro che ricorda molto quella dei
Giapponesi (Walther Wolf, Die Bewaffnung des altagyptishen Heeres,
Leipzig 1926). Gli archi in legno ricoperti con sottile foglia d’oro
non potevano certo essere armati o tesi senza screpolare il fondo di
gesso e lacerarne la ricopertura, si è pertanto portati a pensare
che questi archi siano stati fatti appositamente per uso cerimoniale
e funerario, non per essere realmente usati.

Foto_3: disegno schematizzato del nodo
della corda rinvenuta in origine che era unita
all’arco numero 20.
Un arco non è finito
Vi è tra gli altri un arco,
inventariato col numero 17, che è stato chiaramente posto nel
corredo funerario del re adolescente in uno stato non finito. Questo
manufatto è di notevole interesse in quanto ci svela alcuni dettagli
sulla tecnica di lavorazione del legno usata dagli Egizi e merita
pertanto una più accurata descrizione. Un flettente, che misura 76
cm. in lunghezza, è solamente sbozzato; la sua sezione è poligonale
e presenta le sfaccettature lasciate dall’ascia ben visibili; queste
sfaccettature hanno una larghezza massima di un centimetro e si
estendono sull’intera lunghezza del flettente fino al puntale.
L’impugnatura e l’altro flettente, lunghi complessivamente 102 cm.,
sono più rifiniti. Sono visibili i segni lasciati da una raspa, sia
paralleli all’arco che a spirale attorno ad esso, che tuttavia non
cancellano affatto gli spigoli lasciati dalla scure.
Questi segni di raspa non sono
profondi, ma le striature sono abbastanza distanti tra loro, circa
un millimetro. Nel flettente incompleto i dieci centimetri terminali
sono perfettamente diritti. Sul corpo principale dell’arco, appena
prima che inizi la curvatura, ad una distanza di circa 13 cm. dal
puntale, vi sono quattro scanalature parallele trasversali poco
profonde sulla faccia. Queste distano circa 3,5 mm. una dall’altra
ed hanno una lunghezza di circa un centimetro, le estremità sono
leggermente rastremate. Nella parte finale il flettente è quasi
rettangolare in sezione, con lo spessore superiore alla larghezza. A
circa un centimetro dalla punta si trova una tacca a V larga 1.5 mm.
e altrettanto profonda intagliata sul dorso del flettente.
Sul flettente finito di questo arco la
parte terminale diritta misura in lunghezza sette cm. e l’inizio
della contro curva si trova a 11 cm. dal puntale, la cui estremità è
rastremata e termina con una sezione ellittica. Vi si trova una
scanalatura sul dorso, sempre ad un centimetro dalla punta; questa è
larga quattro millimetri e profonda soltanto uno.

Stele funeraria di nobile tebano con
arco in legno e frecce in canna
risalente al XXI sec. a.C.
Il metodo di costruzione
È stato a volte asserito che le parti
in legno curve dei mobili e di altri oggetti egiziani fossero già
curve in natura, oppure che la pianta venisse fatta crescere
all’interno di alcune dime, ma questo arco sembra invece dimostrare
che la tecnica per piegare il legno fosse in realtà già nota agli
antichi Egizi. Questo ci consente di ricostruire le successive fasi
di lavorazione, cosa che non sarebbe risultata possibile se si fosse
trattato di un arco finito. Veniva tagliata alla giusta lunghezza
una stecca di legno. Questa veniva sommariamente sbozzata con
un’ascia che lasciava sulla stecca delle superfici spigolose (il
coltello a due manici e la pialla non erano ancora conosciuti). La
stecca, ancora sovra dimensionata, veniva intaccata con diverse
scanalature traverse su di una sola faccia in prossimità della parte
terminale del flettente che si intendeva contro curvare. Il tratto
terminale del flettente veniva piegato in corrispondenza delle
intaccature. In altre culture il modo per ottenere tale piegatura
era quello di saturare il legno con il vapore per renderlo soffice e
malleabile. Il flettente veniva presumibilmente fissato dentro ad
una forma, o legato tra due pioli e lasciato asciugare sotto
piegatura. A lavoro ultimato, dopo aver rimosso il legno in eccesso,
veniva praticata una tacca sul dorso del puntale per alloggiare la
corda. L’arco veniva sommariamente smerigliato con un rude attrezzo
abrasivo, probabilmente una raspa conica con manico in legno (la
lima piatta era ancora sconosciuta). Questo passaggio avrebbe
rimosso gli spigoli e le sfaccettature lasciate dall’ascia assieme
alle scanalature praticate sul dorso per facilitare il piegamento
del flettente. Infine, l’arco veniva rifinito e levigato con un
blocco di pietra abrasiva.

Foto_5) Quattro archi in legno di
acacia rinvenuti a Beni-hassan, Assiut e Tebe (2000 a.C). Si tratta
di archi di estrazione povera, probabilmente destinati alla truppa.
Né McLeod e nemmeno gli altri autori
consultati fanno menzione del tipo di essenza usata, questo fa
supporre che, al momento delle Pubblicazioni, questa non fosse stata
ancora identificata, tuttavia non sarebbe avventato pensare al legno
di acacia. A questo proposito ci vengono in aiuto altri quattro
archi dello stesso tipo rinvenuti a Beni-hassan, Assiut e Tebe: in
questi il legno è stato identificato come legno di acacia da Yigael
Yadin, dell’Università Ebraica di Gerusalemme (vedi la Figura 4).
Per ulteriori riferimenti possono essere
consultate le opere di Hollis S. Baker, Furniture in the ancient
world, Origins and Evolution 3100 - 475 B.C., London 1966 e di W.M.
Flinders, Tools and Weapons Illustrated by the Egyptian Collection,
British School of Archaeology in Egypt, n. 30, 1917. Per
quanto si riesce a giudicare dalle rappresentazioni, questo arco in
legno semplice a doppia curvatura manteneva la sua forma anche
quando veniva armato e teso.
Le attrezzature e i materiali dalla
tomba di Tutankhamen continuano a fornire nuove e inaspettate
evidenze su di ogni aspetto della vita degli antichi Egizi. Sebbene
non ci sia dato di sapere direttamente se l’occupante della tomba
fosse stato veramente in vita un appassionato arciere, il suo
equipaggiamento funerario conduce a sostenere fortemente questa
valutazione ed inoltre rende ancor più plausibile una delle frasi
che ricorrono più di frequente nei titoli onorifici attribuiti a
questo faraone adolescente: “La benigna divinità dal potente arco,
che possiede la forza e il vigore nel tenderlo”.
Stefano Benini
Bibliografia
The art of Warfare in Biblical Land,
Yigael Yadin, McGraw-Hill Book Company inc. 1963.
Tutankhamun’s Self Bows, by W. McLeod,
Journal of the Society of Archer-Antiquaries
Vol.24 , 1981.
Composite Bows from the Tomb of
Tutankhamun”, W.McLeod, - J.R. Harris Oxford 1970.
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