Arco n.1
2004
 


Arco n.1 
Nicola Bucci: Il libro del cacciatore con l’arco
Arco n.1 
Franco Carminati: La storia e i regolamenti dei Cavalieri dell’arco
Arco n.1 
Alessio Cenni: Il ricurvo tra tecnica e storia
Arco n.1 
Franca Botta: Sulle orme di Jean-Marie Coche

Arco n.2 
Stefano Benini: Gli archi d’oro di Tutankhamen
Arco n.2 
Silvano Borrelli: Come si costruisce l’arco del Faraone
Arco n.2 
Jill Victoria Brazier: La romanizzazione del Galles
Arco n.2 
Alessio Cenni: Antiche punte da freccia

Arco n.3 
Jill Victoria Brazier: Quella tomba è del Re di Stonehenge?
Arco n.3 
Alessio Cenni: L’arco inglese del Medioevo
Arco n.3 
Rolando de Pascale: L’occhio dell’arciere


Arco n.4 
Stefano Benini: Archi e stili a confronto

Arco n.5 
Alessio Cenni: Un insolito arco primitivo

 

 

Sulle orme di Jean-Marie Coche
DI FRANCA BOTTA
 

Ha studiato il modo di aprire l’arco degli indiani d’America e anche la respirazione diaframmatica creando un metodo di tiro unico nel mondo occidentale. È costruttore di archi, editorialista pungente e autore di bei libri. A tu per tu con il francese che ha fatto breccia nel cuore degli istintivi.

 

Siamo andati a salutare Jean-Marie Coche che abita nella regione della Drôme, alle pendici del parco naturale del Vercors, in Francia. Lo abbiamo sorpreso nel suo nuovo atelier di fabbricazione di archi mentre stava insegnando ad un allievo i segreti della costruzione di un longbow. Saremmo dovuti restare solo una mezz’ora, invece il tempo è volato, affascinati dal suo modo poetico e appassionato di raccontare. E così Jean-Marie ci ha rilasciato questa intervista che proponiamo agli arcieri italiani.

 

 

Nella tua vita l’arco è diventato il tuo lavoro, ma anche il tuo divertimento preferito. Come concili le relazioni umane e sociali con questa scelta?

“In effetti è dall’età di 21 anni che vivo della mia attività di professore di tiro con l’arco alla quale ho aggiunto la fabbricazione artigianale di archi tradizionali, oltre all’attività d’autore di opere educative. Oggi, a 56 anni, mi ricordo molto bene del periodo di apprendistato come costruttore d’archi in Usa, sotto l’autorità di John Schulz, un pioniere e allievo di Howard Hill. È stata per me una bella avventura umana. Al mio ritorno, a causa della burocrazia francese, è stato difficile inserire un nuovo mestiere nel mio Paese e ho dovuto faticare non poco prima di ottenere un riconoscimento ufficiale a tutti gli effetti, il quale come potrete immaginare ha occupato un grande periodo della mia vita. Ma gli sforzi sono spesso ricompensati ed è una grande fortuna aver potuto realizzare un sogno dell’infanzia”.

Ma adesso?

“Durante le turbolente vicissitudini della mia vita, ho potuto sviluppare delle belle relazioni umane in diversi ambiti sociali. In modo particolare con le persone disabili che mi hanno offerto la possibilità di comprendere meglio come l’uomo possieda delle immense risorse per sopravvivere e come l’amore e l’amicizia siano ugualmente indispensabili all’essere umano. Anche se la Scuola La Voie Médiane e il laboratorio mi impegnano molto, mi piace camminare risalendo lungo i torrenti per poterne apprezzare la poesia. La pittura cinese mi attrae e dopo uno studio approfondito della tecnica spero di potermi esprimere attraverso di essa”.

 

 

In tutti questi anni d’insegnamento e di fabbricazione di archi quali sono le cose che hai apprezzato di più?

“Ho imparato a conoscere meglio la natura umana e come sia necessario mettersi in discussione quando la situazione lo richiede. La pratica dell’arco mi ha fatto comprendere che l’umiltà fa crescere l’uomo, sia nelle relazioni con gli altri che nella sua spiritualità. La ricerca e lo studio dei legni preziosi mi hanno permesso di viaggiare e di incontrare dei nuovi allievi che sono diventati successivamente degli amici. Penso a Luciano e a Catia Padoan, a te e Giovenale, a Donato e Betty Milesi, ai loro bambini e familiari, senza dimenticare tutte le persone che vengono in Francia, il Clan ‘dj Bosch (anche noti come Les Gaulois) ed Enrico Fornara. Ma non posso citarli tutti perché l’elenco sarebbe troppo lungo. Li ringrazio infinitamente per l’aiuto, l’amabilità e la disponibilità dimostratami”.

Cosa consiglieresti ad un arciere con il problema del target-panic?

“Se questo problema colpisce un arciere esperto gli provoca una perdita di fiducia, ancora più grave se si tratta di un agonista. In questi ultimi anni mi sono occupato di questo problema perché numerosi arcieri sono stati colpiti da questa defaillance di tipo mentale, senza poterla superare completamente. Ho raccolto le mie ricerche in un libro intitolato: Guidare il proprio mentale. Ho affidato la sua pubblicazione ad un editore italiano, la Greentime, perché lo presenti attraverso la rivista Arco. L’opera permette di scoprire le cause principali responsabili di questo problema, guidando l’arciere attraverso un lavoro individuale, basato sulla capacità propria dell’individuo di obbedire ai propri ordini (esercizio del self-order)”.

Nel tuo libro hai scritto un intero capitolo sulle donne arciere. Perché?

“Già nella mia prima opera: La Discipline di tir instinctif souple, edita nel 1992, ho voluto citare le donne arciere. Come sai, nei corsi che organizzo da anni nella mia Scuola di tiro, le donne sono probabilmente le pioniere del tiro istintivo nella regione Rhône-Alpes (la regione dove risiedo). Di età compresa tra i 18 e gli 85 anni le arciere hanno dimostrato un’abilità esemplare nella capacità di apprendimento, facendo onore a questa attività”.

Hanno incontrato degli ostacoli?

“Sì, certamente! Pensa che prima del 1960 le donne erano raramente ammesse nelle Compagnie. All’epoca si supponeva che non avessero la forza fisica sufficiente per il tiro, oppure che non rientrassero in un modello fisico adatto a praticare il tiro con l’arco. Contrariamente agli uomini, le donne non sono influenzate dall’eredità guerriera o della caccia, se non in modo simbolico. L’unica eccezione è il Butan, dove la tradizione contempla entrambe. Ho potuto notare la loro forza mentale, la loro disponibilità e l’esempio che sanno offrire nelle Compagnie, manifestando una dote di equilibrio generalmente molto apprezzata. Alcune di loro hanno raggiunto i più alti riconoscimenti nazionali e internazionali. Molte sono diventate istruttrici o responsabili delle Associazioni”.

Ripeti spesso che si può tirare con l’arco fino a tarda età se si ha cura della propria persona. Come?

“Numerosi arcieri in tutto il mondo presentano dei problemi fisici: schiena, spalle, gomito o soffrono di tendiniti perché, anche se tirano bene, non prestano attenzione al modo in cui tirano. Si può praticare il tiro con l’arco senza incorrere in problemi fisici se si avrà cura di armonizzare il proprio modo di scoccare rispettando il proprio corpo. Occorre riflettere attentamente e mettersi in discussione permanentemente”.

 

Jean-Marie Coche nel suo laboratorio mentre insegna ad un allievo
la tecnica per costruire un long bow

 

Che cosa intendi per armonizzare?

“È semplice: bisogna verificare se la scelta del materiale è corretta. Per esempio, la potenza dell’arco deve adattarsi alla capacità fisica dell’individuo. Poi la tecnica: il tiro è fluido, simmetrico, ritmico, con una respirazione profonda. Il corpo deve essere in asse con il bersaglio e ben assestato nella postura. L’allenamento è regolare senza eccedere, con un riscaldamento specifico prima di ogni seduta. Allenarsi all’aperto in un ambiente naturale permette una migliore ossigenazione che in palestra. Esso stimola e mantiene una buona motivazione di gruppo. Il tiro in un ambiente naturale offre la possibilità di studiare lo spazio con uno sguardo al volo della propria freccia, che a volte supera i 100 metri. Gli arcieri si scambieranno tra loro le motivazioni della loro passione e gli anziani racconteranno i loro ricordi di gioventù creando un’esperienza conviviale”.

Tu hai sviluppato delle tecniche che aiutano gli arcieri ad affrontare le gare. Quali sono le principali?

“Non è esatto. Non ho sviluppato tecniche valide solo per i campioni e gli agonisti, perché possono aiutare chiunque a comprendere il tiro in tutti i suoi aspetti. Nel 1969 sono stato influenzato dal modo di aprire l’arco di Howard Hill (lo spingere e tirare) il quale l’aveva appreso da un indiano dell’America del Nord. Molto interessato da questo movimento (che era in antitesi ai gesti rigidi di quel periodo), l’ho studiato a fondo per poterlo insegnare. Lo insegno in un modo ancora più simmetrico, abbinato ad una nuova postura del bacino. Il busto è leggermente proteso in avanti con il piede leggermente aperto verso il bersaglio, il tutto per garantire un miglior equilibrio del corpo che resta perfettamente in asse. Qualche anno più tardi ho unito la respirazione diaframmatica a questa gestualità fluida, in modo da utilizzare correttamente le energie sollecitate dalla pratica del tiro. Questo metodo è unico nel mondo occidentale. L’ho chiamato: La disciplina del tiro istintivo fluido; Scuola La via Mediana. Disciplina completa che si adatta a tutti i tiri, sia fissi che mobili. La mira avviene attraverso la visione secondaria e i punti immaginari. La sua validità è riconosciuta da numerosi campioni e da altre Federazioni come quella delle Arti marziali”.

… e come si può imparare?

“Partecipando ai corsi che organizzo tutto l’anno, sia per arcieri esperti che per neofiti. Organizzo seminari e conferenze a tema. In occasione di importanti eventi agonistici, organizzo corsi specifici, anche individuali, di preparazione mentale. Il mio metodo permette di praticare la meditazione dopo qualche anno di pratica assidua”.

Quali sono i tuoi progetti? Scriverai ancora?

“Tenendo conto degli sviluppi della mia Scuola e delle attuali proposte fattemi dalla Federazione delle Arti marziali ho deciso di scrivere dei libri sul tiro istintivo e la sua filosofia dai valori universali. Spero di terminare il primo entro il 2004”.

Pensi di venire in Italia?

“Provo sempre un grande piacere a venire in Italia, anche se sono ormai 10 anni che vengo a trovare i miei allievi italiani. Questa primavera vorrei ritornarci, in vacanza e magari per organizzare dei corsi di tiro. Vedremo”.

 

Franca Botta

 

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