Sulle orme di
Jean-Marie Coche
DI FRANCA BOTTA
Ha studiato
il modo di aprire l’arco degli indiani d’America e anche la
respirazione diaframmatica creando un metodo di tiro unico nel mondo
occidentale. È costruttore di archi, editorialista pungente e autore
di bei libri. A tu per tu con il francese che ha fatto breccia nel
cuore degli istintivi.
Siamo andati a salutare Jean-Marie
Coche che abita nella regione della Drôme, alle pendici del parco
naturale del Vercors, in Francia. Lo abbiamo sorpreso nel suo nuovo
atelier di fabbricazione di archi mentre stava insegnando ad un
allievo i segreti della costruzione di un longbow. Saremmo dovuti
restare solo una mezz’ora, invece il tempo è volato, affascinati dal
suo modo poetico e appassionato di raccontare. E così Jean-Marie ci
ha rilasciato questa intervista che proponiamo agli arcieri
italiani.

Nella tua vita l’arco è diventato
il tuo lavoro, ma anche il tuo divertimento preferito. Come concili
le relazioni umane e sociali con questa scelta?
“In effetti è dall’età di 21 anni che
vivo della mia attività di professore di tiro con l’arco alla quale
ho aggiunto la fabbricazione artigianale di archi tradizionali,
oltre all’attività d’autore di opere educative. Oggi, a 56 anni, mi
ricordo molto bene del periodo di apprendistato come costruttore
d’archi in Usa, sotto l’autorità di John Schulz, un pioniere e
allievo di Howard Hill. È stata per me una bella avventura umana. Al
mio ritorno, a causa della burocrazia francese, è stato difficile
inserire un nuovo mestiere nel mio Paese e ho dovuto faticare non
poco prima di ottenere un riconoscimento ufficiale a tutti gli
effetti, il quale come potrete immaginare ha occupato un grande
periodo della mia vita. Ma gli sforzi sono spesso ricompensati ed è
una grande fortuna aver potuto realizzare un sogno dell’infanzia”.
Ma adesso?
“Durante le turbolente vicissitudini
della mia vita, ho potuto sviluppare delle belle relazioni umane in
diversi ambiti sociali. In modo particolare con le persone disabili
che mi hanno offerto la possibilità di comprendere meglio come
l’uomo possieda delle immense risorse per sopravvivere e come
l’amore e l’amicizia siano ugualmente indispensabili all’essere
umano. Anche se la Scuola La Voie Médiane e il laboratorio mi
impegnano molto, mi piace camminare risalendo lungo i torrenti per
poterne apprezzare la poesia. La pittura cinese mi attrae e dopo uno
studio approfondito della tecnica spero di potermi esprimere
attraverso di essa”.

In tutti questi anni d’insegnamento
e di fabbricazione di archi quali sono le cose che hai apprezzato di
più?
“Ho imparato a conoscere meglio la
natura umana e come sia necessario mettersi in discussione quando la
situazione lo richiede. La pratica dell’arco mi ha fatto comprendere
che l’umiltà fa crescere l’uomo, sia nelle relazioni con gli altri
che nella sua spiritualità. La ricerca e lo studio dei legni
preziosi mi hanno permesso di viaggiare e di incontrare dei nuovi
allievi che sono diventati successivamente degli amici. Penso a
Luciano e a Catia Padoan, a te e Giovenale, a Donato e Betty Milesi,
ai loro bambini e familiari, senza dimenticare tutte le persone che
vengono in Francia, il Clan ‘dj Bosch (anche noti come Les Gaulois)
ed Enrico Fornara. Ma non posso citarli tutti perché l’elenco
sarebbe troppo lungo. Li ringrazio infinitamente per l’aiuto,
l’amabilità e la disponibilità dimostratami”.
Cosa consiglieresti ad un arciere
con il problema del target-panic?
“Se questo problema colpisce un
arciere esperto gli provoca una perdita di fiducia, ancora più grave
se si tratta di un agonista. In questi ultimi anni mi sono occupato
di questo problema perché numerosi arcieri sono stati colpiti da
questa defaillance di tipo mentale, senza poterla superare
completamente. Ho raccolto le mie ricerche in un libro intitolato:
Guidare il proprio mentale. Ho affidato la sua pubblicazione ad un
editore italiano, la Greentime, perché lo presenti attraverso la
rivista Arco. L’opera permette di scoprire le cause principali
responsabili di questo problema, guidando l’arciere attraverso un
lavoro individuale, basato sulla capacità propria dell’individuo di
obbedire ai propri ordini (esercizio del self-order)”.
Nel tuo libro hai scritto un intero
capitolo sulle donne arciere. Perché?
“Già nella mia prima opera: La
Discipline di tir instinctif souple, edita nel 1992, ho voluto
citare le donne arciere. Come sai, nei corsi che organizzo da anni
nella mia Scuola di tiro, le donne sono probabilmente le pioniere
del tiro istintivo nella regione Rhône-Alpes (la regione dove
risiedo). Di età compresa tra i 18 e gli 85 anni le arciere hanno
dimostrato un’abilità esemplare nella capacità di apprendimento,
facendo onore a questa attività”.
Hanno incontrato degli ostacoli?
“Sì, certamente! Pensa che prima del
1960 le donne erano raramente ammesse nelle Compagnie. All’epoca si
supponeva che non avessero la forza fisica sufficiente per il tiro,
oppure che non rientrassero in un modello fisico adatto a praticare
il tiro con l’arco. Contrariamente agli uomini, le donne non sono
influenzate dall’eredità guerriera o della caccia, se non in modo
simbolico. L’unica eccezione è il Butan, dove la tradizione
contempla entrambe. Ho potuto notare la loro forza mentale, la loro
disponibilità e l’esempio che sanno offrire nelle Compagnie,
manifestando una dote di equilibrio generalmente molto apprezzata.
Alcune di loro hanno raggiunto i più alti riconoscimenti nazionali e
internazionali. Molte sono diventate istruttrici o responsabili
delle Associazioni”.
Ripeti spesso che si può tirare con
l’arco fino a tarda età se si ha cura della propria persona. Come?
“Numerosi arcieri in tutto il mondo
presentano dei problemi fisici: schiena, spalle, gomito o soffrono
di tendiniti perché, anche se tirano bene, non prestano attenzione
al modo in cui tirano. Si può praticare il tiro con l’arco senza
incorrere in problemi fisici se si avrà cura di armonizzare il
proprio modo di scoccare rispettando il proprio corpo. Occorre
riflettere attentamente e mettersi in discussione permanentemente”.

Jean-Marie Coche nel suo laboratorio mentre insegna
ad un allievo
la tecnica per costruire un long bow
Che cosa intendi per armonizzare?
“È semplice: bisogna verificare se la
scelta del materiale è corretta. Per esempio, la potenza dell’arco
deve adattarsi alla capacità fisica dell’individuo. Poi la tecnica:
il tiro è fluido, simmetrico, ritmico, con una respirazione
profonda. Il corpo deve essere in asse con il bersaglio e ben
assestato nella postura. L’allenamento è regolare senza eccedere,
con un riscaldamento specifico prima di ogni seduta. Allenarsi
all’aperto in un ambiente naturale permette una migliore
ossigenazione che in palestra. Esso stimola e mantiene una buona
motivazione di gruppo. Il tiro in un ambiente naturale offre la
possibilità di studiare lo spazio con uno sguardo al volo della
propria freccia, che a volte supera i 100 metri. Gli arcieri si
scambieranno tra loro le motivazioni della loro passione e gli
anziani racconteranno i loro ricordi di gioventù creando
un’esperienza conviviale”.
Tu hai sviluppato delle tecniche
che aiutano gli arcieri ad affrontare le gare. Quali sono le
principali?
“Non è esatto. Non ho sviluppato
tecniche valide solo per i campioni e gli agonisti, perché possono
aiutare chiunque a comprendere il tiro in tutti i suoi aspetti. Nel
1969 sono stato influenzato dal modo di aprire l’arco di Howard Hill
(lo spingere e tirare) il quale l’aveva appreso da un indiano
dell’America del Nord. Molto interessato da questo movimento (che
era in antitesi ai gesti rigidi di quel periodo), l’ho studiato a
fondo per poterlo insegnare. Lo insegno in un modo ancora più
simmetrico, abbinato ad una nuova postura del bacino. Il busto è
leggermente proteso in avanti con il piede leggermente aperto verso
il bersaglio, il tutto per garantire un miglior equilibrio del corpo
che resta perfettamente in asse. Qualche anno più tardi ho unito la
respirazione diaframmatica a questa gestualità fluida, in modo da
utilizzare correttamente le energie sollecitate dalla pratica del
tiro. Questo metodo è unico nel mondo occidentale. L’ho chiamato: La
disciplina del tiro istintivo fluido; Scuola La via Mediana.
Disciplina completa che si adatta a tutti i tiri, sia fissi che
mobili. La mira avviene attraverso la visione secondaria e i punti
immaginari. La sua validità è riconosciuta da numerosi campioni e da
altre Federazioni come quella delle Arti marziali”.
… e come si può imparare?
“Partecipando ai corsi che organizzo
tutto l’anno, sia per arcieri esperti che per neofiti. Organizzo
seminari e conferenze a tema. In occasione di importanti eventi
agonistici, organizzo corsi specifici, anche individuali, di
preparazione mentale. Il mio metodo permette di praticare la
meditazione dopo qualche anno di pratica assidua”.
Quali sono i tuoi progetti?
Scriverai ancora?
“Tenendo conto degli sviluppi della
mia Scuola e delle attuali proposte fattemi dalla Federazione delle
Arti marziali ho deciso di scrivere dei libri sul tiro istintivo e
la sua filosofia dai valori universali. Spero di terminare il primo
entro il 2004”.
Pensi di venire in Italia?
“Provo sempre un grande piacere a
venire in Italia, anche se sono ormai 10 anni che vengo a trovare i
miei allievi italiani. Questa primavera vorrei ritornarci, in
vacanza e magari per organizzare dei corsi di tiro. Vedremo”.
Franca Botta
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