Il ricurvo tra
tecnica e storia
DI ALESSIO CENNI
C’è molto da raccontare su questo tipo di arco che segna il
tentativo da parte dell’uomo di spingerne al massimo le prestazioni
tramite l’utilizzo di materiali forniti dalla natura. Vediamo come.
Per la maggior parte degli arcieri,
forse quasi per tutti, la prima esperienza e il primo incontro con
la nostra disciplina sono avvenuti tramite un arco dalle estremità
ricurve. Questo profilo è così caratteristico e riconoscibile che se
molti dovessero, a richiesta, disegnare un arco generico,
traccerebbero il profilo di un arco munito di ricurve. Eppure,
pensiamoci bene...
Quando vediamo filmati che ritraggono
popolazioni di varie parti del mondo che ancora oggi utilizzano
l’arco come strumento da caccia, quasi sempre si tratta di archi
diritti e di una semplicità essenziale. Allora il cultore di
arcieria storica si chiede quando sono comparsi gli archi ricurvi e
quale è stata la loro reale diffusione in passato.

Foto_1) Le ricurvature risultano tanto
più utili quanto più l’arco è corto.
Al tempo dei faraoni e dei re Assiri
Allo stato attuale, ad esempio,
sappiamo molto attraverso lo studio di reperti e raffigurazioni
sulla storia dell’arco e si può affermare che i ricurvi sono
comparsi solo in certe regioni e relativamente tardi, quando si era
già ben addentro alla storia scritta e documentata.
In termini storici le ricurve sono
quasi sempre associate ad archi compositi, costituiti cioè da
materiali diversi incollati, ma i modelli più antichi non erano
ricurvi.
I faraoni egiziani e i re assiri hanno
utilizzato magnifici archi riflessi che somigliavano parecchio, nel
profilo, agli attuali reflex/deflex.
Ma i primi archi con le estremità
ricurve furono portati dall’Asia centrale con le migrazioni degli
Sciti, cavalieri e pastori nomadi che trasmisero questa elegante ed
efficace innovazione ai popoli mediterranei. Una curiosità, a
riguardo: negli scavi delle palafitte del lago di Ledro furono
rinvenuti resti di archi in legno risalenti all’Età del bronzo.
Uno di questi, ritrovato solo per
metà, aveva il flettente ricurvo e talvolta è stato descritto come
il più antico caso del genere. In altre occasioni, invece, si è
detto (forse più saggiamente) che la forma inusuale di questo
frammento è dovuta alle condizioni di giacitura nel fango del lago.
In effetti vorremmo essere più romantici, ma per svariate
considerazioni è poco probabile la presenza intenzionale di un arco
ricurvo in un contesto europeo preistorico che ha restituito
essenzialmente manufatti in legno diritti e in un periodo in cui
nemmeno gli archi compositi delle più evolute civiltà avevano ancora
sviluppato quel tipo di soluzione. Ma cos’è una ricurva? Perché la
si fa e quali vantaggi porta?

Foto_2) Parti dell’anima in legno per
una replica di arco composito.
Sono di solito più progressivi
In pratica si tratta di modificare
l’estremità del flettente in modo che funzioni più efficacemente da
leva sulla parte vicina all’impugnatura, dove si accumula l’energia
trasmessa dai nostri muscoli nella molla-arco. Grazie alla ricurva
la corda dell’arco agisce con un angolo che si mantiene più acuto
rispetto a quello di un arco diritto anche nella parte finale della
trazione.
È per tale motivo che i ricurvi sono
di solito più progressivi, mentre quelli diritti diventano duri,
“fanno muro” o si “impiccano”.
Questa caratteristica rende la ricurva
una soluzione conveniente quando applicata su archi corti.
Anticamente però archi con i flettenti corti dovevano essere
realizzati con materiali ad alta resistenza, cioè con legni
particolarmente elastici ed indeformabili o, meglio ancora, con
corno e tendine incollati.
A questo punto il costruttore aveva
ottenuto un arco corto (quindi con poca massa inerte) molto elastico
grazie ai materiali altamente selezionati e agevole da tendere per
effetto della ricurva. Le ricurve degli archi storici erano di due
tipi: attive o statiche.
Le attive sono quelle comunemente
usate oggi sui moderni ricurvi in fibra di vetro.
Quando l’arco è in trazione tende a
raddrizzarsi e partecipa insieme al flettente all’accumulo di
energia.
Le statiche invece sono rigide, non
cambiano forma durante la trazione e sono nettamente distinte dal
flettente. Tipiche degli archi compositi persiani, turchi e tartari,
le ricurve statiche sottoponevano l’arco a una forte sollecitazione
che permetteva di sfruttare al massimo i corti flettenti di corno e
tendine.

Foto_3) Un ricurvo in legno di osage
pronto per essere incordato.
Due metodi per realizzare le ricurve
Gli archi moderni non adottano questo
tipo di ricurva perché la fibra sintetica può imprimere molta
velocità alla freccia anche con una sollecitazione minore. Per
realizzare delle ricurve su un arco formato da materiali storici i
metodi principali sono due: il primo consiste nel curvare con il
calore l’estremità dell’arco, mentre il secondo nel giuntare in cima
al flettente un pezzo prelavorato di forma appropriata. Se partiamo
da un ipotetico arco diritto di legno, si deve - come si è detto -
tener presente che la ricurva lo sottoporrà ad uno sforzo maggiore.
Tutto può funzionare con un po’ di fortuna, ma un buon ricurvo
richiede legni selezionati, molto elastici e resistenti allo stress
di compressione. I legni più adatti sono la maclura (osage orange),
il maggociondolo, il corniolo e il tasso. Sono al contrario poco
consigliabili legni che soffrono in compressione o si deformano
facilmente, come la robinia, il frassino, l’olmo o il nocciolo con i
quali è più opportuno fabbricare archi lunghi e diritti. Ad ogni
modo, se si vuole un ricurvo di dimensioni contenute, un rinforzo
esterno di pelle grezza, o ancora meglio, di tendine è la soluzione
più appropriata anche con i legni più adatti. Il legno può essere
portato ad alta temperatura per renderlo pieghevole in tre modi.
Quello più consono è l’esposizione prolungata al vapore, che non gli
procura eccessive alterazioni e nello stesso tempo consente di
fargli assumere curvature molto pronunciate. Una pentola riempita
d’acqua per circa metà va posta su un fuoco basso così che l’acqua
arrivi a bollire quel tanto che basta per produrre il vapore.

Foto_4) Il giunto a V con cui la
ricurva viene fissata al flettente.
Esposizione al vapore per la curvatura
Su di essa deve essere posto il
flettente da curvare, meglio se con sopra un’altra pentola
rovesciata o, più semplicemente, un foglio di alluminio da cucina
che lasci però un minimo di passaggio per la fuoriuscita del vapore.
Si tratta in pratica di costruire una sorta di sauna in miniatura.
Il tempo di esposizione al vapore dipende dallo spessore del pezzo
da curvare. Come massima di riferimento direi mezz’ora per ogni
centimetro di spessore... era approssimativamente questo il criterio
usato dai costruttori di calessi da corsa in legno.
Un altro metodo è rappresentato dalla
bollitura diretta del legno nell’acqua per un tempo più o meno
simile, ma in questo caso il materiale trattato un po’ brutalmente
soffre di più che con il vapore.
Infine si può ricorrere anche al
calore diretto di una fiamma o di un letto di braci, esponendo con
molta attenzione e pazienza il legno da curvare finché non raggiunge
una temperatura tale da non potersi toccare con le dita. Il rischio
però è quello di giungere a “tostare” il legno e quindi ad
indebolirlo, rendendolo più fragile.
Può essere di aiuto cospargere
preventivamente il legno con grasso animale, a patto di ripulirlo
accuratamente se l’arco dovesse ricevere incollaggi di materiale a
rinforzo come pelle o tendine, dato che colle e grassi notoriamente
non vanno d’accordo.

Foto_5) La ricurva statica di un arco
turco dalle
splendide finiture risalente a quattro secoli fa.
La giunzione di un pezzo separato
Il legno, dopo essere stato trattato
con il calore, va rapidamente forzato nella forma voluta, tenendo
presente che si raffredda in pochi secondi tendendo a tornare rigido
come prima. Per ottenere la curvatura si può semplicemente piegare e
mantenere in posizione per qualche minuto il flettente dell’arco
contro il ginocchio protetto da un panno o da cuoio ripiegati.
È un metodo che veniva usato da varie
etnie primitive. Più efficace e comodo è l’utilizzo di forme o dime
alle quali il pezzo da curvare possa essere assicurato per tempi più
lunghi, così da potersi stabilizzare definitivamente nel nuovo
profilo. Il metodo della giunzione di un pezzo separato era
comunemente usato per gli archi compositi a ricurve rigide.
Una ricurva viene sagomata da un pezzo
di legno scelto e privo di nodi, meglio se con gli anelli di
crescita paralleli al senso di trazione del futuro arco. L’unione
del flettente si ottiene con un giunto a V di lunghezza variabile
tra i 7 e i 10 centimetri.
Negli archi compositi questo giunto
spariva racchiuso sotto la lamina di corno e il rinforzo di tendine
del dorso, ma in alternativa può essere stretto da un avvolgimento
per renderlo più sicuro. In fase di preparazione può essere
opportuno procurarsi delle sagome di carta della ricurva da
intagliare nel legno, mentre un altro accorgimento utile è quello di
lasciare le ricurve più larghe del necessario per poter togliere in
seguito materiale dalla parte giusta, quando si dovrà verificare se
il nostro arco, ora ricurvo, si sia mantenuto perfettamente in asse.

Sin:Foto_6) Un semplice metodo
utilizzabile per trattare con il vapore un arco da curvare.
Dx:Foto_7) L’uso di una dima consente
di eseguire una ricurva con più controllo ed efficacia.
Alcuni artigiani americani...
Rimaste storicamente una
caratteristica tipica degli archi tradizionali asiatici, le ricurve
riapparvero nel contesto dell’arcieria occidentale nel corso degli
anni trenta del ‘900 in seguito all’applicazione pratica dei
risultati di indagini scientifiche sulla meccanica degli archi.
Alcuni artigiani americani come Robert
Martin, Roger Willcox, Nels Grumley e altri fabbricarono eccellenti
archi ricurvi utilizzando in particolare il legno di osage orange in
un estremo canto del cigno dell’arcieria antica prima che l’avvento
dei materiali sintetici la consegnasse alla storia.
Alessio Cenni
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