La storia e i
regolamenti dei Cavalieri dell’arco
DI FRANCO CARMINATI
L’antichissima istituzione ebbe sede tra Francia, Belgio, Olanda,
Svizzera e Alpi occidentali italiane. Vi potevano accedere anche i
ceti medio bassi, a patto che rispettassero i valori di solidarietà,
cortesia, onore e carità. E praticavano il tiro alla pertica e
quello beursault.
Quando si intraprende lo studio della
storia dell’arcieria è necessario dare a questa organicità e
suddividerla in periodi ben definiti, rapportandoli all’evoluzione
delle varie epoche, al fine di evitare confusioni e valutazioni
errate. Per far ciò possiamo allora sancire la seguente
suddivisione…
l
Periodi preistorico, protostorico e storico antico, che però non
presentano alcun interesse per lo sviluppo dell’argomento di seguito
trattato.
l
Periodo medievale, quello in cui l’arcieria fu universalmente
diffusa, ma dove l’importanza dell’arco e degli arcieri variò
enormemente tra le varie aree geografiche.
l
Dal XVI secolo ad ogg,i ossia dall’avvento delle armi da fuoco che
relegarono ad un ruolo assolutamente secondario l’arcieria,
confinandola ad attività ricreativa e in seguito puramente sportiva.

Salvato dall’oblio grazie
all’Inghilterra
Seguendo questa suddivisione, possiamo
renderci conto di come l’arco abbia avuto un utilizzo notevole nel
primo periodo, un impiego abbastanza rilevante nel secondo, per
essere poi quasi dimenticato nel terzo. Generalmente viene
riconosciuto all’Inghilterra il merito di aver salvato il tiro con
l’arco dall’oblio, in quanto la sua tradizione storica e sportiva lo
impose all’attenzione del mondo moderno. Se questa visione è
veritiera, non è altrettanto dimostrato che la tradizione
arcieristica debba tutta la sua riconoscenza solo all’arcieria
inglese. Infatti l’istituzione dei Cavalieri dell’arco in Francia
operò nella stessa direzione ed anzi la sua azione, iniziata con
largo anticipo rispetto all’uscita di scena dell’arco dall’armamento
militare, collaborò al mantenimento in vita della pratica del tiro
in modo determinante, seppure forse meno appariscente, poiché
circoscritto ad un’area geografica delimitata e ad un ristretto
numero di praticanti. Non resta quindi che presentare questa
istituzione - stiamo parlando dell’Ordine cavalleresco - attraverso
la sua storia, i suoi regolamenti e le sue singolari particolarità.
Le origini risalgono all’epoca
di Carlo il Calvo
L’Ordine cavalleresco dell’arco è
un’istituzione particolare e assolutamente unica che riunisce un
numero abbastanza grande di arcieri distribuiti su un’area
geografica compresa tra Francia, Belgio Olanda e Svizzera con alcune
presenze locali nella zona delle Alpi occidentali italiane, dove
l’influenza della cultura francese è risultata più forte nel corso
dei secoli. Dalle numerose interpretazioni nazionali dello spirito
informatore iniziale e dalla diversa organizzazione dei gruppi di
arcieri sono scaturite delle differenze assai importanti
nell’applicazione pratica delle regole e nella lettura delle
finalità. Per fornire una visione corretta dello spirito e della
vita dell’istituzione, riteniamo opportuno focalizzare l’attenzione
e l’analisi del fenomeno studiando la storia della cavalleria
dell’arco francese ancora oggi viva ed operante. L’origine dei
Cavalieri dell’arco risale all’epoca del regno di Carlo il Calvo
(tra l’840 e l’877 d.C.), quando il vescovo di Soissons fece il voto
di portare nella sua diocesi le reliquie di San Sebastiano. A questo
scopo il prelato armò successivamente i cavalieri di San Sebastiano,
che altro non erano che gli arcieri della compagnia della sua città,
incaricandoli della delicata missione.

La figura di San Sebastiano e la
compagnia di Soissons
E questi ardimentosi, rispettando la
consegna, riportarono le reliquie del santo alle abbazie di San
Medardo e di San Waast. Per questa ragione la figura di San
Sebastiano ritorna nelle più svariate rappresentazioni costantemente
affiancata alla presenza di compagnie di Cavalieri dell’arco.
Dai Cavalieri di San Sebastiano si
“generarono” in seguito i Cavalieri dell’arco che, pur non avendo la
stessa consegna, ne seguirono i princìpi informatori. In un’epoca in
cui lo stato di cavaliere era unicamente riconoscibile ai nobili,
l’estensione dello stesso stato agli arcieri consentì ai ceti medio
bassi di accedervi trasmettendo anche a loro i valori di onore,
solidarietà, cortesia e carità. In un lasso di tempo abbastanza
breve, alla compagnia di Soissons (a nord-est di Parigi) se ne
affiancarono molte altre sparse in varie zone di Francia, in
particolare nel nord del Paese, che rappresentarono lo strumento
principale della rivoluzione plebea contro la feudalità, essendo la
borghesia ed il popolo la base costitutiva delle compagnie di
arcieri. In seguito i regnanti, comprendendo i vantaggi che potevano
trarre da queste associazioni, riconobbero loro un certo numero di
privilegi a cui corrispose, da parte di queste ultime, una notevole
devozione alla corona e tutto ciò durò fino alla Rivoluzione
francese.
Con l’avvento delle armi da
fuoco
Alcuni secoli dopo la nascita delle
compagnie dei cavalieri, queste si affiancarono alle altre
associazioni di arcieri conosciute con varie denominazioni e
scaturite da diverse esigenze, che andavano dalle necessità
difensive delle comunità locali all’organizzazione dei reparti
militari da fornire ai feudatari in caso di guerra. Quando poi, con
l’avvento delle armi da fuoco, le compagnie di arcieri non furono
più utilizzate per scopi bellici, i loro effettivi si organizzarono
in compagnie con obiettivi diversi, tra cui anche quelli sportivi,
avvicinandosi così allo spirito dei cavalieri. Di conseguenza i
contatti si intensificarono tanto che in alcuni casi è difficile
riconoscerne a distanza di tempo le differenze. Nonostante le
vicissitudini che hanno attraversato il corso dei secoli abbiano
messo a dura prova la validità dello spirito e la sopravvivenza
stessa dell’istituzione, la bontà dei suoi intenti ha dato un aiuto
non trascurabile al mantenimento in vita della stessa che, ancora
oggi, conta un numero non indifferente di membri.
Senza entrare nel merito delle vicende
storiche che hanno caratterizzato la Francia, appare eclatante il
fatto che l’istituzione abbia superato indenne il ciclone della
Rivoluzione francese, riuscendo a reggersi saldamente in un’epoca
come la nostra in cui i valori simbolici ed idealistici vengono
giornalmente stravolti in nome della modernità e del guadagno, non
meno che dell’utile personale più esasperato.

La gerarchia dell’organizzazione
francese
Ai giorni nostri le compagnie di
Cavalieri dell’arco sono normalmente iscritte alla Federazione
sportiva di tiro con l’arco francese, anche se oltre al Fita
praticano un loro particolare tipo di competizione tradizionale con
bersagli specifici e su un campo caratteristico di cui in seguito
parleremo diffusamente. Pure l’organizzazione interna delle
compagnie differisce da quella delle semplici società sportive, in
quanto esiste una gerarchia interna alla compagnia del tutto
particolare. Vediamola nel dettaglio.
l
Il connestabile, inizialmente eletto dai membri della compagnia e
poi diventato titolo concesso a vita al più anziano dei dirigenti.
l
Il censore, incaricato di mantenere la disciplina e di vegliare
sulla sicurezza.
l
Il re, rappresentato dal vincitore della competizione (abat-oiseau)
che si teneva solitamente all’inizio di maggio.
l
L’imperatore, colui che aveva vinto la competizione per tre anni
consecutivi.
l
Il capitano, aggiunto in seguito con funzioni di dirigenza.
l
Il luogotenente, con funzioni di assistente al capitano.
l
Il porta bandiera, il cui nome ne definisce il compito.
E l’insieme di un gruppo di compagnie
appartenenti ad una stessa circoscrizione territoriale viene
denominato ronda.
Le caratteristiche distintive
La principale e distintiva
caratteristica dell’istituzione era rappresentata dal criterio di
scelta dei suoi membri. Diversamente infatti da tutte le altre
istituzioni medievali, non era la nobiltà di nascita a costituire il
requisito essenziale per l’appartenenza, bensì la nobiltà di operato
personale, la rettitudine e la moralità del candidato. Non poteva
essere richiesta né sollecitata l’ammissione e anche le procedure di
ingresso erano inconfondibili:
l
si accedeva all’Ordine solo su proposta di un membro effettivo e si
era accettati dallo stesso con votazione degli appartenenti alla
compagnia di futura appartenenza.
l
Veniva testata da alcuni membri la validità del candidato attraverso
specifiche prove.
l
Esisteva una precisa e particolare procedura di investitura che non
risulta nota in quanto i regolamenti delle compagnie riportavano un
articolo che recitava “Gli arcieri che avranno rivelato il segreto
del giuramento risulteranno colpevoli di spergiuro davanti a Dio e
gli uomini e come tali saranno espulsi dalla Compagnia ed i loro
discendenti saranno dichiarati indegni di portare l’arco”.
l
Era attentamente curata l’educazione dei membri in quanto era
espressamente aborrita e vietata la bestemmia, nominare il diavolo e
parlare sboccatamente delle donne ed in particolare delle mogli
altrui.
Gli scopi erano molteplici
E ancora… Un membro poteva essere
espulso per indegnità avendo disatteso agli scopi istituzionali o
alle regole di comportamento che risultavano piuttosto restrittive,
considerato che i regolamenti recitavano: “il cavaliere dal momento
in cui è elevato alla dignità dell’Ordine deve risultare esente da
tutti i vizi e difetti, riunire tutte le virtù e la perfezione (per
quanto possibile) e onorare tutte le donne”. Diversamente risultava
appartenente all’istituzione a vita. Era richiesto spirito di
servizio e reciproco aiuto verso gli altri membri della compagnia ed
in generale verso tutti gli arcieri essendo in primo luogo la
compagnia una confraternita (ossia un’associazione di fratellanza).
Gli scopi erano molteplici ma sicuramente i principali si possono
riassumere in:
l mantenimento della tradizione
arcieristica e studio della medesima.
l Insegnamento della disciplina e di
tutti gli accorgimenti ad essa connessi per puro spirito corporativo
e non di lucro.
l Aiuto e collaborazione tra i vari
membri dell’istituzione.
l Ricerca del miglior risultato sul
bersaglio, a riprova della corretta tecnica personale di
interpretazione del tiro escludendo ogni intento di superamento
agonistico degli altri tiratori che, in nessun caso, devono essere
identificati come avversari da battere.
L’attuale interpretazione delle
gare e le uniformi
Quest’ultimo capoverso mostra quale e
quanta distanza si sia venuta a concretizzare tra questo modo di
intendere il tiro con l’arco e la filosofia delle competizioni Fita
ad alto livello. L’attuale interpretazione delle gare può darsi che
determini una maggiore (ma in verità molto dubbia) spettacolarità,
certamente però a scapito del più puro spirito arcieristico
corrente, che ne esce decisamente sminuito senza evidenti vantaggi
reali. Da ultimo, ricordiamo che era usanza di alcune compagnie
gettare frecce spezzate nella tomba di un confratello defunto.
Passiamo ora invece a descrivere le uniformi… Per i Cavalieri
dell’arco l’abbigliamento si è andato modificando ripetutamente nel
corso dei secoli e, senza entrare troppo nel merito perché rischiamo
di annoiare, ci sembra utile menzionare soprattutto il fatto che le
diverse compagnie si differenziano quanto meno per il colore
distintivo del copricapo (generalmente un basco in quanto lo stesso
non risulta ingombrante durante il tiro), mentre nel tempo si sono
persi vari accessori ed orpelli della divisa tra cui una spada o
stocco e l’alabarda del censore. Carattere distintivo delle
compagnie, oltre alla divisa, era la bandiera o meglio lo stendardo,
generalmente di grandi dimensioni e che richiedeva particolari
accorgimenti per mantenerlo in equilibrio nelle sfilate. Su questo
apparivano ricamate le insegne del Paese di appartenenza, il nome
della compagnia, una raffigurazione di San Sebastiano e vari
attributi dell’arco.
Il campo di tiro e le due
specialità
Le compagnie venivano riconosciute
anche per il soprannome loro attribuito e derivante dalla loro
provenienza, da particolarità ambientali o da avvenimenti
riconducibili nel tempo ai suoi membri. Per oltre sei secoli il tiro
con l’arco tradizionale in Francia si è praticato sotto due forme
principali ossia: il tiro beursault e il tiro alla pertica. Il primo
(figura 1) si svolge su un campo chiamato jardin (giardino), con due
bersagli contrapposti distanti 28 tese (una tesa equivale a 1,95
metri) per complessivi 54,60 metri, con le piazzole poste davanti ai
bersagli per cui la reale distanza di tiro risulta di 50 metri. La
competizione si svolge con un solo tiratore in piazzola che scaglia
una sola freccia per tornata. L’ordine di tiro rispetta la gerarchia
degli appartenenti alla compagnia o alle diverse compagnie presenti
che si susseguono sulla linea di tiro. Il primo arciere di ogni
plotone che si presenta sulla linea di tiro saluta in segno di
rispetto per gli assistenti e per il bersaglio, che ricorda sempre
il martirio di San Sebastiano. Dopodiché dichiara di iniziare i
tiri, scagliando la sua freccia. Poi arretra, lasciando spazio al
successivo e si avvia verso il bersaglio per andare a raccogliere la
freccia scagliata e prepararsi al tiro di ritorno percorrendo il
viale dei cavalieri e così di seguito. Il viale del re viene
utilizzato solo nella giornata del tiro all’uccello (ossia quando al
centro del bersaglio viene posto il simulacro di un piccolo volatile
di legno che darà la vittoria al primo arciere che lo colpirà).
L’insieme di due tiri (andata al bersaglio di inizio e ritorno alla
piazzola di partenza) viene denominato halte e l’intera partita si
compone di venti haltes (quaranta tiri).
I bersagli e il calcolo dei
punteggi
I tiri si effettuano su bersagli
particolari (figura 2) ed il calcolo dei punteggi varia a seconda
della gara e dell’occasione, che può essere un incontro amichevole,
una prova qualificativa per un campionato locale o nazionale, un
Bouquet Provincial o una partita in onore di un defunto
(reminiscenza degli antichi giochi funerari dell’antichità?). I
colori del bersaglio sono il bianco ed il nero. Caratteristici sono
unicamente i bersagli impiegati nelle partite commemorative (partie
de deuil) o solenni in cui la targa è decorata. Il diametro interno
al cordone (cordon dorè) è di 45 centimetri, mentre quello esterno è
di 48. Il cordone è sempre valutato a svantaggio del tiratore. Per
quanto riguarda invece il tiro alla pertica, è stato relativamente
poco praticato e ha avuto notorietà solo verso il Passo di Calais,
nelle Fiandre, in Belgio e in Olanda. Il bersaglio è rappresentato
da una pertica con apice a circa 35 metri da terra (figura 3).
Questo tipo di tiro richiedeva frecce a punta piatta non metallica
di peso intorno ai 50 grammi, un arco di 50-80 libbre con un massimo
ricordato di 110 libbre ed un campo pianeggiante di circa 100-130
metri di diametro, con protezioni superiori per gli spettatori. Da
segnalare, infine, che tutti gli anni si tengono in Francia delle
manifestazioni particolari denominate Bouquets Provincials
costituite da una sfilata delle diverse compagnie di cavalieri, da
una messa solenne, da un pranzo comune e da una partita di tiro
individuale e per compagnie che si prolunga in varie giornate per
dare, a tutti coloro che lo desiderano, la possibilità di
partecipare.
Franco
Carminati
Pubblicazione
autorizzata
dalla Society
of Archer Antiquaries
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