Arco n.4
2003
 


Arco n.1 
Jill Victoria Brazier:
The Society of Archer-Antiquaries
Arco n.1 
Vittorio Brizzi:
Quando archeologia e antropologia  incontrano l’arcieria
Arco n.1 
Franco Carminati:
Ruolo e importanza del longbow nel Medioevo
Arco n.1 
Alessio Cenni:
Gli uomini delle praterie

Arco n.3 
Stefano Benini:
Leggende e misteri dell’arco di Fiavè
Arco n.3 
Bill Tucker:
Passione e morte di Sant’Edmundo
Arco n.3 
Alessio Cenni:
La lunga vita dell’arco pallottaio
Arco n.3 
Deborah Mauro: Mente sana in corpo sano

Arco n.4 
Luciano Cecili: Una storia africana

Arco n.6 
Vittorio Brizzi: Il ghiaccio si tinge di giallo
Arco n.6 
Deborah Mauro: Vincere è un’attitudine della mente

  

Una storia africana
DI LUCIANO CECILI


La passione per l’arcieria è alla base di una lunga ricerca per entrare in possesso di un arco senegalese. Trovarlo non è stato facile, ma alla fine anche questo viaggio non è stato vano.

 

Come studioso di arcieria e costruttore di archi storici, durante i miei innumerevoli viaggi compiuti attraverso i più disparati Paesi del mondo, ho sempre cercato ovunque qualsiasi notizia o esemplare che potessero arricchire la mia conoscenza, oltre che la mia collezione. In passato i periodi trascorsi nel continente nero mi avevano dato l’opportunità di venire in possesso di vari archi con relative frecce…

 

foto 1

 

Gli esemplari recuperati

Come ad esempio tre esemplari somali a sezione ellittica con una forma che ricorda quelli egizi utilizzati nel corso dell’antico e medio regno. Uno del Camerun a sezione quadrangolare, costruito con legno color rosso simile al mogano e chiamato dagli indigeni “matuba”, corredato di frecce e di una faretra finemente decorata. Infine un paio di archi boscimani corti e deboli, ricavati da legno d’acacia e reperiti in Namibia, insieme ad altri ancora di minore importanza. Una volta arrivato in Senegal, in una delle mie più recenti fughe dalla soffocante civiltà occidentale, mi sono messo sulle tracce di quei segni che la cultura locale poteva offrirmi. Dopo aver scorazzato in lungo e in largo attraverso questo Paese, visitando i mercati delle città e dei villaggi, non sono riuscito a rintracciare nulla, nonostante la presenza delle guide locali sottoposte al mio fuoco incrociato di domande. Niente archi, né tantomeno frecce. Alquanto deluso, stavo già per “gettare la spugna”, constatando che in questa zona dell’Africa l’uso dell’arco si era ormai estinto o addirittura forse non era mai esistito, quando improvvisamente un pomeriggio, in un villaggio abitato da un’etnia di religione animista, fui colpito da alcuni ragazzini che lanciavano frecce contro una fila di vecchi barattoli imbracciando piccoli archi in canna simile al bambù.

 

foto 2

In un villaggio di religione animista

Incuriosito, chiesi al più grandicello esprimendomi nel mio francese scolastico, se nella loro comunità vi fossero archi usati dagli adulti, in poche parole archi veri. Mi rispose girandomi le spalle e allontanandosi di corsa per tornare di lì a poco in compagnia di un ragazzo di circa 18 anni. Si avvicinarono lentamente gesticolando entrambi e scambiandosi frasi in una lingua incomprensibile, con il più giovane che mi indicava mimando con le braccia lo scoccare di una freccia per poi puntare il dito sugli archi giocattolo in mano ai suoi compagni. Il nuovo arrivato mi strinse cordialmente la mano ed entrò subito nel vivo dell’argomento dicendomi che suo padre ne possedeva alcuni, impiegati abitualmente nella caccia, ma che in via eccezionale li avrebbe, in cambio di un modesto compenso, tranquillamente ceduti all’amico italiano. Aggiunse inoltre che non era di quel villaggio, bensì di un altro più piccolo situato ad una ventina di chilometri all’interno della boscaglia, al quale avrebbe fatto ritorno il giorno successivo. Poiché, come avviene sempre a queste latitudini, la sera cominciava a scendere rapida e quasi inaspettata, stabilimmo di rivederci un paio di giorni dopo in una cittadina non troppo lontana, dove io e il mio gruppo avremmo trascorso l’ultima parte del viaggio prima del rientro in Italia.

 

foto 3

 

Mai visto prima di allora un attrezzo così insolito

Il ritrovamento di un arco senegalese suscitò nel sottoscritto un pensiero fisso, per cui nei giorni che seguirono non riuscii a pensare ad altro. Dubbi e interrogativi popolavano infatti la mia mente: il mio contatto sarebbe venuto all’appuntamento? E se sì, quale tipo di arco avrebbe portato? In cuor mio speravo che non fosse come quello usato dai ragazzini o qualcosa di improvvisato all’ultimo minuto per non perdere l’occasione di una vendita. Finalmente la mattina del terzo giorno, nel luogo convenuto e all’ora stabilita, vidi arrivare il giovane in sella ad una bicicletta. Sotto il braccio serrava un malloppo avvolto in un pezzo di tela piuttosto sporco. Dopo aver “parcheggiato” sbrigativamente il mezzo, srotolò il contenuto rivelando due strani archi e un segmento di canna lungo tre palmi e grosso come il braccio di un uomo, al cui interno erano infilate una mezza dozzina di frecce. Afferrai con grandissima curiosità uno di questi oggetti, osservandolo con molta attenzione.

Né su alcun testo, né in nessun museo avevo mai potuto vedere un esemplare così insolito! In seguito constatai che gli archi risultavano lunghi rispettivamente 143 e 125 centimetri, con un profilo ad una sola curva, tipica forma, questa, della cultura africana (foto 1).

 

foto 3

 

Principali caratteristiche

Mentre la cosa senza dubbio più originale era rappresentata dall’andamento del prospetto: le due estremità non si restringevano gradualmente, come avviene in tutti gli archi, ma viceversa si allargavano nell’ultimo tratto a mo’ di spatola, allo scopo di accogliere in testa la fettuccia vegetale che fungeva da corda quando l’arco veniva armato (foto 2). A una trentina di centimetri invece dall’estremità c’erano due sporgenze a guisa di denti d’arresto per impedire alla fettuccia - fissata con un nodo al di sotto di questi - di scivolare verso l’alto quando l’arco veniva incordato (foto 3). Entrambi gli archi avevano, per un buon tratto centrale, un ingrossamento rivestito da alcuni strati di pelle grezza. Nel modello più lungo, tale ispessimento era distribuito in maniera simmetrica, contrariamente all’altro in cui era spostato rispetto al centro, come si verifica nell’impugnatura degli Yumi giapponesi. Insospettito anche dal loro insolito peso, mi resi conto ad un’indagine più approfondita che l’avvolgimento in pelle serviva a fissare un trafilato d’acciaio del diametro di 8 millimetri sul ventre dell’arco, così da irrigidire la parte centrale e nello stesso tempo conferire una maggior potenza all’arma. Per ottenere tutto questo, però, non sarebbe bastato tenere lo spessore del legno più abbondante nella fase iniziale della costruzione? Una domanda alla quale non ho mai trovato una precisa risposta… Forse si trattava di un espediente escogitato dopo che l’arco si era indebolito per l’uso prolungato.

 

foto 4

 

Ricavato da un particolare tipo di palma

Il ragazzo senegalese mi spiegò che il legno impiegato era ricavato dall’anima di un particolare tipo di palma e che la corda si otteneva (battendola per ammorbidirla) dalla costola delle foglie appartenenti alla stessa pianta. Le frecce, prive sia d’impennaggio che di cocca ritenuta inutile in quanto la parte posteriore dell’asta poggiava direttamente sulla corda-fettuccia larga circa 7 millimetri (foto 4), erano state realizzate con ramoscelli di legno molto leggero, simile al nostro salice e del diametro di 10 millimetri. Le punte di ferro forgiato variavano invece di forma e lunghezza a seconda della preda da colpire. Nell’insieme risultavano assai poco eleganti e molto grezze, anche se sicuramente di grande efficacia. Il loro fissaggio era ottenuto tramite un lungo codolo inserito nell’asta, rinforzando quest’ultima con un avvolgimento di sottile filo vegetale. Complessivamente le frecce erano caratterizzate da una lunghezza variabile dagli 87 ai 98 centimetri, quanto mai elevata considerando la lunghezza degli archi che, pur essendo mal rifiniti, racchiudevano comunque in sé alcuni principi, quali il concetto di armarli solamente al momento dell’uso, una pratica non sempre conosciuta dai cacciatori africani (foto 5). Apprezzabile pure il modo di passare la corda sul terminale dell’arco per far sì che l’arma lavori nella totalità della sua lunghezza (concezione riscontrabile negli archi compositi dell’antica Assiria). E lo stesso tondino d’acciaio posto centralmente dimostra come un semplice accorgimento possa migliorare la prestazione di un arco.

 

Un filmato chiarificatore

Ma torniamo alle fasi dell’acquisto… Dopo una laboriosa trattativa, tipica di queste parti, riuscimmo ad accordarci sul prezzo e mentre il ragazzo se ne tornò fischiettando verso la sua bicicletta, il sottoscritto rientrò in albergo.

Ma fu ancora una notte affollata di domande, fra cui quella su come mai non era stato possibile vedere in un mese di permanenza in loco altri archi, dato che quelli appena comprati erano i loro archi? E se non fossero stati sporadici esemplari della cultura locale, bensì singoli pezzi approntati su misura da qualche individuo dotato di una capacità costruttiva e di un’inventiva superiori alla media collettiva? La conferma l’avrei potuto avere solo dalla totale assenza di una qualsiasi documentazione a riguardo.

E d’altronde, a onor del vero, malgrado la mia vasta esperienza, non potevo aver consultato tutte le fonti esistenti. Fortunatamente, sul volo di linea che mi avrebbe portato a Dakar e ad Algeri, mi venne in aiuto in tale frangente un documentario trasmesso dalla televisione di bordo. Le immagini descrivevano la flora e la fauna presenti nei territori che avevamo appena lasciato e a un certo punto, dopo la breve apparizione e fuga di alcuni grossi erbivori, ecco sopraggiungere un fuoristrada da cui sono scesi velocemente dei guardaparco all’inseguimento di un bracconiere, poi bloccato prontamente…

E cosa impugnava questo cacciatore di frodo? Nientemeno che un arco praticamente identico a quelli che avevo comprato! Adesso ne ero certo: il mio bagaglio custodiva due esemplari di una tradizione arcaica, superata ma non del tutto estinta.

 

Tutti i dubbi finalmente fugati

Finalmente potei rilassarmi, tirare un sospiro di sollievo perché tutti i precedenti dubbi erano stati del tutto fugati. In balia di un sano torpore, la mia mente cominciò così a volare più veloce dell’aereo stesso: in un baleno ero a casa, correndo con il pensiero attraverso le stanze domestiche, immaginando già a quale parete avrei appeso in bella mostra, accanto ai numerosi “fratelli”, gli ultimi due arrivati.

 

Luciano Cecili

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