Mente sana in
corpo sano
DI DEBORAH MAURO
Gli antichi romani avevano acquisito una grande verità: esiste un
rapporto molto profondo tra il corpo e la mente. Due realtà che non
hanno confini e i cui legami non vanno sottovalutati, soprattutto da
parte di chi pratica un’attività sportiva. Lo psicologo dello sport
è, appunto, la figura che si occupa di massimizzare e migliorare la
prestazione degli atleti, insegnando a gestire stati d’animo come
l’ansia, la paura e l’insicurezza.
In uno degli ultimi interventi di
preparazione mentale mi è capitato di fornire, al primo incontro, un
test in cui chiedevo ad atleti di interesse regionale quali erano
gli obiettivi psicologici che si aspettavano di realizzare nel
breve, medio e lungo periodo e quale era l’aiuto che desideravano
avere a livello mentale. Con mia somma sorpresa, nel momento in cui
sono andata ad analizzare il materiale raccolto, ho appreso che la
maggior parte di loro non si rendeva conto di quali sono gli aspetti
psicologici che intervengono nella prestazione sportiva e della
grossa importanza che questi rivestono. La scarsa autostima, unita a
prestazioni ansiose, scoraggiamento e scarsa concentrazione
rischiano di mettere a repentaglio ore di duri allenamenti e di far
cadere nel nulla una prestazione che avrebbe potuto mostrare dei
buoni frutti. Sono queste alcune delle condizioni emotive che un
atleta deve conoscere e saper affrontare per poter proporre in gara
la sua peak performance.
Per tutti questi motivi, vorrei ora
portare l’attenzione su un mondo ancora poco conosciuto, ma ricco di
opportunità di crescita: la psicologia dello sport. Essa è una
branca della psicologia applicata che si pone come obiettivo lo
studio dell’atleta prima, durante e dopo la prestazione sportiva.

L’atleta viene spesso a trovarsi
in situazioni che implicano comportamenti ansiosi, aggressivi, brevi
esaltazioni seguite da grosse delusioni. È questo il motivo per cui
lo psicologo dello sport ha un ruolo fondamentale nell’aiutarlo a
ritrovare il giusto equilibrio psicofisico e a migliorare così la
prestazione sportiva.
L’atleta può soffrire di comportamenti
ansiosi
Visto che l’atleta durante la pratica
sportiva viene spesso a trovarsi in situazioni che implicano
comportamenti ansiosi, aggressivi, brevi esaltazioni seguite da
grosse delusioni, la psicologia dello sport si occupa, quindi, di
argomenti inerenti la personalità, la motivazione, la
concentrazione, l’attivazione, l’interesse e le dinamiche
interpersonali. È oramai risaputo che molti sportivi affiancano alla
preparazione atletica una mentale e psicologica, imparando ad
assumere il controllo dei propri pensieri e delle proprie emozioni.
Esiste un rapporto molto profondo tra il corpo e la mente: se i
muscoli sono rilassati, il dolore diminuisce e la tensione si
allenta. Se la mente è distesa, anche i muscoli si rilassano!
Ma quale dovrebbe essere dunque il
ruolo di uno psicologo dello sport?
Ci tengo a sottolineare che questa
figura tende a discostarsi dallo stereotipo del classico
“strizzacervelli” che faceva distendere i pazienti sul divanetto e
gli chiedeva “parlami della tua mamma…”. A dire la verità con queste
idee siamo lontani anche dalla figura di uno psicologo tradizionale!
L’ autostima fa parte dell’
allenamento mentale
Uno psicologo dello sport è una figura
che fa parte e opera all’interno dello staff tecnico, interviene
nell’intero percorso agonistico, si rapporta direttamente con
l’atleta, ma è in continua collaborazione e consultazione con le
figure che gli stanno attorno e per ultimo, ma non meno importante,
opera sul campo. Si occupa di massimizzare e migliorare la
prestazione sportiva, insegnando a gestire l’ansia per-gara, la
paura e l’insicurezza, il successo inaspettato e l’insuccesso
temuto, l’isolamento dai compagni e il conseguente stato di apatia,
le dipendenze da giudizi altrui e tutte quelle pressioni ambientali,
familiari e personali che spesso accompagnano lo sportivo.
Un buon programma di intervento
dovrebbe partire dalla cura della respirazione per arrivare ad un
buon stato di rilassamento, fino al raggiungimento
dell’ottimizzazione della propria autostima ottenuta tramite la
conquista della fiducia nelle proprie potenzialità, la scoperta del
talento insito nell’atleta, il mantenimento delle proprie
motivazioni ed il raggiungimento degli obiettivi prefissati.

L’agire psicologico segue dei principi
Ogni atleta ha delle caratteristiche
uniche e personali, è un caso a sé ed è quindi impossibile fornire
un protocollo di intervento univoco e rigido che possa essere
applicato seguendo delle linee generali.
Tuttavia, sulla base di studi e
ricerche, si potrebbero fissare dei punti fondamentali dell’agire
psicologico:
1. fissare chiaramente gli obiettivi
che si desidera raggiungere a breve, medio e lungo termine;
2. porre attenzione al comportamento
dell’atleta in situazione di allenamento e di gara, sentendo il
punto di vista interno dell’atleta stesso e del suo allenatore,
tramite strumenti quali l’autovalutazione, l’osservazione diretta,
la compilazione di test, la scrittura di un diario o quant’altro;
3. raggiungere il riconoscimento e la
consapevolezza di quali sono i fattori che interagiscono
positivamente o meno con la prestazione, quali la concentrazione, la
gestione dello stress, la volontà, la tenacia o la sopportazione;
4. intraprendere un programma di
rilassamento per riuscire a ridurre situazioni ansiogene e ad
attivare quelle strategie di recupero dell’energia residua;
5. rendere possibile, tramite
l’allenamento ideomotorio ed in particolare la visualizzazione, la
messa in atto del gesto motorio che si vuole imparare, migliorare o
ottimizzare ed integrare in questo modo il programma di allenamento
fisico.
Partecipare non è quello che conta
Con una buona preparazione mentale si
dovrebbe quindi arrivare all’individuazione delle condizioni fisiche
e mentali che portano l’atleta al raggiungimento della sua peak
performance. In realtà, quando si sente parlare di tutti questi
aspetti psicologici e della preparazione mentale, il pensiero
ritorna allo stereotipo del “malato di mente” che di gran lunga si
discosta dalla figura dello sportivo in piena salute. Molti
annuiscono, ascoltano con interesse, ma non sono per niente convinti
dell’efficacia che questa preparazione può avere in realtà. Spesso,
all’offerta di un aiuto psicologico ci si sente rispondere “non sono
mica matto! Non credo proprio di averne bisogno. Non ho tempo da
perdere, devo allenarmi”. E così, una pratica che potrebbe portare
dei grossi miglioramenti alla prestazione viene accantonata per non
essere considerati matti. Esiste uno stretto rapporto tra le
prestazioni in campo e lo stato emotivo che può e deve essere tenuto
sotto controllo.
Partecipare è una buona cosa, ma se
sei bravo abbastanza da vincere, allora devi vincere.
Deborah Mauro
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