Arco n.3
2003
 


Arco n.1 
Jill Victoria Brazier:
The Society of Archer-Antiquaries
Arco n.1 
Vittorio Brizzi:
Quando archeologia e antropologia  incontrano l’arcieria
Arco n.1 
Franco Carminati:
Ruolo e importanza del longbow nel Medioevo
Arco n.1 
Alessio Cenni:
Gli uomini delle praterie

Arco n.3 
Stefano Benini:
Leggende e misteri dell’arco di Fiavè
Arco n.3 
Bill Tucker:
Passione e morte di Sant’Edmundo
Arco n.3 
Alessio Cenni:
La lunga vita dell’arco pallottaio
Arco n.3 
Deborah Mauro: Mente sana in corpo sano

Arco n.4 
Luciano Cecili: Una storia africana

Arco n.6 
Vittorio Brizzi: Il ghiaccio si tinge di giallo
Arco n.6 
Deborah Mauro: Vincere è un’attitudine della mente

  

Mente sana in corpo sano
DI DEBORAH MAURO


Gli antichi romani avevano acquisito una grande verità: esiste un rapporto molto profondo tra il corpo e la mente. Due realtà che non hanno confini e i cui legami non vanno sottovalutati, soprattutto da parte di chi pratica un’attività sportiva. Lo psicologo dello sport è, appunto, la figura che si occupa di massimizzare e migliorare la prestazione degli atleti, insegnando a gestire stati d’animo come l’ansia, la paura e l’insicurezza.

 

In uno degli ultimi interventi di preparazione mentale mi è capitato di fornire, al primo incontro, un test in cui chiedevo ad atleti di interesse regionale quali erano gli obiettivi psicologici che si aspettavano di realizzare nel breve, medio e lungo periodo e quale era l’aiuto che desideravano avere a livello mentale. Con mia somma sorpresa, nel momento in cui sono andata ad analizzare il materiale raccolto, ho appreso che la maggior parte di loro non si rendeva conto di quali sono gli aspetti psicologici che intervengono nella prestazione sportiva e della grossa importanza che questi rivestono. La scarsa autostima, unita a prestazioni ansiose, scoraggiamento e scarsa concentrazione rischiano di mettere a repentaglio ore di duri allenamenti e di far cadere nel nulla una prestazione che avrebbe potuto mostrare dei buoni frutti. Sono queste alcune delle condizioni emotive che un atleta deve conoscere e saper affrontare per poter proporre in gara la sua peak performance.

Per tutti questi motivi, vorrei ora portare l’attenzione su un mondo ancora poco conosciuto, ma ricco di opportunità di crescita: la psicologia dello sport. Essa è una branca della psicologia applicata che si pone come obiettivo lo studio dell’atleta prima, durante e dopo la prestazione sportiva.

 

 L’atleta viene spesso a trovarsi in situazioni che implicano comportamenti ansiosi, aggressivi, brevi esaltazioni seguite da grosse delusioni. È questo il motivo per cui lo psicologo dello sport ha un ruolo fondamentale nell’aiutarlo a ritrovare il giusto equilibrio psicofisico e a migliorare così la prestazione sportiva.

 

L’atleta può soffrire di comportamenti ansiosi

Visto che l’atleta durante la pratica sportiva viene spesso a trovarsi in situazioni che implicano comportamenti ansiosi, aggressivi, brevi esaltazioni seguite da grosse delusioni, la psicologia dello sport si occupa, quindi, di argomenti inerenti la personalità, la motivazione, la concentrazione, l’attivazione, l’interesse e le dinamiche interpersonali. È oramai risaputo che molti sportivi affiancano alla preparazione atletica una mentale e psicologica, imparando ad assumere il controllo dei propri pensieri e delle proprie emozioni. Esiste un rapporto molto profondo tra il corpo e la mente: se i muscoli sono rilassati, il dolore diminuisce e la tensione si allenta. Se la mente è distesa, anche i muscoli si rilassano!

Ma quale dovrebbe essere dunque il ruolo di uno psicologo dello sport?

Ci tengo a sottolineare che questa figura tende a discostarsi dallo stereotipo del classico “strizzacervelli” che faceva distendere i pazienti sul divanetto e gli chiedeva “parlami della tua mamma…”. A dire la verità con queste idee siamo lontani anche dalla figura di uno psicologo tradizionale!

 

L’ autostima fa parte dell’ allenamento mentale

Uno psicologo dello sport è una figura che fa parte e opera all’interno dello staff tecnico, interviene nell’intero percorso agonistico, si rapporta direttamente con l’atleta, ma è in continua collaborazione e consultazione con le figure che gli stanno attorno e per ultimo, ma non meno importante, opera sul campo. Si occupa di massimizzare e migliorare la prestazione sportiva, insegnando a gestire l’ansia per-gara, la paura e l’insicurezza, il successo inaspettato e l’insuccesso temuto, l’isolamento dai compagni e il conseguente stato di apatia, le dipendenze da giudizi altrui e tutte quelle pressioni ambientali, familiari e personali che spesso accompagnano lo sportivo.

Un buon programma di intervento dovrebbe partire dalla cura della respirazione per arrivare ad un buon stato di rilassamento, fino al raggiungimento dell’ottimizzazione della propria autostima ottenuta tramite la conquista della fiducia nelle proprie potenzialità, la scoperta del talento insito nell’atleta, il mantenimento delle proprie motivazioni ed il raggiungimento degli obiettivi prefissati.

 

 

L’agire psicologico segue dei principi

Ogni atleta ha delle caratteristiche uniche e personali, è un caso a sé ed è quindi impossibile fornire un protocollo di intervento univoco e rigido che possa essere applicato seguendo delle linee generali.

Tuttavia, sulla base di studi e ricerche, si potrebbero fissare dei punti fondamentali dell’agire psicologico:

1. fissare chiaramente gli obiettivi che si desidera raggiungere a breve, medio e lungo termine;

2. porre attenzione al comportamento dell’atleta in situazione di allenamento e di gara, sentendo il punto di vista interno dell’atleta stesso e del suo allenatore, tramite strumenti quali l’autovalutazione, l’osservazione diretta, la compilazione di test, la scrittura di un diario o quant’altro;

3. raggiungere il riconoscimento e la consapevolezza di quali sono i fattori che interagiscono positivamente o meno con la prestazione, quali la concentrazione, la gestione dello stress, la volontà, la tenacia o la sopportazione;

4. intraprendere un programma di rilassamento per riuscire a ridurre situazioni ansiogene e ad attivare quelle strategie di recupero dell’energia residua;

5. rendere possibile, tramite l’allenamento ideomotorio ed in particolare la visualizzazione, la messa in atto del gesto motorio che si vuole imparare, migliorare o ottimizzare ed  integrare in questo modo il programma di allenamento fisico.

 

Partecipare non è quello che conta

Con una buona preparazione mentale si dovrebbe quindi arrivare all’individuazione delle condizioni fisiche e mentali che portano l’atleta al raggiungimento della sua peak performance. In realtà, quando si sente parlare di tutti questi aspetti psicologici e della preparazione mentale, il pensiero ritorna allo stereotipo del “malato di mente” che di gran lunga si discosta dalla figura dello sportivo in piena salute. Molti annuiscono, ascoltano con interesse, ma non sono per niente convinti dell’efficacia che questa preparazione può avere in realtà. Spesso, all’offerta di un aiuto psicologico ci si sente rispondere “non sono mica matto! Non credo proprio di averne bisogno. Non ho tempo da perdere, devo allenarmi”. E così, una pratica che potrebbe portare dei grossi miglioramenti alla prestazione viene accantonata per non essere considerati matti. Esiste uno stretto rapporto tra le prestazioni in campo e lo stato emotivo che può e deve essere tenuto  sotto controllo.

Partecipare è una buona cosa, ma se sei bravo abbastanza da vincere, allora devi vincere.

 

Deborah Mauro

 

 

 

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