Arco n.3
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La lunga vita dell’arco pallottaioDI ALESSIO CENNI Arco e frecce o balestra e dardi sono parole e immagini inscindibili e per molti arcieri potrebbe sembrare ovvio che una delle due cose non abbia senso di esistere senza l’altra. In realtà le eccezioni, fin dal medioevo, non mancano e l’arco è stato utilizzato più comunemente di quanto si creda per lanciare proiettili assolutamente diversi da una freccia.
Foto_1) Un arco pallottaio pronto al tiro con le sue munizioni.
Gli statuti dei Comuni italiani del Medioevo regolavano tra le altre cose le attività di caccia e l’utilizzo a scopo di allenamento delle armi da tiro. Di solito era proibito il maneggio dell’arco all’interno della cerchia di mura cittadine, mentre potevano esservi apposite estensioni di terreno adibite a poligono di tiro, all’equitazione e ad altri esercizi militari. Gli statuti menzionano in genere tre situazioni diverse di tiro: “saettare”, cioè tirare con l’arco; “balistare”, tirare con la balestra; “pallottare”, cioè tirare con l’arco da pallottole. È il caso di quelli di Firenze del 1325 o di quelli di Montepulcia-no del 1337. L’arco pallottaio era uno strumento da caccia usato per lanciare pallottole di argilla cruda o cotta con forza sufficiente per tramortire uccelli di medie e piccole dimensioni. Negli statuti veniva spesso interdetto l’abbattimento dei colombi, probabilmente perché ne era abbastanza diffuso l’allevamento e non sarebbe stato possibile distinguere tra animali selvatici e quelli domestici di proprietà privata. Nella laguna di Venezia era praticata un’attività di caccia all’anitra con l’arco pallottaio a bordo di imbarcazioni leggere spinte da vogatori, un passatempo nobiliare che perdurò sino al secolo XVIII come testimonia un dipinto dell’artista Pietro Longhi.
Foto_2) Antica balestra italiana da pallottole con il tipico teniere dal profilo ricurvo.
Un bando del 1537 di Firenze Agli inizi del Cinquecento fu introdotta la balestra da pallottole della quale una delle prime menzioni in Italia è un bando del Governo fiorentino del 1537 che proibisce l’uso e la detenzione delle “Nuove balestre utilizzate da pochi anni ”, le quali sembra avessero già procurato danni evidenti ai colombi. La balestra da pallottole era senza dubbio più efficace dell’arco a mano perché, grazie al rilascio meccanico, poteva consentire una mira più precisa, con un arco più forte che poteva essere caricato in anticipo e mantenuto pronto al tiro come un’arma da fuoco. L’arco pallottaio sparì quindi dall’uso e ne rimane forse una vaga memoria nel fatto che i nostri nonni chiamavano le fionde a elastici non fionde appunto, ma archetti. In Asia, invece, dall’Himalaya allo Srì Lanka alla Cambogia l’arco pallottaio rimase in uso e lo è tuttora nelle regioni più isolate. Molti di questi archi dell’Asia meridionale sono di bambù, ma a parte il materiale caratteristico con cui sono fabbricati possono darci indicazioni interessanti per capire come funziona l’oggetto in sé.
Foto_3) Un vecchio arco da pallottole
dell’India
Il maneggio dell’arco pallottaio È evidente che per una pallottola sferica che schizza via dalla corda dell’arco non è per nulla ovvio prendere la direzione giusta, scansare l’impugnatura dell’arco (nonché la mano dell’arciere) e volare veloce e sicura verso il bersaglio. Quelle che seguono sono delle note riguardo ad un metodo di tiro utilizzabile con l’arco pallottaio ricavate da esperienze personali e dalla osservazione di reperti etnologici di questo tipo di archi. Sono convinto che possano esistere altri metodi come esistono tanti differenti modi per maneggiare archi da frecce. Questo funziona, ma per prudenza (specialmente ai primi tentativi) è opportuno riparare la mano che stringe l’arco con un guantone di pelle o altro materiale simile. Contrariamente a ciò che talvolta si immagina gli archi da pallottole non hanno i flettenti disassati su un lato. Sono diritti montando una normale corda e potrebbero essere usati per scoccare frecce. Vi sono tre accorgimenti costruttivi che risultano molto utili per una buona riuscita del tiro: a) l’impugnatura dell’arco in netto rilievo dalla parte interna per assicurare una salda presa alla mano dell’arciere; b) una incordatura alta in modo che la pallottola lasci la corda ad una buona distanza dal flettente dell’arco; c) la toppa di pelle o tessuto per il proiettile posizionata sulla corda qualche centimetro più in alto rispetto all’impugnatura.
Sin:Foto_4)
Particolare dell’impugnatura e della toppa sull’arco
Dx:Foto_5) Allenamento con l’arco
pallottaio in
La caratteristica doppia corda La corda di archi e balestre da pallottole è di solito una corda doppia con due cavetti paralleli distanziati tra loro per mezzo di pioletti di legno, osso e metallo. In Cambogia la corda era invece unica, ma fatta con una striscia larga di scorza di bambù perché rimanesse bene in asse con l’arco. Nel fabbricare una corda per archi da pallottole è opportuno considerare che il peso del proiettile è modesto. A fronte dei trenta grammi in media del peso di una freccia una pallina di argilla o un ciottolo peseranno più o meno sei grammi e l’arco scatterà quindi quasi a vuoto. È opportuno che la corda sia robusta per sopportare bene lo shock senza rischio di rompersi. Una ulteriore attenzione utile è quella di avere cura che la corda sia leggermente voltata verso destra rispetto all’asse dell’arco. Per il peso modesto del proiettile e per il tipo di presa tra il pollice e l’indice con cui si può esercitare poca forza il carico di trazione degli archi da pallottole è in genere basso. La norma è intorno alle trenta - trentacinque libbre. Data questa situazione, l’azione di tiro può svolgersi nel modo seguente. Piazzata la pallottola nella toppa apposita, la si stringe saldamente e si tende l’arco allo stesso modo che per un normale tiro di freccia. Il bersaglio va inquadrato a sinistra dell’arco (per un arciere destro) come si fa con la freccia. Mentre l’arciere tende l’arco deve esercitare contemporaneamente una torsione in senso antiorario sull’impugnatura e per questo è utile che l’impugnatura stessa sia in rilievo. Per via di questa torsione, al momento dello scocco, l’arco ruoterà leggermente su se stesso e sarà sul lato destro che uscirà via la pallottola verso l’obbiettivo che pure è stato preso di mira dalla parte opposta. Con un po’ di pazienza e di allenamento si riesce ad avere un margine di precisione e di efficacia simile a quello di una buona fionda ad elastici.
Foto_6) Particolare del teniere scolpito e del rilascio meccanico sull’antica balestra da pallottole.
Le pallottole di cera Un piccolo problema, per quanto riguarda l’allenamento, sta nel fatto che i proiettili rischiano di andare persi o distrutti. Una soluzione può essere quella di stendere una rete fermafrecce o un altro tessuto robusto abbastanza ampio alle spalle del bersaglio che sia piazzato possibilmente su un terreno piano e non erboso in modo che le pallottole possano essere facilmente recuperate. Se viene utilizzato un muro come barriera fermapallottole una buona alternativa può essere quella di usare pallottole di cera d’api al posto di quelle di argilla. Le pallottole di cera non fanno danni e ammaccandosi un poco vano a cadere ai piedi del muro senza rimbalzare lontano in luoghi imprevedibili.
Foto_7) La parte anteriore della
balestra con il
Le eleganti balestre del Cinquecento Le balestre da pallottole italiane furono fabbricate, a quanto sembra, prendendo a mo-dello quelle cinesi alle quali, in effetti, somigliano molto. Furono probabilmente degli esploratori e mercanti italiani che collaboravano con i portoghesi in Oriente come Andrea Corsali e Giovanni da Empoli a riportare in patria la curiosa novità con gli effetti che abbiamo visto dal bando fiorentino del 1537. Queste belle balestre, che furono fabbricate almeno sino alla metà del Seicento, si distinguono per i tenieri in legno dalla linea caratteristica, spesso elegantemente scolpiti e decorati e sono sempre munite di un arco in ferro di potenza rispettabile, ma che in genere può essere teso con la sola forza muscolare. Nelle immagini compare un’antica balestra da pallottole toscana di proprietà dell’amico arciere Gino Perulli di Firenze che ho restaurato alcuni anni fa, dello stesso tipo che compare in un ritratto del 1551 dipinto da Lorenzo Lotto conservato a Roma nella Pinacoteca capitolina. Ho avuto occasione di poter esaminare con cura cinque di queste particolari balestre e in tutti e cinque i casi il teniere era costituito da legno di giuggiolo. È un legno duro, omogeneo, di colore rosso amaranto che talvolta è stato confuso con il palissandro brasiliano e che oggi sarebbe quasi introvabile, ma che in passato ha avuto questa curiosa e specialistica utilizzazione. Una dimostrazione di quanto fossero selettivi e attenti gli antichi artigiani. Queste balestre sono invariabilmente corredate di un apparato di mira. Un punto di riferimento anteriore posto su un filo teso tra i due rami di una forcella metallica e un traguardo posteriore regolabile per aggiustare l’alzo del tiro.
Alessio Cenni
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