Arco n.3
2003
 


Arco n.1 
Jill Victoria Brazier:
The Society of Archer-Antiquaries
Arco n.1 
Vittorio Brizzi:
Quando archeologia e antropologia  incontrano l’arcieria
Arco n.1 
Franco Carminati:
Ruolo e importanza del longbow nel Medioevo
Arco n.1 
Alessio Cenni:
Gli uomini delle praterie

Arco n.3 
Stefano Benini:
Leggende e misteri dell’arco di Fiavè
Arco n.3 
Bill Tucker:
Passione e morte di Sant’Edmundo
Arco n.3 
Alessio Cenni:
La lunga vita dell’arco pallottaio
Arco n.3 
Deborah Mauro: Mente sana in corpo sano

Arco n.4 
Luciano Cecili: Una storia africana

Arco n.6 
Vittorio Brizzi: Il ghiaccio si tinge di giallo
Arco n.6 
Deborah Mauro: Vincere è un’attitudine della mente

  

Leggende e misteri dell’arco di Fiavè

DI STEFANO BENINI

Si flette verso la parte semitonda o verso quella più appiattita? Come è stato lavorato? Assomiglia agli archi danesi rinvenuti ad Holmegaard Moose ed ora conservati al museo nazionale di Copenhagen? Gli avvincenti interrogativi sulle origini di un’arma preistorica.

 

Grazie all’insostituibile attività diplomatica portata avanti da Vittorio Brizzi, che ha saputo con grande sensibilità scientifica coinvolgere le autorità competenti e la Sovrintendenza ai beni archeologici di Trento e di Verona, un progetto mai prima d’ora tentato a livello nazionale ha potuto prendere forma, crescere e dare i sui frutti. Un progetto nel quale, per la prima volta in assoluto, i cattedratici in discipline come la paleontologia, l’archeologia e l’antropologia hanno potuto confrontarsi e discutere con gli esperti di discipline arcieristiche, costruttori e sperimentatori di modelli di archi e frecce preistorici. Ricordo ancora come un sogno quando, io e l’amico Oscar Gonzalez, andammo fino a Trento con un viaggio tra il comico e l’avventuroso. Là ci attendeva a porte aperte l’archeologo Bellintani per farci esaminare nientemeno che il più importante reperto di arco preistorico mai rinvenuto in Italia, l’arco delle palafitte di Fiavè-Carrera, dell’età del bronzo medio. A conti fatti era per noi la prima volta che un tale onore ci veniva concesso e un misto di emozione e di timore reverenziale ci rendeva confusi ed eccitati come scolaretti. Ma il nostro lavoro di analisi e di osservazione dei reperti doveva avere inizio al più presto. Oltre alle attrezzature da campo che ci eravamo portati, il Bellintani si dimostrò molto disponibile nel mettere a nostra disposizione il suo laboratorio con microscopio a scansione, lente luminosa, stativi fotografici di precisione, calchi e riproduzioni delle attrezzature in bronzo quali scuri e pugnali.

 

Foto_1) L’arco di Fiavè, il più importante reperto preistorico mai rinvenuto in Italia, assieme alle due aste di freccia in larice ritrovate con esso.

 

Un piccolo grande arco

Ad una prima analisi l’arco di Fiavè ci apparve come un attrezzo di modeste dimensioni. La sua lunghezza, dopo il restauro, era di circa un metro e trentacinque. Però una delle due estremità risulta carbonizzata e così la lunghezza originaria stimata fu attorno al metro e quarantacinque. “Ma esto es un arco de niño!”. Questo fu il commento quasi sconsolato di Oscar. “Vacci piano, hombre. Stiamo parlando - cercai di rincuorarlo - di un’epoca molto remota, l’età del bronzo; e pare accertato che la statura media di un individuo adulto di allora era più bassa di quella odierna!”. L’arco andava così analizzato e misurato in ogni sua sezione e dimensione. Il bravo Paolo Bellintani, che per l’occasione si è adattato al ruolo di gentilissimo padrone di casa ed assistente, ci ha garantito che l’essenza dell’arco è quasi certamente in corniolo (cornus mas); una essenza arbustiva assai diffusa nel nord Italia e in Europa così come, con lievi varianti, nel continente nord americano. Sorse però, fin da subito, una differenza interpretativa sul senso in cui l’arco avrebbe in origine dovuto lavorare: se flettersi verso la parte semitonda o verso quella più appiattita. Non solo, ma non eravamo neppure d’accordo sul metodo di lavorazione: in che modo il nostro antenato avrebbe ottenuto quella superficie dell’arco tondeggiante e come invece aveva ricavato la faccia opposta quasi piatta? La tesi di Oscar Gonzalez era che l’arcaio preistorico avesse lavorato la parte tonda con tanto olio di gomito, con pugnali in bronzo e schegge in selce, fino a contrassegnarla con quella caratteristica sezione semitonda, mentre per la parte opposta semipiatta pareva che il pezzo fosse stato appena sbozzato e per così dire pelato. Niente da fare, da emiliano testa dura ero invece convinto dell’esatto contrario! La parte semitonda appariva troppo liscia e inviolata per essere stata lavorata con violenza da uno dei rudi oggetti in uso in quei tempi lontani, mentre il lato opposto presentava, a mio avviso, delle tracce di lavorazione a lama con successiva levigatura che avevano un’apparenza a dir poco sospetta. La sentenza passò subito dopo al microscopio elettronico.

E il risultato pendeva più dalla mia parte! L’immagine ingrandita della sezione dell’arco ai puntali mostrava chiaramente l’andamento ad anelli concentrici quasi inviolati che, uno sull’altro, andavano a formare il lato tondo dell’arma, indicando in tal modo che su quel lato l’arco di Fiavè era stato solamente scortecciato e pulito mentre la parte opposta ed appiattita era stata sicuramente lavorata e ridotta per mezzo di strumenti bronzei e litici al fine di rendere bilanciata la curvatura dei flettenti.

 

Foto_2) L’arco di Fiavè visto di profilo.

 

Il principio costruttivo è innovativo

Ci si trovava quindi di fronte ad un reperto unico in forma e dimensioni, non paragonabile sotto questi specifici aspetti a quelli coevi rinvenuti ad Edington Burtle, a Mehare Heath, nel Somerset, a Zuid ed in altri siti.

Tuttavia, per la sua peculiarità strutturale ed ergonomica nell’utilizzo della materia grezza presente in natura, l’arco di Fiavè, sebbene dalle analisi degli anelli risulti ricavato da un ramo di dimensioni ridotte, è più affine come concetto costruttivo agli archi danesi rinvenuti ad Holmegaard Moose ed ora conservati al Museo nazionale di Copenhagen. Questa mia ipotesi ha suscitato e continuerà a suscitare scalpore ed alzate di scudi negli ambienti accademici, ma questo è dovuto solo ad un fraintendimento morfologico della classificazione dei reperti. Non sostengo, infatti, che l’arco di Fiavè sia in qualche modo cugino di quelli rinvenuti in Danimarca, che sono notoriamente più robusti ed imponenti, la cui sezione è più larga e la cui impugnatura è ben marcata e nettamente visibile, a causa di una qualche somiglianza dimensionale o esteriore. Ciò che rende il nostro italico affine a quelli nordici è il concetto assolutamente innovativo che prevede il minimo dispendio energetico da parte del costruttore. La parte anteriore dell’arco, soggetta a tensione, è lasciata il più possibile intatta nella struttura naturale originaria, mentre le necessarie asportazioni avvengono sulla parte interna che, essendo soggetta a compressione, tollera meglio le inevitabili asperità e interruzioni delle strutture fibrose che tale lavorazione comporta.

 

  

Foto_3) Alcune fasi della ricostruzione dell’arco di Fiavè in corniolo.

 

Una volta acquisiti i dati ricostruttivi necessari, con il patrocinio dell’Ufficio dei beni archeologici della Provincia autonoma di Trento, si è potuto tenere nel suggestivo luogo dei rinvenimenti palafitticoli, il seminario incentrato sulle “Catene operative dell’arco preistorico” che ha visto impegnati nello studio una nutrita schiera di studenti universitari di paleontologia e materie affini, guidati dall’esperienza del prof. Pierre Cattelain, massimo esperto belga nello studio dei proiettili da lancio in epoca preistorica (arco e propulsore); da Vittorio Brizzi, matematico-astrofisico ed esperto litotecnico; da Celestino Poletti, arciere e arcaio professionista oltre ad Oscar Gonzalez e dal sottoscritto.

 

Foto_4) L’accurato esame dell’impugnatura del pezzo originale dove c’è la giunzione del restauro.

 

Una ricerca scientifica che unisce

Sui risultati pratici ricostruttivi vi è da dire che l’avvenuta ricostruzione dell’arco, oltre all’aspetto didattico, non ha saputo fornire altre notizie visto che è stato iniziato e finito da un pezzo di corniolo ancora verde. Questo ha fatto sì che l’attrezzo si deformasse e restasse curvo nel senso della corda, perdendo forma e rigidità e non consentendo letture attendibili dei dati sperimentali. Tuttavia, facendo tesoro degli errori, altri tentativi di ricostruzione sono attualmente in corso con legnami canonicamente sbozzati e stagionati. Il dato importante di questo seminario, al di là dei pur apprezzabili risultati pratici di promozione dello studio e della conoscenza archeologica e paleontologica a livello universitario, è quello di aver dato il via, per la prima volta, ad una fattiva collaborazione tra le istituzioni accademiche ufficiali ed i gruppi di appassionati del settore storico arcieristico, per una volta non in chiave folcloristica, ma con tutti i carismi della ricerca scientifica. Se mi passate la battuta… è il caso di dire che con Fiavè l’arco si mette in cattedra!

 

Stefano Benini

 

 

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