Arco n.1
2003
 


Arco n.1 
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The Society of Archer-Antiquaries
Arco n.1 
Vittorio Brizzi:
Quando archeologia e antropologia  incontrano l’arcieria
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Franco Carminati:
Ruolo e importanza del longbow nel Medioevo
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Gli uomini delle praterie

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Leggende e misteri dell’arco di Fiavè
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La lunga vita dell’arco pallottaio
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Deborah Mauro: Mente sana in corpo sano

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Luciano Cecili: Una storia africana

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Vittorio Brizzi: Il ghiaccio si tinge di giallo
Arco n.6 
Deborah Mauro: Vincere è un’attitudine della mente

  

Ruolo e importanza del longbow nel Medioevo

DI FRANCO CARMINATI

Non è corretto considerare il longbow più importante dell’arco composito usato dai turchi o dell’arco mongolo. Vediamo perché.

 

Il grande arco da guerra inglese merita nuove considerazioni e un’analisi approfondita tanto delle sue caratteristiche tecniche quanto degli aspetti tattico strategici nei combattimenti e nell’organizzazione delle forze armate tra i secoli tredicesimo e quindicesimo. Tali osservazioni vanno ad aggiungersi a quelle già esposte negli articoli a firma di Stefano Benini precedentemente pubblicati su Arco n° 3 e 5 del 2002 ed hanno lo scopo di evidenziare il reale contributo dato da questo arco al risultato degli scontri armati inglesi.

 

Foto_1) Illustrazione tratta da un codice del XV sec. Carlo Martello in battaglia e impiego degli arcieri negli schieramenti continentali.

 

Caratteristiche tecniche

Il grande arco da guerra inglese ad un primo sommario esame appare come uno dei manufatti da offesa più semplici e poco evoluti tecnologicamente, considerata la forma spartana e l’assoluta mancanza di artifici nella costruzione. Tuttavia approfondendo l’analisi si impongono all’attenzione una serie di soluzioni tecniche di alto profilo tecnologico che non ci è dato di sapere se conduciamo uno studio solo teorico o semplici osservazioni pratiche sul campo.

E precisamente:

  • la sezione pressoché a D di dimensione ridotta in rapporto alla lunghezza dell’attrezzo determina una buona stabilità dello stesso durante l’uso consentendo nel contempo di contenerne il peso e garantire la compartecipazione di tutta l’asta agli sforzi di flessione imposti dalla corda in trazione;

  • la lunghezza dell’asta, che consente alla stessa di lavorare in modo ottimale senza superare i limiti di coesione degli strati del legno, stante la limitata curvatura richiesta tanto per l’incordatura quanto durante il tiro pur non riducendone l’efficienza.

  • Sempre in riferimento alla lunghezza appare evidente che dare delle dimensioni standard o definire arco lungo un attrezzo solo misurandolo risulta anacronistico in quanto la diversissima taglia degli arcieri comporta classificazioni diverse di uno stesso arco in base alle caratteristiche somatiche del suo utilizzatore.

  • Quindi, dopo attenti esami comparativi sulle rappresentazioni grafiche e sui testi di tecnica arcieristica d’epoca, nonché sui dettati della fisica, si ritiene di poter definire arco lungo l’attrezzo che risponde alle seguenti caratteristiche:

  • l’angolo formato dalla corda in piena trazione superiore a 130°;

  • il vertice dei flettenti che si incurva di un angolo inferiore ai 15° ad arco incordato ed inferiore a 30°in piena trazione rispetto alla verticale passante per l’impugnatura.

Se tali caratteristiche vengono accettate, è possibile calcolare approssimativamente nel modo seguente la lunghezza di un arco da definirsi longbow.

Preso in esame un arciere di statura di m. 1,56 (altezza media della popolazione dei secoli di nostro interesse), il suo allungo sarà circa pari a metà della sua altezza meno la lunghezza delle dita della mano coinvolta nel tiro, quindi cm 70. Ora, per determinare la lunghezza di ogni braccio flettente si aggiunga alla misura dell’allungo il 15 per cento e si otterrà una misura di 80,5 cm., per cui l’intero arco, compresi i 10 cm. dell’impugnatura rigida, verrebbe a misurare m. 1,71, pari a 5 piedi e 7 pollici circa (misura assai vicina a quelle riscontrate negli esemplari esistenti o nei frammenti di archi pervenuti fino a noi).

Naturalmente l’aggiunta del 15 per cento è dettata da una rilevazione grafica indispensabile per soddisfare le condizioni poste, quindi può sicuramente essere modificata a discrezione, seppure con raziocinio. Risulta certamente automatico che ad una maggiore altezza dell’arciere corrisponda un arco più lungo, quindi il modello teorico può essere applicato anche a reperti di maggiori dimensioni.

Considerato che le verghe venivano correntemente preparate in arsenale è chiaro che si sceglieva una lunghezza basata sull’altezza media dei tiratori e si ottenevano caratteristiche accettabili praticamente per la maggior parte degli utilizzatori.

La definizione sopra riportata può apparire troppo teorica e sofisticata, ma non ritengo possibile una determinazione più precisa e rispondente di questa alle peculiarità specifiche dell’attrezzo.

 

Foto_2) Schema funzionale del longbow.

 

E’ sicuramente una errata interpretazione di questo dato fondamentale che ha condotto in tempi recenti a classificare longbow persino articoli commerciali di 66 pollici consigliati per tiratori alti oltre un metro e settanta. Per contro la caratteristica che ha determinato il nome è perfettamente coincidente, in quanto a questo arco si richiedeva una grande prestazione in termini di penetrazione e di gittata accoppiata ad uno sforzo proporzionalmente limitato, in modo da consentire una alta ripetitività di tiro direzionato per un tempo piuttosto lungo con buona affidabilità strutturale dell’attrezzo.  Tutto ciò si può ottenere unicamente tenendo presente che l’arco è l’insieme di due molle a lamina le cui caratteristiche sono governate da precise leggi fisiche che dimostrano come ad una maggior lunghezza dei bracci corrisponda una proporzionale riduzione di sforzo, pur mantenendo uguali caratteristiche di resa in velocità e in potenza.

Inoltre la lunghezza delle lamine è in rapporto con la curvatura delle lamine stesse e con il coefficiente di sicurezza alla flessione, quindi a minor curvatura corrisponde una maggiore affidabilità dell’attrezzo tanto a rottura quanto a fatica.

Un’analisi così specifica toglie forse al grande arco da guerra parte del suo alone leggendario, ma ritengo che sia estremamente utile al fine di dare allo stesso la giusta collocazione storica e tecnica nell’universo arcieristico tanto incline a creare miti o credenze veramente privi di solide basi tanto storiche quanto tecniche e nel contempo a non valorizzare aspetti essenziali della materia. L’ultima caratteristica tecnica da considerare è quella della comparazione tra il grande arco da guerra ed il mitragliatore che a mio avviso storicamente e militarmente non è calzante. Infatti il mitragliatore è nato come arma da assalto, mentre l’arco ha ottenuto le sue massime vittorie quando è stato usato come arma da schieramento statico, ossia o come una mitragliatrice oppure, in tempi precedenti, come un fucile a ripetizione ordinaria contrapposto ad armi ad avancarica.

A queste armi si chiedeva un tiro di sbarramento e di sgretolamento della linea avversaria avanzante e non di precisione, quindi anche il mito degli arcieri infallibili a distanze elevate non appartiene alle prestazioni a loro richieste in battaglia.

D’altra parte per poter tirare a distanze superiori ai 250 metri o simili con archi medioevali risulta praticamente impensabile che il tiratore possa mirare con precisione ad un bersaglio quasi sempre mobile su terreno vario e sconosciuto. Unica richiesta ragionevole è quella di un tiro coordinato di tutto un reparto a distanza prevista ed eseguito secondo un allineamento voluto. Tutto ciò non sminuisce né la validità né l’importanza dell’arco lungo, ma ne modifica la collocazione nella classificazione tra le armi da guerra . A tal punto analizzati tutti i suoi aspetti tecnici, non rimarrebbe che da stabilire dove esso sia nato. È assai arduo dare delle risposte precise a questa domanda in quanto molti reperti antichi (da quelli degli scavi di Nydam ad innumerevoli altri provenienti dalle zone più disparate) sono costituiti da archi assai lunghi o quanto meno non corti. Si può sostenere tuttavia che archi rispondenti alle caratteristiche tecniche sopra elencate siano apparsi solo intorno al 1300 d.c., presumibilmente in contemporanea presso varie popolazioni, anche se solo gli inglesi lo hanno adottato in massa e fatto assurgere agli onori delle cronache e della storia.

Foto_3) Schema tattico della battaglia di Agincourt (25.10.1415), che presenta forze francesi (25000 uomini circa) e inglesi (6000 uomini, di cui 5000 arcieri e 1000 uomini d’arme).

 

Le strategie nell’organizzazione militare

Si tratta ora di valutare quanto peso l’arco abbia veramente avuto nel contesto dei conflitti a cui ha partecipato attivamente e soffermarsi sugli aspetti strategici. Per le battaglie combattute in campo aperto in Gran Bretagna è difficile fare valutazioni circa l’importanza dell’arco lungo in quanto lo stesso era in possesso di entrambi i contendenti, quindi gli eventuali vantaggi risultano bilanciati tra le due parti.

Ciò anche a causa della impostazione tattica simile dei due schieramenti. Per gli scontri sostenuti contro i francesi la situazione si presenta totalmente diversa per vari motivi, innanzitutto l’organizzazione feudale francese era basata principalmente su forze feudali autonome che difficilmente potevano essere organizzate e guidate da un solo comando centrale. Inoltre il nerbo delle forze militari francesi era rappresentato dalla nobiltà, quindi automaticamente dalla cavalleria in quanto la stessa nobiltà si fidava assai poco del popolo e conseguentemente non vedeva di buon occhio che una categoria diversa dalla loro avesse abilità nel maneggio delle armi. La consuetudine francese era conseguentemente di formare i corpi di spedizione mescolando reparti di mercenari a truppe levate sul territorio (non si dimentichi che lo stesso re di Francia aveva come guardia personale un reparto di arcieri scozzesi). L’organizzazione militare inglese si basava su concetti molto diversi ed il nerbo delle truppe era costituito da uomini liberamente arruolati sottoposti ad una gerarchia militare rigorosa. L’organico dell’esercito era composto da unità di specialità suddivise in modo da diminuire l’incidenza della cavalleria a favore tanto degli arcieri quanto della fanteria pesante. I re d’Inghilterra avevano progressivamente diminuito gli organici dei balestrieri in favore degli arcieri fino ad eliminare completamente i primi con contemporanea modifica di impiego tattico di questi ultimi.

 

Foto_4) Manoscritto fiammingo del XV secolo che mostra gli arcieri in prima linea.

 

Le tattiche nello schieramento delle truppe

La tradizione cavalleresca francese conduceva a sopravalutare l’importanza e la supremazia dell’attacco frontale con scontro ravvicinato di massa e del combattimento individuale dove la cavalleria godeva di una notevole supremazia.

Nel combattimento francese era previsto l’uso di armi da getto unicamente nella prima fase dello scontro al solo scopo di disturbo, quindi era sufficiente una sola salva di bolzoni o poco più per scompigliare le file degli assalitori, considerato poi il tempo necessario a ricaricare una balestra in rapporto con il tempo impiegato dagli avversari a coprire di corsa lo spazio corrispondente alla gittata delle balestre stesse. Sin dall’antichità l’intero peso effettivo dello scontro ricadeva sulla fanteria pesante e sui cavalieri, quindi lo schieramento delle truppe avveniva per linee successive che si avvicendavano all’attacco.

Per contro gli inglesi, che seppero sfruttare egregiamente le caratteristiche dell’arco da guerra affinate in tante battaglie interne, valorizzarono concetti diversi e più aggiornati come l’impiego di un’arma da getto standardizzata e semplice con lo scopo tanto di poterla costruire in arsenale con una spesa limitata e con scarsi rischi di inefficienza quanto di consentirne una grande diffusione. Usarono dei proietti di costruzione semplice e facilmente trasportabili con peso ridotto al fine di disporne in grande quantità al momento degli scontri, ridussero la funzione della cavalleria a semplice arma di inseguimento, osservazione e sfondamento finale. Gli arcieri vennero da loro utilizzati come forza di sbarramento all’avanzata avversaria e disposti nel corpo dello schieramento con lo scopo di sterminare le ondate degli attaccanti. Per ottenere questo risultato essi dovevano essere in condizione di tirare anche a distanze notevoli con cadenza elevata e per tempi molto lunghi. Quanto sopra si ottenne solo con un’arma abbastanza potente, con un grande addestramento e con una logistica di supporto perfettamente funzionante.

 

Foto_5) Schieramento nella battaglia di Crecy (1346).

 

Si è sottolineato il fattore logistico in quanto da sempre si magnifica il dato che gli arcieri inglesi riuscivano a tirare mediamente dieci frecce al minuto, ma non si è altrettanto sottolineato che le 24 frecce in dotazione, così facendo, terminavano in 2 minuti e mezzo circa e che poi gli arcieri stessi erano totalmente inutilizzabili. A ciò si è potuto ovviare unicamente con un servizio di rifornimento di munizioni continuo e con una disposizione ed un numero di tiratori sul terreno che consentisse un ritmo di tiro inferiore a quello massimo possibile, senza ridurre nello stesso tempo il volume di fuoco sugli avversari.

 

Foto_6) Raffronto tra un arciere borgognone (A)
e uno inglese (B) del XV secolo (Violet Le Duc).

 

Alla prima necessità è stato ovviato sicuramente con una efficiente catena di rifornimento di frecce, mentre alla seconda ed alla terza è stato fatto fronte con una disposizione a cuneo (vedere schemi dispositivi di battaglia) che consentiva di disporre i tiratori più ravvicinati pur dando loro la massima libertà di movimento con tiro a rotazione in modo da eliminare i tempi morti di caricamento e sgancio. Ogni arciere poi aveva a disposizione archi di riserva, oltre a quelli in dotazione, in modo da non risultare mai inefficiente. In tal modo essi furono messi in condizione di combattere l’intera durata delle battaglie dando un grande apporto al risultato favorevole delle stesse. Quanto asserito deriva da uno studio ed un esame attento delle principali battaglie medioevali che sarebbe troppo lungo analizzare in dettaglio, ma che ognuno potrà verificare di persona.

 

Foto_7) Illustrazione tratta da un manoscritto francese del XIV secolo che presenta tiratori di longbow e picchieri.

 

 

Indiscutibilmente l’arco lungo da guerra ha caratteristiche balistiche e tecniche validissime, per cui ha avuto un peso non irrilevante nelle vittorie inglesi del medioevo, ma peso di poco minore hanno avuto l’ingenuità, la scarsa organizzazione e la sconsideratezza della nobiltà francese, mentre risultano incontestabili l’intelligenza e l’accortezza dei comandanti militari inglesi che hanno condotto alla vittoria truppe frequentemente inferiori di numero e operanti in condizioni generali di inferiorità.

Alla fine di questa lunga disamina risulta quindi evidente che il grande arco da guerra inglese ha il suo giusto posto nella storia militare, ma non è corretto considerarlo molto più importante dell’arco composito usato dai turchi o dell’arco mongolo, che nelle mani di valenti guerrieri hanno fatto tremare l’Europa intera nel corso dei secoli.

Dicendo questo forse si può incorrere nelle ire di qualche innamorato del longbow, ma se si vuole veramente collocarlo correttamente nella storia al di là del mito ritengo che queste note possano risultare di valido ausilio.

 

Franco Carminati

 

Bibliografia

The Medioeval Archer di Jim Bradbury 1985 Longbow di Robert Hardy 1976

Enciclopédie Médiéval di Viollet Le Duc 1870

Medieval European Armies di Terence Wise e Gerald Embleton 1975

The Armies of Crécy and Poitiers di Christopher Rothero 1981

The Armies of Agincourt di Christofer Rothero 1981

Appunti di tecnologia dell’arco di Franco Carminati 1987 / 98

Miles (le grandi battaglie che hanno fatto la storia) di S. Bertoldi 1985

Enciclopedia delle armi di Claude Blair  1979

Histoire de l’Archerie di Robert Roth 1992

Archers d’Autre Fois Archers d’Ajourd’hui di Henri Stein 1925

 

 

 

 

 

 

 

 

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