Arco n.1
2003
 


Arco n.1 
Jill Victoria Brazier:
The Society of Archer-Antiquaries
Arco n.1 
Vittorio Brizzi:
Quando archeologia e antropologia  incontrano l’arcieria
Arco n.1 
Franco Carminati:
Ruolo e importanza del longbow nel Medioevo
Arco n.1 
Alessio Cenni:
Gli uomini delle praterie

Arco n.3 
Stefano Benini:
Leggende e misteri dell’arco di Fiavè
Arco n.3 
Bill Tucker:
Passione e morte di Sant’Edmundo
Arco n.3 
Alessio Cenni:
La lunga vita dell’arco pallottaio
Arco n.3 
Deborah Mauro: Mente sana in corpo sano

Arco n.4 
Luciano Cecili: Una storia africana

Arco n.6 
Vittorio Brizzi: Il ghiaccio si tinge di giallo
Arco n.6 
Deborah Mauro: Vincere è un’attitudine della mente

  

Quando archeologia e antropologia  incontrano l’arcieria

DI VITTORIO BRIZZI

Organizzato dall’Ufficio Beni archeologici della Provincia di Trento, e per la prima volta in Italia,  si è tenuto a Fiavè un interessantissimo workshop scientifico tra studiosi e sperimentatori dedicato alla cosiddetta catena operativa dell’arco. Preistoria e protostoria sotto i riflettori.

 

È dagli albori di questa rivista che la storia dell’arco ha fatto di sé rubrica. Ricordo i primi numeri del 1988 con articoli firmati da Stefano Benini (allora “costretto” dal sottoscritto ad occuparsi del legame redazionale con la blasonata Society of Archers Antiquaries) su cui già comparivano dotte dissertazioni sull’arco nella Bibbia, sui cavalieri mongoli e sugli arcieri giapponesi. Tra me e Stefano non si riusciva a formulare un piano operativo concreto, tanta voglia di esplorare la storia, tanta bibliografia approssimata (in lingua italiana) in un mare di informazioni tradizionalmente catalogate in anglosassone e tanto ingenuo desiderio di mettervi ordine per fornire un servizio adeguato al turbolento popolo degli arcieri italiani.

 

Foto_1) Laboratorio di tecnologie litiche al Centro europeo di Ricerche preistoriche di Isern a durante una lezione. L’Università di Ferrara ha varato un programma di studio sulla riproduzione degli utensili preistorici interessandosi attivamente alla didattica e alla sperimentazione sul campo.

 

I primi passi a Bologna

Non per vanagloria, ma ricordo l’interesse suscitato dal primo convegno (1991) che organizzammo a Bologna, patrocinatrice la rivista Arco, in cui Douglas Elmy portò ufficialmente il saluto della Society agli appassionati di storia dell’arcieria e, a posteriori, di come quelle prime documentazioni stampate influirono sull’evoluzione della cultura (in senso… antropologico) di molti arcieri italiani. Piccole ma vere svolte nel trend della comunità avvenute grazie alla “comunicazione”, responsabili anche (probabilmente) della nascita di una categoria sportiva di “arco storico” in Fiarc e della proliferazione di manifestazioni, gruppi ed associazioni di “reenactement” storico che ne seguì. Ricordo con simpatia le polemiche del tutto ferraresi sulle frecce di alluminio vs legno nei tornei storici, i primi artigiani dell’arco italico e con nostalgia la goffaggine di tanti movimenti di idee pieni d’entusiasmo ma approssimati a dir poco in termini di scientificità. Il problema è comunque sempre stato unico e sofferto dal sottoscritto: non trovare, da parte dei veri studiosi, una molla che spingesse verso ricerche serie e articolate tali da nobilitare da un punto di vista culturale (e non solo dal punto di vista della “cultura materiale” e tecnologica) il nostro caro arco. Da quei tempi molte cose sono accadute: protagonisti i vari Cenni, Amatuccio, Gonzales, ovviamente il Benini e tanti altri che collaborano alle rubriche storiche ed etnografiche e alla collana editoriale Le Frecce di Arco della Greentime Spa sulla storia e sull’archeologia sperimentale.

 

Foto_2) Lavorazione di una cuspide di selce.

 

Sempre relegato nell’oggettistica di corredo

Oggi importanti istituzioni accademiche stanno posandoci non distrattamente lo sguardo. Purtroppo l’arco ha sempre rappresentato un parente povero di tutti gli altri oggetti della cultura preistorica, protostorica e storica. Gli studiosi lo hanno, volutamente o distrattamente, sempre relegato nell’oggettistica di corredo esaminandone solo aspetti superficiali. In Italia, soprattutto, ove la multidisciplinarietà nello studio archeologico solo oggi è realtà, la corrente principale di schiettissima connotazione “classica” non ha praticamente mai (solo in rarissime occasioni qualcosa si è fatto) tentato di approfondirne le connotazioni antropologico-culturali. La preistoria, campo di indagine sconfinato e su cui l’analisi scientifica dei dati, la sperimentazione e la modellistica sono gli unici plausibili mezzi di indagine (non ci sono da interpretare oscure scritture da polverosi manoscritti) è il territorio senz’altro più fertile in cui applicare gli sforzi, al di là dell’ovvio fascino e mistero di epoche così lontane. Le cuspidi di freccia sono tra i ritrovamenti più comuni nei vari siti archeologici; la lavorazione litica, in generale, ha sempre rappresentato e rappresenta uno dei campi d’indagine più assaliti e controversi negli studi di preistoria. Ma la cuspide, la nostra punta di freccia, per decenni è stata studiata, catalogata, riprodotta (a volte), ma quasi o sempre “decontestualizzata” dall’uso per cui è stata creata dai nostri antenati. Cuspidi sono state ritrovate un po’ dappertutto in Italia, nelle epoche più antiche all’interno di stratigrafie di cantieri litici, in quelle più recenti nelle aree di abitato e nelle sepolture.

 

Foto_3) Fasi di realizzazione di un arco con una “pialla” di selce.

 

Poste le basi per una ricerca multidisciplinare

Il tentativo di ricontestualizzarle deve partire quindi da una precisa analisi e da un coordinamento dei dati a disposizione, andando a braccetto con gli studi (in cui americani e nordeuropei eccellono) sulle ipotesi di comportamento dell’uomo preistorico, che in quelle lontane epoche era cacciatore-raccoglitore. Ciò ovviamente anche a braccetto con gli studi etnografici (riferiti alle popolazioni che ancora oggi vivono di caccia e raccolta) e con una larga disponibilità all’uso delle tecnologie avanzate e alla sperimentazione (quindi all’archeologia sperimentale). In quest’ultimo ambito, enorme è l’aiuto di chi da anni tira con l’arco, lo studia o lo ricostruisce e ci caccia la stessa selvaggina del paleolitico. Le chiavi di lettura e di interpretazione, in questa forma di “attualismo artificiale” si moltiplicano e generano formidabili risultati. Parlando della nostra preistoria, il convegno di Fiavè ha segnato quindi un importantissimo passo avanti. Innanzitutto per l’argomento trattato, secondo perché ha posto le basi per una ricerca multidisciplinare in cui gli archeologi vanno a braccetto con gli arcieri. Da qualche tempo il sottoscritto collabora attivamente con l’Università di Ferrara (Dipartimento delle Risorse naturali e culturali) e con il Museo di Storia naturale di Verona su ricerche specifiche nel campo dell’archeologia sperimentale applicata alla caccia nel paleolitico superiore, ovviamente con la collaborazione ed il supporto dello staff Paleoworking dell’Eredità Perduta, composto da arcieri cacciatori di provata esperienza e da tecnologi esperti nella ricostruzione di armi primitive.

 

Foto_4) Oscar Gonzales intento ad una sperimentazione sulle frecce.

 

L’interpretazione delle cuspidi di selce

Tra i progetti in corso vi è uno studio dedicato all’interpretazione delle cuspidi di selce caratteristiche delle culture epigravettiane della nostra penisola; esso consiste nella riproduzione di questi supporti litici (delle punte di freccia di selce tout court con poco spazio alla fantasia) e nell’utilizzo di queste punte armate in caccia. Le culture epigravettiane italiche, coeve a quelle solutreane franco cantabriche (da 22.000 a 18.000 anni fa) non hanno, scientificamente parlando, nessun collegamento possibile e dimostrabile alla caccia con l’arco. Questo perché non esistono testimonianze dirette dell’esistenza dell’arco (gli unici archi ritrovati in Europa risalgono al Mesolitico, circa 10.000 anni dopo). La ricerca vuole dimostrare (al di là dell’indubbia efficacia dell’armatura litica in sé applicata alla freccia) la similitudine tra le tracce osservabili (con il microscopio elettronico) presenti su quelle originali e quelle riprodotte e utilizzate nell’attività che compete loro. Il progetto vorrebbe, tramite il confronto, proporre una nuova interpretazione di queste “armature” ottenendo un’effettiva retrodatazione dell’utilizzo dell’arco. Ma cosa può mai significare, al di là della curiosità e dell’orgoglio della “scoperta”, una tale retrodatazione? E che cosa significa l’attuale nascente interesse scientifico sul tirare d’arco dei nostri progenitori? Fondamentalmente una freccia in più alla faretra della conoscenza sull’evoluzione umana, dove grazie ad una scoperta rivoluzionaria (l’arco) viene delineata un’ipotesi di scenario in cui l’uomo, colpendo a distanza con un’arma sofisticata qual è, mostra una sua peculiare attitudine nel selezionare le prede e acquisire spazi territoriali ed economie di scala diversificate rispetto alle epoche precedenti.

 

Foto_5) Arco e propulsore a confronto. Nella foto (a destra):Stefano Benini.

 

Sono state presentate ricostruzioni sperimentali

Probabilmente significa anche l’affermazione e l’imposizione di un ruolo simbolico del cacciatore, in un’epoca glaciale incombente, che si specializza (o che genera la richiesta di un sistema di tecnologie estremamente specializzate intorno a lui) in epoche in cui poco si suppone, considerato che ciò che resta ai nostri occhi è poverissimo di quell’informazione che potrebbe farci supporre il contrario. Il seminario di Fiavè è stato organizzato anche per fare il punto sulle conoscenze sugli archi italiani e per generare punti di incontro multidisciplinari tra tutti i vari studiosi e tecnologi intervenuti. Ovviamente non poteva tenersi altro che nella Val d’Adige, con ben tre testimonianze (le uniche per adesso in Italia) di ritrovamenti archeologici arcieristici in senso stretto. Infatti tra Fiavè, Ledro e Similaun ben tre archi (in realtà a Ledro se ne contano molti di più) sono stati ritrovati nel corso degli anni. Ma quello che conta è che per la prima volta gli archeologi se ne sono interessati attivamente: un convegno (italiano) sull’arco, le frecce e la caccia preistorica infatti non si era mai neanche immaginato (per maggiori dettagli:

www.studionet.it/paleoreports/arco/

fiave/arco_preistorico.htm).

Nomi noti ai lettori di questa rivista, come ad esempio Stefano Benini e Oscar Gonzales (in veste ufficiale come rappresentati della Society of Archers Antiquaries), hanno attirato l’interesse degli studiosi intervenuti effettuando ricostruzioni sperimentali dell’arco e delle frecce di Fiavè, lavorando con strumenti in selce e repliche degli originali in rame, dimostrandone praticamente l’efficacia.

 

Foto_6) Pierre Cattelain, uno dei massimi studiosi
ed esperti di propulsore mentre prova un arco piatto.

 

Un alto grado di specializzazione

Il sottoscritto ha invece presentato una comunicazione sulla balistica dell’arco preistorico (vedere a riguardo: www.arco.paleoworking.org, tesa a dimostrare il grande grado di specializzazione necessario alla fabbricazione e all’uso dell’attrezzatura in caccia ed ha effettuato assieme a Stefano Grimaldi dell’Università di Trento la sperimentazione sulle cuspidi, riproducendole assieme agli studenti. Interessante è stato il confronto tra gli studiosi dell’arco e Pierre Cattelain (Cedarc, Treignes - Belgio) uno dei massimi esperti europei di propulsore qui intervenuto. È infatti ben nota la difficoltà di interpretazione tra le cuspidi litiche ed ossee nei ritrovamenti antecedenti all’ufficiale datazione della freccia da arco (11.000 anni fa), per una serie di ovvi motivi: tracce d’uso, morfologia e masse molto simili ed in qualche caso equivalenti. La controversa questione, l’attribuire la destinazione della cuspide ritrovata alla freccia da arco oppure al giavellotto da propulsore, è risolta quando le dimensioni e le masse escludono aprioristicamente l’una o l’altra. Esistono però tantissime testimonianze di situazioni “intermedie” incerte e avendo una sicura prova dell’esistenza del propulsore in epoca più antica di quella relativa all’arco, l’archeologia ufficiale tende a semplificare o a ignorare la domanda. Cattelain ha dato dimostrazione diretta dell’uso di quest’arma “ingombrante” ma molto efficace e il dialogo scaturito ha fatto sorgere tanti interessanti stimoli alla ricerca oplologica. L’incontro dei vari ricercatori intervenuti è stato aperto da un’interessantissima comunicazione di Carlo Peretto, ordinario di Antropologia dell’Università di Ferrara. Carlo Peretto è il padre degli scavi e delle ricerche del sito paleolitico di Isernia La Pineta, uno dei luoghi culto della ricerca preistorica mondiale.

 

Foto_7) Stefano Grimaldi, dell’Università di Trento,
alle prese con una ricercatrice alle prime frecce.

 

La teoria del “predatore globale”

Le tracce di attività umana, risalenti a oltre 700.000 anni fa, non hanno nulla a che vedere con l’arco, ma rappresentano una delle testimonianze più antiche di attività venatoria degli antenati dell’uomo. I suoi studi hanno delineato percorsi apparentemente trasgressivi che spaziano sul comportamento e sull’evoluzione dell’intelligenza, del linguaggio e del comportamento umano in cui il “colpire a distanza” rappresenterebbe un momento chiave. La sua teoria del “predatore globale”, della “teoria dell’attesa” del cacciatore e dell’uomo come evoluzione dall’ominide grazie all’inganno deliberato (cosa c’è di più “ingannatorio” nel colpire a distanza la preda?) delinea uno scenario esplosivo in cui il concetto di caccia per la sopravvivenza sfuma in quello di caccia come attività simbolica e di ruolo nella collettività. Ma questa purtroppo non è la sede per dilungarsi oltre su questi argomenti. Resta il fatto che insieme a Carlo Peretto intendiamo organizzare per l’anno prossimo un Convegno internazionale al Centro europeo di Ricerche preistoriche di Isernia, un meeting scientifico e spettacolare dove verranno effettuate prove e dimostrazioni sulle armi da getto, coinvolgendo antropologi, archeologi, psicologi, linguisti, fisici e tiratori a distanza, un ambito in cui noi arcieri potremo dire e fare la nostra parte… per cui nell’attesa affiliamo le nostre cuspidi!

 

Vittorio Brizzi

 

 

Home | significati | in edicola | database   |  collaborare | team | guida al mercato

2006© Greentime s.p.a. Editore - Tutti i diritti riservati