Arco n.2
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L’arco di legno DI ALESSIO CENNI
L’antico strumento fu il risultato dell’osservazione di semplici fenomeni e di una fusione armoniosa tra arte, tecnica e natura.
La fabbricazione di archi e frecce con materiali antichi è un’esperienza affascinante che ci porta al confronto con tecnologie semplici, primitive se si vuole, ma al contempo comprensibili e di cui alla fine ci sentiamo veramente protagonisti, cosa che non avviene spesso nel complesso e sofisticato mondo in cui viviamo. Parlando a titolo personale, trovo molto utile e pratico fare uso di elettrodomestici, fax, fotocopiatrici e altro, ma incontro oggettive difficoltà ogniqualvolta uno di questi meritevoli strumenti si mette a fare le bizze. E figuriamoci se sarei mai in grado di fabbricare i complicatissimi elementi che li compongono. Normalmente accendo il fuoco per il barbecue con i fiammiferi o l’accendino tascabile, ma quale appagamento, quale momento magico il farlo con l’acciarino e la pietra focaia raccolta sul greto di un torrente.
Foto_1) Una battuta di caccia
al cervo del Mesolitico
Se si vuole fabbricare una replica Un arco di legno può essere fabbricato con finalità diverse, che a loro volta richiedono procedure diverse. Il costruttore dovrà quindi fin dall’inizio avere un’idea precisa dell’obiettivo che si prefigge per scegliere il materiale più adatto e per stabilire quali tecniche e attrezzi usare. Se l’arco che si vuole costruire è la replica di un oggetto esistente o di un antico reperto, ci si procurerà il materiale dell’originale, ad esempio lo stesso tipo di legno, possibilmente della stessa porzione del tronco d’albero. In questo modo la replica avrà non solo l’estetica dell’originale ma potrà dare anche delle informazioni verosimili sul suo funzionamento nelle mani dell’antico arciere che lo utilizzava. Se l’arco è stato poi fabbricato con gli attrezzi che presumibilmente furono usati per il reperto, avremo anche informazioni sul tempo impiegato per realizzarlo, sull’impegno necessario e sul modo di ragionare dei nostri antenati. Una volta realizzato l’oggetto, verrà il momento dell’uso e delle prove di tiro e qui sarà bene ricordare che non tutti gli archi sono fatti per essere maneggiati allo stesso modo. Se si osservano le fotografie o i filmati degli arcieri di popolazioni primitive in azione, ci si accorge che esiste un’infinità di varianti nel modo di impostarsi, di tendere e di scoccare. Ci si può rendere conto che un certo tipo di arco, che ha attratto la nostra attenzione, è stato progettato e realizzato per uno stile di tiro completamente diverso da quello che pratichiamo abitualmente e colui che lo ha costruito aveva idee molto diverse dalle nostre riguardo alla funzionalità e alle prestazioni. In effetti qualsiasi arco può dirsi valido quando assolve egregiamente gli obiettivi per cui è stato costruito. Il nostro attuale stile di tiro è direttamente derivato da quello del medioevo, l’ultimo periodo storico nel quale l’arco aveva in Europa una funzione non solo come arma da caccia, ma anche da guerra.
Foto_2) La lunghezza, il
profilo e le tecniche costruttive
Nella fase di progettazione... Si tratta di un dato da tenere presente, perché il nostro modo di tirare, evolutosi per esigenze prevalentemente militari, privilegia molto le prestazioni e prevede quindi una trazione lunga, un ancoraggio abbastanza vicino all’occhio e l’apertura delle spalle che fa partecipare entrambe le braccia allo sforzo per dominare fisicamente archi duri a tendersi. Sono tutti accorgimenti votati all’efficienza, utili a chi vuole colpire a maggiore distanza e con più forza dei suoi avversari. Molti archi di popolazioni primitive rispondono a un diverso tipo di efficientismo: sono splendidamente adattati a particolari sistemi di caccia in un determinato ambiente naturale e del tutto al di fuori delle logiche competitive. Ogni legno, come sappiamo, ha delle caratteristiche meccaniche particolari che devono essere tenute in considerazione quando si progetta un arco. Il flettente di un arco in azione è infatti soggetto a due tremende forze opposte: tensione sul dorso (il lato rivolto verso il bersaglio) e compressione sul ventre (lato rivolto verso l’arciere). Gli antichi costruttori europei selezionarono alcuni legni tra le decine presenti nelle foreste in base alle loro prestazioni e alla loro affidabilità utilizzandoli in modo differenziato. Tutti i legni flessibili sono adatti alla fabbricazione di archi con flettenti appiattiti, mentre solo alcuni si prestano alle sezioni spesse e strette perché, in queste ultime, gli sforzi si fanno sentire maggiormente sulla struttura del legno. Se la sezione è scelta male rispetto al materiale usato, l’arco subisce con l’uso una deformazione molto pronunciata o, come si dice nel gergo degli arcai, “segue la corda”. In alcuni casi sottili crepe trasversali si formano sulla superficie del ventre. Le sezioni piatte comportano quindi pochi problemi di selezione dei materiali, sebbene richiedano una modifica progettuale all’impugnatura dove il legno deve essere ristretto sui lati e mantenuto più spesso, creando come una doppia finestratura. Gli archi con sezione a lettera D (tipo arco inglese) sono delle sbarre di legno che si affusolano verso le estremità, richiedono meno lavoro e sono un po’ più agevoli da bilanciare rispetto a quelli piatti.
Foto_3) Il materiale ideale
per fabbricare un arco di legno è una
Il metodo per garantire l’affidabilità del dorso Ma i legni adatti a fabbricarli sono molto pochi: tasso, corniolo, maclura (osage) e alcuni legni tropicali. Si sudano perciò le proverbiali sette camicie per recuperare la doga adatta. Un aspetto cruciale nella fabbricazione di un arco è il metodo scelto per garantire l’affidabilità del dorso sottoposto alla tensione dove possono innescarsi fratture. Non ci sono dogmi e le soluzioni possono essere diverse, ma anche in questo caso si dovrà considerare ciò che concede il materiale impiegato. Uno dei sistemi più usati dai costruttori di archi antichi consisteva nello sfruttare l’andamento naturale degli anelli di crescita dell’albero, lasciandone integro uno per tutta la lunghezza dell’arco. Questa soluzione è di sicuro funzionamento su tutti i legni da arco e consente di risolvere positivamente la presenza di imperfezioni come nodi, spine e ondulazioni che diventano così quasi delle decorazioni naturali dell’arco. Su legni particolarmente flessibili come il nocciolo, il sambuco o l’hickory americano, ammesso che siano privi di difetti, il dorso può essere spianato e lisciato tagliando di traverso qualche anello di crescita che si renderà evidente con delle venature longitudinali. Infine, se si vogliono avere forme geometriche e regolari su archi ricavati da legni scattanti che però diventano fragili se sagomati liberamente, come tasso, maggiociondolo, corniolo o gelso una soluzione è quella di usare un materiale di rinforzo incollato sul dorso. In questo caso i materiali tradizionali per eccellenza sono la pelle grezza ed il tendine. Questi tessuti animali hanno una resistenza alla tensione notevolmente superiore al migliore dei legni e una volta applicati sulla superficie del dorso assorbono la maggior parte dello sforzo salvando il legno sottostante che viene a trovarsi per così dire “in seconda linea”. La pelle grezza svolgerà essenzialmente un ruolo protettivo mentre il tendine consentirà all’arco di mantenere anche un profilo riflesso che si traduce nell’accumulo di forza più progressivo e in una maggiore resa dell’arco che a questo punto si avvia a divenire composito.
Foto_4) Tre modi di risolvere
il dorso. In quello a sinistra sono evidenti
Accorgimenti semplici ed efficaci E abbiamo così superato il problema dell’affidabilità, cosa non da poco considerando che forse a nessun attrezzo si chiede di sopportare gli stress che tollera un arco. Ma ad un arco non si chiede solo di reggere, deve lanciare una freccia con forza verso il bersaglio. La prima attenzione del costruttore si rivolge al bilanciamento dei flettenti che deve essere eseguito con cura e pazienza raschiando via materiale sul ventre dell’arco. Come regola generale la curvatura dei flettenti in azione dovrebbe presentare una distribuzione regolare dello sforzo senza che vi sia un punto a piegarsi più vistosamente degli altri. In questo senso il bilanciamento di archi ricavati da doghe che presentano ondulazioni o altre irregolarità naturali richiede maggiore esperienza rispetto a quella richiesta da un legno più diritto. Un buon bilanciamento consentirà all’arco di sopportare a lungo l’uso senza deformarsi e perdere di resa elastica. Un accorgimento più importante di quanto potrebbe sembrare per garantire la buona resa dell’arco è quello di ridurre le masse alle estremità dei flettenti. Molti archi dell’Amazzonia, delle isole del Pacifico o dell’Africa (fabbricati con legni durissimi e pesanti) sono talmente rastremati verso i puntali da non poter accogliere delle vere e proprie nocche e la corda viene fermata con vari tipi di ingegnosi nodi.
Foto_5) Un arco in legno di
tasso in fase di bilanciamento. ma quello a sinistra è ancora un po’ più rigido dell’altro.
Qualcosa di semplice e di puro Chi ha costruito quegli archi intuiva che ogni minima quantità di legno in più in quei punti cruciali avrebbe assorbito parte dell’energia al momento del tiro, sottraendola alla freccia e facendo sobbalzare l’arco nella mano dell’arciere. Queste e altre attenzioni consentono di utilizzare al meglio la nostra forza muscolare che ha sempre un limite, ma non dimentichiamo che l’arco di legno è qualcosa di semplice e di puro come gli scopi per cui fu inventato da gente primitiva. Se la sua efficienza diventa un’ossessione, il risultato più sicuro potrebbe essere quello di non comprenderlo.
a sin: Foto_6) La forma e la progettazione sono in stretta relazione con le qualità del legno di cui l’arco è costituito. a dx: Foto_7) Compatibilmente con le esigenze di robustezza, le estremità di un arco devono essere alleggerite per renderlo più stabile e veloce.
Alessio Cenni
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